Marcia per la Vita 2016, ecco perché partecipare

marcia per la vita 2016 

di Alessandro Elia, Chiara Chiessi, Davide Longo, Dedalo Marchetti*
*Giovani Marcia per la Vita

 

A Roma, domenica 8 maggio 2016, si terrà la sesta edizione della Marcia per la Vita. Il ritrovo sarà al Colosseo alle 8.30 e la partenza sarà alle 9.30 dal medesimo luogo. Inoltre, per chi fosse interessato, sabato 7 maggio alle ore 20:00 ci sarà l’adorazione Eucaristica in riparazione per il crimine dell’aborto presso la Basilica Santa Maria sopra Minerva (Piazza della Minerva, 42 -00186 Roma).

L’iniziativa della Marcia per la Vita parte dalla costatazione di una realtà inquietante, spaventosa, raccapricciante e quanto mai attuale: in meno di quarant’anni sono stati ammazzati, con il pieno consenso della legge italiana, oltre 5 MILIONI di bambini nel grembo materno. Lo ripetiamo: 5 milioni! Si tratta dell’aborto procurato (interruzione volontaria della gravidanza), con il quale ogni anno in Italia più di centomila bimbi innocenti vengono soppressi. È stato introdotto, tutelato e disciplinato nel 1978 con la legge 194, che legittima l’aborto volontario nei primi novanta giorni (3 mesi) di gravidanza.

Data la gravità e l’universalità della nostra causa, sono ben accetti tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalla propria fede e dagli orientamenti politici. La Marcia è aconfessionale e apolitica perché si appella principalmente all’imperativo morale inscritto in ciascuna persona e comune a tutti gli esseri umani: la vita è sacra e l’innocente ha il diritto di vivere.

Noi siamo un gruppo di giovani, prevalentemente di Roma, che promuovono la Marcia e più generalmente la cultura della vita. La nostra non è una militanza politica e nemmeno propagandistica ma una testimonianza, attraverso l’impegno e lo studio, della preziosissima unicità della vita umana dal concepimento sino alla morte. Crediamo fermamente che il rispetto della vita umana, sul piano personale, famigliare e sociale, sia il fondamento umano della pacifica convivenza. La nostra attività consiste nel diffondere la Marcia per la Vita e, più in generale, una cultura pro life, a partire dalle università, parlando con studenti, cappellani, scrivendo articoli, organizzando conferenze in ambito universitario, sensibilizzando tanti giovani che vogliano unirsi alla causa di “essere la voce dei senza voce”.

Le ragioni per le quali riteniamo che la 194 sia effettivamente una legge omicida e perciò del tutto illegittima, affondano le proprie radici in tre ambiti distinti ma connessi fra loro, ossia l’ambito scientifico, quello filosofico e infine giuridico. Tutta la problematica ruota attorno all’identità del feto: è una persona o no? Se infatti non si tratta di una persona, la pratica dell’aborto potrebbe essere moralmente ammissibile, ma se invece – come in realtà è – si ha a che fare con un membro del genere umano, non può in nessun caso essere tollerata una legge che ne renda lecita la soppressione.

Dal punto di vista biologico, la vita dell’essere umano incomincia precisamente al momento del concepimento, quando si forma il patrimonio genetico dell’individuo, unico e irripetibile, che sancisce definitivamente la sua appartenenza alla specie umana. È nel momento della fecondazione, ossia nella fusione tra lo spermatozoo del maschio e l’ovulo della femmina, che inizia la vita di un nuovo essere umano. L’unione di ventitré cromosomi del gamete maschile con ventitré cromosomi del gamete femminile forma una nuova cellula di quarantasei cromosomi. Questa cellula è propriamente detta “zigote” e, possedendo un nuovo codice genetico, produce un individuo umano distinto dai genitori e da qualsiasi altro. Tale non è una teoria bensì un’evidenza scientifica che è attestata chiaramente dall’embriologia moderna. Che l’embrione sia, sin dall’inizio, un essere umano vero e proprio, lo garantiscono i principali testi di embriologia e lo ammettono persino molti scienziati abortisti.

Inoltre, è scientificamente e intellettualmente scorretto parlare di “pre-embrione” nel periodo che precede l’annidamento nell’utero, poiché sostanzialmente nulla cambia nell’embrione una volta che si annida nell’utero. L’unica differenza è che entra biologicamente in relazione con la madre, ma resta lo stesso identico embrione che era prima. L’embrione è pienamente umano anche prima dell’annidamento; è semplicemente un essere umano che si sta predisponendo per istaurare una relazione biologica con la madre, cosa che avverrà poco dopo.

Siccome oramai il rigore scientifico dell’embriologia è fin troppo netto perché sia mistificato, il dibattito verte il più delle volte sull’antropologia filosofica. Secondo la tesi “separatista” o “separazionista”, bisogna distinguere il concetto di persona da quello di essere umano, che un tempo erano invece sinonimi. Su che basi si compie un simile discernimento? La vera risposta alla domanda è: sulla legge del più forte (in senso strettamente materiale). Si tratta, non a caso, di un’operazione già avvenuta in passato; lo schiavismo, il razzismo e non ultimo l’abortismo, si fondano tutti sulla teoria separatista che sceglie a proprio piacimento quali individui possono essere considerati persone e quali “soltanto” esseri umani, concepiti come totalmente privi di dignità umana, sicché non c’è alcun problema a eliminarli.

Di conseguenza si va incontro alla teoria “funzionalista”, secondo la quale un essere umano diviene propriamente una persona soltanto quando possiede le qualità necessarie per essere definito tale. La suddetta tesi non tiene in considerazione che l’essere persona non dipende dalla presenza di alcune qualità o dalla realizzazione di determinate funzioni, bensì da una posizione d’essere, cioè dalla natura ontologica o “essenza”. Le qualità proprie della persona, che appartenendo alla sfera degli “accidenti”, non la definiscono ma la presuppongono. Portando il funzionalismo alle estreme conseguenze, si potrebbe benissimo dire, com’è già avvenuto, che i neonati non siano persone perché mancano di molte qualità e funzioni proprie degli adulti, il che è sufficiente a screditare definitivamente la validità della tesi funzionalista.

Altri abortisti, dimostrando la loro ignoranza in fatto di aristotelismo, sostengono che, siccome l’embrione è una persona soltanto in potenza, allora non è affatto una persona. In realtà, si tratta di una fallacia logica e ontologica; la formulazione corretta sarebbe: l’embrione è una persona in atto (si sta sviluppando), che possiede delle qualità in potenza. In altre parole, l’embrione è potenza di qualcosa già in atto, poiché “attua” il suo naturale percorso di crescita, tant’è che se le capacità del futuro adulto non fossero già intrinseche dell’embrione, queste non si potrebbero mai sviluppare. Siccome il fondamento dell’Io è lo sviluppo della vita umana, la quale, come abbiamo visto, incomincia con la fecondazione, e l’essere vivi è la condizione prima, i diritti che spettano a ogni soggetto in quanto tale, l’embrione compreso, sono il diritto alla difesa della vita fisica, il diritto all’integrità genetica e il diritto alla salvaguardia della salute. Tali diritti umani, fondamentali e inviolabili, sono assolutamente incompatibili con la legge 194, poiché essa lede addirittura tutti e tre in un sol colpo.

Non è corretto affermare che la legge 194 abbia regolamentato soltanto l’aborto terapeutico, il quale in realtà è esteso per tutto l’arco della gravidanza. Non c’è nulla di “terapeutico” nel sopprimere volontariamente l’embrione per favorire la madre; uccidere non può costituire una terapia. L’aborto procurato, che con la 194 è stato reso lecito per i primi tre mesi di gravidanza, non è per niente terapeutico, salvo che non si consideri il bimbo come un cancro da estirpare. Il fatto che la donna abbia il diritto sul proprio corpo non è pertinente con il diritto ad abortire, perché l’aborto procurato interviene precisamente sull’embrione per ucciderlo, e l’embrione non fa parte del corpo della donna, ma è un individuo distinto da essa che risiede nel corpo della donna; in quanto individuo è soggetto e non oggetto dei diritti fondamentali, tra i quali la tutela della propria vita fisica. Quando due diritti si scontrano, il diritto più vitale ha la prevalenza. Nel caso della donna, il suo diritto ad agire sul proprio corpo non ha la precedenza sul diritto dell’embrione alla vita, poiché la difesa della vita è sempre la priorità.

Del resto, come in ogni rapporto giuridico, anche quello tra madre e figlio deve fondarsi su un’oggettiva legge comune di coesistenza, e non su sull’intenzionalità affettiva di un soggetto nei confronti dell’altro, in special modo se un tale soggetto sia contrario allo spirito del diritto, che tende per vocazione ad armonizzare l’esperienza co-esistenziale intersoggettiva. Infine, è bene ricordare che vale sempre la legge della prudenza. Nel caso puramente ipotetico e impossibile che vi sia un reale dubbio sull’effettiva umanità dell’embrione – il che non si può dire perché è sicuramente una persona – l’attitudine dev’essere quella della prudenza, ovvero di non rischiare di sopprimere la vita di una possibile persona umana. Ora, siccome qualsiasi uomo in buonafede, sceglierebbe, in una situazione così delicata, la strada della prudenza, se ne deduce necessariamente che chi ha progettato la legge 194 non poteva essere che in malafede.

Per quanto concerne la piaga degli aborti clandestini, la legalizzazione del fenomeno non ha risolto il problema, perché non si risponde a un male con un male nettamente peggiore. I dati dimostrano che in molti paesi in cui l’aborto è legale, gli aborti clandestini sussistono ancora per diverse ragioni. Finanche più grave è stato che la legittimazione dell’aborto abbia accresciuto notevolmente la cultura della morte, facendo passare l’idea che l’interruzione volontaria della gravidanza sia qualcosa di positivo. Inoltre, che sia clandestino o regolamentato, l’aborto non cambia la propria natura e resta sempre ingiustificabile; la differenza è che prima si combatteva, adesso invece si acconsente e incoraggia.

La Marcia per la Vita sta dalla parte dei bambini e delle donne, le quali più che essere colpevoli, sono anzitutto veramente vittime, assieme gli embrioni, degli aborti che commettono. È stato appurato che l’aborto può provocare gravi problemi emotivi, psicologici e psichiatrici come la perdita di autostima, il senso di colpa, rimpianto, ansia, depressione e varie altre sindromi post-abortive. È inutile partecipare a cortei e manifestazioni per chiedere diritti civili e sociali se poi si chiudono gli occhi davanti all’ingiustizia più grande di tutte, che è la negazione del diritto alla vita e di conseguenza la negazione di tutti i diritti, poiché senza il diritto principale anche tutti gli altri possono venir meno. Infatti, tutte le cose sono necessariamente contenute nel loro principio, e in realtà non possono in alcun modo esserne fuori, quindi, essendo il diritto alla vita principio degli altri, una volta eliminato, il resto dei diritti non sono che volubile contrattualismo, in pericolo di cadere da un momento all’altro.

Chiunque giovane universitario voglia aiutare la Marcia, impegnarsi con noi in attivismo pro life, e per qualsiasi informazione, può scrivere a: info@marciaperlavita.it, oppure telefonare a: 06-3233370 / 06-3220291.

 

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