La profezia delle “settanta settimane”

La cosiddetta profezia delle “Settanta settimana” è contenuta nell’Antico Testamento, in particolare nel Libro di Daniele e sembra predire esattamente la venuta del Messia.

Secondo Wikipedia (e anche Cathopedia) l’ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi sarebbe che la redazione definitiva del Libro sia avvenuta in Giudea attorno al 164 a.C., elaborando materiali antichi. E’ una decisione presa durante gli anni di razionalismo e revisionismo storico, dove venne messa in dubbio anche l’autenticità stessa del libro di Daniele. Fu l’Encyclopedia Britannica a sostenere che la data avrebbe dovuto collocarsi tra il 167 e il 164 a.C., rifacendosi alle teorie del III secolo d.C. avanzate dal filosofo anticristiano Porfirio. Molti studiosi oggi ritengono comunque che la data di compilazione sia attorno al 536 a.C. e che il Libro sia stato redatto a Babilonia. Ma questo non interessa molto la nostra trattazione, quello che è importante è che sia certificata la sua presenza prima di Cristo.

La stratificazione di testi diversi si riflette nel fatto che il Libro è scritto in parte in ebraico, aramaico e in parte in greco. I contenuti sono basati sulle parole del profeta Daniele, vissuto durante l’esilio babilonese (a partire dal 605 a.C.). Secondo lo storico Giuseppe Flavio, Daniele fa parte della stirpe regale davidica (Antichità giudaiche, X,X,1). Moltissimi storici concordano sul fatto che Daniele, oltre 500 anni prima (o oltre 100 anni prima a seconda dei punti di vista) profetizzò in modo dettagliato la venuta di Gesù Cristo, la sua Passione, la morte e la distruzione di Gerusalemme, indicando il preciso periodo temporale in cui tutto questo sarebbe dovuto avvenire. Questa è la cosiddetta “profezia delle settanta settimane”. E’ importante sottolineare ancora che il contenuto della profezia venne ultimato, diffuso e conosciuto sicuramente prima del 163 a.C.

 

 
 
 
 
 
 
 

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LA PROFEZIA DI DANIELE

Il Libro racconta che nel 538 a.C. Ciro II di Persia (detto anche “il Grande”) conquista il regno babilonese ed emette un editto con il quale consente agli ebrei di fare ritorno in patria e ricostruire il tempio di Gerusalemme. Questo fatto era stato profetizzato dal profeta Geremia (cfr. La profezia del profeta Geremia). Gruppi di ebrei cominciarono a tornare, e Daniele, facendo parlare Dio, annuncia loro questa profezia.

«Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi. Sappi e intendi bene. Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane. Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati e ciò in tempi angosciosi. Dopo sessantadue settimane un unto (che significa Messia, Cristo, nda) sarà soppresso senza colpa in lui. Il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta. Sull’ala del Tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore» (Dan 9,24-27)

SI PARLA DI ANNI E NON DI SETTIMANE. Questo genere di profezia è unica nell’Antico Testamento. Non solo Daniele annuncia che sta per finire l’esilio e Israele sta per tornare, ma pare proprio indicare un preciso momento della storia -ovvero fra «Settanta settimane»- quando sarà instaurato il regno del Messia, del Cristo. Osserviamo che si parla di «settimane» e non di «anni», tuttavia tutte le interpretazioni ritengono però che si tratti di settimane di anni, quindi in totale 490 anni (70×7). Questa chiave di lettura coincide con altri passaggi nella Bibbia: in Genesi 29,26-28 si legge: «Rispose Làbano: “Non si usa far così nel nostro paese, dare, cioè, la più piccola prima della maggiore. Finisci questa settimana nuziale, poi ti darà anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni». E in Levitico 25:8: «Conterai pure sette settimane d’anni: sette volte sette anni; e queste sette settimane d’anni ti faranno un periodo di 49 anni». Inoltre, la frase di Daniele non avrebbero assolutamente senso se assumessimo che, ad esempio, in 7 giorni si possa stringere alleanza con molti e che addirittura in metà settimana, quindi in 3,5 giorni (??), si possano interrompere sacrifici e offerte sacrificali (ricordiamo che la cadenza settimanale di sette giorni era già accertata da dopo l’esilio babilonese, quindi nel 586 a.C., anche se probabilmente l’uso preesisteva da molto tempo. Anche la versione italiana della Bibbia ebraica, edizione del 1967, fa notare: «Qui settimane si devono intendere di anni; settanta settimane di anni» (Gli agiografi, ed. 1967, p. 271).

Le settanta settimane (490 anni) vengono quindi divise da Daniele in modo preciso in tre periodi: 7 settimane (ovvero, 49 anni), 62 settimane (434 anni) e 1 settimana (7 anni). Le prime 7 settimane (49 anni) passeranno dal decreto per la ricostruzione di Gerusalemme fino alla fondamentale figura di un consacrato (che nella versione greca di Teodizione viene definito “unto”, nel senso della consacrazione ebraica e “comandante o “leader”). Dopo le 7 settimane, ci vorranno altre sessantadue settimane (434 anni) per ricostruire Gerusalemme e il Tempio. Sarà un periodo di lotta e di prove. Dopo questi 483 anni (49 + 434), verrà il Messia e sarà ucciso ingiustamente. Dopo di ché, in una settimana (cioè 7 anni), un principe straniero distruggerà Gerusalemme e il Tempio, ponendo fine del culto antico. Il termine «inondazione» sottolinea il carattere apocalittico dell’evento.

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COMPIMENTO DELLA PROFEZIA DI DANIELE CON GESU’

Per calcolare precisamente l’anno in cui la profezia si sarebbe dovuta compiere occorre valutare diverse varianti:
1) Identificare il decreto per la ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio che il libro di Daniele indica come punto di partenza (“starting point”) delle «Settanta settimane».
2) Stabilire a che tipo di anno si fa riferimento, se quello solare di 365 anni o quello di 360 di cui si parla anche nella Genesi e nell’Apocalisse. Molti studiosi propendono per la seconda, anche se comunque il margine di errore è veramente trascurabile.

SI COMINCIA DA ARTASERSE II (445 a.C.). La profezia di Daniele chiede di partire a contare: «Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme». Tra tutte le ipotesi possibili, l’unica a rispettare queste richieste è quella che parte dal decreto di Artaserse II del 445 a.C. nel mese pasquale di Nisan, dove, come si legge in Neemia 2:1, a differenza di tutti quelli precedenti (Ciro, Dario I, che poi confermò soltanto l’editto di Ciro, e Artaserse I Longimano) autorizzava effettivamente la ricostruzione di Gerusalemme e delle sue mura. Il decreto di Artaserse II è stato sicuramente emesso nel 445 d.C., il livello di certezza è elevatissimo e deriva da fonti bibliche, non bibliche, da registrazioni astronomiche e dalle tavole cronologiche di Claudio Tolomeo. Anche se si considera l’anno sidereo di 365 il risultato, come dicevamo, differisce di poco.

SETTE SETTIMANE FINO A ESDRA. La profezia di Daniele continua così: «Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane». Partendo dal 445 a.C. e avanzando di sette settimane, ovvero 49 anni “profetici” (in realtà sono 48 quelli “reali”) fino al 397 a.C. si arriva ad un personaggio chiave per la rinascita di Israele (un «principe consacrato»), sia dal punto di vista civile che religioso. Proprio in quell’anno corrisponde il nulla osta di Artaserse II ad alcuni capi di Israele capeggiati da Esdra, per tornare a Gersusalemme e rifondare lo Stato ebraico. Esdra è un sacerdote e scriba che ricostruì l’identità religiosa e civile di Israele. Ebbe un ruolo molto importante, viene considerato come una delle figure più importanti dell’Antico Testamento e gli ebrei lo considerarono come un secondo Mosè. Humphrey Prideaux ha scritto: «Esdra è stato visto come un altro Mosè, con ragione è stato considerato il secondo fondatore della Chiesa e dello Stato dei Giudei» (J. Prideaux, “Histoire des Juifs”, t. II, cap. V). Esdra dunque corrisponde perfettamente all’identikit richiesto.

69 SETTIMANE FINO ALLA PASSIONE DI GESU’. Dopo queste sette settimane in cui abbiamo trovato Esdra (“principe consacrato”), la profezie continua: «dopo sessantadue settimane un unto sarà soppresso senza colpa in lui». Per capire a chi portasse questo “unto”, R. Anderson e successivamente H.W. Hoehner (e molti altri prima di loro) hanno fatto qualche semplice calcolo adottando l’anno biblico di 360 giorni: moltiplicando le 69 settimane di anni citate dalla profezia (7+62) per una settimana di anni (7 anni) si trova che gli anni effettivi sono 483. Per sapere il numero dei giorni è semplice: 483 moltiplicato per 360 (ovvero i giorni dell’anno biblico) = 173.880 giorni. Questo il numero di giorni effettivo che secondo Daniele devono trascorrere tra l’editto di Artaserse II e la soppressione di un “unto innocente”. Ora, prendendo in considerazione l’anno di morte di Gesù, il 32 d.C. si arriva a questo strabiliante risultato: tenendo conto che l’anno 0 non esiste, considerando che dall’anno x1 a.C. all’anno x2 d.C. sono trascorsi (x1 + x2 -1) anni, dunque 476, e tenendo conto infine che un anno solare dura esattamente 365 gg, 5 h, 48 m, 45,8 s (quindi 365,2421968 giorni), si conclude che dal 445 a.C. al 32 d.C. sono passati esattamente 476 x 365,2421968 = 173.885,2857 giorni. Come si vede è un numero vicinissimo a quello voluto dalla profezia (173.880). Se poi consideriamo l’anno sidereo (o siderale) di 365 gg, 6 h, 9 min, 10 sec (365,2563657 gg), risulta che i giorni trascorsi sono pari a 173.862,0301 giorni (365,2563657 x 476), avvicinandoci dunque ancora di più. Dal 445 a.C. al 32 d.C. passano esattamente 69 settimane di anni con uno scarto inferiore ad un mese, la Passione di Gesù dunque viene centrata perfettamente dalla profezia di Daniele.

GESU’ CORRISPONDE AL PROFILO CHIESTO DA DANIELE. Il profeta utilizza per indicare questa figura la parola ebraica “Mesîah Nagid”, che deriva dalla radice aramaica “mashac” e significa “ungere”. La parola “Nagid”, usata come aggettivo (mentre Messia è il sostantivo), significa propriamente capo, conduttore, guida, duce, principe; letteralmente in ebraico: “quello che sta alla testa”, ma è usato nella sua funzione religiosa, il pastore che è stato designato da Dio per la Sua opera. L’espressione viene comunque tradotta dalla versione Vulgata come “Christum Ducem”, dalla Siriaca come “Cristo-Re”, da Teodozione come “Cristo egoumenou”. Va rilevato che il testo non dice: “fino a un capo, o conduttore, o guida o duce, il quale è stato unto”, ma “fino a (alla venuta di) un Unto”, a un prescelto quale Messia che è al tempo stesso capo, o conduttore, o guida, o duce. Daniele non intende dunque un personaggio qualunque e sconosciuto che per le sue caratteristiche è stato unto, ma specificamente l’Unto di Dio, il Messia, che è altresì capo, conduttore, guida, duce, e che Israele attendeva non solo per sé, ma come guida di tutte le nazioni. L’evidenza è così palese che coloro che vogliono rifiutare la messianicità della profezia identificano questo personaggio con il sommo sacerdote Onia III, e non possono che scrivere -come la “Bibbia di Gerusalemme”– che «lo stile letterario è allusivo e misterioso così fa intendere che il testo ha una portata alta» (La Bibbia di Gerusalemme, EDB 2002, a pag. 1938). Il filologo P. Winandy scrive: «Abbiamo notato che la letteratura qumraniana dà generalmente una prospettiva escatologica ad entrambi i termini “unto” e “capo”. Essi non sono mai applicati a un personaggio storico contemporaneo. Nell’apocalisse di Daniele, facendo parte di questa categoria di letteratura, siamo portati, di conseguenza, a dare a questi due termini una prospettiva messianica» (P. Winandy, “Étude philologique de Daniel” 9:24-27, 1977, p. 279). Insomma, solo il Cristo è l’unico personaggio dell’Antico Testamento ad essere sacerdote e re.

ULTIMA SETTIMANA: DISTRUZIONE DI GERUSALEMME (70 d.C.). La profezia di Daniele si chiude annunciando che dopo la venuta del Messia: «Il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta. Sull’ala del Tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore». Nessun altro evento storico, ad oggi, può soddisfare l’avverarsi di questa profezia se non la distruzione del tempio e della città avvenuta per mano dei romani nel 70 d.C. Si tratta dell’epilogo della guerra romano-giudaica del 67-74 d.C. che coincide perfettamente con gli eventi preconizzati da Daniele: dura esattamente 7 anni, ovvero una settimana di anni. Lo storico Giuseppe Flavio racconta nelle sue “Guerre Giudaiche” che il tempio è stato distrutto solo due volte nella storia: dai babilonesi la prima volta e dal futuro imperatore Tito la seconda ed ultima volta. Lo stesso viene confermato dalla Mishnah ebraica. Non c’è dunque nessun’altra interpretazione possibile che combaci con la profezia di Daniele. Il «principe che verrà» coincide con Vespasiano e poi Tito, leader dell’esercito romano, il quale effettivamente strinse «una forte alleanza con molti per una settimana», dove questi «molti» furono i regni circostanti come descritto nel dettaglio da Giuseppe Flavio in “Guerra giudaica”, e proprio costoro furono i più crudeli verso gli ebrei. Il vaticinio continua sostenendo che l’esercito straniero «distruggerà le città e il santuario»: esattamente ciò che fece l’esercito romano. E infine la parte più impressionante: in «metà settimana» distruggerà il Tempio, e la storia dimostra che ci vollero esattamente 3 anni e mezzo per conquistare e distruggere il Tempio: l’attacco di Vespasiano iniziò nei primi mesi del 67 d.C. (al massimo nella primavera di quell’anno) e il Tempio venne incendiato e distrutto dall’esercito romano nell’estate del 70 d.C. (nel giorno dieci del mese di Loos, dunque luglio), ovvero il secondo anno del regno di Vespasiano (Giuseppe Flavio, “Guerra Giudaica”, 6:250 e 6:268-269). La città venne distrutta subito dopo, nell’agosto del 70 d.C.. In totale, come si è detto, l’offensiva durò 7 anni, dal 67, anno dell’inizio dell’attacco di Vespasiano contro gli insorti, al 74 d.C. anno della conquista di Masada. La città e il tempio furono rase al suolo, Israele disperso e avvenne la fine dell’antico sacrificio e dell’antico culto. Sottolineiamo anche che la data del 70 d.C. appare a posteriori significativa perché tutta la profezia di Daniele si basa sul numero 7 e 70. Inoltre il vaticinio di Daniele è pronunciato esattamente al centro tra i precedenti 490 anni (70 settimane) in cui Davide conquista Gerusalemme e Salomone, suo figlio, costruisce il Tempio che verranno subito distrutti e i seguenti 490 anni (70 settimane) che si concluderanno con un’identica distruzione di Gerusalemme e del Tempio, nel 70 d.C. appunto. Riassumendo: un primo ciclo di 70 settimane conclusosi con la distruzione del Tempio e di Gerusalemme, un secondo ciclo di 70 settimane di schiavitù e un terzo ciclo di 70 settimane che culmina con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, dopo la morte del Messia. Facciamo presente che esiste un’altra ipotesi molto convincente, ovvero quella realizzata da Bouges e perfezionata da R.C. Newman: essi interpretano le «settanta settimane» come settanta cicli di sette anni, partendo dal decreto emanato da Artaserse II, che cade nel ciclo sabbatico dal 450 al 444 d.C. si arriva alla morte del Messia nel ciclo sabbatico che va dal 28 al 34 d.C., coincidendo perfettamente con gli anni della morte di Gesù (RC Newman, “Public theology and prophecy data: Factual evidence that counts for the biblical world view” Journal of the Evangelical Theological Society , 46/1 March 2003, 79–110).

L’unica nota che sembra essere fuori posto è quel periodo di 38 anni tra la crocifissione di Gesù e la distruzione di Gerusalemme. In realtà Daniele non dice affatto che gli eventi dopo la morte del Messia debbano verificarsi immediatamente. Anzi, come hanno notato Hoehner e Gundry, Daniele dice che la distruzione di Gerusalemme avverrà “dopo” la 69° e non “durante la 70°” settimana (H. Hoehner, “Chronological Aspects of the Life on Christ”, pag 59-60; R.M. Gundry, “The Church and the Tribulation”, Zandervan 1973, pag. 190). Questo modo insolito di esprimersi porta a dedurre che la 70° non segua immediatamente la 69° settimana, ma che ci sia un intervallo tra le due.

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GESU’ STESSO SI RICONOBBE NELLA PROFEZIA DI DANIELE

Un’osservazione che avvalora questa intepretazione è che Gesù stesso, in prima persona, applicò a se stesso questo vaticinio di Daniele, riformulando e arricchendo di dettagli l’annuncio dell’imminente distruzione del tempio e di Gerusalemme (Mt. 23,38-39; Mt 24,1-2; Mt 24,15-25). Gesù applico a sé anche il nesso che la profezia stabilisce fra l’uccisione del Messia e la distruzione di Gerusalemme e del Tempio (Lc 19,41-44). Non solo, Egli spesso fece esplicito riferimento a profezie antiche sulla distruzione di Gerusalemme che erano per compiersi (Lc 21,22) e citò letteralmente le parole del libro di Daniele (Lc 21,24 e Mt 21,22). Gesù si identificò anche proprio con il «Figlio dell’uomo» di Daniele (Lc 21,27), e nel suo discorso su Gerusalemme, richiamò esplicitamente e direttamente la profezia delle «Settanta settimane» come prossima a realizzarsi con la distruzione e la profanazione del tempio: «Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione -di cui parlò il profeta Daniele- stare nel luogo santo, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti..» (Mt 24,15-16). E’ evidente da queste parole di Gesù, riportate dagli evangelisti, che Egli -e dunque anche i suoi ascoltatori-, non reputava ancora realizzata e conclusa la profezia di Daniele (nemmeno con Antiochio IV e Onia III, come vorrebbero altre ipotesi che vedremo più avanti). Anche i primi cristiani interpretarono in questo modo la profezia, come dimostrano gli apocrifi che crearono come 4 Esdra e 5 Esdra.

Qualcuno suggerisce addirittura che le autorità religiose di allora, che certamente conoscevano benissimo questa profezia essendo diffusa in forma scritta e definitiva dal 164 a.C., abbiano condannato Gesù proprio per questo. Lo si intuisce, ad esempio, in Gv 11,47-48, quando i sommi sacerdoti e i farisei si chiedono cosa fare del Nazareno: «Se lo lasciamo fare -dicono- tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ora, perché mai i Romani avrebbero dovuto distruggere il Tempio e Gerusalemme se Gesù avesse continuato ad operare? Questo ragionamento si spiega solo alla luce della profezia di Daniele, che collega la comparsa del Messia con la distruzione del Tempio e di Israele. Infatti interviene Caifa dicendo: «E’ meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Gv, 11,53). Da quel giorno decisero di ucciderlo, ma paradossalmente fu proprio questa decisione (presa per evitare una sommossa) a creare nel popolo la disilussione verso la venuta del messia (che per loro doveva essere un eroe nazionale), fomentando l’estremismo politico e quindi la rivolta. Anche lo storico Giuseppe Flavio spiega che a eccitare il popolo verso la rivolta romana nel 66 d.C. fu proprio «un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle Sacre Scritture, secondo cui in quel tempo uno proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo» (G. Flavio, “Guerra giudaica”, VI 5,4,310-313). Egli parla di “ambigua” profezia perché lui in realtà avrebbe voluto identificare in essa l’imperatore romano Vespasiano, che -assieme a Tito- era diventato il suo benefattore. Ma questo poco importa, quel che conta è che anche lui conferma che la rivolta nacque a causa della profezia di Daniele

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LA TRADIZIONE CATTOLICA SOSTIENE L’INTERPRETAZIONE MESSIANICA DELLA PROFEZIA

Da sempre la tradizione cattolica vi ha visto una formidabile profezia messianica realizzata. Lo dimostra l’antico testo liturgico della Kalenda col quale tuttora si annuncia al mondo la nascita di Gesù nella notte di Natale («nella sessantacinquesima settimana, secondo la profezia di Daniele»). Anche nel Catechismo maggiore di Pio X c’è un appendice dove si dichiara compiuta questa profezia con la passione e morte di Gesù. Nel Dictionnaire de la Bible (1912), curato da insigni biblisti, si legge che l’interpretazione cattolica della profezia delle “Settanta settimane”, legge il suo avveramento nell’uccisione di Gesù e nella distruzione del Tempio e di Gerusalemme (Dictionnaire de la Bible, pag. 1280). Tutto questo è bene sottolinearlo per capire in quale pasticcio sia caduta l’esegesi cattolica postconciliare che invece ha deciso improvvisamente di non interpretare più questa profezia in termini messianici, appoggiato la tesi razionalista. Lo vedremo più sotto.

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ANCHE GIUSEPPE FLAVIO VIDE IL COMPIMENTO DELLA PROFEZIA NEL 70 d.C.

Non c’è poi alcun dubbio che la distruzione di Gerusalemme e del Tempio nel 70 d.C. siano stati giudicati anche da molti autori ebrei come il realizzarsi della profezia delle «Settanta settimane». Così afferma in “Guerra giudaica” il già citato storico ebreo Giuseppe Flavio (37-103 d.C.), appartenente all’élite politica, religiosa e intellettuale di Israele di allora. Egli vede nelle profanazioni e nei crimini degli zeloti la causa immediata della distruzione, così come l’aveva predetta il profeta Daniele. In realtà, il profeta Daniele disse che avrebbe dovuto essere l’uccisione del Messia innocente il vero antefatto da cui sarebbe derivata poi la distruzione delle città e del Tempio, ma comunque, a parte questo tentativo politico di Giuseppe Flavio (antizelota e filoromano) di incolpare gli zeloti, è evidente che i suoi scritti confermano che quello era il tempo in cui ci si attendeva la realizzazione della profezia di Daniele.
Lo storico ebreo riporta pure un discorso che lui fece, richiamando tale vaticinio: «Chi ignora ciò che fu scritto dagli antichi profeti e l’oracolo che incombe su questa misera città e che sta ormai per avverarsi?» (G. Flavio, “Guerra Giudaica”, Società Editrice Internazionale, VI 2, pp. 108-110). Anche nel libro 10 di Antichità giudaiche, opera scritta nel 93-94 d.C., Giuseppe Flavio conferma esplicitamente che la profezia delle «Settanta settimane», preannunciatrice della distruzione di Gerusalemme e del Tempio, si riferisce agli eventi del 70 d.C. Parlando del profeta Daniele come «uno dei più grandi profeti», egli infatti afferma: «i libri che scrisse e lasciò da noi si leggono anche adesso, e da essi ci convinciamo che Daniele parlava con Dio, perché non soltanto preannunciava le cose future come gli altri profeti, ma segnò anche il tempo nel quale sarebbero avvenute». Giuseppe parla di “libri” poiché -come abbiamo già accennato- quello che noi conosciamo come “Libro di Daniele”, è composta da parti scritte in tempi e autori diversi. Ma la parte decisiva è quando Giuseppe afferma che Daniele vide «molti anni prima che avvenissero» gli «sfortunati eventi sotto Antioco IV Epifane» che «per tre anni impedirà l’offerta dei sacrifici». Poi aggiunge: «Allo stesso modo Daniele scrisse anche a proposito dell’impero dei Romani, che Gerusalemme sarebbe stata presa da loro e il tempio distrutto. Tutte queste cose rivelategli da Dio, egli tramandò per iscritto, sicché quanti le leggono e osservano come esse accaddero, si stupiscono dell’onore fatto da Dio a Daniele» (G. Flavio, “Antichità giudaiche”, X,7, 275-277). E’ evidente quindi che Giuseppe Flavio, scrivendo nel 90 d.C., stia interpretando i fatti del 70 d.C. come il compimento della profezia delle «Settanta settimane» e ci informa che Daniele era l’unico profeta che aveva previsto il momento esatto in cui le profezie si sarebbero compiute.
Riprendiamo ancora una volta le già citate parole di Giuseppe Flavio in “Guerra giudaica”, quando accenna alla profezia delle Settanta settimane: «Quello che maggiormente li incitò alla guerra [parla degli ebrei, nda] fu un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle sacre scritture, secondo cui in quel tempo uno proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo» (G. Flavio, “Guerra giudaica”, VI 5,4,310-313). Abbiamo già spiegato sopra perché lo storico definisca “ambigua” questa profezia, interpretandola in chiave politica. Egli dimostra in ogni caso che vide il compimento della profezia nel 70 d.C. anche se non riconobbe il Messia in Gesù Cristo. La storia ci dice però che sia Vespasiano che Tito scomparvero con il loro potere pochi anni dopo. Colui invece che rimase fu Gesù di Nazareth, ancora oggi unico “dominatore del mondo”, ovvero riconosciuto come Re e Signore dell’universo da miliardi di persone su tutta la terra.

Dopo il 70 d.C., comunque, anche i primi autori ebrei interpretarono la profezia di Daniele come fece Giuseppe Flavio, compiutasi dunque con la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Illustri ebrei continuarono ad attribuire a questa profezia il carattere messianico, come Saadias ha-Gaon, R. Salomon Jarchi, Aben-Esra, Abarbanel. Nel III secolo d.C., il rabbino Rab (Abba Arika) riconobbe che «tutte le date predette erano passate» (da Talmud babilonese, Sanhedrin, 97b).

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LE IPOTESI ALTERNATIVE SONO SBAGLIATE

Tutte le ipotesi alternative all’interpretazione che abbiamo dato sopra sono sbagliate e non rispecchiano le richieste della profezia, avvalorando di conseguenza l’interpretazione data dalla tradizione. Vediamo quelle più note.

1) Editto di Ciro (538 a.C.) Un’ipotesi pone lo “starting point” al decreto di Ciro, re dei Medo-Persiani, del 538 a.C. sulla ricostruzione del Tempio (Esdra 1:1-4) (solo di esso). Facendo i calcoli, si arriva al 48 a.C. e dunque nessun evento significativo. Inoltre, pochissimi ebrei approfittarono dell’editto e tornarono in Palestina. Il rabbino Cahen riconosce che coloro che tornarono si erano votati «al pensiero pio di ricostruire, sulla montagna di Sion, il Tempio dell’Eterno. I termini stessi del decreto di Ciro, che aveva messo fine alla cattività, non accordava loro altra cosa. Si concedeva loro di ricostruire l’edificio sacro e di ritornare nella loro patria; non si sarebbero tollerate altre ambizioni» (S. Cahen, “Les pharisiens”, vol. I, p. 5). Il profeta Daniele invece chiede espressamente che si parta a contare dal decreto sulla ricostruzione di Gerusalemme (e non del Tempio) e dunque questo “starting point” è errato. Tra l’altro, il Tempio non venne neppure costruito e l’editto di Ciro rimase lettera morta per quindici anni, fino al tempo del re Dario, quando i Giudei, sotto l’influsso dei profeti Aggeo e Zaccaria, ripresero i lavori e «ricominciarono a edificare la casa di Dio a Gerusalemme…» (Esdra 5:2).

2) Editto di Artaserse I (457 a.C.) Una seconda ipotesi alternativa vede l’inizio al decreto di Artaserse I Longimano del 458-457 a.C. Calcolando i giorni a partire da questo punto si arriva nel 32-33 d.C. Questa ipotesi venne sostenuta anche dal celebre fisico Isaac Newton in “Osservazioni sopra le profezie di Daniele”. Tuttavia anche questo “starting point” non è corretto perché in questo decreto non c’è alcuna autorizzazione alla ricostruzione della città santa in quanto Gerusalemme è già edificata (o in fase di edificazione), ma tuttalpiù una ricostruzione politica anche se comunque ci fu un tentativo di ricostruire le mura della città, verificato da Nehemia nel suo viaggio, Nehemia 2:6-8. Lo conferma anche il prestigioso biblista e archeologo G. Ricciotti (G. Ricciotti, “Storia d’Israele”, vol. II, ed. SEI, Torino 1964, pag. 144). Infine, facendo i calcoli a partire dal 457 a.C., si viene portati alla crocifissione di Cristo in settanta settimane (490 anni) mentre l’evento dell’uccisione del Messia dovrebbe accadere dopo sessantanove settimane.

3) Antiochio IV Epifane e Onia III L’ipotesi avanzata dai razionalisti è che si tratti di una falsa profezia, scritta nel II a.C. e riferita ai fatti degli anni 167-164 a.C., cioè alla presa del potere di Antiochio IV Epifane (in sostanza, sarebbe un “vaticinium post eventum”, cioè di una storia già accaduta, scritta in stile profetico). La persecuzione di Antiochio durò dal 168 al 164 a.C. e culminò con la soppressione del culto ebraico e la profanazione del tempio. Questa tesi contro l’autenticità della profezia risale al, già citato, neoplatonico Porfirio (234-306 d.C.), che la formulò nel suo libello “Contro i cristiani” (libro XII) ed è poi riemersa nel XVIII secolo in ambito razionalista. Tuttavia dopo il Concilio, gli esegeti cattolici hanno cercato una conciliazione con l’ipotesi tradizionale e quella razionalista, sostenendo che effettivamente il consacrato non sarebbe Gesù ma il sommo sacerdote Onia III, trucidato da Antiochio IV Epifane nel 171 a.C. Chiunque può verificare questo aprendo La Sacra Bibbia, Cei 1976, a pag. 930 o La Bibbia di Gerusalemme, EDB 2002, a pag. 1938. Dunque anche per loro si tratta di una profezia «post-eventum», a conferma del disagio in cui ha scelto di stare l’esegesi postconciliare, come segnalato più volte sia dal cardinale Giacomo Biffi che dal teologo Inos Biffi. Tuttavia queste interpretazioni -non legittimate da alcuna acquisizione storica, è importante sottolinearlo- si scontrano con quattro fattori: a) le scoperte di Qumran, b) il calcolo matematico, c) la fedeltà alla descrizione della profezia, d) la portata apocalittica della profezia

a) Le scoperte di Qumran: fra i manoscritti di Qumran, uniche copie superstiti note dei documenti biblici prodotte prima del 100 a.C., scoperti tra il 1947 e il 1956 in alcune grotte del Mar Morto e tutt’ora in fase di studio, ci sono anche alcuni oroscopi messianici. Lo storico Giulio Firpo spiega che «i risultati degli studi del Wacholder sul cronomessianismo sabbatico e del Beckwith sui calcoli esseni intorno alla venuta del Messia, dicono che esso era attesa tra il 10 a.C. e il 2 d.C.» (G. Firpo, “Il problema cronologico della nascita di Gesù”, Paideia 1983, pag. 96). Gli esseni, proprietari di tali documenti, riuscirono quindi a definire il lasso di tempo corretto per l’arrivo del Messia, che poi si è rivelato precisamente il periodo in cui nacque Gesù. La fonte di questo calcolo sui tempi messianici -continua Firpo- è indicata in un documento, 11Qmelch 7-8 e si riferisce proprio alla profezia danielina delle 70 settimane. Quindi i rotoli di Qumran dimostrano che anche gli esseni -una delle correnti più dotte e mistiche del mondo ebraico- ritennero che la profezia messianica di Daniele andasse a cadere proprio in quegli anni: tra il 10 a.C. e il 2 d.C. La tradizionale interpretazione cattolica è quindi giustificata anche da queste scoperte.

b) Il calcolo matematico: E’ evidente che se -come dicono i razionalisti e gli esegeti postconciliari- la profezia fosse stata scritta realmente dopo gli eventi di cui parla, avrebbe dovuto definire in modo preciso i tempi che fingeva di preannunciare. Eppure, seguendo il loro ragionamento, la profezie è sbagliata di una grande quantità di anni. Inconcepibile per chi scrivesse dopo i fatti. Ci sono tre opinioni diverse sull’evento da cui bisognerebbe partire a contare i 490 anni e tutte sbagliano di parecchio: la caduta di Ninive (612 a.C.), il regno di Nabucodonosor (605-562 a.C.) o la distruzione di Gerusalemme e del Tempio (586 a.C.). Innanzitutto occorre notare che le tre ipotesi avanzate dalla scuola razionalsita partono tutte da eventi che non rispettano già da subito lo “starting point” richiesto dalla profezia. Essa esplicita infatti che occorre iniziare a contare «da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme» (Dan 9,25-26). Ma, facciamo finta di nulla e partiamo a contare dalla caduta della città di Ninive nel 612 a.C., andiamo avanti di 490 anni -come chiede la profezia-, e arriviamo nel 122 a.C. E’ un anno in cui non accade nulla di significativo e tanto meno si ha a che fare con Onia III, il quale fu ucciso da Andronico nel 171 a.C. Passiamo alla seconda ipotesi, il regno di Nabucodonosor durato dal 605 al 562 a.C. Facendo i calcoli si finisce ovviamente ancora più distanti da Onia, dunque l’ipotesi è sbagliata. L’ultima teoria vuole che si parta dalla distruzione del Tempio e di Gerusalemme (quando invece -come abbiamo già fatto notare- la profezia dice l’opposto, cioè partire dal decreto di ricostruzione della città santa): il 538 a.C. Avanzando di 490 anni si arriva al 98 a.C. Anche quest’ultima teoria dunque porta decisamente lontano da Onia. Questi grossi errori -occorre ribadirlo- sono inspiegabili se davvero la profezia fosse stata scritta dopo gli eventi.

c) Fedeltà alla descrizione della profezia. Se la profezia fosse davvero «post-eventum», non solo avrebbe dovuto azzeccare le date (e non lo ha fatto), ma anche lo svolgimento dei fatti avrebbe dovuto essere corretto. Daniele annuncia che, dopo l’uccisione dell’«unto senza colpa», un principe straniero «distruggerà la citta e il santuario» (Dan, 9, 26-27). Ma Antioco VII nel II secolo conquistò Gerusalemme ma non distrusse né la città né il Tempio (che fu solo profanato). Daniele continua dicendo che questo principe straniero, oltre a distruggere Tempio e città, «farà cessare il sacrificio e l’offerta [attività fatte nel Tempio, nda] e ciò sarà fino alla fine» (Dan 9, 27). Invece nel 164 a.C. i Giudei, capeggiati dai Maccabei, abbatterono Antiochio e ristabilirono il culto nel Tempio. Dunque anche i fatti narrati, seppur si vuole che siano scritti quando erano già avvenuti, non coincidono con la profezia.

d) La portata apocalittica della profezia. Com’è possibile, infine, che il tono oggettivamente apocalittico e dichiaratamente messianico si possa riferire, anche ammettendo che date e fatti coincidessero effettivamente, a personaggi secondari del 170 a.C. come Onia III e Antiochio VI? Un vaticinio che parla di «fine dell’empietà», di «mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, ungere il Santo dei santi» ecc.., come può riferirsi a Onia III? Inoltre, bisogna far notare che le immagini evocate da Daniele coincidono con la descrizione fatta da altri profeti, come Isaia, a proposito della figura messianica del «Servo di Jhavhè» (Is 52,13 e 53,12). Anche Daniele dunque si riferiva espressamente al Messia e non certo a personaggi secondari.

L’ipotesi razionalista e l’esegesi cattolica postconciliare sbagliano dunque. Ai punti a),b),c) e d) occorre poi aggiungere quanto detto sopra: Gesù stesso applicò a sé la profezia di Daniele e gli stessi ebrei del I° secolo, Giuseppe Flavio su tutti, non riconobbero la profezia delle “Settanta settimane” compiuta nel 171 d.C., cioè alla morte di Onia III ma soltanto nel 70 d.C. Infine, la tradizione cattolica ha sempre riconosciuto la profezia di Daniele compiutasi con Gesù Cristo, la posizione degli esegeti cattolici moderni è dunque inspiegabilmente e ingiustificatamente in contrasto con essa. Charles H.H. Wright, lettore presso la University of Oxford, University of Dublin e docente presso la University of London, ha dichiarato: «Il tentativo della critica moderna di distruggere l’interpretazione messianica della profezia delle Settanta Settimane è, secondo la nostra opinione, uno dei più notevoli esempi della determinazione di rifiutare di considerare i semplici fatti. L’interpretazione messianica è più antica dei tempi di Cristo ed è (con qualche eccezione) stata sostenuta da tutti i padri della Chiesa e dai commentatori cristiani fino al sorgere della nuova scuola di esegesi» (Charles H.H. Wright, Studies in Daniel’s Prophecy, pag. XIII)


 

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CONCLUSIONE

Abbiamo dunque visto come l’unica interpretazione che risponda pianamente alle richieste della profezia di Daniele sia quella che vede compiersi il vaticinio con la morte di Gesù, la distruzione di Gerusalemme e del Tempio nel 70 d.C., la fine del culto antico e anche la fine delle profezie. Questa profezia delle “Settanta settimane” venne scritta ufficialmente e conosciuta da tutti sicuramente dal 164 a.C. in poi, ma comunque tramandata oralmente o in altre forme scritte da almeno 200 anni prima. I dettagli di questa profezia sono così incredibili, che, chi non è credente, potrebbe persino supporre che essa sia stata scritta dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. Nessuno osa tanto, per fortuna, anche perché l’antichità e l’autenticità del libro biblico sono assolutamente confermate anche dai ritrovamenti di Qumran. Lì è stato rinvenuto l’intero libro di Daniele come noi lo conosciamo ed in particolare, alcuni fra i manoscritti che lo tramandano sono addirittura risalenti al II secolo a.C., quasi due secoli prima della nascita di Gesù e della rovina portata dai romani. L’esistenza di questa profezia è una delle prove dell’ispirazione divina della Bibbia, proprio questo giustifica i numerosi tentativi di screditarne l’autenticità da parte del razionalismo e l’eccessivo timore e desiderio di neutralità da parte dell’esegesi postconciliare. Tuttavia, come abbiamo visto, tutte le alternative all’interpretazione tradizionale non sono sostenute da una base razionale.

 
 

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