Sergio Romano “dimentica” il genocidio vandeano

VandeaIl prof. Sergio Romano è un importante storico italiano, sempre diviso tra il suo anticlericalismo pregiudiziale e l’oggettività del ricercatore. A volte il pregiudizio prevale sull’oggettività, a volte il contrario.

Pochi giorni fa Romano si è incredibilmente “dimenticato” di citare il genocidio vandeano realizzato dagli illuminati rivoluzionari francesi. Per molti tale crimine, assieme all’uso frenetico della ghigliottina, è il vero volto della laicissima Rivoluzione francese e forse proprio per questo motivo il prof. Romano ha preferito non parlarne.

Una lettrice gli ha infatti domandato cosa fosse la “Costituzione civile del clero”, ovvero le norme approvate dall’Assemblea costituente francese nel giugno del 1790 per organizzare la Chiesa di Francia con criteri di utilità pubblica. Romano ha parlato degli abusi subiti dalla Chiesa cattolica francese con una delicatezza estrema, quasi giustificando i rivoluzionari francesi. Non ha accennato al fatto che i sacerdoti che si rifiutavano di staccarsi dal Pontefice per diventare zimbelli in mano allo Stato furono costretti a vivere clandestinamente, ma ha scritto semplicemente che i sacerdoti refrattari, in particolare in regioni come l’Alsazia e la Vandea, «constatarono di avere la simpatia e il sostegno di una larga parte della società francese». Tutto qui.

Ma può uno storico, seppur profondamente anticlericale, evitare di ricordare anche che il governo francese in risposta al sostegno dei vandeani a questi coraggiosi sacerdoti fece migliaia di vittime in soli tre anni? E’ come spiegare che a Hitler non stavano simpatici gli ebrei senza nemmeno citare l’Olocausto. Il numero esatto dei martiri vandeani è molto discusso, in tanti parlano di genocidio. Papa Pio XI nel 1926 beatificò 191 delle vittime, quasi tutti sacerdoti, dei massacri avvenuti tra il 2 ed il 6 settembre del 1792, Giovanni Paolo II ne ha beatificati altri 60 nel 1995.

Il mito della Rivoluzione francese non si può toccare, lo storico Reynald Sécher venne duramente perseguitato quando osò pubblicare i risultati dei suoi studi su quello che ritenne essere il primo genocidio di Stato della storia occidentale. Molti altri storici, come si spiega in questo articolo, paragonano la Vandea alla persecuzione ebrea da parte del nazismo. Il premio Nobel Aleksandr Isaevič Solženicyn ha scritto: «Già due terzi di secolo fa, da ragazzo, leggevo con ammirazione i libri che evocavano la sollevazione della Vandea, così coraggiosa e così disperata, ma non avrei mai potuto immaginare, neppure in sogno, che nei miei tardi giorni avrei avuto l’onore di partecipare all’inaugurazione di un monumento agli eroi e alle vittime di questa sollevazione. […] Per molto tempo ci si è rifiutati di capire di accettare quel che gridavano coloro che morivano, che venivano bruciati vivi: i contadini di una contea laboriosa, per i quali la rivoluzione sembrava essere fatta apposta, ma che la stessa rivoluzione oppresse e umiliò fino alle estreme conseguenze: e proprio contro essa si rivoltarono. […]. È stato il ventesimo secolo ad appannare, agli occhi dell’umanità, quell’aureola romantica che circondava la rivoluzione del XVIII secolo» («Famiglia Cristiana», n. 41/1993, pp.80-81). 

Niente di tutto questo, Sergio Romano si è casualmente dimenticato anche soltanto di citare cosa accadde ai protagonisti della sua risposta data alla lettrice. La memoria fa brutti scherzi a volte, fortunatamente non a Solženicyn e agli storici senza pregiudizi anticlericali.

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

4 commenti a Sergio Romano “dimentica” il genocidio vandeano