La fecondazione artificiale non è l’unica alternativa all’infertilità

Qualcuno persiste a sostenere che quella cattolica sia “La Chiesa dei no”, ma in realtà è l’unica istituzione che mantiene da secoli lo stesso giudizio sul rispetto della vita dal concepimento alla fine naturale, disinteressandosi completamente del voler apparire “al passo con i tempi”. E’ l’unica istituzione davvero libera, alla faccia dei tanti sedicenti “liberi pensatori”, ovvero davvero emancipata dall’opinione pubblica e dal condizionamento sociale. Oltretutto, per tutti i “no” che afferma -che poi sono in realtà sempre dei “si” al rispetto della vita e della dignità umana- offre sempre una proposta alternativa:  al “no” al profilattico come strumento per la banalizzazione dell’amore e della sessualità, segue la proposta dei metodi naturali (oggi sicuri e affidabili). Al “no” all’uso delle cellule embrionali, segue da parte della Chiesa un investimento di un milione di dollari nella ricerca con le staminali adulte, con convegni e seminari organizzati in Vaticano dalle più alte autorità scientifiche in materia, e così via.

Allo stesso modo, al “no” alla fecondazione artificiale (che stermina decine di embrioni umani) segue la proposta della prevenzione e nel far capire che è possibile risolvere questi problemi rispettando la missione della medicina ippocratica. Questo è alla base del workshop scientifico organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita, dove sono state presentate le conclusioni dei maggiori esperti a livello internazionale in materia. Tutto per dare speranza e soluzioni permanenti alle coppie afflitte da questo grave problema medico. Mons. Ignacio Carrasco de Paula spiega che si vuole «contribuire ad arginare l’aumento continuo dell’infertilità, cioè dell’incapacità di procreare un figlio che rende irrealizzabile il giusto desiderio di paternità e maternità per troppe coppie» e poi «informare sui più recenti sviluppi nella prevenzione e nel trattamento di questa patologia e sulla idoneità – sia in termini di efficacia che di costi – degli interventi genuinamente terapeutici rispetto alle procedure della cosiddetta fecondazione o riproduzione artificiale». Inoltre si vuole favorire il collegamento tra i diversi centri di ricerca e, soprattutto, promuovere lo scambio di giovani ricercatori per arricchire la loro formazione ed esperienza.  Gli scienziati sono stati ricevuti alla fine da Benedetto XVI.

Felice Petraglia, docente di ginecologia all’Università di Siena ha spiegato ad “Avvenire” che «in questi anni tutta la ricerca è andata solo a sviluppare le tecnologia della riproduzione assistita e non ha più affrontato i meccanismi di base che portano all’infertilità». Maria Luisa Di Pietro, docente all’Università Cattolica di Roma ha spiegato che le cause dell’infertilità sono legate a «condizioni di vita e ambientali, ai comportamenti personali, legati alla promiscuità, con un aumento delle malattie sessualmente trasmesse e diagnosticate tardi», ma la ragione preminente resta l’età: «maggiore è l’età della donna, più sarà difficile ottenere una gravidanza». L’approccio esclusivamente tecnico «non tiene conto della sensibilità della coppia, dei suoi valori di riferimento. C’è un’errata credenza per cui la soluzione all’infertilità sia una semplice pratica clinica: ma la procreazione, e la sua mancanza, non è mera “funzionalità”. È piuttosto una condizione che interseca nel profondo la relazione tra i coniugi, coinvolgendoli psicologicamente ed emotivamente»Carlo Bellieni, neonatologo dell’Università di Siena ha ricordato, citando l’ultimo numero della rivista “Fertility and Infertility”, che «aspettare troppo per un concepimento naturale significa un alto rischio di insuccesso». Lo studio ha concluso che «più del 40% delle donne ritenute infertili hanno avuto un figlio senza ricorrere a trattamenti medici perché si trattava di pura sub-fertilità», bisognerebbe dunque essere più sicuri nelle diagnosi, ha commentato. «La fertilità è una cosa seria, ma oggi sembra che l’unica risposta che la società sa dare è il ricorso a metodiche artificiali, senza ricordare che è lo stesso stile di vita di questa società a generare sterilità».  Quel che fa aumentare la sterilità al 15% nei Paesi occidentali contro il 5% nei Paesi in via di sviluppo è l’età materna avanzata: «la fecondazione artificiale può essere uno strumento troppo usato, o usato frettolosamente ed è solo uno dei possibili approcci alla sterilità: esistono strade retrocesse in serie B, quali la prevenzione, la diagnosi approfondita e l’adozione, surclassate ormai dalla medicalizzazione della maternità».

 

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