Referendum paritarie: gli esperti contro “Rodotà&Scamarcio”

Referendum BolognaDomenica 26 maggio 2013 a Bologna i cittadini saranno chiamati alle urne per pronunciarsi su uno sciocco referendum consultivo dal costo di circa 300mila euro, circa il finanziamento di un milione di euro destinato agli asili paritari. Il referendum non ha alcuna validità e la giunta continuerà a finanziare le scuole paritarie anche in caso di sconfitta, come ha affermato lo stesso sindaco Virginio Merola.

Chi è contro il finanziamento non si accontenta dei 36 milioni di euro che il Comune di Bologna destina alle scuole dell’infanzia ma vorrebbe entrare in possesso anche del milione che invece viene destinato alle scuole paritarie (lo 0,8% del totale, di cui beneficiano 1.736 bambini), qui i dettagli. Questo la dice lunga su quanto la questione sia di stampo ideologico.

La composizione dei due schieramenti la dice lunga: da una parte economisti, giuristi, costituzionalisti e vari esperti del settore scolastico, la Chiesa e tutte le forze politiche moderate, dall’altra parte i reazionari giacobini del Comitato Referendario “Articolo 33”, sostenuti dal “Fatto Quotidiano”, da Sel, Movimento 5 Stelle, i soliti anziani rimasugli del comunismo (Sabrina Guzzanti, Augias, Rodotà, Hack, Camilleri) e qualche spaesato belloccio televisivo reclutato in fretta da Cinecittà (Scamarcio, Neri Marcorè, Golino ecc.). La cosa più simpatica è che il leader di Sel, Nichi Vendola, in Puglia finanzia le paritarie come ha fatto notare Amelia Frascaroli, assessore di Sel a Bologna (che voterà a favore del finanziamento), e lo stesso fa Federico Pizzarotti a Parma, l’unico grillino sindaco. Occorre anche sottolineare i tanti casi di discriminazione dei membri del Comitato “Articolo 33” verso le famiglie pro-finanziamento.

Il finanziamento alla paritarie è un problema solo italiano in quanto nel resto d’Europa le scuole paritarie sono integralmente (o solo parzialmente, come in Italia) pagate dallo Stato. L’Unione Europea è apertamente a favore della libertà di scelta della famiglia e della pluralità educativa e ha quasi copiato i due articoli della Costituzione italiana in merito alla libertà d’educazione. E’ la solita fiera dell’ipocrisia: mentre sui matrimoni gay l’Italia dovrebbe adeguarsi all’Europa, sul finanziamento alle scuole paritarie invece no. Non a caso il sottosegretario all’istruzione Elena Ugolini ha affermato: «Se tu spieghi in Europa il senso di questo referendum, si metterebbero tutti a piangere, non a ridere. In Europa non esiste l’idea che tutto deve essere statale. Voglio dire, cerchiamo di capire quello che permette alle scuole di migliorare e di dare il meglio ai nostri ragazzi, chiediamoci cosa può far avere ai nostri ragazzi una buona proposta educativa e formativa».

 

Lasciando da parte l’imbarazzante discesa in campo del gruppetto denominato “Rodotà&Scamarcio”, abbiamo raccolto il parere dei veri conoscitori della tematica dibattuta dal referendum i quali rispondono a tutte le possibili obiezioni e domande che possono sorgere.

Nicolò Zanon, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Milano e membro del Consiglio Superiore della Magistratura, ha affermato: «Il referendum è figlio del clima folle che si è creato intorno ad alcuni totem, uno dei quali è proprio l’articolo 33. Si tratta in realtà di una battaglia ideologica e di retroguardia, falsamente ricondotta alla Costituzione italiana. Io leggo che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Mi pare che a Bologna non si tratti di istituire scuole, ma di far funzionare quelle che già ci sono. Nel caso concreto non solo non ci sono oneri per lo Stato; l’amministrazione comunale, a fronte di un contributo di un milione, ci guadagna molto di più, riuscendo a soddisfare una domanda di servizi alla quale diversamente non riuscirebbe a rispondere. Siamo nel solco di una lettura forsennatamente giacobina della nostra Costituzione, già documentata in altre occasioni sia da questa battaglia antiparitaria, sia da alcune note manifestazioni pubbliche. C’è un’area culturale radical-giacobina che crede di interpretare la purezza originaria dei valori della Costituzione, in realtà la tradisce dandone una lettura fuorviante e parziale». C’è il tentativo, ha continuato, di veicolare «una laicità di combattimento, non positiva ma negativa, che chiede allo Stato una “neutralità” che non risulta affatto neutra, come invece potrebbe sembrare a prima vista, perché profondamente ostile al pluralismo religioso e al ruolo della religione nella vita pubblica. Sotto questo aspetto accusiamo un ritardo clamoroso», poiché «in tutte le grandi democrazie, a parte la Francia che si trova in questo momento in una condizione forse diversa, il dibattito pubblico tiene conto dell’apporto della religione e non nega affatto che la religione possa partecipare al dibattito pubblico e per questo possa avere un ruolo nell’educazione e nella formazione dei giovani. Da noi invece si insiste nel replicare una lettura della laicità come divieto dello Stato di favorire lo sviluppo di un pensiero plurale». Ha quindi concluso: «Il contributo che il Comune dà consente alle scuole convenzionate di mantenere delle rette ragionevoli, e quindi di allargare il diritto di scelta dei genitori meno abbienti a favore delle scuole paritarie non statali. Parallelamente il Comune ottiene che il complesso dell’attività scolastica nelle scuole paritarie non statali sia equipollente a quello svolto dalle scuole statali», e così si arriva a «tutelare il pluralismo culturale delle famiglie e conformare a precisi standard il servizio scolastico offerto delle scuole paritarie. Mi pare uno di quei pochi esempi virtuosi esistenti nel nostro paese di collaborazione efficace tra le autorità pubbliche e l’iniziativa dei privati. Volerlo abbattere sulla base di un presunto “ritorno alla Costituzione” è fanatismo. Un servizio pubblico non è necessariamente in mano allo Stato: un conto è la funzione, un conto la natura giuridica di chi eroga il servizio. Ebbene, la cosa incredibile è che ancora si debba spiegare che pubblico non è sinonimo di statale».

 

Stefano Zamagni, ordinario di Economia politica all’università di Bologna e presidente del comitato pro-finanziamento, ha affermato: «i referendari hanno basato la loro campagna su informazioni sbagliate. Io voglio credere nella buona fede, però non è vero che le scuole paritarie non fanno parte del sistema pubblico: sono a gestione privata, ma la legge 62 del 2000, detta “Berlinguer”, dice che partecipano al sistema pubblico. Secondo punto: l’articolo 33, cui appunto si appellano anche nel nome del comitato i referendari, dice che gli enti privati possono istituire scuole, però “senza oneri per lo Stato”. Attenzione però, oneri viene dal latino onus, “peso”: la costituzione prevede quindi che all’ente pubblico sia risparmiato di far fronte ad un peso, non ad un semplice pagamento. Nello specifico delle scuole bolognesi, il Comune dà 1 milione all’anno, ricevendo però in cambio un servizio di 6 milioni: è quindi il contrario, l’onere è sulle spalle della società civile. In questo l’argomentazione dei referendari è ribaltata di 180 gradi, a maggior ragione se si attinge alla relazione di accompagnamento dell’articolo 33: Corbino, Labriola e Mortati, i tre costituenti che all’epoca la firmarono, spiegavano esattamente questa interpretazione della parola “oneri”. In questa fase storica di ristrettezza economica gli enti pubblici non possono prescindere dalle materne paritarie, il giorno in cui l’ente comunale si rintanasse nel proprio nucleo, questo determinerebbe un abbattimento della qualità dell’insegnamento e del servizio. I referendari hanno fatto una manifestazione in Piazza Maggiore: si aspettavano migliaia di persone, erano solo in 120. Ai bambini hanno fatto cantare “Bella Ciao”, “Il Resistente” e altre canzoni di quel repertorio: non mi vengano a dire che rispettano la libertà di quei bambini di 4 anni, che chissà se sanno la storia di quelle canzoni. Io però sono molto fiducioso: sono convinto che vinceremo, e dato che Bologna non è un paesino, sarà un bel segnale per l’Italia: qui è in gioco il bene della gente, e la stessa cosa varrà per la sanità, l’assistenza degli anziani ecc.». Ed infine ha sottolineato: «Il comune di Bologna versa un milione alle paritarie e riceve un servizio pari a sei milioni. Non ci vuole un economista per capire che il guadagno è pari a cinque milioni all’anno».

 

Maria Chiara Carrozza, attuale ministro dell’Istruzione e ordinario di bioingegneria industriale presso la Scuola superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant’Anna di Pisa, ateneo di cui è stata rettore per due mandati, ha affermato: «Le scuole paritarie coprono una parte degli studenti italiani e offrono un servizio pubblico. Se togliessimo questi soldi metteremmo in grave difficoltà queste scuole e molti bambini non avrebbero accesso alla scuola. Sarebbe un disastro, tra l’altro i 500 milioni circa di finanziamento alle scuole paritarie sono una parte dei 40 miliardi di spesa per la scuola pubblica. Sono una piccola parte, che però copre laddove il sistema delle scuole statali non riesce ad arrivare. Soprattutto sulla scuola dell’infanzia sulla quale siamo deboli e sulla quale dovremmo tornare ad investire». Per questo «il dibattito sul referendum di domenica 26 maggio di Bologna sembra privilegiare soprattutto le esigenze politiche e i diversi posizionamenti ideologici, piuttosto che gli interessi dei bambini».

 

Virginio Merola, sindaco di Bologna (Pd) ha inviato una lettera a tutte le famiglie bolognesi in cui ha scritto: «Diamo un milione di euro alle scuole paritarie private perché lo riteniamo giusto. È questo modello che permette di avere qualità educativa diffusa e di non lasciare a casa i bambini quando i tagli del governo diventano insostenibili. Va detto senza ambiguità: è questa per noi la scuola pubblica, non un’altra che non c’è. È bene farla finita con un imbroglio ideologico: questo non è un referendum per dire se sia meglio la scuola privata o la scuola pubblica». In una intervista ha detto: «Il sistema pubblico integrato della scuola, che vede insieme Comune, Stato e scuole paritarie, è attivo da 18 anni e dal 2000 è stato riconosciuto da una legge nazionale. Bisognerebbe capire che le scuole materne paritarie sono dentro il sistema pubblico, se è per questo noi diamo soldi anche alle materne statali visto che lo Stato fa molto meno di quello che dovrebbe fare. Ma il punto è un altro: noi non eroghiamo fondi alle scuole paritarie solo perché siamo costretti dalla difficile situazione economica, lo facciamo perché è giusto farlo. Chi vuole abolire i fondi alle scuole private è un estremista conservatore». Purtroppo lo stesso quesito, ha spiegato ancora, «fa confusione perché crea la falsa informazione che esisterebbero delle scuole private alle quali vengono dati i soldi di tutti. Non è così. Stiamo parlando di scuole paritarie private, esattamente come sono paritarie le scuole comunali. Entrambe riconosciute da una legge del 2000, la n. 62, voluta da Luigi Berlinguer. Invece di chiedere tutti insieme che lo Stato faccia la sua parte, aumentando le sezioni di scuola dell’infanzia statale o riconoscendo maggiori fondi al Comune di Bologna, si fa una lotta tra poveri per togliere i fondi alle scuole paritarie private. Se, grazie alla convenzione con le paritarie private, noi assicuriamo al costo di 1 milione un sostegno a più di 1.700 bambini, a parità di spesa riusciremmo al massimo ad aprire quattro sezioni di scuola dell’infanzia comunale, dando risposta ad appena 150 bambini. Inoltre c’è chi non vuole convincersi che in questo paese una legge è costituzionale fino a quando la Consulta non ne dichiara l’incostituzionalità; e per la legge 62 ciò non è mai avvenuto. Al tempo stesso si pretende che attraverso un referendum consultivo si possa decidere della costituzionalità di una legge. È un atteggiamento aberrante e antidemocratico. Ci si ostina a far confusione sul concetto di scuola pubblica, che nella nostra città − da anni − non è fatta solo da dipendenti del comune o da dipendenti dello Stato. Se un Comune finanzia e sostiene attività che sono di servizio pubblico, queste sono a tutti gli effetti pubbliche, indipendentemente dall’essere svolte da un dipendente comunale, dal dipendente di una cooperativa o di un’associazione no profit».

 

Walter Vitali, ex sindaco di Bologna dal 1993 al 1999 del Partito Democratico, ha spiegato: «I bolognesi dovranno rispondere a una domanda decisamente faziosa. Questo non è un tema di destra o di sinistra, questa è l’occasione per confermare la scelta giusta del sistema integrato, che va difeso e rilanciato. Tutti noi difendiamo e abbiamo a cuore il sistema pubblico. Un pubblico che, da ormai cinquant’anni, si è liberato di quella visione statalista che, ai tempi della Guerra Fredda, ha fatto molti danni, secondo la quale può essere definito pubblico solo ciò che è statale e nient’altro». In un’altra occasione ha rilevato che «l’offensiva dei referendiani indebolirebbe tutta la scuola pubblica perché senza il milione di euro del Comune molte paritarie sarebbero costrette a chiudere e senza di loro le liste d’attesa crescerebbero». Oltretutto ha ricordato che chi chiama in causa l’articolo 33 della Costituzione che «tutti i ricorsi fatti alla Consulta contro il finanziamento alle paritarie sono stati bocciati».

 

Stefano Ceccanti, costituzionalista e professore di Diritto pubblico comparato nell’Università La Sapienza di Roma, ha spiegato: «L’argomento risolutivo resta comunque quello della distinzione tra pubblico e statale. Infatti i sostenitori dell’ipotesi A non si occupano di questo criterio, obiettando a priori, se capisco bene, che una soluzione sensata se fosse incostituzionale sarebbe comunque inaccettabile. Il punto è che non è affatto incostituzionale. Fuori da Bologna il referendum è ormai vissuto come un conflitto sulla possibilità di distinguere tra pubblico e statale. Il vero problema è che la lettura dei principi è filtrata da una mentalità statalista secondo la quale i beni comuni possono essere prodotti solo dalla gestione pubblica diretta. È uno schema che non corrisponde a quello della nostra Costituzione».

 

Giuliano Cazzola, docente di economia presso l’Università di Bologna e politico del PDL, ha spiegato: «la riforma Berlinguer nel 2000 l’ha confermato: in Italia la scuola pubblica è sia quella statale sia quella gestita da privati e paritaria. Pubblico, infatti, non vuol dire necessariamente statale, come, invece, sostiene il comitato promotore del referendum. Perché dare soldi pubblici a scuole private? Perché fanno risparmiare i cittadini! Con un solo milione di euro e poco più dati grazie alle convenzioni alle scuole dell’infanzia paritarie di Bologna, infatti, il Comune permette ad oltre 1.736 bambini di frequentarle, che sono il 21 per cento dei bambini bolognesi. Se quel milione fosse dato alla scuola statale, non si riuscirebbero a garantire lo stesso numero di posti a parità di spesa e molti bambini dovrebbero restare a casa». In un’altra occasione ha commentato: «Mi sembra evidente che quello che sta succedendo a Bologna non è altro che la prova generale di quello che potrebbe accadere a livello nazionale. Il fatto che persone quali Margherita Hack o Andrea Camilleri, che nulla c’entrano con Bologna, abbiano sottoscritto il manifesto del comitato a favore dell’abrogazione dei fondi ne è la prova più evidente. Ci troviamo di fronte all’ennesimo contenzioso tra quelli che si definiscono laici e i cattolici. Una partita vecchia giocata sulla pelle dei bambini».

 

Sergio Belardinelli, docente di Sociologia politica nell’Università di Bologna, ha scritto: «Il Comitato articolo 33 si sta rivelando un singolare concentrato di tutta una serie di pregiudizi che in questi anni siamo venuti alimentando irresponsabilmente nel nostro paese, primo fra tutti quello secondo cui pluralismo e sussidiarietà sarebbero la semplice copertura ideologica di inconfessabili interessi clericali e liberisti. Stefano Rodotà lo dice espressamente: “è necessario riprendere il filo, spezzato in questi anni, della politica costituzionale e della legalità che essa esprime”. Forse che la sussidiarietà non sia un principio costituzionale? Forse che le paritarie dell’infanzia non rappresentino un indispensabile servizio per i bolognesi, oltre che un notevole risparmio per le casse comunali? Siamo di fronte insomma a un mix di laicismo anticlericale, costituzionalismo giacobino, moralismo e demagogia che sarebbe semplicemente ridicolo, se non fosse che proprio questo mix sta diventando una carta politica vincente nel nostro paese».

 

Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, fondatore del Partito Democratico ed ex docente di Economia all’Università di Bologna, ha scritto: «Se, come spero, riuscirò a tornare in tempo da Addis Abeba, domenica prossima voterò sui quesiti riguardanti le scuole dell’infanzia e voterò l’opzione B. Il mio voto è motivato da una semplice ragione di buon senso: perché bocciare un accordo che ha funzionato bene per tantissimi anni e che, tutto sommato, ha permesso , con un modesto impiego di mezzi, di ampliare almeno un po’ il numero dei bambini ammessi alla scuola dell’infanzia e ha impedito dannose contrapposizioni? Ritengo che sia un accordo di interesse generale».

 

Salvatore Sechi, docente di Storia contemporanea nell’Università di Ferrara, ha fatto notare che prima della decisione di finanziare parzialmente le scuole paritarie «le scuole statali erano sovvenzionate interamente con le risorse pubbliche (cioè di tutti i cittadini), mentre quelle private, per lo più cattoliche, si alimentavano dei contributi delle famiglie e dei cittadini singoli. Gli stessi ai quali venivano prelevate quote di reddito per finanziare gli istituti statali. Pagavano, dunque, due volte un servizio di cui fruivano parzialmente. Il finanziamento alle scuole paritarie è legittimato dalle legge 62/2000, che riconosce loro un ruolo preciso, cioè una funzione pubblica. Un ruolo che non può essere disconosciuto se non a prezzo di farsi carico di una discriminazione. Ne è derivato un sistema pluralistico che non ha più al proprio centro lo Stato-impiccione tanto caro ai vecchi e nuovi giacobini che hanno prevalso sul liberalismo di origine risorgimentale». In ogni caso a Bologna, «il finanziamento pubblico di cui si chiede l’abolizione sarebbe assolutamente insufficiente a fronteggiare i bisogni reali della popolazione», anche per questo «sarebbe realmente grave se alla fine il monoteismo laicista avesse la meglio».

 

Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, è intervenuto più volte sul tema: «Il pensiero dei promotori del referendum di Bologna è viziato da un fortissimo pregiudizio ideologico che confonde la laicità con la discriminazione, per cui dovrebbe essere prerogativa esclusiva dello Stato fornire il servizio educativo scolastico, mentre è prerogativa dei genitori scegliere a chi delegare l’istruzione dei figli. La nostra scuola è la scuola pubblica. Quale che sia il soggetto che eroghi il servizio, lo Stato, un comune, un privato profit o non profit: il servizio è pubblico. Così, del resto, vuole una norma, oltretutto, introdotta in Costituzione da una maggioranza di centrosinistra. La contrapposizione tra scuola pubblica e privata è antica e, ormai, superata». In un editoriale critica Stefano Rodotà: «Nella lettera pubblicata ieri dal Corriere, per esempio, Rodotà non usa mai una volta la parola bambini. Preferisce concentrarsi sui principi, sui valori, sui diritti. Interpreta poi con intransigenza una via esclusiva, in cui solo lo Stato rappresenta il “pubblico” e tutto il resto deve restare fuori dal suo perimetro, più che mai se ha a che fare con la Chiesa. I referendari, infatti, non chiedono solo più fondi alla scuola comunale: chiedono che siano tolti a quella non comunale». In un secondo editoriale ha scritto: «La battaglia sembra essere di principio: non un soldo dello Stato a ciò che non è gestito dallo Stato. Ma in questo modo si rischia di negare il diritto alla libertà educativa delle famiglie, anch’esso riconosciuto nella Costituzione. C’è insomma in gioco una questione di libertà molto delicata, visto che si parla di educazione, e che Aldo Moro difese alla Costituente. E infatti la legge, una legge varata dal centrosinistra e che porta il nome di Luigi Berlinguer, stabilisce dal 2000 che tutto il sistema nazionale di istruzione, che sia gestito dallo Stato, dai Comuni o dai privati, è “pubblico”, perché svolge un servizio pubblico e si assoggetta a norme fissate dal potere pubblico, a partire dall’obbligo di essere aperto a tutti. Lo strano connubio tra statalismo e retorica dei diritti, tra post-comunisti e post-giacobini, che ha già terremotato il Pd in Parlamento, tenta ora di conquistarne il popolo nella città simbolo del riformismo».

 

Luigi Berlinguer, ex ministro dell’Istruzione e padre della riforma sulla scuola paritaria (legge 62/2000), ha scritto: «il referendum di Bologna pone l’accento lontano dalla questione sociale della scuola, confondendo il concetto di statuale con quello di pubblico, con la conseguente rinuncia a sollecitare e a battersi per estendere al massimo il servizio e per qualificarlo sempre più. Gli articoli 3, 5, 33, 34 e 117 costituiscono la cornice costituzionale della legge 62/2000, che è appunto legge fortemente laica di attuazione costituzionale. Il sistema integrato favorisce l’uguaglianza sostanziale e la partecipazione».

 

32 sindaci di altrettanti Comuni della provincia di Bologna hanno sottoscritto un appello in cui hanno affermato che «l’eliminazione dei finanziamenti alle scuole paritarie private non porterebbe a un aumento dell’offerta pubblica, bensì a una diminuzione drastica dell’offerta formativa complessiva e della sua qualità. Le convenzioni fra Enti Locali e scuole paritarie hanno consentito, nella nostra regione, di generalizzare l’offerta e garantire omogeneità nell’ambito del sistema. Per questo, i sottoscrittori del presente appello, sindaci di una regione nella quale la presenza del sistema paritario garantisce una copertura del 33% dei posti di scuola dell’infanzia, chiedono che sia tutelato nel modo più estensivo il diritto alla scuola delle bambine e dei bambini, preservando un’esperienza di alto valore sociale e civile, che garantisce qualità all’intero sistema scolastico».

 

Beatrice Draghetti, presidente della provincia di Bologna (Pd) ha scritto in una nota: «Come cittadina bolognese il 26 maggio prossimo andrò a votare al referendum e voterò B». Il referendum voluto dal comitato Articolo 33 è «assolutamente mal formulato e fuorviante», «ideologico» e affetto da «banalizzazione e qualunquismo», e ignora completamente la legge 62/2000, alla quale era necessario fare riferimento «non solo perché esiste, ma per le ragioni di bene comune e di profilo costituzionale che l’hanno ispirata, sostenuta, consentendo un salto di qualità significativo nelle opportunità di istruzione a disposizione dei cittadini».

 

Francesca Puglisi, senatrice e responsabile nazionale per la scuola del Partito democratico, ha affermato: «Tagliando i fondi alle paritarie non si risolverebbe nulla, anzi sarebbe un autogol perché lo si aggraverebbe. Il nostro problema è garantire un posto all`asilo a tutti i bambini e non lo si risolve certamente con battaglie ideologiche. Se a Bologna il Comune copre la maggioranza dell`offerta formativa, ci sono regioni, come il Veneto e la Lombardia, dove il 60% dei posti è assicurato dalle paritarie. Per questo dico che è velleitario pensare di statalizzare tutto e lo è non soltanto per ragioni economiche ma anche di qualità della scuola. Occorre puntare al governo pubblico di un sistema integrato pubblico-privato, secondo il principio della sussidiarietà. Questo modello sta dando eccellenti risultati di qualità». Rispetto alla militanza di Stefano Rodotà e altri esponenti della sinistra ha spiegato: «Esiste una sinistra che si accontenta di accarezzare le proprie ideologie e un`altra, rappresentata dal Partito democratico, che invece ha vocazione maggioritaria e cultura di governo e che crede che il primo compito della politica sia risolvere i problemi della propria comunità. Sono convinta che l`unica strada per continuare a garantire l`eccellenza del sistema bolognese delle scuole dell`infanzia, sia quella della collaborazione tra pubblico e privato. La sola capace di promuovere quella funzione pubblica del sistema che la legge garantisce».

 

Giuseppe Fioroni, deputato PD ed ex ministro della Pubblica Istruzione, ha sottolineato: «Non mi interessa il “che bello se tutte le scuole italiane fossero statali”. Credo sia più importante garantire a tutti l’accesso all’istruzione, e soprattutto alle materne. Con questo referendum si rischia di far perdere a molti bambini il diritto alla scuola materna. Oppure di trasformarlo in un lusso per pochi».

 

Francesco D’Agostino, professore di Filosofia del diritto e di Teoria generale del diritto presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, ha scritto: «La richiesta dei referendari di abrogare il finanziamento alle scuole materne “private” non nasce dal fatto che esse siano discriminatorie (nessuno si è sognato o può sognarsi di dire una cosa del genere), ma solo dal fatto che non sono di proprietà statale o comunale. E qui il nodo ideologico della questione emerge nettamente: i referendari ritengono evidentemente che solo una proprietà statale o comunale possa garantire servizi ottimali per tutti. Tesi ardita, ma che qui non voglio discutere nel merito. È sufficiente ribadire che l’opposta tesi (quella per la quale un servizio pubblico affidato a privati possa essere ben più vantaggioso) non è vergognosa e non merita di essere denigrata come una tesi «contabile». È piuttosto una tesi che ci aiuta a capire cosa davvero sia la laicità autentica: il discutere cioè a partire dalle cose stesse e non da valutazioni pregiudiziali, ancorché nobili e suggestive (almeno per chi le propone!). Laicità è «credere che le cose esistano», diceva l’indimenticabile Sofia Vanni Rovighi, è ragionare a partire dal “basso” dell’esperienza (cioè in questo caso dalla concretezza della situazione bolognese) e non dall’”alto” dei concetti (anche di quelli della tradizione latinocristiana e dalla sua pretesa diffidenza verso l’analisi economica della «massima convenienza»). Introdurre nel dibattito su un sistema di istruzione pubblico integrato e, specificamente, sul ruolo della scuola materna convenzionata e sui finanziamenti a essa destinati un riferimento a tali concetti assoluti significa restare chiusi in quel recinto ideologico che la modernità ha costruito per difendere se stessa e i suoi dogmi (non meno vincolanti dei dogmi cristiani e molto meno storicamente filtrati di questi!). Da questo recinto bisogna assolutamente fuoriuscire: per chi è chiamato a farlo, anche con un saggio voto referendario domenica prossima».

 

Vittorio Feltri, direttore del quotidiano di destra Il Giornale, ha posto una domanda provocatoria a Stefano Rodotà: «se io scelgo di iscrivere i miei figli a un istituto privato, e saldo la retta annuale fino all’ultimo centesimo, di fatto togliendomi dal carrozzone pubblico (statale o comunale), perché oltre a quell’istituto privato devo pagare anche la quota d’imposta relativa al funzionamento del carrozzone su cui ho rifiutato di salire? Se la scelta della scuola è facoltativa, come previsto dalla Costituzione, e io opto per quella – poniamo – religiosa, giusto che mi carichi personalmente della retta. Fin qui ci siamo. Ma perché dovrei pagare anche le tasse per contribuire a tenere in piedi la scuola pubblica di cui non usufruisco?»

 

Benedetto Zacchiroli, consigliere comunale del Pd e attivista omosessuale, ha ricordato che «Se togliamo i soldi alle scuole paritarie di Bologna dobbiamo toglierli anche al Cassero», cioè lo storico circolo omosessuale della città che riceve un contributo dal Comune per le sue attività. Per questo voterà anche lui “B” al referendum per le paritarie: «Diamo 36 milioni alle scuole comunali e vogliamo toglierne 1 alle paritarie?». Per questa presa di posizione ha ricevuto l’attacco dell’Arcigay ma lui ha ribadito: «Il Comune, tramite sgravi fiscali su bollette e altro, dà dei soldi al Cassero perché ritiene che il servizio offerto sia pubblico: informazioni sull’Aids, counseling a omosessuali, lesbiche e transessuali. Se questo servizio non fosse offerto dal Cassero, il Comune non sarebbe in grado di fornirlo. Ma il principio è lo stesso. La sussidiarietà è una. Siccome le scuole paritarie fanno un servizio pubblico il Comune le sostiene. Tra l’altro, va sempre ricordato che stiamo parlando dello 0,8 per cento su un totale di 36 milioni di euro che il Comune destina all’istruzione. In ogni caso: se non ci fossero le paritarie sarebbe un problema, perché con gli stessi soldi il Comune non potrebbe provvedere a quei bambini».

 
La redazione

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50 commenti a Referendum paritarie: gli esperti contro “Rodotà&Scamarcio”

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  1. manuzzo ha detto

    “E’ la solita fiera dell’ipocrisia: mentre sui matrimoni gay l’Italia dovrebbe adeguarsi all’Europa, sul finanziamento alle scuole paritarie invece no”. Quando l’ateismo estremo fa politica, quest’ipocrisia è pure poca!

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  2. Eigub Etted ha detto

    Una sola scuola per tutti, quella universale e statale, quelle private e ideologiche se le paghino coloro che le scelgono.

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    • LawFirstpope ha detto in risposta a Eigub Etted

      Certo, e la Trabant auto unica di stato!

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    • a-theòs=a-éthos ha detto in risposta a Eigub Etted

      Te lo dico in latino: minus habens! Di fronte a chi non si rende conto di doversi vergognare delle proprie opinioni senza alcun senso, non si può dire altro…

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    • beppina ha detto in risposta a Eigub Etted

      Una sola scuola per tutti, quella universale e statale, quelle private e ideologiche se le paghino coloro che le scelgono.

      Cosa é “universale”? Cosa si intende per “statale”? E “private e ideologiche”?
      Ma soprattutto cosa vuol dire “se le paghino coloro che le scelgono”? Solo una persona che non ha sbattuto il nasino su questi problemi può parlare così…

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    • Pino ha detto in risposta a Eigub Etted

      un consiglio, cambia spacciatore, quello di adesso ti vende roba tagliata male e te la fa pagare per buona.

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    • harryburns ha detto in risposta a Eigub Etted

      dai, dica la verità, lei non è vero…

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  3. Daphnos ha detto

    Redazione, la Guzzanti non si chiama Sabrina, bensì Sabina… come potete commettere quest’errore rischiando di offendere una delle più eccelse figure del servizio pubblico, dell’informazione corretta e della cultura che abbiamo in Italia?! Blasfemia! 🙂 🙂 🙂

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    • Matyt ha detto in risposta a Daphnos

      i reazionari giacobini del Comitato Referendario “Articolo 33”

      Ovvero, come buttare nel cesso un articolo ben scritto, che espone le posizioni di molti e fini intellettuali mettendosi a straparlare.
      Complimenti.

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      • Daphnos ha detto in risposta a Matyt

        Beh, in effetti l’ossimoro è evidente, spero che intendessero farlo apposta, evidenziando magari una contraddizione in seno al movimento citato, sennò ha ragione Matyt 🙁 .

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        • Kosmo ha detto in risposta a Daphnos

          Perchè?
          Mai sentito parlare di “fascisti rossi”?
          Mai notato che quelli che si riempiono la bocca di “democrazia”, “popolo”, “libertà” sono proprio quelli che sopprimono nei fatti queste parole appena arrivati al potere?
          Gli “illuministi” non agivano nella furia cieca dei loro pregiudizi?
          gli esempi sono infiniti

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  4. Daniele ha detto

    Purtroppo c’è un problema:
    che in tv e sui giornali alle persone (politici, economisti e giuristi: cioè esperti in materia) che avete citato e che sostengono l’opzione B non è permesso andare, mentre ai sostenitori dell’opzione A (tra cui Scamarcio, Marcorè, Augias: uomini di spettacolo e non esperti del settore scolastico) è concessa la totalità dello spazio.
    Spero che il “bolognese medio” domenica abbia la testa per ragionare come una persona matura e non come un ragazzino che si lascia ammaliare da Scamarcio & co.
    Molto positiva, invece, la decisione del Sindaco Merola (PD) di inviare a tutti i bolognesi una lettera in cui si motiva il perché l’amministrazione comunale abbia scelto di stare dalla parte dell’opzione B.

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  5. enzo ha detto

    MA le scuole paritarie sono le private che hanno avuto una autorizzazione, in teoria dovrebbero offrire lo stesso servizio delle pubbliche. Hanno la libertà di assumere chi vogliono? (nella scuola pubblica no) , di prendere i libri che vogliono? (nella scuola pubblica siamo bloccati da cinque anni) , possono fare l’orario che vogliono (nella pubblica dobbiamo sottostare ai voleri del provveditorato) e non sono nemmeno sottoposti alle prove INVALSI. e’ cosi? cosa dice la legge?
    grazie

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    • beppina ha detto in risposta a enzo

      MA le scuole paritarie sono le private che hanno avuto una autorizzazione, in teoria dovrebbero offrire lo stesso servizio delle pubbliche. Hanno la libertà di assumere chi vogliono? (nella scuola pubblica no)
      Provi ad avere in classe una insegnante fuori di testa nella scuola di mamma Stato…

      , di prendere i libri che vogliono? (nella scuola pubblica siamo bloccati da cinque anni)
      E si, tutti i libri che si vuole e con gli autori più monorientati che esistono. E il costo-libri non c’entra niente, é un orpello, giusto?

      , possono fare l’orario che vogliono (nella pubblica dobbiamo sottostare ai voleri del provveditorato)
      Guardi, é proprio questo IL problema maggiore (in senso ironico)…

      e non sono nemmeno sottoposti alle prove INVALSI.
      Lo so, a molti farebbe comodo pensare che sia così.

      Segue il loop della scuola italiana.
      1) D: = domanda
      2) R: = risposta
      3) D: ma esiste lo Stato in ambito scolastico?
      4) R: si
      5) D: se esiste come mai abbiamo una scuola da terzo mondo?
      6) R: mancanza di risorse
      7) D: come mai?
      8) R: perché lo Stato c’é e non c’é
      9) D: ma c’é in ambito scolastico?
      10) R: si
      11) vai a 5)

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  6. Franceschiello ha detto

    Trovo particolarmente interessante l’intervento del professor Zanon.
    I cattolici svolsero un ruolo cruciale nella stesura della Costituzione, sarebbe quindi ora di togliere a questi giacobini reazionari il monopolio dell’interpretazione della Costituzione.

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    • Franceschiello ha detto in risposta a Franceschiello

      è infatti assai significativo che la definizione di Italia come repubblica democratica fondata sul lavoro fu inventata da due cattolici, Moro e Fanfani.

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  7. MarcoF ha detto

    4 gatti che si credono di essere dei leoni!! Ideologia allo stato puro!!

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    • a-theòs=a-éthos ha detto in risposta a MarcoF

      Ma vedi, ci sono ideologie e ideologi verso i quali, pur essendo nell’errore, si può nutrire rispetto, in questo caso si tratta invece di pura idiozia, perché non c’è un solo argomento che abbia la minima parvenza di razionalità nel sostenere una posizione del genere. E infatti questi **bip** parlano solo per slogan, senza argomentare alcunché, in quanto è impossibile! E poi hanno il diritto di voto!

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      • Daphnos ha detto in risposta a a-theòs=a-éthos

        Devo dire che condivido il tuo discorso per intero. L’unico motivo, che per alcuni è valido, di votare A, è provare il brivido liberatorio di avere la sensazione (neanche effettiva, a dir la verità) di fare del male alla Chiesa.

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  8. edoardo ha detto

    A loro (i promotori del referendum) dei finanziamenti, di quel milione di euro indirizzato alle paritarie, non può fregargliele di meno.
    La cosa che gli interessa è una ed una sola: che la maggior parte delle paritarie si tratta di istituti cattolici.
    Se le paritarie fossero una specie di Frattocchie, si sbraccerebbero per aumentarne il finanziamento.
    Ma sono cattoliche, dunque “corrompono” le potenziali future leve elettorali, e come tali hanno da sparire.
    Con le buone o con le cattive.
    ……………
    Ma che brutta gentaglia che abbiamo in Italia!
    E’ per quelli che siamo una Pitecolandia da terzo mondo dell’Europa !!!!!
    E non riusciamo a scrollarci di dosso questo fecciume ideologico nonostante sia più matusa delle mummie di Ferentillo (in caso di ignoranza…pardon, non-sapienza.. vedere Wiki).

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  9. Gab ha detto

    Ci sarà un motivo se l’Italia era la terza economia mondiale nel suo complesso quando c’era lo Stato della Chiesa..

    Il problema dell’istruzione oggi è che si è semplicemente costruito un mito. Si è pensato che la scuola risolvesse tutti i problemi mentre invece l’ideologia che si è imposta nel fronte dell’istruzione ha distrutto secoli di economia fiorente che esisteva fino all’800…

    Si è distrutta la cultura del lavoro e si è data l’illusione che l’istruzione avrebbe risolto tutti i problemi. Una sorta di grande “cassa integrazione” dove parcheggiare migliaia e migliaia di persone a fare docenza… con risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Disoccupazione alle stelle e offerta formativa lontana anni luce dal mondo del lavoro.

    Avendo frequentato l’Università è fin troppo banale affermare che con il mondo del lavoro i contatti sono praticamente zero. E cosa se ne fa l’impresa di gente che se ne esce senza essere qualificata nelle mansioni quotidiane?

    La verità è che la scuola la si è fatta diventare fin troppo “accademica” quando invece in passato si imparavano i mestieri.

    Si è costruito il mito che tutti potevamo fare i dottori e gli avvocati. E infatti, grazie a questo, la disoccupazione è più alta che mai, si è costruita disaffezione attorno al caro vecchio lavoro manuale, che era quello che perlomeno la pagnotta a casa la portava…

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    • edoardo ha detto in risposta a Gab

      …”offerta formativa lontana anni-luce dal mondo del lavoro”, dici?
      Ti dico una cosa: nei vecchi programmi ” ai geometri” (gli ITG) si faceva chimica teorica (con laboratorio) il biennio, ed il terzo anno c’era chimica applicata ai materiali da costruzione.
      Coi nuovi programmi non c’è più.
      Sembra una barzelletta tragica, ma è proprio così.
      Evidentemente agli ignoranti che hanno stilato quel programma, sembrava inutile che l’allievo geometra studiasse i leganti idraulici, le pietre da costruzione, idrologia locale, interazione tra acque sotterranee e manufatti cementizi interrati….tutte cazzate, secondo i “professoroni”.
      Così che una minima parte del programma del terzo viene inserita la fine del secondo anno come laboratorio, che di fatto diventa teoria di chimica delle acque sotterranee.
      Ma questo a discrezione del singolo istituto, che ha deciso (nel mio caso) di apportare questa variazione, e con una visita didattica in cava che di fatto è una lezione di petrologia all’aperto, e “tosta” pure, perché chi non sa capire la differenza tra due rocce stratificate, una sedimentaria e l’altra metamorfica, secondo me non sarà mai geometra anche se gli regalassero il titolo.
      Altro punto da Pitecolandia:
      siamo sicuri che un geometra sappia distinguere una chiesa romanica da una gotica?
      Sapete, è perché la chiesaccia va abolita dai programmi ministeriali, e la storia dell’arte che la ricorda ad ogni pie’ sospinto.
      Eh…sai, i non credenti potrebbero sentirsi offesi a sentir parlare di architettura religiosa romanica e gotica.

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      • Gab ha detto in risposta a edoardo

        Infatti io stavo parlando della situazione attuale. Anche tu mi confermi che la situazione è peggiorata parecchio.

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    • Titti ha detto in risposta a Gab

      La vera stortura è stata considerare il lavoro manuale, come qualcosa di cui vergognarsi, oltrettutto mal pagato, il che ha prodotto in molti, l’idea che studiare corrispondesse automaticamente ad una evoluzione sociale del proprio status, visto che, fino alla fine degli anni ’50, le lauree erano prerogativa dell’alta borghesia. I dati ci rimandano ad una situazione che poco è cambiata: l’Italia resta un Paese in cui l’ascensore sociale non fuziona, chi è figlio di operai, nonostante i titoli di studio, o emigra, o, difficilmente, in Patria troverà di che essere soddisfatto a livello lavorativo, chi è figlio di industriali o di professionisti, seguirà comunque la strada dei genitori, indipendentemente dal merito personale, e questa, se vogliamo, è un’altra stortura.

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      • edoardo ha detto in risposta a Titti

        Io non la vedo assolutamente così.
        E’ vero che in Italia siamo oltremodo classisti, e chi lavora la campagna era ed è considerato una sorta di paria della società italiana, un burino, uno che ha le tacchette delle scarpe piene di fanga.
        (E ben venga che si importino derrate agricole dall’estero, tipo: pomodori dalle serre olandesi, aglio dalla Cina, cipolle dalla Spagna; è la pena del contrappasso, ben ci sta, perché è il frutto di ciò che abbiamo “seminato” dal boom economico in qua).
        Ma questa sorta di pseudo-cultura da inurbati moderni impiegati è stata portata avanti anche dal sinistrismo post-sessantottesco coi verdastri.
        Tra l’altro, le riforme agrarie sono state sempre osteggiate dalla sinistra, vedi l’acquisizione dei poderi a Maremma sotto De Gasperi, osteggiata dalla sinistra in quanto acquisizione di proprietà privata.
        Poi ci mettiamo anche i Radicali che volevano abolire il ministero dell’agricoltura (se lo sanno gli stranieri ci canzonano).
        Adesso pur di tentare l’allontanamento dell’Italia dall’Europa stanno mettendo in giro bufale costruite su un fondamento di verità completamente reinterpretata per dare idea falsa, tipo che tra poco non potrai coltivare orti famigliari perché la CEE vuole sementi autorizzate, il che è un bicchierino di verità in un oceano di falsità.
        La “cultura” che vuole portare avanti la sinistra è tutta filosofia, perché è lì che l’ideologia è costruita, è lì che si plasma il singolo pezzo della catena di montaggio del sistema sociale, che da solo non vale niente, ma acquista valore solo nel contesto sociale, come elemento di una massa umana.
        La cultura tecnologica rende l’uomo libero, indipendente, lo svincola dalla schiavitù del dover ricorrere alla collettività diretta dai politici-filosofi per soddisfare i bisogni elementari propri e del suo gruppo famigliare.
        La tecnologia è amica ed alleata della famiglia, la cultura sessantottesca le è contraria.
        La competenza tecnologica in ogni campo, agricolo, meccanico, chimico, ecc…rende il singolo meno dipendente dalla collettività, dunque meno ricattabile…”se non ti sottometti alle idee imposte dall’alto, finisci fuori dai benefici sociali”…la quintessenza dello statalismo più bieco.
        Per dominare il popolo occorre stroncare le sue radici col territorio, tagliare quel cordone ombelicale simbolico che lo lega alla terra, creare masse di inurbati dipendenti in tutto e per tutto da quanto gli viene fornito.
        Le politiche della sinistra, è lì che sono rivolte.
        (Non è che a destra siano per bene, intendiamoci, ma un certo sinistrismo anarco-verdastro è quanto di “meglio” ci possa essere per scardinare quel pochissimo che va ancora, nonostante il mutamento di sistema economico in corso).
        Giusto una ventina d’anni fa o poco più, l’iterazione di geografia antropica: che bello, l’Italia moderna ha un primario prossimo a zero, un secondario in diminuzione ed un terziario iper-sviluppato….addirittura quaternario (il terziario avanzato, il non plus ultra del classismo).
        Io stavo zitto al corso, ma pensavo tra me e me: che boiata ! Il terziario dovrebbe vendere quello che produce il secondario in caduta libera da materie prime di un primario in corso di smantellamento.
        Il terziario vende aria fritta se non c’è chi produce.
        E se il primario non è forte, si produce poco e si mangia meno.
        Perché li hanno educati che avere le tacchette degli scarponi piene di fanga è un disonore.
        Ma la crisi ci sta mettendo la testa a posto: meno grilli per la testa, e più patate nei campi.
        Tanto con tutta sta “cultura” moderna, quando sentono parlare di Michelangelo e Raffaello mica gli viene pensato alla Cappella Sistina, pensano istintivamente alle tartarughine ningia.

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        • a-theòs=a-éthos ha detto in risposta a edoardo

          Hai perfettamente ragione. Aggiungo che, lavorando in un’azienda metalmeccanica, vedo operai che ad ogni generazione sono più svogliati e viziati. Potrebbero avere studiato TUTTI, ma col cavolo che l’hanno voluto fare. Più comodo iniziare a guadagnare subito facilmente, in modo da sfondarsi di discoteca e altre scemenze… E nemmeno ora che le cose sono dure per tutti, dimostrano di comprendere e amare sotto una qualsiasi forma il loro lavoro. Ho conosciuto bene anche la generazione dei loro padri o nonni. Per loro era un orgoglio fare gli operai e alcuni di loro dopo la guerra, si alzavano alle 3, per arrivare a Milano da Bergamo o da Brescia, attaccati all’esterno dei vagoni…

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      • Pino ha detto in risposta a Titti

        fanfaluche, io, figlio di un operaio e di una casalinga, nato in una famiglia dove c’era il problema di avere i soldi per mangiare, ho completato gli studi universitari lavorando gli ultimi tre anni dell’università per potermi mantenere, sono diventato dirigente di una grande società americana, ho lavorato in Italia ed all’estero, ho conosciuto gente di tutto il mondo, di tutte le razze, culture e religioni. Una cosa corretta l’hai detta, oggi il titolo di studio non vale più, è solo una illusione, ma non è vero che i lavori manuali siano disprezzati o pagati poco, anzi. Oggi mancano tecnici specializzati, operai in certi ambiti lavorativi e siccome anche nel lavoro vale la regola della domanda e dell’offerta vengono per forza ben pagati. Addirittura oggi mancano pure i ragionieri perchè tutti vogliono fare il liceo per poi fare l’università magari in facoltà ridicole per poi essere disoccupati.

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        • Gab ha detto in risposta a Pino

          Ecco appunto. Non ho capito come mai sta fissa che tutti devono fare l’università. Sarebbe bello riavere una ottima scuola superiore per cominciare.

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          • Pino ha detto in risposta a Gab

            perchè i genitori pensano che i figli siano tutti dei geni, e poi perchè non esiste più una naturale selezione degli studenti.

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            • Titti ha detto in risposta a Pino

              Se per “naturale selezione degli studenti” si fà riferimento al merito, sono perfettamente d’accordo, purchè questo merito venga aiutato da borse di studio che consentano di andare avanti anche a chi, non ha le possibilità economiche, inoltre, è assurdo che chiedano la laurea anche per andare a pulire i cessi (cosa che ho fatto, trà l’altro…senza sentirmi sminuita, al contrario di alcune ex-colleghe che raccontavano in giro che facevano le impiegate perchè se ne vergognavano). La verità è che non ci può essere un rapporto di 1/1 trà operaio e dirigente, peccato che raramente c’è il figlio di papà che si “abbassa” ai lavori manuali, in quanto ad Edoardo, non è che prima, i contadini erano così indipendenti: restavano sempre sfruttati e pur facendosi un mazzo così, non godevano del frutto del loro sudore, ben prima dell’avvento del Comunismo e della sinistra, ci sono state forme di sfruttamento atte a calpestare e rendere dei Paria, coloro che producevano i beni essenziali per vivere, basta pensare, solo per citare un esempio, ai servi della gleba.

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              • Pino ha detto in risposta a Titti

                senti Titti, come ho detto nel mio intervento, il sottoscritto aveva, per condizione sociale, possibilità zero. Il primo anno all’università non ho pagato tasse per la media del diploma, il secondo le ho pagate con il presalario, poi ho lavorato finendo gli studi come studente-lavoratore. Oggi chiedono la laurea anche per pulire i cessi perchè il titolo di studio non vale più nulla, nemmeno la carta su cui è scritto. Questo per un motivo semplicissimo, non c’è più selezione. Nel ’68 si predicava l’università di massa? Godetevela! Quanto ai contadini ed ai servi della gleba ci sono palesi falsificazioni storiche. Il servo della gleba non era uno schiavo ma una persona, non un oggetto: ha una famiglia, una casa, dei campi e quando ha pagato ciò che egli deve non ha più obblighi verso il signore. Egli non è sottomesso a un padrone, è vincolato a una terra: il che non è affatto una servitù personale, ma una servitù reale. L’unica restrizione alla sua libertà è che non può lasciare la terra che coltiva. Ma, è da notare, questa limitazione non è priva di vantaggi poiché, se non può lasciare il fondo che ha in godimento, questo non gli può neppure essere tolto. Il contadino dell’Europa occidentale di oggi deve la sua prosperità proprio al fatto che i suoi antenati erano “servi della gleba”: nessuna istituzione ha contribuito tanto alla fortuna, per esempio, degli agricoltori francesi. Tenuto per secoli sullo stesso fondo, senza responsabilità civili, senza quegli obblighi militari che le campagne conobbero per la prima volta con le leve di massa imposte dalla Rivoluzione, il contadino francese è diventato il vero padrone della terra. Solo la servitù medievale poteva realizzare un vincolo così intimo dell’uomo con la campagna, fare dell’antico servo il padrone del suolo.

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    • Simone ha detto in risposta a Gab

      “Ci sarà un motivo se l’Italia era la terza economia mondiale nel suo complesso quando c’era lo Stato della Chiesa..”

      Che prima dell’unificazione l’italico Stivale fosse la terza economia dell’epoca mi risulta difficile crederlo. Fonti?

      Per il resto inutile dire che non sono per nulla d’accordo con quello che scrivi. Tu parli dell’istruzione come “ideologia”, io la vedo come una grandissima conquista, basti pensare al numero di analfabeti che man mano si è andato assottigliando(fortunatamente, per quanto tu probabilmente non sia affatto d’accordo).
      Il tuo ragionamento pare essere: “a me e ai miei parenti ed amici i lavori più prestigiosi e remunerativi: avvocati, dottori, notai, imprenditori. Tutti gli altri devono fare altro.”
      Anch’io sono spesso sorpreso dal numero spropositato di aspiranti geometri ed avvocati che c’è in giro, ma d’altra parte non sarò io a dire loro cosa devono o non devono fare. E nemmeno tu.

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      • Gab ha detto in risposta a Simone

        Magari un ripasso di storia non ti fa male.

        Sulla terza economia dell’epoca la citazione è addirittura di Mario Draghi che non si può certo accusarlo di essere un nostalgico del settecento.

        Ovviamente dici un mucchio di sciocchezze tanto per riempirti la bocca. Non ti rispondo neanche sulla tua sciocca provocazione.

        Saranno contenti loro a fare i disoccupati. La realtà è che bisogna tornare a un serio ripensamente dell’organizzazione del lavoro. Non sta scritto da nessuna parte che “IO VOGLIO FARE QUESTO”. Il lavoro o c’è o te lo inventi o fai la fame. Non esiste la pretesa di fare un certo tipo di mestiere e tutte queste siocchezze intellettualoidi: si fa il lavoro di cui la società necessita.

        E il fatto di aver svalutato il lavoro manuale produce pensieri distori come il tuo.

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        • Pino ha detto in risposta a Gab

          durante il Rinascimento l’Italia era la prima economia del mondo. La sua ricchezza derivava proprio dal non avere uno Stato centrale come già avevano Francia e Spagna che imponeva tasse. Basti pensare al sistema bancario, per esempio. I banchieri genovesi alla fine del ‘400 erano di fatto i proprietari della Spagna loro debitrice di somme iperboliche. Tale ricchezza, unita alla presenza di geni in campo artistico ed architettonico, permise il verificarsi di un periodo unico che non si ripetè successivamente.

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  10. edoardo ha detto

    A proposito del dibattito-scontro all’ultimo sangue su scuola pubblica-paritaria, leggete qua:
    http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1247056/Studente-in-classe-con-la-maglia-del-Cav–La-prof-lo-costringe-a-denudarsi.html
    E considerate che io NON sono berlusconiano.
    Ma il comportamento di quella prof è da tribunale, secondo me.
    Io stesso sono professore, anche se fino al 30 giugno salvo tornare ad esserlo il prossimo ottobre come avverrà al 90% di probabilità; anche se uno avesse la maglietta del duce o quella di Che Guevara, non mi permetterei mai, e ripeto MAI a caratteri cubitali se non fossi abbastanza chiaro, di argomentare il volto sulla maglietta.
    Ipotesi per assurdo, perché finora non mi è mai capitato: se un qualche studente mentecatto, in preda ad un raptus di deficienza, si presentasse a lezione da me con una maglietta di marilyn manson ed il crocefisso rovesciato attaccato al collo, sarei di ghiaccio con lui e gli rivolgerei la parola lo stretto indispensabile senza, però, farmi influenzare nei giudizi tecnici (cioè l’esattezza delle risposte sulla mia materia), cosa che non faccio con gli altri.
    Anzi, gli darei del lei.
    Ma se studia, va avanti, se non studia, lo siluro a prescindere da quell’orrido personaggio stampato sulla maglietta e dal crocefisso rovesciato da scimmia attaccato al collo.
    Tornando al caso dell’istituto di Caserta, quella professoressa è da deferire in tribunale, secondo me, e bene hanno fatto i genitori a fare un esposto al preside e al provveditore.

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  11. Daniele ha detto

    La falange laicista, che vorrebbe togliere i finanziamenti alle paritarie in base a presupposti puramente ideologici, è la stessa che stamattina a Genova, durante i funerali di Don Gallo, ha fischiato il Card. Bagnasco mentre teneva l’Omelia.

    Si dicono paladini della libertà ma in realtà è gente che non sa nemmeno cosa sia il rispetto…

    Da un lato mi dispiace che ci sia stata questa contestazione, da un lato però penso che comportandosi così abbiano palesato, a chi ancora avesse dei dubbi, la loro natura sostanzialmente anticlericale…

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    • Daniele ha detto in risposta a Daniele

      Apprezzo il fatto che il Card. bagnasco durante il funerale non sia andato dietro al “sentimentalismo” per compiacere la folla in ogni suo pensiero, ma abbia detto, anche al costo di subire una contestazione (che puntualmente è arrivata), le cose come stanno da un punto di vista cristiano.

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      • Daniele ha detto in risposta a Daniele

        Al termine della Messa, Vladimir Luxuria ha preso la parola per dire: “Ringrazio Don Gallo che ci (a noi omo e transessuali) ha aperto le porte della Chiesa”.

        Dalle parole di Luxuria viene fuori un’immagine (falsa) tale per cui solo la Chiesa di Don Gallo sarebbe aperta e accogliente per gli omo- e transessuali, mentre le altre sarebbero chiuse.
        Ovviamente la verità è un’altra: cioè che ogni comunità cristiana (Caritas, parrocchie, associazioni, ecc…) accoglie e ama tutti, omo- e transessuali compresi, sull’esempio di Cristo.

        Se, perciò, c’è una differenza tra la comunità di Don Gallo e le altre comunità cristiane, questa differenza non è da ricercarsi sul piano che concerne l’accoglienza o il rifiuto, l’amore o il disamore per gli omo- e transessuali, ma, piuttosto, su un altro piano: la comunità di Don Gallo sosteneva la tesi – radicalmente contraria al modo di essere e di vivere cristiano e anche alla natura umana – che gli omosessuali dovessero avere la facoltà di sposarsi, mentre le altre comunità cristiane amano gli omosessuali, così come amano ogni persona, ma si guardano bene dall’equiparare l’unione tra l’uomo e la donna con quella tra due uomini o due donne.

        Tutto qui. Da un punto di vista cristiano, amare e aprire le porte (dei cuori, delle Chiese, delle case, ecc…) agli omosessuali è cosa ben diversa rispetto all’assecondare il loro desiderio di matrimonio. Questo la lobby LGBT (attenzione: i termini “lobby LGBT” e il termine “omosessuali” non sempre coincidono e la lobby non rappresenta di certo tutti gli omosessuali) sembra proprio non capirlo (o non volerlo capire?).

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  12. Daniele ha detto

    Quando la falange laicista entra pure nel PdL:
    http://www.loccidentale.it/node/121567

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    • Daniele ha detto in risposta a Daniele

      Sacconi e Roccella tengono duro, mentre Bondi e Ravetto cedono (dopo che hanno già ceduto tanti uomini di destra: Fini, Della Vedova…)
      E Alfano (che del governo è uno dei membri)?
      E Berlusconi (fondatore del PdL)?

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    • Daniele ha detto in risposta a Daniele

      Bondi si chiede: “come mai i cattolici sono così contrari ai matrimoni tra omosessuali?”.

      La risposta è: perché quello che si realizza nei matrimoni omosessuali è un modello sociale (sociale perché non riguarda soltanto le vite dei singoli, ma piuttosto la vita della società nel suo complesso) contrario sia alla volontà di Dio (scritta nella Bibbia – sia nell’AT sia nel NT – e nei documenti ufficiali della Chiesa) sia alla natura umana.

      Mi pare una ragione più che ottima in base alla quale opporsi alla legalizzazione del matrimonio tra omosessuali.

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  13. Kosmo ha detto

    http://www.rinocammilleri.com/2013/05/bologna-2/

    http://www.zenit.org/it/articles/si-vota-a-bologna-il-referendum-sulle-scuole-materne

    “L’esito del referendum è incerto e grande è il rischio di confusione ai seggi, in numero molto ridotto e in genere più lontani che alle elezioni normali. Ciononostante, i rappresentanti di lista potranno essere solo quelli della Lista A, i referendari, Sel, Ingroia, M5S, Arcigay ecc. La Lista B non potrà avere suoi rappresentanti a sovraintendere allo spoglio. Anzi. Salvo il momento del voto, si devono tenere ad almeno 300 metri di distanza. “

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  14. Simone Emili ha detto

    Articolo eccellente. Solo una cosa non mi quadra: da quando Marcorè è belloccio???? O.O 🙂

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