Un anno senza Rodotà: «sono laico, non laicista. Giusto che Chiesa influenzi politica»

«La fede ha natura pubblica, senza dubbio». Ne era convinto il compianto giurista Stefano Rodotà, morto il 23 giugno di un anno fa ad 84 anni. Quasi tutto ci separava da lui e molto spesso abbiamo argomentato le nostre idee in contraddizione alle sue. Ma era un autentico laico, aderiva cioè a quella laicità positiva di cui parlava Benedetto XVI, capace di rispettare il contributo della religione in campo etico, sociale e politico.

Rodotà era nemico della libertà di obiezione di coscienza da parte dei medici, chiedendone addirittura l’eliminazione. Non tollerava le scuole paritarie, ci mise la faccia e tutto il suo peso mediatico durante il referendum bolognese del 2013, ma venne sonoramente sconfitto. Gli ultimi anni li spese, quasi ossessivamente, a favore del matrimonio omosessuale, usando in modo scellerato il diritto che, purtuttavia, conosceva bene. Rimase male quando, nel 2010, la Corte Costituzionale definì incostituzionali le nozze gay: «anche loro si piegano al codice che parla soltanto di matrimoni tra uomini e donne», dovette ammettere.

Aveva anche dei pregi, comunque. E tanti. Seguiamo come sempre il principio paolino di “vagliare tutto e trattenere ciò che vale” e tratteniamo di Rodotà il fatto di essere una persona autorevole e rispettabile, di ricca cultura, ma sopratutto di aver saputo quasi sempre affermare una sana idea di laicità, nulla di scontato se si tiene conto del mondo laicista ed anticlericale di cui era l’eroe indiscusso. Il suo libro, Perché laico (Laterza 2009), andrebbe fatto leggere alle tante Boldrine d’Italia, peraltro sue sedicenti estimatrici. «La mia laicità non significa ostilità pregiudiziale ed immotivata alla Chiesa, al mondo cattolico e alla fede, quello si chiama laicismo», affermò in un’intervista. «Credo fermamente nella divisione tra Stato e Chiesa, precetto per altro detto e scritto nel Vangelo. Ma l’essere laico non significa osteggiare ed essere ostile alla Chiesa ed in genere alla fede. In quel caso possiamo serenamente parlare di laicismo. Il laicismo è un atteggiamento culturale estremista, che tende a disprezzare e dimostrare ostilità alla Chiesa. Un vero laico, pur non condividendo, rispetta e divide con sapienza tra Stato e Chiesa».

«Non è affatto vero e non sta scritto da nessuna parte che un laico ed un credente debbano litigare», proseguì il giurista di Repubblica. «Ci sono principi generali che ci accomunano nel diritto naturale. La fede non è un affare esclusivamente privato che attiene alla sfera personale dell’uomo. Insomma ritengo che non sia giusto voler relegare il cattolico nella sacrestia. Il cattolico, al pari di chi professa altre idee o culture, ha tutto il diritto a portare nel vissuto sociale le sue idee. Pretendere di chiudere il cattolico nella Chiesa, o nella cappelletta questo sì che fa parte di visioni laiciste e superate della cultura e della storia. Del resto se noi vogliamo una Chiesa aperta al mondo, quella che ha saputo distinguere con umanità e saggezza errore ed errante, anche il mondo deve accettare, sia pur criticamente, la Chiesa. Quando parlo di laicità intendo dire che la Chiesa non può fare politica attiva, cioè non influire nelle cose concrete dei partiti. Ma ritengo che i religiosi e i vescovi abbiano la facoltà di opinare su temi pastorali con implicazioni sociali ed anche indirettamente politiche».

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

32 commenti a Un anno senza Rodotà: «sono laico, non laicista. Giusto che Chiesa influenzi politica»