Le fragili motivazioni dei ginecologi non obiettori

Silvio VialeLa grande maggioranza dei ginecologi italiani (gli stessi dati sono paragonabili al resto dell’Occidente) ha preso atto che l’embrione è un essere umano, anche se all’inizio della sua esistenza. Per questo il 70% ha ovviamente concluso che non esiste alcun diritto di sopprimerlo, anche se la legge lo permette.

I pochi medici non obiettori resistono invece, sostenuti dall’apparato mediatico sempre più impotente di fronte all’aumentare degli obiettori. Resistono con argomentazioni deboli e contraddittorie, come è stato rilevato su “La Stampa” che ha deciso di intervistarli.

Tra essi c’è Costantino Di Carlo, dirigente medico del Policlinico universitario Federico II e professore associato, il quale ha spiegato: «Io ero e sono un appassionato di ricerca sulla contraccezione e per fortuna continuo. Prima non facevo aborti. Ma tre anni fa è morto in un incidente il mio collega Francesco Leone che mi era molto caro. Non potevo far morire anche il suo lavoro». Così nel 2012 ha fatto mille interruzioni di gravidanza, anche oltre i 90 giorni, commentando che «sono sempre figli desiderati e cercati a lungo». Ha quindi concluso: «Sarebbe bello il giorno in cui tutte le donne incinte fossero contente di esserlo e questo lavoro non avesse più ragione d’essere». Significativo che Di Carlo parli di “figli”, perché questo sono infatti i bambini abortiti. Ed è coerente quando spera di non dover praticare il suo lavoro, d’altra parte chi sarebbe contento di dover sopprimere i figli delle donne infelici della loro gravidanza? Abortire e praticare aborti è un dramma, al di là della legge, proprio perché si abortisce un essere umano, non un grumo di cellule. Molti hanno fatto i conti con la loro coscienza e sono diventati obiettori.

Il ginecologo non obiettore Gianni Fattorini dice di sé: «mi definisco un medico cattolico». La titubanza di questa frase (“mi definisco”, e non “sono”) rende bene l’idea di una problematica a far convivere lavoro ed etica personale, che infatti emerge subito: «Si può essere contro l’aborto anche non obiettando». Pratica dunque qualcosa consapevole di essere contrario a quello che sta facendo, ma sorprendentemente aggiunge: «mi sentivo ipocrita a non farlo». Secondo Fattorini sarebbe dunque ipocrita non fare ciò verso cui si è contrari, il che -ci scuserà- sembra una supercazzola. Aggiunge anche: «dopo la decima settimana è più dura perché l’embrione comincia ad avvicinarsi a una struttura fetale», cioè anche visivamente ormai è chiaro di essere di fronte a qualcuno, non qualcosa. Tuttavia è già dalla settima settimana che si osservano i movimenti delle gambe, mani e piedi sono nettamente separati ed è presente l’articolazione del ginocchio, all’ottava ogni organo è presente e in azione e si parla già di feto, il 90% delle strutture di un essere umano adulto sono già osservabili. A 9 settimane il feto succhia il pollice come il neonato e compie salti mortali indietro e avanti. Alla decima settimana appaiono unghie e impronte digitali uniche e fino ad ora (90 giorni) la legge consente di uccidere tutto questo. Si capisce che per il dott. Fattorini possa essere “dura”.

Anche Giovanna Scassellati, responsabile del servizio Ivg del San Camillo, ribadisce lo stesso concetto: «La cosa più bella è non vedere le donne tornare ad abortire». Nessuno non obiettore è quindi contento del suo lavoro, ma perché? Perché sarebbe così brutto praticare aborti? Evidentemente sono allora giustificati coloro che scelgono, in coscienza, di rifiutarsi.

Non poteva mancare il radicale Silvio Viale, ginecologo dell’Ospedale Sant’Anna, il quale si difende subito: «Non sono un fanatico che fa le crociate contro la Chiesa, anzi quest’anno ho mandato un paio di pazienti al consultorio del Movimento per la vita perché mi sembrava evidente che il bambino volevano tenerlo». Avete letto bene? Anche il crociato della RU486 ha parlato di “bambino”. Chissà se sarà coerente e continuerà a parlare di “bambino” anche quando spiega che cosa comporta il suo lavoro quando le donne non vogliono tenerlo.

L’apice della contraddizione probabilmente lo ha raggiunto nel 2011 Alessandra Kustermann, storica ginecologa abortista e primario di ostetricia e ginecologia della Mangiagalli di Milano: «In quel momento so benissimo che sto sopprimendo una vita. E non un feto, bensì un futuro bambino. Ogni volta provo un rammarico e un disagio indicibili. Sento che avremmo tutti potuto fare di più. So che a me manca la fede per farlo, così quando sono lì penso che la vita della madre, che soffre davanti ai miei occhi, valga più di quella di suo figlio che non vedo ancora». Lontano dagli occhi lontano dal cuore, questa è la ragione? Prima di concludere così: «Amo il mio lavoro, quando non è concentrato sugli aborti, ma so che quando andrò in pensione mi potrò permettere di pensare di nuovo a Dio. Quando finirò di lavorare, spero solo di trovare un confessore misericordioso».

Nessuno ha cercato di dire che è bello abortire, da questo punto di vista sono stati onesti intellettualmente, non come Chiara Lalli. Tuttavia rimane inevasa la domanda-chiave: se l’embrione non è un essere umano, non è “uno di noi”, perché sarebbe un dramma abortire (o praticare l’aborto)? E se è un essere umano, con quale diritto etico e morale lo si uccide, violando così il suo diritto alla vita?

La redazione

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