Le testimonianze extrabibliche su Gesù di Nazareth

Fonti extrabibliche2In questo dossier abbiamo raccolto tutte le testimonianze storiche e le reminiscenze sulla persona di Gesù di Nazareth (e sulla primitiva comunità cristiana), rinvenibili negli scritti cristiani extra-canonici (cioè al di fuori dei vangeli ma all’interno del Nuovo Testamento), negli scritti cristiani extra-testamentari (al di fuori del Nuovo Testamento) e negli scritti extra-cristiani (composti da autori non cristiani) dei primi duecento anni dell’era volgare.

Negli ultimi secoli c’è stato un confronto serrato su questo argomento in quanto il problema dell’esistenza storica di Gesù Cristo era al centro dell’attenzione degli studiosi. Oggi non è più così, il dibattito si è spostato su altro, dato che nessuno studioso serio mette più in dubbio il Gesù storico: a far maturare lo studio della storicità del cristianesimo non è stata la scoperta di nuove fonti extrabibliche su Gesù, ma l’aumento di attendibilità storica che hanno guadagnato, agli occhi della comunità scientifica, i quattro Vangeli canonici e gli altri libri cristiani contenuti nel Nuovo Testamento (lettere paoline, Atti degli apostoli ecc.).

Come ha scritto lo studioso agnostico B.D. Ehrman, docente di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina, le fonti evangeliche «sono bastate a convincere quasi tutti gli studiosi che si sono anche solo interessati al tema. Non parliamo infatti di un unico vangelo che, verso la fine del I secolo, riportò gesta e parole di Gesù, ma di un certo numero di vangeli», e di scritti cristiani, «del tutto indipendenti l’uno dall’altro. Attestano l’esistenza di Gesù e convalidano lo stesso insieme di dati […]. Ancora più degno di nota è il fatto che quelle testimonianze indipendenti attingano a un numero relativamente ampio di scritti antecedenti, vangeli che non ci sono pervenuti ma sono quasi certamente esistiti. E’ stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che alcuni di essi risalgono come minimo agli anni Cinquanta dell’era volgare e sono, a loro volta, indipendenti uno dall’altro […]. Cosa ancora più importante, ciascuno di quei numerosi testi evangelici si fondava su tradizioni orali, alcune di esse hanno senz’altro avuto origine nelle comunità palestinesi di lingua aramaica, probabilmente agli anni Trenta, non molto dopo la data tradizionale della morte di Gesù […]. Indipendentemente dal fatto che siano ritenuti o meno scritture inspirate, i vangeli possono essere considerati e utilizzati come fonti storiche importanti» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 75, 93-95).

Le fonti extrabibliche, lo premettiamo fin da ora, non aggiungono nulla di nuovo rispetto a quanto già sappiamo dai vangeli, piuttosto possono essere utili per confermare tali scritti che, tuttavia, sono sufficienti a sostenere la storicità dei dati che affermano. Prima di andare ad esaminare le tracce che la persona di Gesù ha lasciato al di fuori dei vangeli affronteremo il problema della scarsità di queste fonti. Il dossier rimane in continuo aggiornamento e ampliamento.

 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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1. IL PROBLEMA DELLA SCARSITA’ DELLE FONTI NON CRISTIANE

Per la maggior parte le fonti non cristiane sono di scarso valore per chi è interessato al Gesù storico. Come ha spiegato il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, «le fonti pagane ed ebraiche sul cristianesimo dei primi secoli sono per lo più scarse e brevi. Tale peculiarità è dovuta sopratutto all’origine insignificante della fede cristiana, che fa la sua comparsa nel mondo come un fatto umano qualsiasi e per giunta in Palestina, una regione del tutto emarginata dai centri di potere» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 19).

L’eminente studioso J.P. Meier, professore di Nuovo Testamento alla Notre Dame University e tra i più importanti biblisti viventi, ha confermato: «Dal punto di vista della letteratura giudaica e pagana del secolo successivo a Gesù, il Nazareno fu al massimo un puntino sullo schermo del radar […]. Fu semplicemente insignificante per la storia nazionale e mondiale, agli occhi degli storici giudei e pagani del I. sec. e dell’inizio del II sec. d.C.», senza contare che «il processo e l’esecuzione di Gesù lo resero marginale in un modo terrificante e ripugnante». Se si ipotizza un bilancio possiamo dire che «Gesù è stato un ebreo vissuto in una Palestina giudaica direttamente o indirettamente controllata dai romani. In un certo senso, egli appartenne a entrambi i mondi; alla fine fu rigettato da entrambi. Gesù per primo marginalizzò se stesso» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Queriniana 2008, p. 16). Il biblista italiano Romano Penna, ordinario di Origini Cristiane presso la Pontificia Università Lateranense, ha confermato: «Il mondo della grande cultura greca e romana del I secolo è rimasto del tutto estraneo alle origini del fatto cristiano, le quali da una parte non avevano titoli umani sufficienti per richiamare la sua attenzione, e dall’altra neppure lo pretendevano» (R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane: una documentazione ragionata, EDB 1986, p. 270). Gli evangelisti, come ha giustamente ricordato il prof. R. Penna, non avevano alcuna intenzione di creare quella che oggi intendiamo essere una biografia storica, «le fonti rimaste su Gesù non hanno mai avuto l’intenzione di registrare tutto o la maggior parte delle parole e delle azioni del suo ministero pubblico, per non parlare del resto della sua vita» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 27).

Occorre considerare che, per chi crede, tutto questo non fa altro che confermare la principale caratteristica di Dio: l’umiltà dell’introdursi tra gli uomini silenziosamente, partendo da un pugno di poveri pescatori in una piccola e povera regione di una marginale provincia romana. Eppure, bisogna anche ricordare che «le distruzioni di massa operata da Vespasiano e poi da Adriano spazzarono via tutti gli archivi di Gerusalemme», come ha notato la storica Barbara Frale (B. Frale, La Sindone di Gesù Nazareno, Il Mulino 2009, p. 127). Anche Karl Adam, professore di teologia morale presso l’Università di Strasburgo, ha fatto notare che «l’insieme della tradizione letteraria dell’epoca dell’impero romano fino ai tempi di Tacito e Svetonio è andata perduta» (K. Adam, Gesù il Cristo, Morcelliana 1943, p. 61). Restando sullo storico romano Tacito, ad esempio, sono andati perduti molti libri della sua opera Annali, nella quale ha delineato la storia di Roma dal 14 al 68 d.C. «Sfortunatamente per noi», ha osservato il prof. J.P. Meier, «una delle lacune negli Annali si trova nella trattazione del 29 d.C., con la narrazione che riprende nel 32 d.C. Di conseguenza, l’anno più probabile del processo e della morte di Gesù (30 d.C.) non è presente negli attuali manoscritti degli Annali» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 86).

In secondo luogo, occorre precisare che «chiunque abbia familiarità con la storia antica non dovrebbe turbarsi perché i dati principali nella vita di Gesù devono restare approssimativi, lo stesso vale per la maggioranza dei personaggi storici dell’epoca grecoromana […]. Le lamentele per la scarsità e la ambiguità delle fonti sono un tratto comune alla maggior parte delle biografie degli imperatori romani» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 28, 355). Flavio Giuseppe, ad esempio, non viene mai nominato nelle fonti greche e romane, non c’è nessun testimone oculare per lui. Non conosciamo le date di nascita e/o morte di Erode Antipa, di Ponzio Pilato, di Girolamo e degli imperatori Nerva e Traiano. Quello che sappiamo con certezza di Alessandro Magno può essere raccolto in poche pagine (oltretutto risalenti a 400 anni dopo la sua morte), così come per Socrate, la prima menzione di Erodoto risale a 100 anni dopo la morte. Dobbiamo anche pensare che «giudei e pagani di questo periodo, se pure erano informati di un nuovo fenomeno religioso all’orizzonte, sarebbero stati più informati sul gruppo nascente chiamato cristianesimo che su colui che era ritenuto il suo fondatore, Gesù. Alcuni di questi scrittori, almeno, avevano avuto contatti diretti o indiretti con cristiani; nessuno di loro aveva avuto contatti con il Cristo che i cristiani adoravano» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012).

Se dunque consideriamo la volontaria emarginazione di Gesù di Nazareth, l’insignificanza geografica del luogo in cui ha vissuto, l’impotenza sociale e politica dei suoi discepoli (pescatori, poveri, donne ecc.), la perdita della maggior parte del materiale storico relativo agli anni di Gesù che avrebbe potuto riferire notizie su di lui, se consideriamo che conosciamo poche cose certe della maggior parte dei personaggi storici grecoromani e che le intenzioni degli evangelisti non erano quelle di realizzare una biografia ufficiale e completa di Gesù, allora, risulta davvero ancora più sorprendente essere in possesso di numerose notizie coincidenti e attendibili al di fuori dei Vangeli sugli eventi iniziali del cristianesimo, che confermano quanto già sappiamo dai vangeli. Come ha spiegato il prof. J.P. Meier: «Gesù fu un ebreo marginale, che guidò un movimento marginale in una provincia marginale di un immenso impero romano. Desta meraviglia che qualche giudeo o pagano colto lo abbia conosciuto o si sia minimamente riferito a lui nel I sec. o all’inizio del II. Sorprendentemente, c’è un certo numero di possibili riferimenti a Gesù» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 57). Il prof. Michael K. Licona, studioso di Nuovo Testamento e docente di Teologia presso la Houston Baptist University, ha scritto: «sfido a citarne qualcuno diverso da Gesù che sia vissuto nel primo secolo (ad esempio, Augusto, Tiberio, Nerone, ecc) e che è stato menzionato da almeno 10 scrittori che non condividono le sue convinzioni, e che scrivono entro 150 anni dalla sua vita. Non esiste alcuna persona del primo secolo così attestata come lo è Gesù».

 
 

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2. FONTI NON CRISTIANE

Gli studiosi distinguono tre grandi gruppi di fonti non cristiane: pagane greco-romane, pagane siro-palestinesi ed ebraiche.

 
 

a) FONTI PAGANE GRECO-ROMANE

Le testimonianze pagane greco-romane sono le più numerose a nostra disposizione, certamente la più importante è quella di Tacito, le altre -come vedremo- sono poco o per niente utili come fonti indipendenti sulla vita di Gesù.

 

TACITO
Lo storico e senatore romano Tacito (56/57-118 circa d.C.) attraverso la sua opera Annali, scritta tra il 115 e il 117 d.C., ha narrato la storia dell’Impero romano dalla morte di Augusto a quella di Nerone, cioè dal 14 al 68 d.C. Ha utilizzato documenti ufficiali conservati negli archivi, memorie private di illustri personaggi e fonti storiografiche. Come già accennato, l’opera è andata in parte perduta, lacune sono evidenti anche nel VI libro nella parte dedicata agli anni 29-31 d.C. (periodo della messa a morte di Gesù).

C’è un breve riferimento retrospettivo a Gesù quando Tacito accenna al tentativo di Nerone di incolpare i cristiani per il grande incendio di Roma (64 d.C.): «Allora, per troncare la diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati quelli che le loro nefandezze rendevano odiosi e che il volgo chiamava cristiani. Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio: e quella funesta superstizione, repressa per breve tempo, riprendeva ora forza non soltanto in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche in Roma, ove tutte le atrocità e le vergogne confluiscono da ogni parte e trovano seguaci» (Tacito, Annali, XV,44, Einaudi 1968, p. 493,494).

L’autenticità del passo è sostenuta dalla maggior parte degli studiosi: «E’ un fatto evidente che la maggioranza dei classicisti e degli studiosi della Bibbia concordano che in questo passaggio Tacito si sta riferendo a Gesù», ha scritto Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan (R.E. Van Voorst, “Jesus Outside the New Testament”, B. Eerdmans Publishing 2000, p.42-43). Come ha spiegato J.P. Meier, «nonostante alcuni deboli tentativi di mostrare che questo testo è un’interpolazione cristiana in Tacito, il passo è certamente genuino. Non solo è attestato in tutti i manoscritti degli Annali, ma il tono decisamente anticristiano del testo rende quasi impossibile un’origine cristiana […], i cristiani, considerati in se stessi, sono chiaramente disprezzati per i loro abominevoli crimini o vizi; essi costituiscono una superstizione morale o pericolosa». Inoltre, il riferimento a Gesù è talmente «breve e di scarsa considerazione che difficilmente proviene da mano cristiana» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 89). B.D. Ehrman ha scritto: «non conosco alcun classicista di professione, e nessuno studioso dell’antica Roma, che» non ne sostenga l’autenticità. «E’ evidente che Tacito sapesse qualcosa di Gesù» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 57)

Tacito sembra aver utilizzato una fonte non cristiana e apertamente ostile al cristianesimo, oltretutto commettendo l’errore nel definire Pilato un “procuratore” della Giudea quando invece fu prefetto (come sappiamo dalle iscrizioni scoperte nel 1961 a Cesarea). «Ciò dovrebbe bastare a dimostrare che Tacito, per sapere che cosa era accaduto a Gesù, non consultò alcun documento ufficiale scritto ai tempi in cui l’uomo fu giustiziato (ammesso che tali documenti siano esistiti). Pertanto riportò informazioni trasmesse oralmente […], nulla lascia a pensare che abbia acquisito dai vangeli le sue informazioni su Gesù» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 57, 98).

Sono comunque principalmente tre le informazioni più importanti fornite dallo storico romano: (1) Gesù muore sotto il regno di Tiberio (14-37 d.C.) e la prefettura di Pilato (26-36 d.C.); (2) Gesù muore per un’esecuzione decisa dal governatore romano della Giudea, non si cita la crocifissione ma è implicito presupporla in quanto metodo utilizzato per gli ebrei giustiziati in Giudea da un governatore romano; (3) presuppone una rapida diffusione del cristianesimo in tutto l’Impero. In ogni caso, ha concluso J.P. Meier, «Tacito ci fornisce un’antica testimonianza non cristiana dell’esistenza, della collocazione temporale e geografica, della morte e dell’incidenza storica perdurante di Gesù, ma non dice nulla» che già non sapevamo. Con questa conclusione hanno concordato anche C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College, e N.T. Wright, tra i principali studiosi del Nuovo Testamento del mondo anglosassone, i quali hanno scritto: «Anche se Tacito commette un lieve errore nell’elevare il grado di Pilato (era prefetto, non procuratore), la sua laconica sintesi concorda con ciò che troviamo in Flavio Giuseppe e nei vangeli cristiani» (C.A. Evans e N.T. Wright, Gli ultimi giorni di Gesù. La verità dei fatti, San Paolo 2010, p. 11). B.D. Ehrman utilizza la testimonianza di Tacito come una delle dimostrazioni principali extratestamentarie dell’esistenza di Gesù: «il suo riferimento dimostra che al principio del II secolo le massime cariche istituzionali romane sapevano che Gesù era vissuto ed era stato giustiziato dal governatore della Giudea» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 58).

 

PLINIO IL GIOVANE
Gaio Plinio Secondo (61-113 circa d.C.), nipote e figlio adottivo di Plinio il Vecchio, è stato uno scrittore romano noto per la sua intensa corrispondenza (12 libri di lettere). Nel settembre 111 d.C. viene nominato legale per la provincia della Bitinia (Asia Minore) con potere consolare e durante il suo mandato tiene un fitto carteggio con l’imperatore Traiano (98-117 d.C.), al quale scrive per avere consigli su ogni tipo di questione.

Una delle epistole, la X,96 scritta nel 112 d.C., riguarda la persecuzione contro i cristiani che la sua carica gli impone di portare a compimento: «E’ per me un dovere, o signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali sono incerto. Chi infatti può meglio dirigere la mia titubanza o istruire la mia incompetenza? Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei Cristiani; pertanto, non so che cosa e fino a qual punto si sia soliti punire o inquisire. Ho anche assai dubitato se si debba tener conto di qualche differenza di anni; se anche i fanciulli della più tenera età vadano trattati diversamente dagli uomini nel pieno del vigore; se si conceda grazia in seguito al pentimento, o se a colui che sia stato comunque cristiano non giovi affatto l’aver cessato di esserlo; se vada punito il nome di per se stesso, pur se esente da colpe, oppure le colpe connesse al nome. Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi capitarono innanzi diversi casi. Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo. Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. Per questo, ancor più ritenni necessario l’interrogare due ancelle, che erano dette ministre, per sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla tortura. Non ho trovato null’altro al di fuori di una superstizione balorda e smodata. Perciò, differita l’istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere. Mi parve infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo; molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi, vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo. Né soltanto la città, ma anche i borghi e le campagne sono pervase dal contagio di questa superstizione; credo però che possa esser ancora fermata e riportata nella norma» (Lettera di Plinio a Traiano, Epistularum, X, 96).

La risposta dell’imperatore Traiano fu questa: «Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi» (Lettera di Traiano a Plinio, Epistularum, X, 97).

Come ha scritto Robert Van Voorst, docente di New Testament Studies al Western Theological Seminary del Michigan, «il testo di queste due lettere è ben attestato e stabile, la loro autenticità non è seriamente contestata. Il loro stile corrisponde a quello delle altre lettere del Libro 10, ed erano note già al tempo di Tertulliano» (R.E. Van Voorst in Jesus outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, William B. Eerdmans Publishing Company 2000, p. 30,31). Le informazioni che si possono trarre da questa corrispondenza sono principalmente due: (1) i cristiani sono soliti incontrarsi la domenica mattina, prima dell’alba, per intonare inni a Cristo «come se fosse un dio», e nel pomeriggio per celebrare l’agape o banchetto fraterno. (2) Più volte viene segnalata l’assenza di qualunque pericolo e l’innocenza di tali raduni, rispondendo alle accuse che il popolo era solito attribuire ai cristiani (cannibalismo, in quanto mangiavano la carne del figlio di Dio e bevevano il suo sangue ecc.). Secondo J.P. Meier «il fatto che Cristo sia trattato dai cristiani come un dio è qualcosa di nuovo nelle nostre scarse fonti non cristiane. Tuttavia non aggiunge nulla alla nostra conoscenza del Gesù storico» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 92). Conclusione confermata da B.D. Ehrman: «Questo riferimento ci dice solo che nella regione dell’Asia Minore, agli inizi del II secolo, c’erano cristiani che adoravano qualcuno chiamato Cristo. Lo sapevamo già da altre fonti (cristiane) […]. Se non altro possiamo affermare che agli inizi del II secolo era opinione diffusa che Gesù fosse esistito, anche se l’accenno di Plinio non ci dice molto altro» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 54)

 

SVETONIO
Lo scrittore romano Svetonio (69/70 – 140 d.C.) fu contemporaneo di Tacito e ricoprì tre incarichi a servizio dell’imperatore: archivista a studiis, preposto alla cura delle biblioteche imperiali e segretario redattore della corrispondenza imperiale. Nella composizione dei suoi scritti attinge agli archivi imperiali e verso il 120 d.C. scrive le biografie dei primi imperatore romani, da Augusto a Domiziano, precedute dalla biografia di Giulio Cesare. Nel suo libro Vita dei Cesari, scritto attorno al 115 d.C., si legge: «Poiché i Giudei si sollevavano continuamente su istigazione di un certo Cresto, li scacciò da Roma» (Svetonio, Divus Claudius 25,4). Si accenna allo stesso episodio negli Atti degli Apostoli (cfr. At 18,2).

Per quanto riguarda l’autenticità di questo passo si ignora quale fonte d’informazione abbia utilizzato Svetonio, «forse per un’informazione sbagliata o per un suo convincimento errato ritiene che a Roma sia presente un certo Cresto, istigatore della rivolta. In realtà, si tratta solamente del motivo della disputa; quindi molto probabilmente qui si allude a Cristo e alla predicazione cristiana: la forma “Cresto” riferita a Gesù è sicuramente dovuta a una deformazione dell’epoca. Due dati importanti supportano questa possibilità: il fatto che il termine “cristiani” appare scritto in alcune opere romane come “chrestianos” e l’assenza del nome di Cresto negli epitaffi delle tombe giudaiche del I secolo» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 26, 27). Anche Tacito parla di “chrestianos” invece che di “christianos”, B.D. Ehrman spiega infatti che «quel genere di errore era diffuso» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 55). R.E. Brown, professore emerito presso l’Union Theological Seminary di New York, ha spiegato che «tra le diverse centinaia di nomi di giudei romani resi noti dalle catacombe giudaiche e da altre fonti, non appare alcun caso di “Chrestus”» (R.E. Brown, Antioch and Rome, Ramsey 1983, p. 100). Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan, ha scritto: «Concludiamo con la stragrande maggioranza di studiosi moderni che questa frase è vera» (R.E. Van Voorst, “Jesus Outside the New Testament”, B. Eerdmans Publishing 2000, p.30,31). C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College, riferendosi alla forma “Cresto”, ha invece scritto: «La variazione di ortografia era abbastanza comune ed è anche documentato nel migliore dei manoscritti del Nuovo Testamento» (C.A. Evans, The Historical Jesus: Critical Concepts in Religious Studies, vol. 4, Taylor & Francis Group 2004, p.383). Secondo J.P. Meier, «forse la fonte usata da Svetonio identificava Cresto con Gesù, mentre Svetonio fraintese il nome come quello di qualche schiavo o liberto ebreo che provocava scompiglio nelle sinagoghe romane durante il regno di Claudio». Tuttavia, lo studioso americano ha giustamente concluso che da Svetono «non si ottiene alcuna nuova conoscenza sul Gesù storico» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 91,92). Conclusione confermata anche da B.D. Ehrman: «Anche se Svetonio si riferisce a Gesù sbagliando l’ortografia dell’epiteto, ciò non è di grande aiuto nella nostra ricerca dei riferimenti non cristiani […]. E’ troppo ambiguo perché possa essere di qualche utilità» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 55, 58).

Non ci sono informazioni nuove, si possono tuttavia rilevare due cose interessanti grazie a Svetonio: (1) nel 49 d.C. (è l’anno del decreto secondo Orosio che espulse i Giudei da Roma) nella capitale dell’Impero c’era già una viva comunità cristiana e, (2) sopratutto, come ha scritto il biblista R. Penna, «Svetonio ci dà in questo passo una notizia su Gesù Cristo, divenuto “segno di contraddizione”, cioè motivo di contesta all’interno dell’ebraismo romano. Questo Cristo sembra un sobillatore vivente e contemporaneo ai fatti» (R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane: una documentazione ragionata, EDB 1986, p. 278). Ovvero, le comunità cristiane parlavano di Gesù come un vivente, morto, risorto e ancora presente. Lo testimoniano anche gli Atti degli Apostoli quando riportano il pensiero del governatore romano Festo sulla denuncia degli ebrei di Gerusalemme a Paolo: «avevano solo con lui questioni riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita» (At 25,19).

 

MARCO CORNELIO FRONTONE
Il celebre oratore romano Marco Cornelio Frontone (100-168 d.C.) fu maestro di retorica dell’imperatore Marco Aurelio e senatore e console nell’anno 143 d.C. Nel 162 (o 166) d.C. scrive l’Orazione contro i cristiani di cui ci sono pervenuti soltanto alcuni riferimenti citati nell’apologia di Minucio Felice, Octavius: «I cristiani, raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dei, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. […] Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d’asino, non saprei per quale futile credenza […] Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l’altare che più ad essi conviene […] Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono un sacro patto […] Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta […] Si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte» (Octavius VIII,4-IX,7).

Non ci sono dubbi sull’autenticità del brano e, come facilmente si nota, la descrizione utilizza testimonianze ricavate da conversazioni con la gente, materiale dunque di seconda mano. Sono accuse grossolane, confuse e di scarso valore (ricordiamo le parole di Giustino: «Veramente è ingiusto ritenere per filosofo colui che, a nostro danno, rende pubblicamente testimonianza di cose che non conosce, dicendo che i Cristiani sono atei e scellerati; e dice ciò per ricavarne grazia e favore presso la folla, che resta ingannata», II Apologia VIII). Tuttavia, le notizie che riporta Frontone sono utili come conferma (1) della morte di Gesù sulla croce, (2) del chiamarsi reciprocamente fratello e sorella tra cristiani (insegnamento di Gesù), (3) della celebrazione di un banchetto sacro (la Messa).

 

LUCIANO DI SAMOSATA
Luciano di Samosata (115 circa – 200 circa d.C.) fu uno scrittore satirico, scettico e ironico. Nel suo libro La morte di Peregrino, scritta attorno al 170 d.C., fa riferimento ai cristiani narrando la storia di un mascalzone (Proteo) che vive ingannando e sfruttando la gente, compresi i cristiani che descrive come sciocchi e ingenui.

Fa riferimento anche a Gesù: «Allora Proteo venne a conoscenza della portentosa dottrina dei cristiani, frequentando in Palestina i loro sacerdoti e scribi. E che dunque? In un batter d’occhio li fece apparire tutti bambini, poiché egli tutto da solo era profeta, maestro del culto e guida delle loro adunanze, interpretava e spiegava i loro libri, e ne compose egli stesso molti, ed essi lo veneravano come un dio, se ne servivano come legislatore e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l’uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione […]. Si sono persuasi infatti quei poveretti di essere affatto immortali e di vivere per l’eternità, per cui disprezzano la morte e i più si consegnano di buon grado. Inoltre il primo legislatore li ha convinti di essere tutti fratelli gli uni degli altri, dopoché abbandonarono gli dei greci, avendo trasgredito tutto in una volta, ed adorano quel medesimo sofista che era stato crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Disprezzano dunque ogni bene indiscriminatamente e lo considerano comune, seguendo tali usanze senza alcuna precisa prova. Se dunque viene presso di loro qualche uomo ciarlatano e imbroglione, capace di sfruttare le circostanze, può subito diventare assai ricco, facendosi beffe di quegli uomini sciocchi» (De morte Per. XI-XIII).

Alcune espressioni di Luciano fanno pensare ad una diretta conoscenza di certi ambienti cristiani, tanto che non tutti gli studiosi la ritengono una fonte indipendente dai vangeli (ad esempio J.P. Meier), altri invece sono a favore dell’indipendenza argomentando l’utilizzo di vocaboli non contenuti nel Nuovo Testamento (ad esempio R.E. Van Voorst in Jesus outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, William B. Eerdmans Publishing Company 2000, p. 20). Le informazioni utili non sono comunque molte: (1) conferma la collocazione dell’origine del cristianesimo in Palestina, (2) la crocifissione di Gesù da parte dei romani (il greco della lettera in realtà parla di un uomo impalato, la crocifissione fu un’evoluzione dell’impalatura «ma con molta probabilità il vocabolo da lui scelto ha carattere derisorio», J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 92), (3) la convinzione dei cristiani della vita eterna e l’amore fraterno che nutrono gli uni verso gli altri (insegnamento di Gesù). Cristo, mai nominato, viene considerato un sofista ed il “primo legislatore” dei Cristiani, le cui leggi sono da essi seguite.

 

PETRONIO
Petronio fu consigliere letterario e maestro di stile alla corte dell’imperatore romano Nerone, succedendo a Seneca nel 62 d.C. La sua principale opera è il romanzo Satyricon, scritto tra il 54 e il 68 d.C. (più probabilmente negli anni 64-65). In esso viene descritta a lungo una lussuriosa cena del liberto Trimalcione la quale somiglia incredibilmente ad un brano del vangelo di Marco. Trimalcione si fa portare delle vesti preparate per la sua sepoltura invitando i convitati a considerare il pasto come il suo banchetto funebre: «”Porta anche dell’unguento e un assaggio da quell’anfora, con cui voglio siano lavate le mie ossa” […] Subito aprì l’ampolla del nardo, unse tutti noi e disse “Spero che possa piacermi da morto quanto da  vivo”. Poi comandò che fosse infuso del vino in una brocca e disse “Fate come se foste stati invitati ai miei funerali”» (Satyricon LXXVII,7; LXXVIII, 3-4). Una scena simile, come dicevamo, si svolge nel vangelo di Marco, precisamente in Mc 14, 3-9: «Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo […] “Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto”» (Mc 14, 3-9).

Un altro passo della cena sembra ricordare i racconti evangelici: «Mentre diceva queste cose, un gallo domestico cantò. Turbato da quella voce, Trimalcione comandò che fosse versato del vino sotto la tavola e che anche la lucerna ne venisse cosparsa. Poi passò l’anello nella mano destra e disse: “Non senza ragione questo trombettiere ha dato il segnale; infatti o dovrà scoppiare un incendio, o qualcuno dei vicini dovrà morire. Lungi da noi! Per cui, chi mi porterà questo accusatore riceverà un premio”. In men che non si dica venne portato un gallo da una casa vicina, che Trimalcione ordinò venisse cotto in pentola» (Sat. LXXIV, 1-4)10). Mentre nel resto della tradizione greco-romana il canto del gallo è preannunzio del giorno e della vittoria, mai presagio di morte, qui «è invece ritenuto annuncio di una sciagura mortale -unico caso in tutta la letteratura classica insieme al Vangelo- e il gallo è detto index, denunciatore» (I. Ramelli, Due testimoni della storicità dei Vangeli, Il Timone 2006, p. 28-29). Effettivamente la definizione petroniana del gallo come index, ovvero, in linguaggio giuridico, come denunziatore, accusatore, sembra ricordare la funzione che rivestì il gallo in Marco, ovvero quella di denunziare il triplice tradimento di Pietro (cfr Mc 14,30).

Sempre nel Satyricon compare anche l’episodio della matrona di Efeso, anch’esso pare avere reminiscenze evangeliche: «Una matrona di Efeso, […] avendo perso il marito, […] seguì il defunto persino nel sepolcro. […] Nello stesso tempo il governatore della provincia comandò che fossero crocifissi dei ladroni proprio accanto al sepolcro nel quale la matrona piangeva il recente cadavere. La notte seguente, quando il soldato che sorvegliava le croci affinché nessuno togliesse i corpi per seppellirli, notò un lume splendere tra le tombe e udì il gemito di qualcuno che piangeva […] volle sapere chi fosse e che cosa facesse. Scese quindi nella tomba. […] Dunque giacquero assieme non solo quella notte nella quale fu consumato il loro imene, ma anche il seguente ed il terzo giorno, tenendo certamente chiuse le porte del sepolcro. […] Ma i parenti di un crocifisso, come videro diminuita la sorveglianza, tirarono giù di notte l’appeso e gli resero l’estremo ufficio. E quando il giorno successivo il soldato […] vide una croce senza cadavere, atterrito dal supplizio raccontò alla donna quello che era successo. […] Ella disse allora di togliere il corpo del proprio marito dall’arca e di attaccarlo a quella croce che era vuota. Il soldato approfittò dell’ingegno dell’avvedutissima donna, ed il giorno dopo il popolo si meravigliava di come quel morto avesse potuto salire sulla croce» (Sat. CXI-CXII).

La citazione di un governatore provinciale (Pilato?), dei ladroni crocifissi, della guardia sepolcrale e dei tre giorni nel sepolcro, e infine il tema del trafugamento del cadavere (un’accusa rivolta ai cristiani già da tempo), «ci farebbero pensare ad una parodia del racconto della morte e risurrezione del Cristo», ha scritto lo storico del cristianesimo primitivo Andrea Nicolotti, ricercatore presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Torino. Ricordiamo anche la possibile parodia dell’eucarestia sia nelle allusioni di Trimalcione al vino, durante la cena, che nella affermazione di Eumolpo di possedere un grande tesoro e volerlo lasciare in eredità agli amici «a patto che taglino a pezzi il mio cadavere e se lo mangino alla presenza del popolo […]. Perciò io esorto tutti i miei amici a non sottrarsi alla mia volontà, invitandoli a mangiarsi il mio cadavere con lo stesso gusto con il quale avranno di certo mandato a quel paese l’anima mia» (Sat, CXLI, 2). L’allusione caricaturale dell’ultima cena di Gesù è evidente, riprendendo anche l’accusa di cannibalismo affibbiata a lungo tempo ai cristiani. Ma ci sono altri legami tra Trimalcione e la storia di Gesù: il protagonista del Satyricon afferma, ad esempio, di aver consultato un astrologo che gli ha predetto la morte dopo altri trent’anni, cosa della quale egli è persuaso. Trent’anni è anche l’età in cui morì Gesù. Anche lo stesso nome del protagonista, il rozzo villano arricchito Trimalcione, potrebbe essere una forma di parodia della Trinità cristiana: è di origine semitica e significa “tre volte re” (mlk in ebraico significa “re” ed è la parola che comparì nel cartiglio posto da Pilato sulla croce di Gesù: “Re dei re”).

Diverso tempo fa il teologo E. Preuschen, sottolineando le evidenti somiglianze tra il vangelo di Marco e i brani del Satyricon, sostenne (anche a causa dello stato degli studi sulla datazione dei vangeli del tempo) una imitazione di Petronio da parte dell’evangelista Marco (E. Preuschen, Die Salbung Jesu in Bethanien, in Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft III 1902, pp. 252-253). La tesi è stata presto respinta: è impossibile pensare che un autore cristiano, determinato a testimoniare la vicenda di Gesù, copiasse da un romanzo assai famoso e diffuso, senza contare la satira dissacrante ben poco compatibile con la tragica morte di Gesù. Più recentemente, la studiosa Ilaria Ramelli ha ripreso la tesi di E. Preusche ribaltandola: sarebbe stato Petronio a parodiare il vangelo di Marco, e non viceversa (cfr. I. Ramelli, Petronio e i cristiani: allusioni al vangelo di Marco nel Satyricon?, Aevum LXX 1996, p. 75-80). Bisognerebbe dunque retrodatare la composizione di questo vangelo a certamente prima del 66 d.C., data della morte di Petronio, mentre oggi la maggior parte degli studiosi la identifica nel 70 d.C.

Lo studioso A. Nicolotti , ha scritto: «l’ipotesi della parodia del racconto evangelico non pare così azzardata […]. Al di là di questi sviluppi assolutamente innovativi, qualora fosse anche solo provato un collegamento tra gli avvenimenti evangelici ed il romanzo di Petronio nel modo sopra esposto, saremmo di fronte alla prima velata testimonianza non cristiana di Gesù e della sua Chiesa, redatta nel tempo in cui gli apostoli Pietro e Paolo predicavano e subivano il martirio nella capitale dell’impero romano. Fino a quel momento, possiamo solo considerare questa chiave interpretativa come una interessante ipotesi che necessita di ulteriore approfondimento». La testimonianza di Petronio è assai utile nel confronto sulla datazione dei Vangeli, tuttavia non è di molta utilità nel nostro percorso dato che non solo non aggiunge nulla di nuovo ma le informazioni offerte sono chiaramente dipendenti dai vangeli, in particolare quello di Marco.

 

TALLO
Occorre infine ricordare la testimonianza dello storico romano di nome Tallo che, all’interno di una sua Cronaca in lingua greca ha citato un fatto riguardante il giorno della morte di Gesù, ovvero l’oscuramento del cielo di cui parlano anche i vangeli (“Giunta l’ora sesta, si fece buio su tutta la terra fino all’ora nona”, Mt 27,45//Lc 23,44, dunque la Fonte Q).

L’opera di Tallo è andata perduta, ma la citazione è ripresa dallo scrittore Sesto Giulio Africano (160/170 – 240 d.C.) nella sua Chronographia, opera anch’essa purtroppo andata persa. La conosciamo solo per essere citata, attorno all’anno 800, dallo storico Giorgio Sincello nell’opera Ecloga chronographica, dove asserisce di riportare un passo «tratto da Africano, riguardo agli eventi associati con la passione» di Gesù. Scrisse Africano, riprendendo l’episodio evangelico: «Una terribile oscurità si abbatté su tutto il mondo, le rocce furono spezzate da un terremoto e molti luoghi della Giudea e del territorio restante furono abbattuti. Tallo, nel terzo libro delle Storie, definisce questa oscurità come eclissi del sole, a mio parere irragionevolmente» (Chronographia 18,1).

Giulio Africano sembra discutere con Tallo, ed è ritenuto un autore solitamente affidabile e sull’autenticità della sua citazione ci sono pochi dubbi. Non si conoscono invece le fonti dello storico Tallo, potrebbe aver appreso l’evento dai vangeli oppure avrebbe potuto basarsi su altre fonti. Se Tallo è il Thallos samareus vissuto a Roma nella metà del I secolo, citato da Flavio Giuseppe, allora la sua testimonianza è il più antico riferimento non cristiano a Gesù, in quanto risalente a vent’anni circa dopo la sua morte (cfr. D.C. Allison, The Historical Jesus in Context, Princeton University Press 2006).

 
 

b) FONTI PAGANE SIRO PALESTINESI

Tra le testimonianze pagane siro-palestinesi l’unica che può avere un’utilità è quella di Mara Bar Serapion, di cui parliamo qui sotto.

 

MARA BAR SERAPION
Mara Bar Serapion è il nome di una persona che scrive una lettera al figlio per esortarlo a perseguire sempre la sapienza, la lettera è raccolta in un manoscritto siriaco del secolo VII (conservata oggi al British Museum). Si ritiene comunque che «la missiva sia stata scritta agli inizi del II secolo o addirittura alla fine del I. Molto probabilmente è successiva all’anno 73 d.C.» date le circostanze storiche alle quali si fa riferimento, come la fuga da Samosata di alcuni cittadini (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 31). Il testo che ci interessa è il seguente: «Quale vantaggio trassero gli Ateniesi dall’aver ucciso Socrate? Ne ottennero carestia e morte. O gli abitanti di Samo per aver bruciato Pitagora? In un momento tutto il loro paese fu coperto dalla sabbia. O i Giudei, per il loro saggio re? Da quel tempo fu sottratto loro il regno. Dio vendicò giustamente la saggezza di questi tre uomini: gli Ateniesi morirono di fame, gli abitanti di Samo furono travolti dal mare, i Giudei furono eliminati e cacciati fuori dal loro regno, e sono ora dispersi per tutte le terre. Socrate non è morto, grazie a Platone; né Pitagora, grazie alla statua di Hera, né il saggio re, grazie alle nuove leggi che ha stabilito» (Syriac MS. Addiotional, 14.658).

L’autore non è certamente cristiano altrimenti non parlerebbe (come fa altrove nel testo) dei «nostri dèi», né della permanenza in vita di Cristo in questi termini, tanto meno porrebbe Cristo e i filosofi greci sullo stesso piano. Tra gli studiosi c’è un consenso di massima nell’identificare il “saggio re dei Giudei” con Gesù (cfr. C.M. Chin, Rhetorical Practice in the Chreia Elaboration of Mara bar Serapion, Journal of Syriac Studies 2006). Il biblista Romano Penna ha scritto: «l’esecuzione di un “re saggio” non può riferirsi da altri» se non a Gesù, «poiché la storia non conosce alcun re d’Israele condannato a morte dagli stessi ebrei: né davididi, né asmonei, né erodiadi». Inoltre «la qualifica ripetuta di “re saggio” può riferirsi molto bene a Gesù di Nazareth» visto che «contiene una doppia allusione: al motivo ufficiale della sua condanna come “re dei giudei” (Mt 27,37//Mc 15,26//Lc 23,38 e Gv 19,19-21); e alla saggezza del suo messaggio morale» (R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane: una documentazione ragionata, EDB 1986, p. 268).

Significativa l’informazione offerta sui motivi che hanno causato la morte di Gesù, dal momento che attribuisce la sua condanna a morte ai giudei piuttosto che ai romani. I tempi sono inoltre congruenti: la morte di Gesù è seguita dopo alcuni decenni dalla caduta di Gerusalemme e dalla fine del regno. Il documento potrebbe quindi costituire una delle prime, se non la prima, testimonianza storica esterna all’ambiente cristiano o ebraico a Gesù (scritta quarant’anni dopo la morte di Gesù).

 
 

c) FONTI EBRAICHE

Gli studiosi si sono divisi sull’importanza delle fonti ebraiche in rapporto alla storicità del cristianesimo: a parte l’importante testimonianza di Flavio Giuseppe, rimangono i testi del Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo. Alcuni storici negano completamente qualsiasi riferimento a Gesù nei testi rabbinici (ad esempio J. Maier), altri sostengono che i materiali rabbinici primitivi (compresa la Mishnà) non parlano di Gesù, pur ammettendo l’esistenza di alcune allusioni negli scritti tardivi ai quali però non attribuiscono alcun valore storico, ad esempio J.P. Meier afferma: «al contrario di altri studiosi non penso che il materiale rabbinico […] ci offra nuove informazioni affidabili o detti autentici, indipendenti dal Nuovo Testamento» (Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 13). lo stesso pensa C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College: «Un serio problema nel fare uso di queste tradizioni è che probabilmente nessuna di esse è indipendente dalle fonti cristiane» (C.A. Evans, The Historical Jesus: Critical Concepts in Religious Studies, vol. 4, Taylor & Francis Group 2004, p.376). Un terzo gruppo di studiosi, invece, rintraccia brevi accenni a Gesù, comunque di scarso valore storico in quanto hanno un tono fortemente polemico e di scarsa obiettività (ad esempio J. Klausner).

 

FLAVIO GIUSEPPE
Lo storico giudeo Flavio Giuseppe (37/38 d.C. – poco dopo il 100 d.C.) è autore di due grandi opere: La guerra giudaica (iniziata dopo il 70 d.C.) e Antichità giudaiche (scritta nel 93-94 d.C.). L.H. Feldman, tra i più importanti studiosi dello storico ebreo, ha notato che per le fonti delle sue opere avrebbe avuto facilmente accesso agli archivi degli amministratori provinciali, custoditi a Roma nella corte imperiale (L. Feldman, The Testimonium Flavianum. The State of the Question, Christological Perspectives, p. 194-195). Entrambi i libri contengono passi che menzionano Gesù.

Il testo relativo a Gesù de La guerra giudaica non è riconosciuto come autentico, si tratta di una lunga interpolazione che si trova solo nell’antica versione russa (slava), preservata in manoscritti russi e rumeni. Sono pochi gli studiosi a sostenerne l’autenticità (tra essi ad esempio R. Eisler o, più recentemente, G.A. Williamson nel suo The World of Josephus, Brown and Company 1964, p.308-309).

Diversamente stanno le cose per quanto riguarda i due passi interessanti delle Antichità giudaiche, quello meno discusso compare nel libro XX e racconta un episodio accaduto nel 62 d.C., prima della rivolta ebraica: «Essendo questo tipo di persona [cioè, un sadduceo senza cuore], Anano, ritenendo di avere una favorevole opportunità, poiché Festo era morto e Albino era ancora in viaggio, convocò un sinedrio di giudici e vi trascinò un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, chiamato Messia, e alcuni altri. Li accusò di aver trasgredito la legge e li consegnò perché fossero lapidati» (Antichità giudaiche, XX, 9,1). Questo passo si trova nella principale tradizione manoscritta greca delle Antichità, senza alcuna variante di rilievo, cita di sfuggita Gesù come per qualificare meglio Giacomo essendo esso un nome molto comune nell’uso giudaico e negli scritti di Flavio Giuseppe. Il riferimento a Gesù non proviene da mano cristiana e neppure da fonte cristiana, né il Nuovo Testamento né i primi scrittori cristiani, Paolo compreso, parlavano di Giacomo come “fratello di Gesù” ma più solennemente “fratello del Signore” o “fratello del Salvatore”. Senza contare, poi, che il racconto di Giuseppe del martirio di Giacomo differisce, per il tempo e per il modo, da quello di Egesippo (il quale parla di caduta dal pinnacolo del tempio di Gerusalemme prima dell’assedio alla città). L.H. Feldman, grande studioso di Flavio Giuseppe e professore presso la Yeshiva University, ha osservato infatti che «pochi hanno dubitato della genuinità di questo passo su Giacomo» (L.H. Feldman, Josephus and Modern Scholarship, Loeb Libray vol. 10, p. 108).

Per quanto riguarda il secondo brano, noto come Testimonium Flavianum, da secoli la sua autenticità è oggetto di discussione dal momento che in essa troviamo espressioni tipiche di Flavio Giuseppe ma anche tre frasi chiaramente cristiane. Nella citazione del brano che segue sottolineiamo le tre espressioni controverse: «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome» (Antichità giudaiche XVIII, 3.3).

La posizione degli studiosi è molteplice: alcuni considerano questo passo essenzialmente autentico (come L. von Ranke, F. K. Burkitt e A. von Harnack), altri studiosi preferiscono invece considerare l’intero passo come l’interpolazione di un copista cristiano mentre un terzo gruppo di studiosi, infine, parla di semi-autenticità considerando l’innegabile presenza di interpolazioni cristiane (delle glosse cristiane molto antiche, dato che Eusebio di Cesarea trasmette la versione greca citata in Hist. Eccl I, 11,7-8), ma non così determinanti da inficiare la paternità del testo a Giuseppe (lo studioso B.D. Ehrman ha spiegato infatti che gli amanuensi cristiani «aggiunsero qualche parola qua e là per essere certi che il lettore capisse il senso», in Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 62). Questi studiosi hanno infatti ricostruito quello che potrebbe essere stato il brano originale, eliminando le tre interpolazioni: «In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere riceve la verità: e attirò a sé molti discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un’accusa fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannato alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino a oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere». Il testo è molto simile a quello tradizionalmente riportato anche perché le piccole aggiunte cristiane non avevano lo scopo di modificare il pensiero di Giuseppe, ma piuttosto essere piccole aggiunte chiarificatrici: «Il Testimonium è così misurato, con soltanto un paio di frasi tutto sommato prudenti inserite qua e là, che non sembra proprio un racconto cristiano apocrifo scritto per l’occasione. Piuttosto, è molto simile agli interventi reperibili in tutta la tradizione amanuense dei testi antichi: il lavoro di ritocco che un copista avrebbe potuto eseguire con facilità […]. La maggioranza degli studiosi del giudaismo antico, e gli esperti di Giuseppe Flavio, ritengono che uno o più copisti cristiani avrebbero leggermente “ritoccato” il passo» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 63, 66).

La maggioranza degli studiosi fa parte del terzo gruppo, il prof. L.H. Feldman ha rilevato infatti che tra il 1937 e il 1980, su 52 studiosi che si sono occupati approfonditamente della questione, 39 hanno giudicato il Testimonium Flavianum come autentico; 10 studiosi lo hanno considerato del tutto o in gran parte autentico; 20 studiosi lo hanno accettano con alcune interpolazioni, 9 studiosi con diverse interpolazioni, e solo 13 studiosi lo hanno considerato totalmente un’interpolazione cristiana (L. Feldman, The Testimonium Flavianum. The State of the Question, Christological Perspectives, p. 197). Tra i sostenitori dell’autenticità ci sono anche diversi studiosi ebrei, come Paul Winter e lo stesso Feldman, studiosi cristiani non confessionali, come S.G. Brandon e Morton Smith, studiosi non credenti come B.D. Ehrman, importanti studiosi protestanti, come J.H. Charlesworth, e studiosi cattolici come J.P. Meier, C.M. Martini, W. Trilling e A.M. Dubarle (oltre a Lane Fox, Michael Grant, Crossan, Borg, Tabor, Thiessen, Frederiksen, Flusser ecc.). Tra essi anche J.M. Garcia, che ha scritto: «Questa terza ipotesi sembra essere la più probabile per tre motivi. In primo luogo il testo, con vari rimaneggiamenti, appare in tutti i manoscritti greci, arabi e siriaci. In seconda istanza, lo stile e il linguaggio del brano, eliminate le chiare interpolazioni cristiane, sono tipici di Giuseppe Flavio. Infine, la concezione di Cristo che trasmette non è cristiana, in quanto Gesù viene considerato come un saggio, un predicatore di un certo successo» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 36-40). Il prof. A. Nicolotti ha scritto: «i critici moderni sono ormai concordi nel ritenere il passo del Testimonium come sostanzialmente autentico nella sua testimonianza storica di Gesù, sebbene per molti esso ha aver subito prima del secolo IV delle interpolazioni cristiane. E non manca chi, diversamente spiegando le parti cosiddette “cristiane”, ritiene che queste interpolazioni non esistano, e che il testo sia interamente autentico (Étienne Nodet, per esempio). L’importante monografia di Serge Badet (favorevole all’autenticità completa) affronta tutti questi problemi ed è un riferimento imprescindibile».

Il biblista americano J.P. Meier ha studiato a fondo il problema, concludendo: «c’è una ragione sufficiente per sostenere che tale brano provenga da Flavio Giuseppe? La risposta è affermativa» e si basa su una serie di argomenti: (1) Il “Testimonium Flavianum” è presente in tutti i manoscritti greci e latini ed è ben difficile immaginare che l’invenzione di una scriba cristiano possa apparire identica su tutti i codici pervenutici; (2) La conferma di autenticità deriva dal brano già citato sul martirio di Giacomo, come ha spiegato il biblista J.M. Garcia: «Senza dubbio tutti gli studiosi considerano autentico il racconto sul martirio di Giacomo e, di conseguenza, anche il riferimento a Gesù, giacché non è il modo cristiani di alludervi. Orbene, il fatto che Giuseppe Flavio non si soffermi a specificare chi sia questo Gesù ci porta a supporre che lo abbia già fatto in un brano precedente; l’unico possibile è quello denominato Testimonium Flavianum» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 36-40); (3) Il vocabolario e la grammatica del passo (senza interpolazioni) è molto coerente e caratteristico dello stile e della lingua di Flavio Giuseppe, al contrario dello stile del Nuovo Testamento; (4) La descrizione di Gesù, spogliata dai tre passaggi cristiani, è concepibile sulla bocca di un giudeo che non è particolarmente ostile al cristianesimo ma non sulla bocca di un cristiano antico o medioevale (esprime una cristologia insufficiente, anche considerando i tre passi palesemente cristiani): «se un copista avesse voluto introdurre negli scritti di Giuseppe una solida testimonianza delle qualità di Gesù (facendo del Testimonium una tarda interpolazione), l’avrebbe fatto senz’altro con più fervore e in modo più scontato» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 42). Anche parlare di “tribù” non è concepibile nel linguaggio cristiano e suggerisce un tono dispregiativo; (5) Flavio Giuseppe sembra ignorare materiale e affermazioni fondamentali nei quattro vangeli canonici, addirittura contrastando le informazioni (secondo Giuseppe, Gesù convinse molti giudei e molti pagani, al contrario di quanto dicono i vangeli) e non riflette un modo cristiano di trattare la questione del motivo della condanna a morte di Gesù. Un altro esempio è la trattazione completamente separata di Giovanni Battista e Gesù, senza nessun rapporto tra loro, contraddicendo il quadro neotestamentario del Battista come precursore di Gesù. La definitiva conclusione di J.P. Meier è che «una regola metodologia fondamentale è che, a parità di condizioni, si deve preferire la spiegazione più semplice, che comprende anche la più ampia quantità di dati. Perciò sostegno che la spiegazione più probabile del Testimonium è che, privato delle tre affermazioni ovviamente cristiane, contiene quanto Flavio Giuseppe scrisse». Robert Van Voorst, docente di New Testament Studies al Western Theological Seminary del Michigan, ha infatti osservato che «questo è uno dei tanti motivi per cui gli studiosi ritengono la fonte di Flavio Giuseppe indipendente dal Nuovo Testamento» (Jesus Outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, Grand Rapids 2000, p. 27)

Sempre lo studioso americano Meier, ha anche risposto all’obiezione principale di coloro che negano l’autenticità del Testimonium, ovvero lo strano silenzio su questo brano da parte dei padri della chiesa prima di Eusebio. Se non lo hanno citato, dicono i critici, è perché ancora nessun cristiano lo aveva inventato e attribuito a Flavio Giuseppe. Il biblista americano ha fatto notare: «I padri della chiesa non erano interessati a citarlo, infatti non sostiene minimamente il contenuto principale della fede cristiana in Gesù come Figlio di Dio che è risorto da morte. Questo spiegherebbe perché Origine nel III sec. affermava che Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Messia. Il testo di Origene del Testimonium era privo delle interpolazioni e, senza di esse, il Testimonium attestava semplicemente, agli occhi dei cristiani, l’incredulità di Flavio Giuseppe. Non era dunque un utile strumento apologetico per rivolgersi ai pagani o un utile strumento polemico nelle controversie cristologiche tra i cristiani. In realtà, se non c’era nella copia di Giuseppe in possesso di Origene qualcosa come il testo che abbiamo ricostruito, rimane da chiedersi che cosa nel testo ha spinto Origene ad affermare apoditticamente che Flavio Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Cristo. Il passo su Giacomo nel libro 20 non è una ragione sufficiente». Per questo, «il tono distaccato, o ambiguo, o forse di considerazione abbastanza scarsa, del Testimonium, è probabilmente la ragione per cui i primi scrittori cristiani (specialmente gli apologisti del II sec.) lo passarono sotto il silenzio, per cui Origene si dolse che Flavio Giuseppe non credesse che Gesù era il Cristo, e per cui un (alcuni) interpolatore(i) aggiunse(ro) le affermazioni cristiane verso la fine del III sec» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 71,85). Anche B.D. Ehrman, della University of North Carolina, ha usato questa contro-argomentazione: «la versione ridotta di Giuseppe -quella ritenuta originale da altri studiosi, senza le integrazioni cristiane- contiene ben poche informazioni di cui i primi scrittori cristiani avrebbero potuto servirsi per difendere Gesù e i suoi seguaci dagli attacchi degli intellettuali pagani. E’ un’esposizione assai neutrale. Il fatto che Gesù fosse ritenuto un saggio o che avesse compiuto opere straordinarie non avrebbe fatto molta strada nel repertorio degli apologeti cristiani». In ogni caso, «la mia opinione sulla storicità di Gesù non dipende dall’affidabilità della testimonianza di Giuseppe, anche se ritengo sostanzialmente autentico il brano» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 64, 350). Come Meier e Ehrman la pensano anche, ad esempio, Louis H. Feldman della Yeshiva University (in Josephus, Judaism and Christianity, Brill Academic Pub 1997, p.55), Edwin M. Yamauchi della Miami University (in “Josephus and the Scriptures” Fall 1980, pp.213,214) e tanti altri.

Una recente scoperta ha gettato inoltre nuova luce sul dibattito: nel 1972 il prof. Shlomo Pinès dell’Università di Gerusalemme ha sostenuto l’autenticità del Testamentum Flavianum nella versione conosciuta dalle fonti antiche (seppur con piccole variazioni) basandosi su un codice arabo del X sec. che si ritrova nella Kitab Al-Unwan (Storia universale) di Agapio, vescovo cristiano di Ierapoli (Siria), il quale ha riportato il passo delle Antichità Giudaiche nella seguente forma: «Afferma l’ebreo Giuseppe, che racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: “In questo tempo, viveva un uomo saggio, che si chiamava Gesù. Egli aveva una condotta irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre Nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e a morte. Quelli che divennero suoi discepoli non cessarono di seguire i suoi insegnamento. Essi raccontarono che egli era apparso loro il terzo giorno dopo la sua crocifissione e che egli era vivo. A questo proposito, egli forse era il Messia di cui i profeti avevano raccontato le meraviglie”» (S. Pines, An Arabic version of the Testimonium Flavianum and its implications, Israel Academy of Sciences and Humanities 1971). Il testo, seppur Agapio affermi di basarsi su una più antica cronaca in siriaco di Teofilo di Edessa (morto nel 785), andata persa, è stato comunque riconosciuto come attendibile e privo di interpolazioni cristiane, la maggior parte degli studiosi lo considera originale di Flavio Giuseppe o, comunque, molto vicino a quanto ha davvero scritto.

Sintetizzando il contributo di Flavio Giuseppe, si può affermare: «La mera esistenza di Gesù è già dimostrata dal primo accenno a Gesù nel racconto della morte di Giacomo, nel libro 20. Il più esteso Testimonium nel libro 18 ci mostra che Flavio Giuseppe era informato almeno di alcuni fatti salienti della vita di Gesù. Indipendentemente dai quattro vangeli, ma confermando la loro presentazione fondamentale: durante il governo di Ponzio Pilato -dunque tra il 26 e il 36 d.C.- apparve sulla scena religiosa della Palestina un uomo chiamato Gesù. La sua reputazione nacque dalla sapienza che manifestò nell’operare miracoli e nell’insegnare. Conquistò un ampio seguito, ma (perciò?) i capi giudei lo accusarono davanti a Pilato. Pilato lo fece crocifiggere, ma i suoi ferventi seguaci rifiutarono di abbandonare la loro devozione a lui, nonostante la sua morte disonorevole» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 83-85). Giuseppe, lo ricordiamo, era nato a Gerusalemme nel 37 d.C. da una famiglia sacerdotale che fece parte dell’élite del Tempio durante la vita pubblica, il processo e la condanna di Gesù: questo significa che disponeva di informazioni di prima mano su quanto testimoniava. Ci si aspetterebbe da lui una confutazione di quanto affermavano i seguaci di Gesù, una negazione dei miracoli e, se consideriamo come attendibile la versione di Agapio, un commento scettico alla notizia della resurrezione. Invece il ritratto di Gesù è segnato dal rispetto verso quest’uomo, riconoscendone con realismo l’eccezionalità. «In sintesi, Giuseppe offre in questi due passi qualcosa di unico tra tutte le antiche testimonianze non cristiane su Gesù: un testimone neutrale, indipendente e molto attendibile ci riferisce che Gesù fu un uomo saggio che i suoi seguaci chiamavano “il Cristo”», ha scritto Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan (R.E. Van Voorst, “Jesus Outside the New Testament”, B. Eerdmans Publishing 2000, p.103-104). Ribadiamo dunque l’importante dato dell’indipendenza di Flavio Giuseppe dalle fonti cristiane, in quanto «non c’è nessuna attestazione probante che conoscesse uno qualsiasi dei quattro vangeli» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 2, Queriniana 2003, p. 116).

 

TALMUD BABILONESE (Trattato bSanhedrin 43a)
Un baraitha del II secolo, conservata nel trattato Sanhedrin del Talmud di Babilonia, recita così: «Viene tramandato: Alla vigilia (del sabbat e) della pasqua si appese Jesu (il nazareno). Un banditore per quaranta giorni andò gridando nei suoi confronti: “Egli esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui”. Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero alla vigilia della pasqua. Disse Ulla: “Credi tu che egli sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto “Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!”. Con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno» (Sanhedrin B, 43b).

Alcuni studiosi, il più radicale è certamente J. Maier (cfr. J. Maier, Jesus von Nazareth in der talmudischen Uberlieferung, Wissenschaftliche Buchgesellsschaft 1978, p. 263-275), si sono rifiutati di identificare questo reo con Gesù, ritenendo l’appellativo “il nazareno” un’aggiunta posteriore. A loro giudizio si farebbe riferimento a un certo Yeshu, discepolo di un rabbino del 100 a.C., nominato in Sanh. 107b, reo di aver praticato la stregoneria e di aver esortato Israele al peccato. Altri la pensano diversamente, il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, ha spiegato ad esempio che «l’appellativo “il nazareno” è molto ben testimoniato. D’altra parte, sembra molto probabile che in origine il nome di Yeshu non figuri nel passo di bSanh 107b, considerato che la stessa notizia appare priva di nomi in altri due posti (cfr bSot47a e pHag77d)». Inoltre, sono tante le coincidenze con Gesù: «accuse analoghe contro Gesù appaiono nel Nuovo Testamento (Mt 12,24; Lc 23,2), l’essere appeso va sicuramente interpretato in riferimento alla crocifissione visto che è un fato ben noto. E’ molto improbabile che questo termine qui stia ad indicare un’esposizione del cadavere dopo la lapidazione. Di fatto il testo non dice nulla sull’esecuzione della lapidazione: il che risulta sorprendente, qualora proprio quello sia stato il metodo di esecuzione. Singolare la coincidenza relativa al giorno della morte di Gesù in questo testo rabbinico e nel vangelo di Giovanni (19,14)» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 33-35).

La prof.ssa Jaqueline Genot-Bismuth, docente di Ebraismo antico presso l’Università di Parigi, ha sottolineato come il riferimento a Yeshu (=Gesù) concorda con la cronologia della passione del quarto vangelo, «così in qualche modo i due testi si autenticano a vicenda e ci fanno dedurre che la tradizione a cui fanno capo risalga bene a dei testimoni oculari» (J. Genot-Bismuth, Un homme nommé Salut: genèse d’une “hérésie” a Jérusalem, O.E.I.L 1986, p. 267). Anche J. Klausner, importante storico israeliano, ha accettato questo riferimento a Gesù di Nazareth (cfr. J. Klausner, Jesus of Nazareth. His Life, Times and Teaching, Macmillan 1925, p. 23), mentre J.P. Meier non lo ha ritenuto un passo indipendente dai vangeli: «qui non c’è niente che non sappiamo dai vangeli e molto verosimilmente il testo talmudico è semplicemente una reazione alla tradizione evangelica» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 101).

 

TALMUD BABILONESE (Trattato pTa’anit 65b)
Un altro possibile riferimento è contenuto nel trattato sul digiuno, che recita: «Abbahu dice: “Se qualcuno ti dice “Io sono Dio”, egli è un mentitore; (se ti dice) “Io sono il figlio dell’uomo”, alla fine dovrà pentirsene; (se ti dice) “Io ascenderò al cielo”, lo dice e non lo può fare».

Sembra qui apparire una polemica su quanto affermato da Gesù davanti al sinedrio, come riferisce Mc 14,62. Tenendo però presente l’informazione offerta da Celso secondo cui i falsi profeti hanno utilizzato espressioni simili, il testo potrebbe anche alludere a tali falsi profeti e messia e non necessariamente a Gesù.

 

TALMUD BABILONESE (Trattato b’Aboda zara 16b)
Nel trattato dedicato all’idolatria e agli idoli, si legge: «Rabbi Eliezer disse: una volta camminavo al mercato superiore di Sepporis e incontrai uno dei discepoli di Ješu ha-nôserî (Gesù il nazareno), chiamato Giacobbe del villaggio di Sekhanjaa. Egli mi disse: “Nella vostra Torah è scritto: ‘Non porterai il denaro di una prostituta nella casa del Signore’ (Dt. 23,19). Com’è? Non si può con esso costruire una latrina per il sommo sacerdote? Io non gli risposi. Egli mi disse: “Così mi ha insegnato Gesù il nazareno (Ješu ha-nôserî): ‘Fu raccolto a prezzo di prostitute e in prezzo di prostitute tornerà’ (Mi 1,7); da un luogo di sozzura è venuto e in un luogo di sozzura andrà”. La parola mi piacque; perciò io fui arrestato di eresia».

Il rabbino Eliezer è uno dei maestri più citati nella tradizione rabbinica, il testo non riporta un detto autentico di Gesù ma riflette piuttosto la convivenza tra giudei e cristiani in Palestina. Secondo alcuni studiosi (ad esempio J. Jeremias), le versioni più antiche del racconto parlano di un detto eretico attribuito a questo discepolo di Gesù senza specificarne il contenuto, il detto sarebbe stato inventato successivamente per soddisfare la curiosità dei lettori e per screditare Gesù. Anche J.P. Meier si dichiara scettico sull’autenticità del passo, ritenendo che sia «un’invenzione polemica per mettere in ridicolo Gesù» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 103). Lo studioso ebreo J. Klausner, invece, ha sostenuto l’affidabilità del passo (cfr. J. Klausner, Jesus of Nazareth. His Life, Times and Teaching, Macmillan 1925, p. 37-44).

 

TALMUD BABILONESE (Sinedrio 67a)
Nel Sinedrio 67a del Talmud si legge: «E lo hanno fatto a Ben Stada a Lidda, essi lo appesero alla vigilia della Pasqua ebraica Ben Stada era Ben Padira Rabbi Hisda ha detto: “Il marito è Stada, la madre di l’amante Panthera era sposato con Stada. Sua madre era Miriam, una lavandaia o dal parrucchiere”».

Come ha scritto B.D. Ehrman, «da tempo gli studiosi hanno ammesso che tale tradizione sembra rappresentare un ingegnoso attacco all’idea cristiana della nascita di Gesù quale “figlio di una vergine”. Il termine greco che traduce la parola vergine è parthenos, la cui pronuncia è assai simile a quella di Panthera» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 69). Molto probabilmente non è un brano indipendente dai vangeli.

 
 

3. CONCLUSIONE SULLE FONTI NON CRISTIANE

Il risultato finale dello studio sulle varie fonti non cristiane è abbastanza scarso, sopratutto risultano controverse le fonti rabbiniche. Su queste ultime, in particolare, occorre sottolineare che «la tendenza generale di antiche fonti giudaiche, che non negano l’esistenza e l’esecuzione di Gesù. In verità, neppure i miracoli di Gesù sono negati, ma sono piuttosto interpretati come atti di stregoneria». Tuttavia «quando possiamo realmente trovare tali riferimenti nella letteratura rabbinica posteriore, essi sono molto probabilmente reazioni ad affermazioni cristiane, orali o scritte», dunque non fonti indipendenti. In ogni caso, «anche se accettassimo tutte le affermazioni, queste non aggiungerebbero niente di nuovo all’informazione che già abbiamo dal Nuovo Testamento» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 101, 104, 105).

Per quanto riguarda gli altri tipi di fonti non cristiane dobbiamo riconoscere che non abbiamo informazioni nuove ma, semmai, ci viene confermata -in maggior parte in modo indipendente (ovvero senza attingere a documenti cristiani)-, l’esistenza storica di Gesù e diversi eventi della sua vita pubblica di cui parlano le fonti cristiane. Non è poco constatare che non esistono grandi differenze o contraddizioni con i Vangeli (e le fonti cristiane in generale, che vedremo in seguito). Grazie a questo lavoro, comunque, possiamo definire il contributo delle fonti non cristiane: «Queste fonti si oppongono categoricamente a ogni tentativo, passato e recente, di ridurre Gesù di Nazareth a pura finzione. Gesù non è il risultato della fantasia di alcuni falsari, che hanno creato questo personaggio fondendo tra di loro racconti mitici e informazioni derivanti dalle religioni pagane. A differenza dei miti, le notizie su Gesù e il cristianesimo nascente precisano tempi e luoghi, parlano di avvenimenti storici. Va pertanto dedotto che le concezioni pagane non stanno alla base della fede cristiana» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 40).

Sintetizzando possiamo così elencare cronologicamente le testimonianze principali degli autori non cristiani:
50 d.C. testimonianza di Tallo: conosciuta tramite fonti secondarie è un tentativo di spiegare naturalmente l’oscuramento del cielo alla morte di Gesù, episodio citato anche dai Vangeli. Non è né dimostrata né confermata l’indipendenza dai Vangeli;
64-65 d.C. testimonianza di Petronio: parodia degli scritti cristiani, non è una fonte indipendente;
dopo il ’73 d.C. testimonianza di Mara Bar Serapion: autentica e indipendente, conferma l’omicidio di Gesù (chiamato “re”) attribuendolo ai Giudei;
93-94 d.C. testimonianza di Flavio Giuseppe: il Testimonium Flavianum, in particolare, epurata dalle piccole interpolazioni è una conferma autentica e indipendente di diversi fatti salienti della vita di Gesù;
112 d.C. testimonianza di Plinio il Giovane: autentica e indipendente, conferma che verso la fine del I secolo i cristiani adoravano Cristo «come se fosse un dio»;
115 d.C. testimonianza di Svetonio: autentica e indipendente, a metà del I sec. si rileva che i cristiani parlano di Cristo come ancora vivente tra loro;
115-117 d.C. testimonianza di Tacito: autentica e indipendente, conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
162 d.C. testimonianza di Marco Cornelio Frontone : autentica e indipendente (dai Vangeli), conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
170 d.C. testimonianza di Luciano di Samosata: autentica ma forse non indipendente dalle fonti cristiane, conferma in particolare la morte di Gesù;

 
 

4. FONTI CRISTIANE

Oltre alle fonti non cristiane, oltre ai quattro vangeli canonici (Marco, Matteo, Luca e Giovanni e le loro relative fonti: Q, L e M) esistono diverse altre fonti cristiane -precedenti e successive ai canonici- che confermano in modo indipendente diverse informazioni. Alcune di queste compaiono all’interno del Nuovo Testamento (fonti extra-canoniche) mentre altre no (fonti extra-testamentarie). Non sempre vengono tenute in considerazione perché si cade nel tranello della scarsa imparzialità, eppure come ha spiegato l’agnostico prof. B.D. Ehrman, «la maggior parte delle fonti è parziale: se gli autori non avessero opinioni sull’argomento, non ne parlerebbero» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 42). Chi ragiona in questo modo dovrebbe allora accantonare i resoconti sulla Guerra di indipendenza in quanto scritti dagli americani, dovrebbe criticare le cronache coeve a George Washington dato che sono scritte dai suoi seguaci, si dovrebbe dubitare dei dati biografici di Socrate, trasmessi dai suoi discepoli Senofonte e Platone o della veridicità delle gesta compiute da Cesare, narrate da lui stesso. «Qualunque cosa scritta viene scritta da un certo punto di vista. Il rigetto di una posizione di fede tradizionale non significa neutralità, significa semplicemente una differente prospettiva filosofica che è essa stessa una “posizione di fede”, nel senso ampio dell’espressione. Chiunque scrive sul Gesù storico scrive da qualche punto di vista ideologico, nessun critico ne è esente» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 13).

Tuttavia, non dobbiamo aspettarci di trovare in questo materiale informazioni aggiuntive rispetto a quanto già sappiamo nei quattro vangeli sinottici: per il Gesù storico questo materiale «fa poca differenza, poiché non aggiunge nulla di sostanziale all’insieme dei dati disponibili nei quattro vangeli». Al massimo sono documenti preziosi per confermare e controllare «la tradizione sinottica, non come fonti di nuova informazione» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 56,57).

 
 

a) FONTI CRISTIANE EXTRA-CANONICHE
Le fonti extra-canoniche corrispondono ai libri del Nuovo Testamento che non contengono una vera e propria biografia di Gesù, non hanno lo scopo di regredire una cronaca ma di servire all’annuncio della fede. Le descriviamo molto sinteticamente.

 

ATTI DEGLI APOSTOLI
Gli Atti degli Apostoli raccontano la diffusione del cristianesimo nell’Impero romano negli anni successivi alla morte di Gesù. Gli studiosi considerano tale opera indipendente dai Vangeli, scritta dallo stesso autore del Vangelo di Luca ma «rappresentano non una variazione redazionale di Luca, ma un’altra tradizione» indipendente (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 2, Queriniana 2003, p. 63,64,71). Secondo B.D Ehrman, studioso di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina, «gli Atti degli Apostoli è scritto dall’autore del Vangelo di Luca e conserva alcune tradizioni sulla vita di Gesù indipendenti da quanto riportato nei vangeli e, secondo la valutazione di quasi tutti gli esponenti della critica storica, si basa su tradizione che circolavano prima della stesura del vangelo […]. Il libro degli Atti offre un’altra dimostrazione, autonoma dai vangeli, che i cristiani delle origini erano persuasi che Gesù fosse stato un ebreo e un maestro di morale, ucciso a Gerusalemme dopo essere stato tradito da Giuda, uno dei suoi seguaci» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 106-109). La datazione della redazione degli Atti viene fatta risalire da Ehrman agli anni Ottanta d.C., anche se essi «conservano tradizioni primitive che sembrano risalire ai primissimi anni del movimento cristiano» (p. 173). Molti altri studiosi, tuttavia, hanno considerato altri aspetti (che non tratteremo qui) e datano la redazione di Atti molto prima, attorno agli anni Sessanta d.C. (cfr. J. Carmignac, La nascita dei vangeli sinottici, Edizioni Paoline 1985, p. 94).

 

TREDICI LETTERE DI PAOLO
La maggior parte delle lettere di San Paolo è autentica e da lui scritta (quasi certamente è pseudoepigrafa la Lettera agli Ebrei): si parte dalla epistola più antica, la Prima lettera ai Tessalonicesi scritta nel 49 d.C. fino all’ultima, la Lettera ai Romani scritta nel 61-62 d.C. (cfr. B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 118).

Oltre a confermare i dati sulla vita e la morte di Gesù, Paolo nelle sue lettere conferma anche gli insegnamenti che d’altra parte ha ricevuto personalmente da Pietro e Giacomo nel 35-36 d.C., dopo la sua conversione, ereditando le tradizioni che «risalivano probabilmente a un paio di anni circa dopo la morte di Gesù». Le informazioni fornite da Paolo «combaciano perfettamente con i dati forniti dalle tradizioni evangeliche, le cui fonti orali risalgono quasi certamente alla Palestina romana degli anni Trenta del I secolo» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, cit p. 132, 133). Secondo J.P. Meier diversi brani delle lettere paoline «offrono una fonte indipendente per controllare i sinottici», ma non aggiungono nulla da quanto già sappiamo: «Sono paralleli al materiale presente anche nei sinottici, al massimo potrebbero servire solo come controlli per la tradizione sinottica, non come fonti di nuova informazione», possono anche informarci dicendoci che «tali fatti riguardanti Gesù erano insegnamenti anche in chiese lontane non fondate da Paolo (Roma!) durante la prima generazione cristiana» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 54,55).

 

LETTERA AGLI EBREI
C’è ormai un consenso scientifico sul fatto che Paolo non sia il vero autore di questa epistola, il quale è un «cristiano anonimo molto colto del I sec» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 348). La fonte dello scritto, datato non oltre il 69 d.C., è basata su tradizioni orali indipendenti (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 117), le quali confermano diverse affermazioni contenute nei vangeli canonici.

 

LETTERE DI PIETRO
Su queste due epistole c’è un dibattito accademico sul fatto se siano state scritte o meno da Pietro, in ogni caso entrambe mostrano di non avere familiarità con i vangeli pur confermandone le informazioni: «Siamo di fronte a una testimonianza indipendente della vita di Gesù e della sua morte» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 115). La prima lettera, quasi certamente autentica, è probabilmente stata scritta vicino alla morte di Pietro (64 d.C.), mentre la seconda (quasi sicuramente pseudoepigrafica) è stata composta all’inizio del II secolo (100-160 d.C.).

 

APOCALISSE
Il libro dell’Apocalisse è ritenuto un’altra fonte indipendente alla tradizione cristiana e alla vita di Gesù, datata negli anni 90 d.C. Probabilmente non è stato scritto da Giovanni e certamente non ha tratto il materiale dal vangelo di Giovanni (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 116).

 

LETTERA DI GIUDA
La Lettera di Giuda è solitamente datata tra l’80 e il 90 d.C. e tradizionalmente attribuita all’apostolo Giuda Taddeo. Anch’essa mostra di non prelevare le informazioni dai vangeli e si dimostra essere una fonte cristiana indipendente.

 
 

b) FONTI CRISTIANE EXTRA-TESTAMENTARIE

Nel I e II secolo d.C. abbiamo diversi autori cristiani, le cui opere sono al di fuori del Nuovo Testamento, che trasmettono informazioni sul Gesù storico attestando la sua esistenza e confermando i vangeli canonici. Sono riconosciuti come fonti indipendenti (cioè non ricavano tutte le informazioni dalle fonti evangeliche).

 

PAPIA
Papia è stato un padre della Chiesa dell’inizio del II secolo, autore di cinque volumi intitolati Esposizione degli oracoli del Signore”, scritti tra il 120 e il 130 d.C., la cui esistenza è nota grazie alle citazioni di tale opera riportate da autori cristiani di epoca successiva (E. Novelli, “Esposizione degli oracoli del Signore. I frammenti”, Edizioni Paoline 2005). Viene ritenuto un testimone importante in quanto «era personalmente in contatto con persone che avevano conosciuto gli apostoli o i loro compagni. Quando essi si recavano nella città di Gerapoli in Asia Minore, in qualità di capo della Chiesa, Papia chiedeva loro cosa sapessero di Gesù e dei suoi apostoli […]. Si tratta di una testimonianza indipendente dai vangeli stessi e una testimonianza che si richiama in modo esplicito, credibile e diretto ai discepoli di Gesù» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 97-101).

 

IGNAZIO DI ANTIOCHIA
Ignazio fu uno degli autori più importanti del cristianesimo primitivo vissuto dal 35 d.C. (circa) al 107 d.C. (circa), i cui scritti non compaiono nel Nuovo Testamento. Fu vescovo di una importante comunità di Antiochia (Siria), è autore di numerose lettere, datate nei primi anni del II secolo, molte delle quali «contestano i cristiani convinti che Gesù non fosse stato un essere umano in carne ed ossa» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 102). Nelle sue epistole conferma diversi fatti della vita di Gesù, ecco un esempio: egli «è della stirpe di Davide secondo la carne, figlio di Dio per volere e potenza di Dio, generato veramente da una vergine, battezzato da Giovanni affinché da lui fosse compiuta ogni giustizia. Sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode è stato veramente inchiodato per noi nella carne […] per sollevare il suo stendardo nei secoli in forza della sua resurrezione […]. Io so e credo che anche dopo la risurrezione egli era nella carne» (Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi I-III). Occorre sottolineare che «nulla suggerisce che Ignazio abbia tratto le proprie idee dai libri che sarebbero entrati a far parte del Nuovo Testamento […], perciò costituisce un’ennesima testimonianza indipendente della vita di Gesù. Anche nel suo caso non si può obiettare che i suoi scritti siano troppo tardivi per essere di qualche utilità nella nostra ricerca. Non si può dimostrare che abbia fatto affidamento sui vangeli. Ed era vescovo di Antiochia, la città dove Pietro e Paolo avevano trascorso molto tempo, come ci comunica lo stesso Paolo nella Seconda lettera ai Galati» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012 p. 103,104).

 

LA PRIMA LETTERA AI CORINTI DI CLEMENTE ROMANO
La Prima lettera ai Corinti fu scritta attorno al 95 d.C. dai cristiani di Roma alla comunità ecclesiale di Corinto per sanare una situazione difficile. L’epistola è «tradizionalmente attribuita al quarto vescovo di Roma, Clemente, benché nella missiva non se ne sostenga la paternità. Ci sono ottime ragioni per ritenere che sia stata scritta nell’ultimo decennio del I secolo» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 104). Nella lettera si cita espressamente la Prima lettera ai Corinzi di Paolo mentre non fa alcun riferimento ai Vangeli e non sostiene di aver tratto alcuni detti di Gesù da alcun testo scritto. Per B.D. Ehrman si tratta di «un’ennesima testimonianza indipendente non solo della vita di Gesù come figura storica, ma anche di alcune delle sue azioni e dei suoi insegnamenti» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 104,105).

 

DIDACHE’ (O DOTTRINA DEI DODICI APOSTOLI)
La Didaché è un testo cristiano datato alla fine del I secolo, in particolare attorno al 70 d.C. (E. Prinzivalli e M. Simonetti, “Seguendo Gesù”, Fondazione Lorenzo Valla, 2010, p.10). La sua stesura «è probabilmente indipendente dai vangeli canonici» (M. Pesce, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, p. 47), seppur citi più volte direttamente un «vangelo» preesistente, confermando diverse informazioni dei canonici.

 
 

5. CONCLUSIONE GENERALE

Abbiamo osservato che gli storici, quando affrontano il tema del Gesù storico non fanno affidamento soltanto sui quattro vangeli (più le fonti presinottiche: Q, M e L e altre), ma anche su 8 testimonianze non cristiane, provenienti dal mondo ebraico, pagano e romano. Sono riconosciute come autentiche, come abbiamo visto, molte di loro sono indipendenti dalle fonti cristiane mentre altre no, in ogni caso tutte confermano le informazioni contenute nei vangeli senza alcuna contraddizione o tentativo di smentire i dati salienti della vita di Gesù di Nazareth. Oltre ad esse, abbiamo anche elencato 10 testimonianze cristiane indipendenti (Atti degli Apostoli, le tredici lettere paoline, la Lettera agli Ebrei, le due lettere di Pietro, l’Apocalisse, la Lettera di Giuda, gli scritti di Papia, di Ignazio, la Prima lettera di Clemente e la Didaché), che «forniscono un’ampia varietà di fonti che convalidano molti resoconti su Gesù senza dar prova di aver collaborato. Senza contare tutte le tradizioni orali in circolazione prima dei testi scritti che ci sono pervenuti» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 142).

Sintetizzando possiamo elencare in ordine cronologico le fonti indipendenti cristiane e non cristiane:
50 d.C. testimonianza di Tallo: conosciuta tramite fonti secondarie è un tentativo pagano di spiegare naturalmente l’oscuramento del cielo alla morte di Gesù, episodio citato anche dai Vangeli. Non è né dimostrata né confermata l’indipendenza dai Vangeli;
49-62 d.C. testimonianza di San Paolo: le tredici lettere di Paolo sono (quasi tutte) autentiche e certamente indipendenti dai vangeli, confermano la vita di Gesù e i suoi insegnamenti;
64 d.C. testimonianza della Prima lettera di Pietro: dubbi sull’autenticità, comunque è certamente una fonte cristiana indipendente della vita e della morte di Gesù;
60-80 d.C. testimonianza degli Atti degli Apostoli: libro cristiano indipendente dai vangeli di cui conferma molte informazioni, riporta antiche tradizioni sulla vita di Gesù (anni 30);
68 d.C. testimonianza della Lettera agli Ebrei: si basa su tradizioni cristiane orali indipendenti che confermano i vangeli;
70 d.C. testimonianza della Didaché: fonte cristiana indipendente dai vangeli, conferma diverse informazioni;
dopo il 73 d.C. testimonianza di Mara Bar Serapion: fonte pagana autentica e indipendente dai vangeli, conferma l’omicidio di Gesù (chiamato “re”) attribuendolo ai Giudei;
80-90 d.C. testimonianza della Lettera di Giuda: fonte cristiana indipendente dai vangeli sulla vita di Gesù;
90 d.C. testimonianza dell’Apocalisse: fonte cristiana indipendente dai vangeli, conferma vari aspetti della vita di Gesù;
93-94 d.C. testimonianza di Flavio Giuseppe: il Testimonium Flavianum, in particolare, epurata dalle piccole interpolazioni è una conferma ebraica autentica e indipendente di diversi fatti salienti della vita di Gesù;
95 d.C. testimonianza della Prima lettera ai Corinti di Clemente Romano: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli, conferma la vita di Gesù e i suoi insegnamenti;
100 d.C. testimonianza della Seconda lettera di Pietro: dubbi sull’autenticità, comunque è certamente una fonte cristiana indipendente della vita e della morte di Gesù;
100-107 d.C. testimonianza di Ignazio di Antiochia: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli, conferma diversi fatti della vita di Gesù;
112 d.C. testimonianza di Plinio il Giovane: fonte romana autentica e indipendente, conferma che verso la fine del I secolo i cristiani adoravano Cristo «come se fosse un dio»;
115 d.C. testimonianza di Svetonio: autentica e indipendente, a metà del I sec. si rileva che i cristiani parlano di Cristo come ancora vivente tra loro;
115-117 d.C. testimonianza di Tacito: fonte romana autentica e indipendente, conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
120-130 d.C. testimonianza di Papia: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli;
162 d.C. testimonianza di Marco Cornelio Frontone : fonte romana autentica e indipendente (dai Vangeli), conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
170 d.C. testimonianza di Luciano di Samosata: fonte greca autentica ma forse non indipendente dalle fonti cristiane, conferma in particolare la morte di Gesù;

Certo, Gesù di Nazareth fu, per i motivi che abbiamo spiegato, un personaggio marginale tra i suoi contemporanei. Tuttavia i dati salienti della sua vita hanno lasciato comunque numerose tracce in diversi documenti, cristiani e non. Tutti questi dati, perciò, «forniscono allo storico una dovizia di materiali su cui lavorare, un fatto piuttosto insolito per le testimonianze sulla vita di chiunque, letteralmente chiunque, sia vissuto nel mondo antico» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 79). Non solo, dunque, non è più possibile metterne in dubbio la storicità (e nessuno più lo fa), ma è anche d’obbligo ritenere i vangeli -le fonti più complete che abbiamo sulla vita di Gesù- dei documenti storici, la cui attendibilità è confermata da quasi 20 documenti indipendenti, cristiani e non cristiani, risalenti ai primi due secoli dell’era cristiana.

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