No ai genitori-nonni e alla eterologa: lo dicono i medici e lo dicono i figli

Recentemente una bambina di un anno e mezzo concepita con fecondazione eterologa all’estero è stata tolta alla madre-nonna di 58 anni e al padre-nonno di 70 per essere data in adozione. La vicenda ha alzato un dibattito culturale interessante. C’è chi urla al “diritto” delle donne ad avere un figlio, chi parla dell’amore senza età, chi è contrario allo “stato etico” ecc..

Il commento de “Il Foglio” appare tra i più equilibrati, addossando le colpe di questa confusione alla fecondazione eterologa che coltiva l’illusione delle nonne di poter diventare mamme. Giudizio condiviso anche da Eleonora Porcu, responsabile del Centro di sterilità dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna e da tanti altri specialisti (cfr. Ultimissima 5/4/11 e Ultimissima 20/6/11). Il tribunale dei minori di Torino, chiamato a pronunciarsi, non ha fatto cenno tra le motivazioni all’età dei genitori, però ha rilasciato affermazioni corrette: «I genitori non si sono mai seriamente posti domande in merito al fatto che la figlia si ritroverà orfana in giovane età e prima ancora sarà costretta a curare i genitori anziani, che potrebbero avere patologie più o meno invalidanti, proprio nel momento in cui, giovane adulta, avrà bisogno del sostegno dei suoi genitori». Ha parlato di inseminazione eterologa (cioè l’uso dell’ovulo di un’altra donna o lo sperma di un altro uomo), come una scelta che «si fonda sulla volontà di onnipotenza, sul desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni che necessariamente implicano l’accantonamento delle leggi di natura e una certa indifferenza rispetto alla prospettiva del bambino».

Stranamente anche Ignazio Marino, promotore leader del testamento biologico e di una bioetica laicista, ha rilasciato un’ottima dichiarazione: «Si tratta di una vicenda dolorosa, soprattutto per i genitori di questa bambina. Personalmente, ritengo che la medicina debba rispettare la biologia umana: il medico che ha eseguito la fecondazione avrebbe dovuto fare un passo indietro. In medicina non tutto ciò che è tecnicamente possibile è allo stesso tempo appropriato ed eticamente corretto. La paternità e la maternità non sono solo procreazione: bisogna anche poter rincorrere il proprio figlio giocando in un prato, essere in grado di assisterlo durante l’adolescenza». Marino sposta dunque correttamente l’attenzione dalla pretesa dei genitori (a 60 anni è una pretesa egoista voler diventare genitori) ai diritti del concepito di crescere in un ambiente adatto e predisposto a lui.

Molto interessante la testimonianza di un figlio di genitori-nonni apparsa su La Stampa: «Ho avuto la sventura di nascere da genitori di 51 e 42 anni, e non è stata un’esperienza per nulla piacevole. A parte i rischi alla nascita, c’è da considerare cosa significhi essere adolescenti con genitori ultrasessantenni, incapaci di capire i loro figli, che demonizzano qualunque cosa esuli dalle loro esperienze giovanili», rivela Paolo B., cresciuto «sentendosi continuamente definire “bastone della mia vecchiaia”». E poi il cuore della questione: «c’è soprattutto da considerare cosa significhi cercare di costruirsi un futuro con genitori ormai anziani e bisognosi di assistenza, barcamenandosi tra pannoloni, medicine e colloqui di lavoro; tra orari d’ufficio e improvvise chiamate da casa per imprevisti legati all’età. E ritrovarsi quindi a 45 anni, dopo aver vissuto costantemente da precario, ancora vincolato all’assistenza di genitori-nonni ormai di 96 e 87 anni, con la prospettiva di dover rinunciare a farsi una famiglia per non diventare a propria volta un genitore-nonno». Conclude il testimone diretto: «Sarebbe quindi ora che la si smettesse di considerare i figli come un diritto assoluto dei genitori, ignorando il loro diritto ad avere una famiglia «normale»; e che si imparasse a rispettare i limiti dettati da Madre Natura, che evidentemente non esistono per caso».

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