Una distrazione (fisico-teologica) a Messa

Supernova 
 
di Giorgio Masiero*
*fisico

 

L’immanenza è la presenza della divinità nel mondo ed è il concetto metafisicamente opposto alla trascendenza, che è lo stare della divinità fuori dell’Universo e del tempo. Detta così, la distinzione tra le due polarità sembra netta. Però, con l’esclusione del “dio dei filosofi” che una volta avviato il mondo se ne disinteressa, il Dio trascendente delle religioni del Libro è comunque in contatto col mondo: necessario alla sua sussistenza, provvidenzialmente agente nella storia, continuamente presente nella parola dei profeti e nei riti liturgici, misericordiosamente sensibile alle preghiere dei Suoi fedeli.

Prendiamo l’Antico Testamento nelle parole che stabiliscono il rito della Pasqua ebraica. “Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case” (Esodo, 12, 26-27). Con la Pasqua, gli Ebrei non commemorano tanto la liberazione storica dal Faraone (un evento accaduto a migliaia di km dalle loro case odierne e migliaia di anni fa), ma celebrano la salvezza qui e ora. I tempi usati nei verbi sanciscono la presenza attuale e ripetuta nel rito, cioè anche immanente, di “Colui che è” nella trascendenza. Analogamente vale nel cristianesimo. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui”: l’immanenza tra uomo e Dio si ripete ogni volta nell’Eucaristia. Anzi, non s’interrompe mai perché rimanere non significa un incontro fugace, ma una dimora duratura, un modo di essere. “Fate questo in memoria di me”: così dicendo, su invito (al presente) di Gesù, i cristiani non ricordano soltanto l’evento storico della Crocifissione, ma partecipano attualmente all’evento della salvezza operata dal sacrificio di Cristo. L’atto di salvezza e la sua celebrazione eucaristica sono eventi eterni, non costretti nella località fisica e nella successione temporale, ma nemmeno giacenti in un Aldilà dello spazio e in un Oltre del tempo assolutamente estranei.

Un paio di domeniche fa a Messa, mentre udivo le sacre formule uguali da 2.000 anni e mi risuonavano ancora in testa i versetti del salmo 89 (“Mille anni ai tuoi occhi sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte”) recitati nel responsorio, mi sono chiesto – forse per una deformazione culturale sbilanciata sul lato scientifico – se la tensione tra immanenza e trascendenza si potesse integrare in un’interpretazione teologica della teoria scientifica del tempo, la relatività einsteiniana, o se dovessi rassegnarmi ad una completa incomprensione del mistero. Ecco la divagazione.

Ogni volta che eseguiamo la misura della posizione d’un oggetto nello spazio, lo facciamo in un istante preciso del tempo. Viceversa, non possiamo misurare a quale istante un evento accade se non in una determinata posizione dello spazio. Partendo da questa evidenza dell’inseparabilità di spazio e tempo (e dalla volontà di correggere un’asimmetria presente nelle equazioni di Maxwell), Albert Einstein costruì agli inizi del secolo scorso la sua teoria della relatività speciale (TRS, 1905). Una decina d’anni dopo, per comprendervi i fenomeni della gravitazione inizialmente esclusi, la estese nella teoria della relatività generale (TRG, 1916). Da allora, lo spazio e il tempo sono indissolubilmente uniti in fisica nella geometria di un continuum 4-dimensionale, chiamato spazio-tempo.

Prendiamo ora 2 eventi distinti, accaduti in 2 luoghi e in 2 istanti: nella TRS, osservatori in moto relativo ottengono con i rispettivi metri e orologi (preventivamente co-tarati e sincronizzati) misure diverse sia della distanza che della durata intercorse tra i 2 eventi. Distanza spaziale e durata temporale sono grandezze relative allo stato di movimento degli osservatori. Anche la simultaneità è relativa, perché tutti gli eventi contemporanei per un osservatore non lo sono per un altro in moto rispetto al primo: secondo l’orologio del secondo osservatore, alcuni di quegli eventi sono accaduti prima, altri dopo. La differenza tra passato e futuro, che prima di Einstein era pensata intuitivamente assoluta, si dissolve.

Di fronte al fiorire quotidiano di “teorie” di cui la divulgazione scientifica quotidianamente c’inonda (per spiegare per es. le nostre preferenze religiose o sessuali) e che sono soltanto congetture incontrollabili, qualche lettore potrebbe pensare che anche la teoria della relatività sia una speculazione di questo tipo. Si sbaglierebbe. Non c’è nulla in scienza sperimentale moderna di più sacro della relatività einsteiniana, che – oltre ad essere un sistema formale di bellezza e semplicità ineguagliabili – in un secolo è stata corroborata da ogni evidenza empirica, senza mai un’eccezione. Più salda del Gran Sasso.

Anche nella teoria della relatività però, non tutto è relativo, perché ci sono grandezze che a tutti gli osservatori, qualunque sia il loro stato di moto, risultano invarianti. Una di queste è la velocità della luce (c = 299.792,458 km/s), come Albert Michelson ed Edward Morley provarono con il loro straordinario esperimento, il cui risultato controintuitivo fu reso noto il 17 agosto 1887. Un caso in scienza, potremmo dire, di conferma sperimentale di una predizione avvenuto prima della predizione teorica! Un altro risultato della TRS è che la massa osservata di un corpo aumenta con la sua velocità, crescendo indefinitamente man mano che questa si avvicina a quella della luce. Cosicché diventa impossibile accelerare un oggetto massivo alla velocità c, perché lo sforzo richiederebbe un’energia infinita. Le particelle di luce invece, i “fotoni”, viaggiano alla velocità c proprio perché sono prive di massa, puri grumi di energia. Ancora, la rapidità di rotazione delle lancette d’un orologio risulta più lenta ad un osservatore solidale con l’orologio che ad un osservatore in moto relativo; tanto che, per un corpo massivo in accelerazione, all’approssimarsi della sua velocità a c lo scorrimento del suo “tempo proprio” tende a zero. Tutto ciò viene osservato quotidianamente negli acceleratori di particelle.

Ma che cosa c’entra tutto ciò con l’eternità? Vengo al punto. Consideriamo nello spazio-tempo 2 eventi connessi da un raggio di luce: per es., l’esplosione della supernova SN1994D (evento 1) e la registrazione dell’esplosione avvenuta al Telescopio spaziale di Hubble nel marzo 1994 (evento 2, v. foto accanto al titolo). Poiché la supernova stava a 50 milioni di anni luce dalla Terra, per gli orologi terrestri l’evento 1 è accaduto 50 milioni di anni prima dell’evento 2. Secondo gli osservatori umani, i fotoni della supernova sono stati prodotti lì ed allora e dopo aver viaggiato per 50 milioni di anni alla velocità della luce hanno impressionato le lastre del telescopio qui ed ora. Ma osservata dai fotoni la storia è diversa, perché il loro tempo proprio si è letteralmente fermato: per tutto quanto li può riguardare, essi hanno viaggiato attraverso l’Universo istantaneamente. La registrazione dell’esplosione, che gli orologi terrestri hanno registrato 50 milioni di anni dopo il collasso della stella, risulta agli “orologi” fotonici avvenuta contemporaneamente al collasso. I fotoni esistono in un tratto di eternità, dalla loro emissione al loro assorbimento. Potremmo dire che la luce è immanente ai suoi osservatori terrestri viventi nella durata del tempo, e che è anche a loro trascendente, perché non è localizzata né ha una durata, ma solo un presente.

Noi umani abbiamo la coscienza di percorrere una sequenza di eventi spaziali e temporali, che in relatività si chiama una “linea di universo”. Ma la vita di Dio non può essere rappresentata da una linea di universo: se Dio non sta in alcuna posizione spaziale (al contrario di Zeus che abitava il monte Olimpo), Egli non vive alcun preciso istante del tempo. Egli è oltre lo spazio-tempo: analogamente alla luce, Egli ha il possesso di tutto lo spazio in un solo istante. Tuttavia questa è solo una faccia della teologia: quella domenica una distrazione mi ha fatto intuire che l’Incarnazione avvenuta nello spazio-tempo (a Betlemme, 2.000 anni fa) e che si ripete ogni volta nell’Eucaristia, conciliando il trascendente e l’immanente, sussume i concetti di tempo e di eternità insieme, senza contraddire la scienza.

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