La vescova in Vaticano e il nodo dell’unità senza verità
- Ultimissime
- 30 Apr 2026

La vescova Sarah Mullally in Vaticano genera polemiche e l’ex prete anglicano fornisce una soluzione. Ma l’unità dei cristiani è un processo complesso e rischioso.
Non si placano le polemiche per la visita di Sarah Mullally in Vaticano.
L’arcivescova di Canterbury è stata recentemente accolta dal Papa, permettendole ecumenicamente una benedizione presso la tomba dell’Apostolo Pietro alla presenza di mons. Flavio Pace, segretario del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani.
La vescova e le polemiche
Leone XIV ha comunque manifestato la nascita di «nuovi problemi» tra cattolici e anglicani.
Mentre il card. Kurt Koch, prefetto per l’Unità dei Cristiani, ha ricordato l’impossibilità di riconoscere le ordinazioni della Chiesa d’Inghilterra a causa della rottura della successione apostolica, come previsto dalla bolla “Apostolicae Curae”.
Ciò non è bastato a frenare il disappunto, in parte giustificato.
La flottiglia social di tradizionalisti-sedevacantisti-antimodernisti avrà ancora centinaia di vesti da stracciarsi per le prossime settimane prima di passare al prossimo caso.
Non sarà l’ultimo episodio simile e non è certo il primo se si rammenta che Benedetto XVI fu ricevuto a Erfurt dalla vescova evangelica Ilse Junkermann e pregò assieme a lei.

L’ex anglicano: “No al falso ecumenismo”
Tra tutte le reazioni critiche alla presenza di Mullally in Vaticano ci piace salvare quella di Taylor Marshall, ex sacerdote anglicano, oggi noto scrittore.
Ha raccontato come la consapevolezza dell’invalidità della sua ordinazione anglicana abbia avuto un ruolo decisivo nel suo ingresso nella Chiesa cattolica.
Fu l’attuale vescovo James Conley, della diocesi di Lincoln (Nebraska) l’unico a comportarsi diversamente dai tanti sacerdoti cattolici che lo chiamavano “padre” e assicuravano preghiere “per il tuo ministro sacerdotale”.
Queste cordialità ecumeniche furono da lui interpretate come «l’essere stato approvato dal clero cattolico e di essere quindi “validamente” sacerdote». Semplicemente «hanno confermato il mio errore. Ecco perché sono contro il falso ecumenismo. Mi ha fatto fare un passo indietro».
Al contrario, mons. Conley -anch’egli ex anglicano- fu «il primo sacerdote cattolico che mi abbia davvero sfidato, dicendo che non ero un prete e che avrei dovuto convertirmi al cattolicesimo». Avvenne «in modo amichevole ma fermo in un caffè di Roma, vicino alla Porta di Sant’Anna, nel 2006», ha affermato il commentatore cattolico.
Se inizialmente fu offeso e scioccato dalla violazione delle formalità ecumeniche, oggi gli mostra «rispettato per aver evitato ambiguità e per essersi preso cura della mia anima».
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Nessuna unità senza verità
La morale del racconto dell’ex sacerdote anglicano è che non si può costruire l’unità senza la verità.
«Incoraggiando i loro atti sacerdotali», ha concluso, «si rafforzano gli errori anglicani» mentre «a volte i protestanti hanno semplicemente bisogno di sentirsi dire: “La vera unità è nella verità e nella comunione. Il protestantesimo è carente e sbagliato. È ora di diventare pienamente cattolici».
Naturalmente non è così semplice come scriverlo sui social, ma è profondamente vero che l’ecumenismo, se vuole essere autentico, non dovrebbe fondarsi su compromessi e reciproche concessioni liturgiche.
Nemmeno in nome dell’unità dei cristiani la quale, infatti, non può essere ridotta a una somma di gesti simbolici, né a una diplomazia ecclesiastica fatta di accoglienze e benedizioni. Il rischio è che il linguaggio dei segni finisca per sovrastare quello della dottrina, generando una percezione di equivalenza laddove le differenze restano sostanziali.
Soluzioni facili non ce ne sono
C’era quindi modo di modificare il protocollo ecumenico? La soluzione era rifiutare l’accoglienza alla neo-eletta primate d’Inghilterra? E se fosse stato un uomo sarebbe stato diverso? Bisognava solo impedirle di benedire o rifiutarsi di partecipare alla sua benedizione? Fino a che punto il desiderio di unità può spingersi senza indebolire la verità dottrinale?
Le domande sono tante e i polemisti da tastiera raramente forniscono risposte adeguate e coerenti al di là dello scandalismo.
Per quanto ci riguarda preferiamo accogliere la provocazione di Taylor Marshall.
L’unità visibile tra i cristiani è un processo complesso, senza facili soluzioni ed esposto a continui rischi e incidenti. Ma non può precedere o sostituire l’unità nella verità. Ogni ecumenismo che si limiti a gesti di cortesia o a concessioni simboliche rischia di produrre confusione invece che comunione.



















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