La storia oscura della Francia: i genocidi non si dimenticano

Rivoluzione FranceseVoleva essere la patria della “libertè” e della “fraternité”, voleva creare l'”uomo nuovo”, voleva laicizzare il mondo estirpando la “superstizione” sostituendola con la “dea Ragione”. Oggi la Francia si trova accusata, con prove schiaccianti, di complicità nel genocidio verso la popolazione del Rwanda.

Nel giro di soli tre mesi, nel 1994, furono massacrati oltre un milione di tutsi, minoranza etnica, uccisi da estremisti della maggioranza hutu, in quello che fu definito il genocidio più rapido della storia dell’umanità. Una tragedia in cui grande ruolo ha avuto la Francia dell’ex presidente François Mitterand, protagonista sul finire dell’eccidio di un intervento umanitario (la cosiddetta “Opération Turquoise”), con l’assenso delle Nazioni Unite, che in realtà consentì la fuga dei principali dirigenti estremisti hutu a cui la Francia aveva garantito, negli anni precedenti lo sterminio, un deciso sostegno finanziario e militare. Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, si è infatti scagliato, senza nominarla, contro la Francia. «Nessun Paese è così potente da poter cambiare i fatti» ha detto nel giorno del ventennale dell’eccidio, per poi aggiungere in francese: «Dopo tutto, i fatti sono cocciuti». L’ambasciatore a Kigali, Michel Flesch, è stato definito “persona non grata” alle celebrazioni, provocando un nuovo incidente diplomatico.

Ma non è solo un semplice lato oscuro della storia francese. La Francia è responsabile di un secondo genocidio, quello vandeano (il cosiddetto “Massacro dei Lumi“), realizzato dagli illuminati rivoluzionari francesi, dove perirono all’incirca 117.000 persone su una popolazione di circa 800.000 abitanti. Il celebre storico Pierre Chaunu, professore di Storia Moderna alla Sorbonne e membro dell’”Institut de France”, ha trovato documenti scottanti, «che parlavano di sconvolgenti massacri di cattolici in Francia, particolarmente nell’Ovest e in Vandea. Fu quest’ultimo un massacro talmente evidente, talmente premeditato, atroce e sistematico — fu impartito l’ordine di liquidare le donne perché non potessero procreare, trucidare i bambini perché non divenissero i futuri “briganti” — che non capisco come si possa evitare di parlare di genocidio. La Vandea fu qualcosa di più che un orrendo massacro; fu il tentativo di sterminare definitivamente una popolazione. Vennero date alle fiamme oltre il 40% delle abitazioni e delle coltivazioni: i morti furono centinaia di migliaia su 600.000 abitanti».

La Rivoluzione francese, stessa, viene ancora presentata come un avvenimento benefico per la Francia e per l’umanità intera, poiché avrebbe liberato gli uomini dalla tirannia della monarchia e dall’oppressione della Chiesa e avrebbe affermato i diritti dell’uomo. Ma il prof. Chaunu ha spiegato che «è una visione della storia assolutamente falsa, scritta da vincitori o comunque, in larga misura, da ricercatori con spiccate simpatie per l’ideologia rivoluzionaria. La rivoluzione è stata, in tutti i campi, una regressione della nazione». Molti studi, infatti, hanno ormai dimostrato l’infondatezza storica di questa ricostruzione: storici come Jean Tulard, Paul Hazard e soprattutto François Furet, hanno documentato come la Rivoluzione non sia stata un evento improvviso, nato dal popolo affamato che si voleva liberare dalla tirannide, ma un evento elaborato da un’élite di intellettuali che, invece di servirsi della ragione come uno “strumento” per conoscere la verità, l’hanno idolatrata trasformandola in oggetto di culto.

Gli studi effettuati da René Sedillot attestano come gli effetti della Rivoluzione francese sulla popolazione sono stati disastrosi: 600.000 morti nelle guerre interne (dei quali 117.000 in Vandea), 400.000 morti nelle guerre esterne, un milione di morti nelle guerre napoleoniche, forte aggravamento del deficit economico, distruzione del patrimonio culturale, in particolare quello religioso: al posto della “fraternitè” il motore dei capi rivoluzionari era l’odio verso la Chiesa, imbevuti di idee illuministiche, come Jaques Danton e Maximilien Robespierre. Danton, si legge sull’enciclopedia Treccani, «nominato ministro della Giustizia, guardò con favore agli episodi di giustizia sommaria nei confronti dei prigionieri politici avvenuti nelle carceri parigine. Sostenne altresì di paralizzare con la minaccia del terrore i nemici interni». La ghigliottina era riservata per chiunque fosse solamente sospettato. Anche Robespierre, il più celebre rivoluzionario francese, finì con l’assumere «un potere dittatoriale» e «sostenne e impose (maggio 1794) il culto laico dell’Ente Supremo».

Lo storico Chaunu ha parlato anche di censura verso i documenti compromettenti, ma che molti coraggiosi studiosi «hanno mostrato l’ampiezza straordinaria dei massacri compiuti sotto la Rivoluzione. Se si sommano le perdite della guerra e le perdite anteriori, si arriva per un Paese di 27 milioni di abitanti qual’era allora la Francia ad un totale che è nell’ordine di milioni. Sono perdite notevolissime, ancora maggiori di quelle subite dalla Francia nella Prima Guerra Mondiale. Per tutte queste ragioni, il bilancio della Rivoluzione è largamente negativo». Il mondo senza Rivoluzione francese sarebbe «molto migliore». Per non parlare di come il modello francese sia stato l’ispiratore delle dittature comuniste del ‘900, in particolare di quella Cambogiana. Pol Pot, oltre ad essere un grande ammiratore della Rivoluzione, entrò ben presto in contatto con gli ideali marxisti di Jean-Paul Sartre che fu suo mentore ed ispiratore.

La Rivoluzione ha portato la libertà? No, lo storico della Sorbona Chaunu ha spiegato che «la libertà non è caduta dal cielo con la Rivoluzione, si è costruita nel nostro Paese attraverso i contadini del Medio Evo, coi Comuni, con il Parlamento, con tutta la costituzione giuridica: ebbene, occorre il coraggio di dirlo, lo Stato di diritto nel quale viviamo attualmente non è figlio della Rivoluzione, è figlio della storia, di San Luigi come di Luigi XVI». Inoltre, «tutti i principi che si trovano nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino erano già formulati, più o meno intelligentemente nella dichiarazione di Jefferson del 1783, e non sono altro che principi giudeo-cristiani. Che tutti gli uomini sono liberi è un principio del Deuteronomio». Recentemente lo ha riconosciuto in qualche modo anche l’insigne filosofo tedesco Jürgen Habermas: «Come motto di battaglia, fraternité deriva dalla generalizzazione umanista di una coscienza nata dalle religioni mondiali […] un’idea derivata dalla secolarizzazione umanista di un concetto religioso».

Liberté, Égalité, Fraternité…ma quando mai? La più grande bufala degli ultimi secoli, ancora insegnata nelle scuole.

La redazione

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16 commenti a La storia oscura della Francia: i genocidi non si dimenticano

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  1. Menelik ha detto

    Concordo con la tesi dell’articolo, che la rivoluzione francese ha delle pagine decisamente oscure e quello in Vandea fu un genocidio metodico e calcolato, ma bisogna riconoscere che prima del 1789 il popolino, i lavoratori, non meno del 90% dei Francesi, se la passava male sotto l’assolutismo monarchico.
    Io mi ricordo da quando le studiai a scuola, “les cahiers de doleance” e i tentativi di Necker di salvare l’economia dal tracollo.
    L’assolutismo francese nacque dopo la guerra dei Trent’Anni, nel 1648, quando la Francia fu l’unica monarchia a “vincere”, perché quella guerra di fatto spazzò via un pezzo d’Europa con gente e paesi nel suo epicentro, la Germania.
    Per un secolo le cose funzionarono, poi il sistema francese iniziò ad incrinarsi ed entrò in una situazione economica e in seguito sociale, da suicidio.
    Fin quando la gente comune non ne potè più e gli eventi precipitarono.
    Questo è quel che ricordo da scuola.
    Idem per la rivoluzione d’ottobre del 1917.
    Il comunismo (sia stalinista che trozkista) è stato quel che è stato, su questo non ci piove sopra, però per chi, per che e per come si sono create le condizioni per arrivare alla presa della Bastiglia o alla rivoluzione bolscevica?
    Si arriva a quei passi dopo anni e anni di sofferenza e di umiliazione del popolo.
    Il popolo si lamenta, e i potenti non ascoltano, e stringono ancora di più, fino al patatrac, e allora parlano le armi.

    • Fabrizia ha detto in risposta a Menelik

      Sono molto d’accordo con il suo commento. Va benissimo criticare la Rivoluzione Francese. Ma allora critichiamo anche i cristianissimi governanti che non trattavano i loro sudditi in modo molto cristiano.

      • Menelik ha detto in risposta a Fabrizia

        E’ su quel “cristianissimi governanti” che ti faccio un’obiezione.
        “Cristianissimi” perché loro si autoproclamavano tali per convenienza.
        Più o meno come il mostro di Firenze…Pacciani…che ungeva santini sbaciucchiandoli in tribunale e dietro i suoi delitti pare ci sia l’ombra inquietante del satanismo.
        Dov’era il cristianesimo nelle monarchie europee del Settecento, a parte le dichiarazioni e le Sante Alleanze, che una battaglia fa e un’altra disfa?

        • gladio ha detto in risposta a Menelik

          Ma anche nelle monarchie europee del ‘ 600 il cristianesimo latitava:

          L’ avanzata turca nel cuore dell’ Europa, culminata con l’ assedio di Vienna,
          aveva mandato in brodo di giuggiole il ” cattolicissimo” ( almeno così si definiva) re Sole e se non fosse stato per il deciso intervento Pontificio, grazie al quale l’ Europa non è stata islamizzata ( seppur per il rotto della cuffia ), a quest’ora saremmo tutti quanti, barbuti e inturbantati, a salmodiare le castronerie del Corano, Odifreddi, Augias, Galli della Loggia e Dawkins compresi!

        • Fabrizia ha detto in risposta a Menelik

          È proprio quello che intendo dire. Se i governanti fossero stati più cristiani nei fatti, e non a parole, non avrebbero fatto odiare così tanto il Cristianesimo.

          • domenico ha detto in risposta a Fabrizia

            è anche vero che sia in Francia che in Russia i sovrani accettarono di avviare un processo di riforme; poi l’ala oltranzista dei rivoluzionari fece precipitare le cose per prendere il potere. I Francesi si ritrovarono con il Terrore e Napoleone e i Russi si ritrovarono i Bolscevichi e lo stalinismo.

    • Marco S. ha detto in risposta a Menelik

      La situazione del 1788 in Francia era difficile sul piano finanziario ed anche economico per alcuni cattivi raccolti, ma non era “da suicidio”.
      Tanto che negli anni successivi e’ pure peggiorata e la Francia, nemmeno a quel punto, si e’ suicidata.
      A meno di considerare la medesima “Revolution” come i suicidio di questa nazione, come giustamente rivendica anche l’articolo.
      Allora ci puo’ stare.

      Tre spunti che mi vengono dal mio libro preferito sulla Rivoluzione Francese, Donald Sutherland (non Sunderland, perché quest’ultimo e’ un attore britannico non un professore del Maryland).

      Alla vigilia della Rivoluzione, la situazione sociale ed economica della Francia non era per nulla omogenea e generalizzabile: vi erano regioni che corrispondevano alla vulgata scolastico-ideologica, cioe’ dove prevaleva il latifondo dei redditieri, come in Provenza, ed altre dove era ormai largamente prevalente la piccola proprieta’ rurale, come in Bretagna e in tutto l’Ovest.

      Uno stato certamente da riformare, ma senza la necessita’ di abbattere tutto l’edificio, materiale e spirituale, per poter ricostruire.

      La seconda osservazione e’ che la rivoluzione passa dall’essere un evento tutto sommato nell’alveo della tradizione francese e atteso come tale dal popolo(gli stati generali erano stati convocati numerose volte nella storia francese), fino a diventare lo strumento di minoranze borghesi ed anticlericali per ribaltare l’ordine sociale legittimista, sulla base di decisioni prese fuori dalle assemblee, in ambiti cospirativi (cioe’ i clubs massonici).

      Gia’ i primi provvedimenti caratteristici di queste minoranze giacobine, come per esempio la costituzione civile del clero, provocano la generale avversione delle popolazioni.
      Ma ne seguono altri ancora piu’ ferocemente avversati, come la leva militare, la recinzione delle terre comuni, ovviamente finite in bocca a speculatori borghesi e tante altri del genere…

      Secondo Sutherland, se si vuole descrivere la vera rivoluzione popolare di quel periodo, bisogna quindi concentrarsi sulle controrivoluzioni: sorde, diffuse, persistenti, che furono sottomesse soltanto con il Terrore poi, non bastando questo, con la dittatura militare, 20 anni di guerre e un milione di morti.
      La guerra e’ sempre stata lo strumento ideale per la dittature, per obbligare i cittadini a servirle e non a combatterle e magari, nel contempo, farne fuori il piu’ possibile.

      Ma il segno piu’ chiaro del suicidio della nazione francese credo sia la situazione economica post-rivoluzionaria, che non e’ migliore di quella dell’Ancient Regime, semmai e’ molto peggiore.

      Il 13 Pratile del luminoso Anno II (per i biechi “refrattari” come il sottoscritto, parliamo del 1 giugno 1794), la Francia e’ alla fame (questa volta veramente alla fame) ed e’ costretta ad importare un grande quantitativo di grano dagli USA, sacrificando mezza flotta militare, per fare assolutamente passare il largo convoglio che lo trasporta, attraverso il blocco navale britannico.

      E’ quella che i britannici rivendicano come la vittoria navale del “Glorioso Primo Giugno, ma se fossero stati in grado di distruggere anche il convoglio, avrebbero messo la Francia in ginocchio con 20 anni di anticipo.
      Quando si perdono queste occasioni, c’e’ sempre poco di “glorioso”, ma magari e’ proprio per questo che si propagandano le vittorie in questi termini 🙂

      Comunque non ricordo che sotto il famigeratissimo Luigi XVI si sia mai dovuti arrivare a tanto: la tenuta della Francia appesa all’arrivo di un convoglio di grano proveniente dall’America.

      Del resto il PIL della Francia raggiungera’ e superera’ il livelli del 1789 soltanto con l’avviarsi della Rivoluzione Industriale, cioe’negli anni ’30 del XIX secolo, quando ormai saranno disponibili macchine e tecnologie che faranno schizzare alle stelle la produttivita’ del lavoro.

      Mi pare quindi ce ne sia abbastanza per derubricare la Rivoluzione Francese tra gli errori masochistici.
      Ci sara’ certamente qualcosa da salvare, ma credo sia ben poco e, comunque, ben poco di utile e di sostanziale per la tradizione della democrazia occidentale.
      Prima la Francia se ne rendera’, credo meglio sara’ per essa.

  2. Daphnos ha detto

    Vorrei sottoporre alla vostra attenzione questo passo di un libro che ho letto per pura coincidenza due giorni fa in biblioteca. E’ tratto da un capitolo della Storia d’Italia diretta da Giuseppe Galasso, storico di indubbia fama (ancora vivente, classe ’29) prof. emerito dell’Università di Napoli Federico II ed ex sottosegretario in due governi Craxi (1983-1987), iscritto al PRI; il volume da cui ho preso il testo è invece farina del sacco di Carlo Zaghi, giornalista liberale nato a Ferrara, oggi scomparso. Il pezzo che ho letto, riguardante le rivolte antifrancesi italiane del 1795-1797 (perciò inerenti in un certo senso alla Vandea), lo dedico a quanti ritengono che la storia sia una scienza, obiettiva, che si faccia con i documenti, che quel che ci raccontano gli accademici è vero senza possibilità di appello, e che essi in quanto laici non si lasciano minimamente influenzare da emozioni e stati d’animo.

    Le insurrezioni del Triennio hanno un carattere essenzialmente religioso-politico e si collocano tutte, chi più chi meno, nello schema del contrasto ideologico rivoluzione-reazione, in cui le masse popolari e contadine appaiono strumento passivo senza obiettivi propri, manovrate da elites censitarie e aristocratiche. […] Alla base di esse non c’è nessuna precisa rivendicazione di ordine sociale, politico o economico; solo oscurantismo, superstizione, fanatismo, ignoranza, rassegnazione, ignavia, paura irrazionale. Niente, in esse, di spontaneo, di nobile, di nazionale, di patriottico, di liberale, di politicamente valido.
    Trovare in queste rivolte, quasi tutte di pura marca sanfedista, come alcuni vogliono, un “oscuro sentimento di indipendenza”, sia pure traviato da nefandi delitti; fare dei promotori e degli esecutori di esse, come vogliono altri, dei precursori del Risorgimento italiano, […] scomodando le ombre dei Masaniello e dei Balilla, […] significa falsare il corso della storia, che è progresso, libertà, civiltà e non regresso, né barbarie, né paura.

    Ho letto bene?! Ho le traveggole? Significa falsare il corso della storia CHE è progresso, libertà e civiltà?! Qualcuno mi corregga se sbaglio, ma quel “CHE” dovrebbe avere valore dichiarativo, se non addirittura causale. Quindi precede, come assunto, il concetto antecedente nel discorso. In pratica si sta dicendo che fare revisionismo sui moti sanfedisti è scorretto PERCHE’ la storia DEVE essere progresso, mentre se il sanfedismo NON PUO’ avere delle basi concrete, poiché essendo regresso, barbarie, paura, allora falsificherebbe il corso della storia. Un discorso che fila alla grande! E’ questo che insegnano i docenti di storia? Stabilire ideologicamente cos’è giusto e cos’è sbagliato e in base a quello costruire le proprie narrazioni storiche senza guardare neanche un pelo più in là? E non stiamo parlando mica di un articoletto di Micromega o dell’Espresso, ma di un’opera in venti volumi diretta a un pubblico universitario!

    Ah, Edoardo (Menelik), è impossibile darti torto: la causa scatenante della Rivoluzione Francese è stata senza alcun dubbio la crisi economica, nemmeno il più idealista degli storici marxisti può negarlo. Infatti le espropriazioni a nobili e clero servivano proprio a rinpinguare le casse vuote dello stato; tuttavia gli storici schierati si dimenticano di raccontare una cosa altrettanto importante… quando i rivoluzionari si accorsero che i nobili da decapitare e i preti da imprigionare prima o poi finivano, e con essi i loro beni (visto che questi geni non pensarono minimamente a riassestare il sistema produttivo), allora e solo allora decisero di invadere l’Europa e l’Italia per ragioni umanitarie, al fine di saccheggiarne fraternamente i territori ed estorcere democraticamente l’altrui denaro. Un momento… usare come pretesto la diffusione dei propri principi liberali e democratici… per sfruttare le risorse di paesi stranieri? Dove l’ho già sentita questa? 🙂

    • Daphnos ha detto in risposta a Daphnos

      “mentre se il sanfedismo NON PUO’ avere delle basi concrete”

      Scusate, c’è un “se” di troppo.

    • Menelik ha detto in risposta a Daphnos

      Esatto, Edoardo sono io.
      Il mio babbo mi chiamava così da bambino, quando facevo le “marachelle” mi diceva: Sto figlio è un Menelicche. Riferendosi a Menelik II, quello della guerra d’Abissinia.

      • gladio ha detto in risposta a Menelik

        Da noi invece il nomignolo Menelik veniva affibbiato, con una sfumatura vagamente razzista, a coloro che fisicamente non erano proprio degli ” Adoni “:

        L’è brüt ‘me ‘n Menelik si diceva.

    • Mattia ha detto in risposta a Daphnos

      Io mi sono fatto l’idea che la materia storica venga trattata dai vari studiosi come se fosse uno scontro politico dove gli storici di orientamento diverso cercando di siminuire o enfatizzare un determinato avvenimento in base alle proprie simpatie personali. Basta pensare al caso di Renzo De Felice e agli attacchi che ha dovuto subire per le sue ricerche sul fascismo che oggi invece tutti ammettono come fondamentali per lo studio della storia di quel ventennio…

      • Menelik ha detto in risposta a Mattia

        ….e pensa anche alle Foibe e i loro negazionisti, e i giustificazionisti, dove i morti si misurano letteralmente a metri cubi.

    • domenico ha detto in risposta a Daphnos

      questa cosa proprio non si può leggere… E’ l’esatto opposto.
      Mentre le ricche borghesie e gran parte delle aristocrazie stavano con Napoleone (speranzose di arricchirsi con i beni confiscati alla Chiesa*), il popolo spontaneamente si ribellava a Napoleone: è significativo che le maggiori insurrezioni si ebbero proprio dove i sovrani erano scappati e il popolo era stato lasciato solo.

      *è stato notato che le famiglie che si arricchiranno in questo frangente saranno le capofila del processo di unificazione d’Italia, processo anche quello che non avrà alcuna base popolare di approvazione.

      • Daphnos ha detto in risposta a domenico

        A cosa ti riferisci scusa? Alle rivolte italiane del 1795-97 o alle cause dell’invasione?

        • domenico ha detto in risposta a Daphnos

          in riferimento alla sciocchezza detta da Galasso secondo cui ” le masse popolari e contadine appaiono strumento passivo senza obiettivi propri, manovrate da elites censitarie e aristocratiche.
          Le masse non erano passive ma agivano di propria iniziativa spontaneamente e le elites stavono esattamente dalla parte opposta.

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