A proposito dell’anima, risposta a Chiara Lalli

«Con questo articolo diamo avvio alla collaborazione con Fortunato Tito Arecchi, Professore emerito di Fisica presso l’Università degli Studi di Firenze e Scientific Associate dell’Istituto Nazionale di Ottica (INO) del CNR, di cui è stato Presidente dal 1975 al 2000. E’ inoltre Fellow della Optical Society of America e membro della Academia Europaea e della Academie Internationale de Philosophie des Sciences. Vincitore del Premio Max Born 1995 e del premio Enrico Fermi 2006, è autore di oltre 400 pubblicazioni scientifiche e dei volumi “I simboli e la realtà(con la moglie Iva, JacaBook 1991), Caos e Complessità nel vivente (IUSS Press-Pavia 2004), e Coerenza Complessità Creatività (Di Renzo Editore 2007)»

 

di Fortunato Tito Arecchi*
*docente di Fisica presso l’Università degli Studi di Firenze

 

In un intervento del 6/9 u.s. sul Corriere della Sera, Chiara Lalli, recensendo l’ultimo libro di Edoardo Boncinelli, afferma che le neuroscienze hanno reso irrimediabilmente superflua la nozione di anima e segnato definitivamente la fine del dualismo tra mente e corpo.

E’ opportuno esplorare i termini del problema prima di accettare dichiarazioni così perentorie, dobbiamo cioè aver chiaro di che cosa stiamo parlando, per evitare di cadere in equivoci. Nel parlare di ogni giorno, chiamiamo “anima” quell’insieme di operazioni che sembrano esclusivamente umane e che ci distinguono dagli altri animali. Sappiamo di avere in comune con gli altri animali nascita e morte, respirazione e nutrizione, salute e malattia; ma il linguaggio articolato – nelle sue varie forme: verbale, musicale, visivo – risulta essere esclusivamente umano.

Abbiamo emozioni in comune con gli altri animali, quando ad esempio reagiamo a particolari stimoli sensori per difesa; ma conosciamo particolari classi di emozioni che ci nascono dal confronto fra brani diversi di un discorso (letterario, musicale, figurativo) cioè fra una percezione immediata ed una precedente codificata in un linguaggio e richiamata dalla memoria. A questo tipo di emozioni puramente umane riserviamo nomi particolari; ad esempio alcune le chiamiamo “estetiche”, altre “mistiche” e così via.
Genericamente parliamo di ”anima” e con questo termine traduciamo termini equivalenti in uso in altre lingue (Greco, Ebraico, ecc).

Con la filosofia greca, è nata la nozione di “sostanza” cioè di cosa che sussiste in sé, senza bisogno di “appoggiarsi” a qualche altra cosa, come invece ad esempio, il rosso di un fiore. Per Platone l’anima era una sostanza autonoma rispetto al corpo ( punto divista dualista), per gli epicurei invece (si ricordi il De rerum natura di Lucrezio) esistono solo i corpi formati di particelle elementari (monismo). Aristotele criticò entrambi questi punti di vista e introdusse una nozione che diremo “duale”: l’anima umana è specifica degli uomini perché ne configura (cioè “forma”) la materia corporea rendendola umana e non –che so io- canina o cavallina, ma non è una sostanza preesistente. Nel cristianesmo si crede- partendo dalla Resurrezione di Gesù- alla resurrezione finale dai morti, in anima e corpo, senza ancorarsi ad un punto di vista filosofico. Questo ha permesso di accettare interpretazioni filosofiche disparate: ad Agostino di sentirsi vicino a Platone, mentre Tommaso d’Aquino – e con lui il filone centrale della teologia cattolica-ha accettato l’interpretazione duale. Resta oscuro che cosa faccia l’anima dopo la morte e prima della resurrezione finale. E’ però ingenuo fantasticare sui milioni di anni che separano la vita attuale dal giudizio finale. In effetti, la nostra nozione di “tempo” è legata al moto, cioè ai corpi; non abbiamo alcuna idea di che cosa sia il tempo in assenza di corpi.

Dopo questa premessa, in epoca moderna Cartesio esordì con un dualismo: anima e corpo sono due sostanze separate. Ma siccome la scienza parla esclusivamente del ruolo dei corpi, si presume che essa sia in grado di descrivere tutto quanto vediamo, comprese quelle emozioni dell’anima con cui abbiamo aperto il discorso. In termini moderni, parleremo di “riduzionismo naturalistico” dove la “natura” viene identificata con la collezione di particelle che esploriamo in laboratorio. Questo sembra l’ovvio sviluppo di una fisica nata con Newton nel ‘600. Ma a turbare l’armonia di questo schema semplicistico è arrivata la fisica quantistica: ogni atto di misura introduce una “novità”. Domanda a cui non sappiamo rispondere: questa “novità” era già presente negli oggetti osservati, o è stata introdotta come un “disturbo” dall’osservatore? Non avendo una risposta e non potendo più ricorrere alle semplificazioni pre-quantistiche, dobbiamo accettare , come dice René Thom, una “fisica dei significati” che va oltre il semplicismo newtoniano; si tratta di una riscoperta della nozione di forma (cioè di Aristotele!) che l’ingenua bipartizione cartesiana aveva tolto di mezzo. Orbene, nelle operazioni linguistiche in cui cogliamo i significati- e da cui siamo partiti per introdurre la nozione di anima- ci troviamo esattamente nelle stessa situazione .

Per concludere, con buona pace dei ”naturalisti” l’anima rimane un problema: da un lato (contro il monismo) con gli apparati sviluppati dalla scienza non riesco ad “attrezzare” con significati una collezione di particelle; dall’altro (contro il dualismo) mi risulta priva di senso fisico la nozione di un’anima separata; pertanto, mi qualifico come “duale”. Si dirà: e gli angeli? Risposta : è uno stretto argomento di fede, sottratto a putativi protocolli di misura. Queste brevi considerazioni mostrano che è prudente non parlare di cose su cui non si abbiano ricette precise di intervento, come ben diceva Ludwig Wittgenstein“Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

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