Cosa farà davvero Leone XIV con la Messa in latino

papa messa in latino

Dopo giorni di confronti mediatici tra vescovi e cardinali, fonti vicine al papa rivelano le vere intenzioni di Leone XVI sulla Messa in latino.


 

Quali saranno le prossime mosse del Papa in campo liturgico?

Se lo chiedono tutti nell’area tradizionalista del cattolicesimo, pochi nella gran parte della Chiesa e nessuno nel resto del mondo. Ma dopo la scomunica dei lefebvriani il tema ha comunque ripreso vigore.

Leone XIV abolirà il motu proprio Traditionis custodes di Papa Francesco e le relative restrizioni alla Messa in latino?

Oppure lo confermerà, mantenendo l’autorità dei singoli vescovi di decidere a quali gruppi di fedeli concedere le celebrazioni nel rito tridentino?

Alcuni addirittura sperano che venga ripristinato il motu proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI che, nel tentativo di raggiungere una pace liturgica, riconobbe pari dignità alla forma ordinaria e alla forma straordinaria dell’unico rito romano.

Gli ultimi segnali provenienti da fonti vicine al Papa sembrano delineare un quadro più sfumato.

 


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Le parole del prefetto card. Roche

A rilanciare il dibattito è stato il card. Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino.

In un’intervista del 29 luglio ha affermato con decisione che Leone XIV «non cambierà “Traditionis custodes”» e che non intende tornare alla situazione creata da “Summorum Pontificum”.

In risposta alle lamentele di persecuzione da parte dei gruppi legati all’antica liturgia, il prefetto si è chiesto il motivo delle proteste quando vi è ampia autorizzazione da parte dei vescovi.

Una situazione effettivamente confermata a UCCR dal prof. Joseph Shaw, presidente della Latin Mass Society.

Roche ha inoltre criticato la retorica ostile di questi gruppi: «Si può davvero affermare di essere cattolici quando si scrivono cose così piene di odio verso le persone e la Chiesa?». E’ una domanda che ci poniamo costantemente anche noi.

 


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La risposta dei vescovi

Al cardinale ha risposto l’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, appena nominato dal Papa tra i membri del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Secondo il presule americano, una maggiore generosità pastorale aiuterebbe a preservare l’unità ecclesiale, evitando che i fedeli legati al rito antico si sentano costretti a cercare rifugio in realtà scomunicate.

Cordileone ha però precisato che tale apertura dovrebbe accompagnarsi all’assicurazione «che coloro che partecipano alla Messa in latino siano in piena comunione con la Chiesa in termini di fede e di accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II».

Di segno opposto le parole del vescovo di Pilsen (Repubblica Ceca), Tomáš Holub, secondo il quale il “Vetus Ordo” non risponde più alle esigenze pastorali attuali e risulta difficilmente conciliabile con il cammino sinodale promosso dalla Chiesa.

Una posizione che riflette quella parte dell’episcopato convinta che la riforma liturgica postconciliare debba ormai rappresentare l’unica forma ordinaria della celebrazione romana.

 


Padre Pio, il Concilio e la Messa in latino: un modello per tutti
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Leone XIV e la Messa in latino

Ma di tutto questo, cosa pensa davvero Leone XIV?

Secondo fonti vicine al Papa contattate dal quotidiano spagnolo La Razón, le dichiarazioni del card. Arthur Roche non sarebbero un’iniziativa personale, ma rifletterebbero il vero orientamento di Leone XIV.

Il documento sulla liturgia preparato dallo stesso Prefetto e distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario di gennaio fu infatti esaminato personalmente dal Papa senza modificarne «neppure una virgola».

Un’ulteriore precisazione è emersa ieri dal portale americano “The Pillar”.

In base a colloqui avuti con fonti della Curia romana, la linea del Pontefice sarebbe quella di mantenere una sorta di “zona grigia”: lasciare formalmente in vigore “Traditionis custodes”, ma incoraggiare discretamente vescovi, nunzi e responsabili della Curia ad applicarla con maggiore magnanimità e flessibilità nei confronti delle comunità pienamente unite a Roma.

Per ora Leone XIV sembra quindi preferire la via della prudenza: nessun ritorno al passato, ma neppure nuove strette. Più che una svolta legislativa, il Papa punterà su un’applicazione pastorale capace di favorire la comunione ecclesiale senza riaprire il conflitto liturgico degli ultimi anni.

Autore

La Redazione

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6 commenti a Cosa farà davvero Leone XIV con la Messa in latino

  • Filippo Franciosi ha detto:

    Per chiarire un po’ le cose: chiamiamo la messa in vigore non N.O., né messa conciliare, né in volgare o altro, ma chiamiamola “Messa Bugnini”.

    • Giulio Testa ha risposto a Filippo Franciosi:

      Io la chiamo semplicemente Messa (con la maiuscola, mi hanno insegnato così). E il vostro lo chiamo scisma: come diceva Luciano, è bene chiamare τὰ σῦκα σῦκα, τὴν σκάφην δὲ σκάφην. Cordiali saluti

  • FT ha detto:

    La disapplicazione ed il decadimento di ciò che è falso fu, era, è e sarà inarrestabile. Il tempo corregge non occulta la verità, figuriamoci la Verità.
    Forse noi non lo vedremo, ma tutto tornerà al suo posto. Non ci son Cincilii né Papi che tengano.

  • Saverio ha detto:

    Dopo papà Benedetto XVI ho visto la Chiesa aperta (o meglio prostrata) verso tutti. Se la Chiesa è cattolica, cioè universale, non capisco perché abbia tanta paura dei tradizionalisti. In fin dei conti hanno portato avanti la barca di Pietro per 500 anni. Sì dialoga con tutti ma con loro no. Allora è una Chiesa parziale, non Cattolica. Con pacha mama io non ho nulla a che fare, con le preghiere islamiche nei giardini vaticani (qualcuno ben informato lo sa) io non ho nulla a che fare. Parola di uno non tradizionalista.