La Chiesa paga l’ICI: chiarimenti sulla nuova leggenda nera

Nel 1992 lo Stato italiano (governo Amato) istituì l’ICI, Imposta Comunale sugli Immobili, legge che ingiustamente penalizzava la famiglia, quindi contraria, oltre che alla proprietà, al principio di sussidiarietà della dottrina sociale della Chiesa (nonché del distributismo), e atta unicamente a fare cassa. Essa venne in seguito ritenuta vitale dai comuni (chissà come facevano i comuni a sopravvivere prima dell’ICI) e abolita dall’ultimo governo Berlusconi nel 2008. La suddetta legge, con decreto legislativo n. 504/1992, prevedeva delle esenzioni: hanno riguardato tutti gli immobili utilizzati da un “ente non commerciale” e destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”. Quindi tutte le opere senza fini di lucro: luoghi di culto, anche di altre religioni, associazioni laiche, onlus, patronati, realtà politiche (i partiti non hanno mai pagato l’imposta) e sindacali. Sulla scorta di ciò, il movimento politico dei cosiddetti Radicali (che spende più di 10 milioni di euro dello Stato l’anno per finanziare la propria radio) ha dato il via ad un’incalzante campagna denigratoria nei confronti della Chiesa cattolica sul fatto che l’ICI non verrebbe pagato. Cosa non vera, perché:

 

PREMESSA Innanzitutto la CEI e il Vaticano non sono la stessa cosa (sic!), dunque di tutti gli immobili presenti in Vaticano la Chiesa non deve pagare alcunché al governo italiano, ovviamente perché siti in uno Stato estero.

I – L’esenzione dall’imposta richiedeva la compresenza di due requisiti: quello soggettivo, dove rileva la natura del soggetto (cioè essere “ente non commerciale”) e quello oggettivo, dove rileva la destinazione dell’immobile (cioè utilizzarlo “esclusivamente” per le attività di rilevanza sociale ed in modo “non esclusivamente commerciale”). Non è vero, quindi che tutti gli immobili di proprietà della Chiesa cattolica sono esenti: lo sono solo quelli destinati alle attività sopra elencate. In tutti gli altri casi pagano regolarmente l’imposta. E’ il caso questo degli immobili destinati a: librerie, ristoranti, hotel, negozi, case ed appartamenti dati in affitto.

II – Nello specifico, per quanto riguarda la regolamentazione degli alberghi: esistono soluzioni abitative che rispondono a bisogni di carattere sociale, come per esempio i pensionati per studenti fuori sede oppure le case per ferie, le colonie e strutture simili. Entrambe le possibilità sono regolate, a livello di autorizzazioni amministrative, da norme che ne limitano l’accesso a determinate categorie di persone e che, spesso, richiedono la discontinuità nell’apertura.

 

DUNQUE Il problema non riguardava la legge, per quanto ambigua. Infatti, se si è verificato che qualche albergo, fosse anche a cinque stelle, è stato camuffato da casa per ferie, questo non vuol dire che sia ingiusta l’esenzione, ma che qualcuno ne ha usufruito senza averne diritto. Dunque, se il sacerdote responsabile risultasse evasore, sarebbe soltanto un evasore in più nel paese dell’evasione fiscale e, pertanto, andrebbe punito il truffaldino. Ad ogni buon conto, per questi casi i comuni dispongono dello strumento dell’accertamento, che consente loro di recuperare l’imposta evasa. Sembrerebbe un problema del passato, ma non lo è, perché il nuovo governo guidato da Mario Monti ha pensato di reintrodurre la tassa, chiamata però IMU – Imposta Municipale Unica –, quasi raddoppiandola e riportando così la polemica in piena attualità.  Rimane tuttavia senza alcun fondamento, così come è stato appena dimostrato. “Rendiamo pure a Cesare quel che è di Cesare, ma teniamo per Dio quel che di Cesare non è, ma è di Dio”. Per un interessante approfondimento su tutto questo si rimanda all’articolo realizzato da Antonio Socci.

Matteo Donadoni

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