Cosa c’entra il motore immobile di Aristotele con il DNA?

Aristotele 
 
di Giorgio Masiero*
*fisico

 

Da qualche tempo si alzano voci dubitative in campo darwinista sulla qualificazione di “programma” del DNA, nel significato tecnico che la parola ha in cibernetica di sequenza lineare d’istruzioni in linguaggio eseguibile. Ciò si deve forse al persistente fallimento a trovare un modello scientifico dell’abiogenesi, che resta tuttora “una questione irrisolta”, come ha dichiarato al convegno del 2011 organizzato dal CERN per fare il punto sul problema lo scienziato che più di tutti vi si è dedicato per 40 anni, Stuart Kauffman.

Mi rendo conto che cercare nel bussolotto dei dadi il motore del salto dalla materia inanimata alla vita “non è la strada migliore per costruirsi una carriera scientifica” (“Nature”, 21 maggio 2009), essendo l’informazione (in questo caso, quella contenuta nel DNA) opposta per definizione al caso. Ancora nel III secolo Plotino argomentava: “Come attribuire al caso il principio di ogni ragione, ordine e determinazione? Di molte cose certamente è padrone il caso, ma di generare l’intelligenza, il pensiero, l’ordine esso non è padrone; e poiché il caso è il contrario alla ragione, come potrebbe esserne il genitore?” (Enneadi, VI 8, 10). Ma, se non si crede che il pero nasca dal seme della pera per fortuna, e così il gattino dall’ovulo fecondato della gatta e il bambino dalla donna, essendo solo una felice serie di eventi ciechi a selezionare di seguito per settimane i 1024÷1025 atomi che compongono la struttura ordinata dell’unità biologica; se non si può credere ciò, si deve ritenere razionalmente necessario che (prima ancora di ricercare scientificamente come) nel seme o nell’ovulo fecondato d’una specie esistano il software (completo) e l’hardware (iniziale) per il montaggio di un’unità della stessa specie, attraverso l’estrazione dall’ambiente della materia e dell’energia necessarie. L’esistenza del programma genetico è dunque una necessità di ragione.

Tale necessità fu compresa fin dagli albori del pensiero occidentale. Tommaso d’Aquino usa il termine seminalis ratio: “È evidente che i principi attivi e passivi della generazione delle cose viventi sono i semi da cui si generano le cose viventi. Perciò Agostino opportunamente ha dato il nome di ‘cause seminali’ [seminales rationes] a tutti i principi attivi e passivi che presiedono alla generazione naturale e allo sviluppo [degli organismi viventi]” (Summa Theologiae, I, q. 115). Tommaso aveva attinto il tema da Agostino, che aveva elaborato l’idea stoica del lógos spermatikós. C’è chi scorge l’intuizione addirittura nel Salmo 139, dove il re Davide (1040-970 a.C.) canta: “Poiché Tu stesso producesti i miei reni, mi tenesti coperto nel ventre di mia madre. Ti loderò perché sono fatto in maniera tremendamente meravigliosa. […] Le mie ossa non Ti furono occultate quando fui fatto nel segreto, quando fui tessuto nelle parti più basse della terra. I Tuoi occhi videro perfino il mio embrione, e nel Tuo libro ne erano scritte tutte le parti, riguardo ai giorni quando furono formate e fra di esse non ce n’era ancora nessuna” [sottolineatura mia].

Aristotele tra gli antichi è il più esplicito e moderno. C’è da restare strabiliati davanti all’attualità scientifica di molti concetti biologici di Aristotele e alla forza della sua analisi, conseguente ad osservazioni di morfologia, anatomia, sistematica ed anche di embriologia, trattate in 5 libri. Prendiamo tra questi “Sulla generazione degli animali”. Aristotele comincia considerando un aspetto fondamentale della vita: il fatto che gli umani generano umani, i conigli conigli e le mele meli. Nella generazione degli uomini, prosegue lo Stagirita, il maschio fornisce col seme un principio formale, non un uomo in miniatura. Contro il padre della medicina Ippocrate, per il quale il seme è una secrezione in cui è materialmente presente ogni parte del corpo nascituro per mezzo di un contributo di quella stessa parte del genitore (una particella di fegato paterno per il fegato del futuro bambino, di vecchio cuore per il nuovo cuore, ecc.), egli osserva che gli uomini generano progenie anche prima di avere certe parti, per es. la barba o i capelli grigi, e lo stesso vale per le piante; che l’ereditarietà può saltare generazioni, “come nel caso di una donna di Elide che si accoppiò con un etiope. Sua figlia non fu nera, ma il figlio della figlia fu un nero” (I, 18); che il seme maschile può generare femminucce, e chiaramente non può farlo come secrezione in un uomo da genitali femminili. “Dalle considerazioni precedenti è chiaro che il seme non consiste di contributi provenienti da tutte le parti del corpo del maschio […], e che il contributo della femmina è alquanto diverso da quello del maschio. Il maschio offre il piano di sviluppo e la femmina il substrato. Per questa ragione la femmina non è fertile di per se stessa, poiché le manca il principio formale, cioè qualcosa che regoli lo sviluppo dell’embrione, qualcosa che determini la forma che esso assumerà” (I, 21). Secondo Aristotele dunque, il maschio fornisce il software, la femmina l’hardware: non è riconosciuto il contributo femminile nella meiosi (forse per un pregiudizio maschilista tipico dell’epoca), ma il concetto d’informazione genetica c’è.

Il principio informativo presente nel seme è paragonato al falegname, che costruisce i mobili di casa organizzando i materiali secondo un progetto, senza essere scalfito dal processo produttivo: “Il seme non contribuisce in nulla al corpo materiale dell’embrione, ma solo gli comunica il suo programma di sviluppo. Questa capacità è ciò che agisce e crea, mentre il materiale che riceve le sue istruzioni ed è forgiato da esso è il residuo non scaricato del fluido mestruale. […] La creatura prodotta dal principio formale nel seme e dalla materia proveniente dalla femmina è  come un letto, che è prodotto dal falegname e dal legno. […] Nessuna parte del falegname entra nel legno lavorato, […] ma solo la forma viene impartita dal falegname al materiale attraverso i cambiamenti che egli introduce. […] È la sua informazione che controlla il moto delle sue mani” (I, 22). In termini moderni, Aristotele ci dice che l’informazione contenuta nel DNA, dopo la fecondazione, viene letta in un modo pre-programmato che forgia la materia su cui agisce, ma non altera l’informazione salvata, la quale non è materialmente parte del prodotto finito. Il DNA è il motore della trasformazione, non trasformato dal processo. In greco kinoún àkíneton, un motore immobile in italiano.

È un errore scientista negare il ruolo della filosofia nelle scienze naturali, che invece ne è sempre alla base, come fase d’intuizione e metodo logico quanto meno. Ogni scienziato è nel suo lavoro, anche senza saperlo, un pedissequo discepolo di Aristotele. E il libro “Sulla generazione degli animali” prova che anche la scoperta di Francis Crick e James Watson del ruolo del DNA ha un lungo antefatto poco noto.

Così come è un’altra madornalità scientista irridere al concetto di motore immobile, dallo Stagirita dedotto proprio dai suoi studi embriologici e poi portato in fisica, in astronomia e finalmente in metafisica. Certo, se per moto s’intende (in bella ignoranza delle lingue classiche) solo il cambio di posizione spaziale, è facile obiettare alla filosofia aristotelica che in dinamica vale il galileiano principio d’inerzia; ma se, come intendevano Aristotele e la Scolastica medievale, la parola significa ogni tipo di cambiamento, allora l’assunzione di principi formali invarianti delle trasformazioni naturali è costituiva di tutte le scienze. Nella concezione meccanicistica della vecchia fisica newtoniana, per cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, il concetto di motore immobile appare un non senso; ma se, come nel DNA, esso è un principio che governa una trasformazione senza esserne alterato, allora il primo motore immobile (“próton kinoún àkíneton”) non è altro in fisica che il sistema di equazioni tensoriali dei campi di forza che regolano le trasformazioni basiche dei fenomeni naturali e sono il presupposto metafisico, immutabile della fisica moderna e della riduzione metodologica ad essa delle altre scienze naturali. (La forma tensoriale delle equazioni decreta matematicamente il confine tra l’invarianza assoluta dei principi e la covarianza relativa all’osservatore delle evidenze sperimentali misurate). In prospettiva, il primo motore immobile fisico è il santo Graal della cosiddetta TOE, l’unificazione matematica dei 4 campi.

Se conosciamo Aristotele, lo dobbiamo prima all’opera conservativa e traduttrice del cristianesimo medievale (dai cristiani d’Oriente ai monaci di Mont-Saint-Michel a Giacomo Veneto) e poi a quella divulgatrice e sviluppatrice della Scolastica, di San Tommaso d’Aquino in particolare; appartiene all’impulso iconoclastico di distruzione delle proprie radici se l’Occidente, in gran parte, oggi ignora questa storia.

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