Lo dimostrano gli studi: essere religiosi migliora la qualità della vita

Come tutti i new atheists, Richard Dawkins nel suo “L’illusione di Dio” afferma che la religione comporta una vita peggiore sotto diversi aspetti, arrivando a dire che “penso ci siano pochi atei nelle carceri”, e che “un’infermiera mi ha detto che le persone che in fin di vita sono terrorizzate dal dolore e dalla morte sono quelle religiose”. D’altro canto, quello del benessere derivato dalla fede, e in particolare dalla fede cristiana, è un cavallo di battaglia di molti apologeti cattolici. E nel contempo è uno spinoso tabù accuratamente aggirato da pensatori laici e da un certo giornalismo ideologico.

Come stanno in verità le cose? Qual è nella realtà il rapporto tra religione e benessere? A questa domanda risponde in maniera più che esaustiva la recente seconda edizione dell’Handbook of Religion and Health (Oxford University, 2012) curato dal massimo esperto mondiale del campo, lo psichiatra statunitense Harold Koenig. In questa monografia, come già accaduto per la prima edizione (2001), gli autori svolgono una meta-analisi (cioè una raccolta e un confronto degli studi disponibili) giungendo a una conclusione netta: «Su circa 2.800 studi quantitativi che esaminano la relazione tra religione/spiritualità e benessere, […] mentre alcuni studi (4%) riportano una peggiore salute mentale o una minore salute fisica (8,5%), la maggior parte degli studi (più di 1.800, circa 2/3) hanno trovato una relazione positiva tra religione/spiritualità e salute mentale e fisica» (p. 600). La netta maggioranza degli studi esaminati riguarda la fede cristiana.

 

Il manuale elenca dettagliatamente e puntigliosamente gli effetti della religione e della spiritualità nei vari ambiti della salute, che come da definizione dell’OMS (1948) va intesa come un benessere fisico, psichico, sociale. Anche se il manuale può apparire in alcune parti prolisso, ripetitivo e non lineare, questi in breve sono i risultati emersi:

* Dal punto di vista psichico-mentale, la religione è correlata a maggiore estroversione, apertura a esperienze e novità, coscienziosità, amicalità, cooperazione, altruismo, compassione, propensione al perdono, locus of control interno (assumersi meriti e colpe per le proprie azioni), autostima, ottimismo, speranza, avvertire uno scopo nella vita, crescita post-traumatica (superare i traumi subiti), minore psicoticismo e nevroticismo, rabbia, ostilità, sensi di colpa, sensazione di solitudine, depressione, ansia, propensione al suicidio, dipendenza da sostanze (tabacco, alcool, droghe).

* Dal punto di vista medico-fisico, anche se può essere un risultato poco intuitivo, religione e spiritualità producono effetti positivi sulla base di fattori intermedi come la migliore salute mentale (dunque meno stress e difese immunitarie più efficaci) e lo stile di vita più sano e regolato. Gli effetti positivi si fanno sentire per disturbi di cuore, colesterolo, pressione sanguigna, diabete, ictus, malattie veneree, cancro, percezione del dolore, gestione della disabilità, migliore riposo e appetito. Nel caso del naturale declino causato da vecchiaia o malattie degenerative, la religione comporta una minore o più tarda insorgenza e un declino più benigno. Complessivamente la religione è correlata a una migliore longevità: preso un dato gruppo in un dato momento, le persone religiose hanno il 37% di possibilità in più di essere ancora vive al momento di un riesame successivo (follow-up).

* Dal punto di vista sociale, le persone credenti hanno migliori risultati scolastici e migliore stabilità lavorativa, migliore supporto e capitale sociale e maggiore stabilità coniugale (elemento fondamentale per i benessere di sposi e figli), minore crimine. Per quanto riguarda gli aspetti sociali propriamente medici, la religione è correlata a una maggiore attenzione allo screening preventivo e una maggiore complicità (compliance) con il medico curante.

 

Va precisato che in tutti questi ambiti, di fronte alla maggioranza (talvolta schiacciante) di studi con risultati positivi, oltre ad alcuni studi che non hanno trovato correlazioni, una minoranza di studi ha trovato effetti negativi. Qui si può notare però come i risultati sono cumulativi, aggreganti cioè gli studi relativi a diverse religioni e confessioni. Bisogna considerare che la ricerca sul rapporto tra religione e salute è ancora (come per molti altri ambiti tecnici e umanistici) troppo americo-centrica, e bisogna inoltre considerare la forte presenza negli USA di una componente cristiano-fondamentalista di matrice luterana e calvinista. In tali ambiti c’è il rischio di una visione pessimista dell’uomo con conseguenze negative sulla salute mentale (p.es. la “depravazione totale” calvinista). Oppure c’è il rischio di una esagerata ed alienante fiducia nell’operato di Dio, che può portare a trascurare la complicità e l’impegno dell’uomo nella gestione della propria salute e nel miglioramento della società (p.es. gli avventisti e i Testimoni di Geova, che trascurano l’impegno sociale data la presunta imminenza della parusia).

Complessivamente però i risultati non sono equivoci. La religione fa bene alla salute e migliora la qualità della vita. La scienza psicologica, medica, e sociologica ha trovato conferma dell’evangelico “centuplo quaggiù” promesso. Chi si occupa della religione con presupposti razionali, anche razionalisti, non può che prenderne atto.

Roberto Reggi

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