Fratelli di Gesù: due prove storiche difendono la verginità di Maria
- Dossier
- 20 Lug 2026

In esclusiva su UCCR l’anteprima dello studio di Helen K. Bond (Università di Edimburgo) sui fratelli di Gesù e la compatibilità con la verginità di Maria.
Il tema dei fratelli e sorelle di Gesù è delicato.
La tradizione cattolica e quella ortodossa hanno difeso nei secoli la verginità perpetua di Maria, interpretando i numerosi riferimenti evangelici ai fratelli di Gesù come cugini oppure a fratellastri nati da un precedente matrimonio di Giuseppe.
Bisogna però prendere atto che, negli ultimi decenni, questa posizione è stata abbandonata da quasi tutti gli studiosi, anche in ambito cattolico.
E’ ora quindi di rinunciare definitivamente al dogma della verginità perpetua di Maria? Non così in fretta!
UCCR è in grado di svelare oggi un’argomentazione storica molto plausibile che permette di conciliare i passi evangelici sui fratelli di Gesù con la verginità di Maria.
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Lo studio sulla famiglia di Gesù: anteprima
Tutto nasce dal confronto avuto con la prof.ssa Helen K. Bond, docente di Nuovo Testamento e Cristianesimo delle origini all’Università di Edimburgo, membro della Royal Society of Edinburgh e allieva dell’eminente studioso britannico James Dunn.
La storica sta ultimando uno studio molto interessante riguardante la famiglia di Gesù che verrà pubblicato nel 2027. Ha però concesso a UCCR di poterne parlare in anteprima.
Bond propone infatti una lettura alternativa ai passi evangelici sui fratelli e le sorelle di Gesù, formulando due ipotesi che possono sostenere la verginità di Maria.
La studiosa non è cattolica e, in risposta ad alcune nostre domande, ha precisato che il suo interesse principale non riguarda direttamente la dottrina della verginità perpetua, «anche se quanto sostengo non la escluderebbe affatto».
1) L’argomento demografico
La sua prima argomentazione si basa su elementi demografici.
Riguarda la difficoltà di conciliare la famiglia numerosa attribuita a Gesù con la realtà demografica del I secolo.
Nel suo studio, Helen K. Bond analizza dettagliatamente i dati provenienti dai censimenti dell’Egitto romano.
Da essi si evince che l’aspettativa di sopravvivenza dei bambini era molto bassa: circa un terzo moriva nel primo anno di vita e quasi la metà non raggiungeva la maturità.
Il tasso di fertilità totale stimato per le donne egiziane dell’epoca era di circa sei figli per donna sopravvissuta dall’età fertile fino alla menopausa, ma circa quattro di questi non sarebbero arrivati alla pubertà.
Questo dato empirico rende problematica l’idea che Maria abbia partorito i quattro fratelli (Giacomo, Ioses, Giuda e Simone) e un numero imprecisato di sorelle di Gesù (i Vangeli parlano di “sorelle” al plurale, quindi minimo due).
Se fossero stati tutti figli di Maria, avrebbe dovuto partorire almeno sette figli tra quelli sopravvissuti ma, considerando l’elevata mortalità infantile, il numero di gravidanze sarebbe stato molto superiore.
Un caso eccezionale e statisticamente raro nel I secolo, mentre diventerebbe molto più plausibile se almeno alcuni dei fratelli di Gesù fossero stati figli di Giuseppe avuti da una precedente moglie ormai deceduta.
La famiglia di Gesù sarebbe quindi stata una famiglia ricostituita, situazione tutt’altro che insolita nel mondo antico, dove la morte precoce delle mogli portava frequentemente gli uomini a risposarsi.

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2) L’argomento linguistico
La prof.ssa Bond individua un secondo argomento che rafforza questa interpretazione.
Riguarda il curioso riferimento a Gesù come «figlio di Maria», contenuto in Marco 6,3 e trasformato successivamente nel più consueto «figlio di Giuseppe» in Luca 4,22.
La dicitura legata a Maria è attestata anche dal più antico manoscritto di Marco in nostro possesso e, secondo Bond, «l’insolita espressione marciana fu modificata da un copista che non ne comprendeva pienamente il significato, per uniformarla alla formulazione di Matteo: “Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria?” (Mt 13,55)».
Nel mondo ebraico del tempo era esclusivamente il padre a identificare il figlio. Quando si chiamava qualcuno con il nome della madre non era necessariamente un insulto, ma poteva avere senso in contesti familiari complessi.
Se Giuseppe ebbe una precedente moglie, identificare Gesù come «figlio di Maria» poteva chiarire a quale ramo familiare appartenesse.
Andrebbe anche respinta l’interpretazione che Gesù sarebbe chiamato «figlio di Maria» solo perché Giuseppe era già morto.
Pur ritenendo probabile che Giuseppe fosse già morto all’inizio del ministero pubblico di Gesù, la studiosa replica che in una società patriarcale, dove la discendenza paterna era di fondamentale importanza, «nessuno avrebbe dimenticato il nome del padre di un individuo».
Tra l’altro non esiste testimonianza di casi analoghi.
La spiegazione migliore del perché Gesù fu chiamato “figlio di Maria” è la stessa proposta dallo studioso Richard Bauckham: Giuseppe era noto per aver avuto più di una moglie. Un’usanza attestata anche nell’Antico Testamento (si veda Genesi 4,19-22 o 1 Re 1,5 e 2,13).
È quindi plausibile che Marco conservi un dettaglio specifico della storia familiare di Gesù e che, pur venendo anche conosciuto come “figlio di Giuseppe”, a Nazareth, dove tutti conoscevano la situazione familiare di Giuseppe, era talvolta necessario identificarlo più precisamente come «figlio di Maria».

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Verginità di Maria, sintesi degli argomenti
Consideriamo sinteticamente tutti gli elementi storicamente accertati:
- Il termine adelphoí/adelphaí, usato per identificare i “fratelli”, può anche designare fratellastri e sorellastre;
- Era comune che gli uomini si risposassero dopo la morte della moglie, spesso anche in età avanzata;
- Era fortemente inusuale che una donna del I secolo potesse essere madre biologica di 7 figli, anche considerando che le gravidanze sarebbero dovute essere molto più numerose (solo il 50% di probabilità di sopravvivere per un figlio);
- Nel testo evangelico più antico Gesù viene chiamato come “figlio di Maria”, un appellativo inedito in una società patriarcale a meno che si volesse indicare una famiglia ricomposta;
La conclusione di Helen K. Bond è che Maria entrò nella famiglia di Giuseppe, il quale non era al suo primo matrimonio.
A UCCR la studiosa confida che la sua ipotesi è che «Maria abbia avuto Gesù e forse uno o due degli altri figli nominati, oltre ad alcune delle figlie non nominate. Ma, naturalmente, non esiste alcuna prova solida a sostegno di questa ipotesi».
Allo stesso modo, ci dice però, «sarebbe altrettanto possibile immaginare che Maria abbia partorito soltanto Gesù e che tutti gli altri fratelli e sorelle fossero figli di precedenti matrimoni di Giuseppe».
Qualcuno potrebbe obiettare che potrebbe essere stata Maria ad essere già stata sposata e che alcuni dei figli provenissero da un suo precedente matrimonio.
Ma in una società patriarcale, osserva la studiosa, nella quale la paternità era determinante, «è più probabile che eventuali figli adulti di Maria nati da un precedente matrimonio sarebbero tornati a vivere presso la famiglia del loro padre».

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Plausibilità storica
Gli studiosi moderni, forse presi dal voler emancipare Maria dall’idea della verginità perpetua, non hanno riflettuto con sufficiente attenzione sulla concreta possibilità che ella fosse una seconda moglie.
Il Protovangelo di Giacomo aveva quindi ragione? Sì, anche se non significa che conservi informazioni storicamente attendibili. Semplicemente l’autore potrebbe aver dedotto alcuni elementi dai Vangeli più antichi che oggi abbiano trascurato.
Non c’è quindi una prova matematica della verginità perpetua di Maria, ma con questi argomenti è plausibile sostenerla anche dal punto di vista storico.


















115 commenti a Fratelli di Gesù: due prove storiche difendono la verginità di Maria
Voglio sinceramente ringraziare la redazione Uccr per i contenuti che ogni giorno ci regala. Sono perle che nessun altro blog cattolico è capace di produrre e posso dire che da diversi mesi vi considero la mia fonte principale e preferita e non mi vergogno di dire che è anche grazie a voi se sono tornato a frequentare la Santa Messa come accaduto ieri (pur non avendo mai perso la fede)
Condivido in pieno.
Dio benedica gli amici di UCCR.
Posso unirmi agli elogi? Scoperto da poco è diventata una lettura quotidiana!
Non capisco certi double-standard a convenienza del mondo di oggi. Con una falsa lente sociologica e antropologica, si arriva a interpretare come miti o prestiti da altre popolazioni locali rapporti personali di Dio con il popolo ebreo nell’Antico Testamento, e poi ci si perde in sofismi e congetture macchinose che non hanno basi solide, per non dire cose in realtà molto semplici.
Nella lingua ebraica antica e nell’aramaico parlato in Palestina nel I secolo, non esisteva una parola singola e specifica per indicare il “cugino”.
Il termine ebraico ‘ach (e il suo equivalente aramaico ‘acha) indicava il fratello di sangue, ma veniva usato in modo molto elastico per indicare l’intero clan familiare: cugini, nipoti, fratellastri o anche membri della stessa tribù.
Se un ebreo dell’epoca voleva specificare il grado di parentela esatto, doveva usare lunghi giri di parole (es: “il figlio del fratello di mio padre”). Nella vita quotidiana, ci si chiamava semplicemente “fratelli”.
Nell’Antico Testamento ci sono molti esempi di questo uso: Abramo chiama suo nipote Lot “fratello” (Genesi 13:8), e Labano chiama “fratello” suo nipote Giacobbe (Genesi 29:15).
Il problema nasce quando le tradizioni orali in aramaico sono state messe per iscritto in greco (la lingua del Nuovo Testamento).
A differenza delle lingue semitiche, il greco antico aveva una parola specifica per “cugino”: anepsiós (ἀνεψιός). L’apostolo Paolo, ad esempio, usa questa parola nella Lettera ai Colossesi (4:10) per descrivere Marco, il cugino di Barnaba.
Tuttavia, quando i Vangeli parlano dei parenti di Gesù (citati per nome come Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone), usano sempre la parola greca adelphós (ἀδελφός), che significa letteralmente “fratello”.
Perché usare “fratello” se il greco aveva la parola per “cugino”?
Gli studiosi spiegano questo fenomeno con l’influenza della Settanta, la prima traduzione in greco dell’Antico Testamento usata dagli ebrei della diaspora. I traduttori della Settanta scelsero di tradurre la parola ebraica ‘ach quasi sempre con il greco adelphós, ricalcando il modo di parlare ebraico anche quando il contesto indicava chiaramente un cugino o un nipote. Gli autori dei Vangeli (ebrei che scrivevano in greco) avrebbero ereditato questo modo di esprimersi, detto “ebraismo linguistico”.
Non è così, esisteva chiaramente la parola cugino. All’epoca di Gesù si diceva “anepsios” mentre fratello era “adelphos” (ti consiglio il biblista Giuseppe Barbaglio nel suo spettacolare “Gesù ebreo di Galilea”.
Giusto per curiosità: chi sarebbero gli studiosi di cui parli? Occupandomi del tema in maniera dilettantistica ti assicuro che non c’è nessuno studioso cattolico autorevole che ancora si riferisce ai fratelli di Gesù come “cugini”.
Se sei sicuro di quello che affermi, perché ti ritieni ancora cattolico?
Si sono sicuro, qualunque studioso cattolico sa benissimo che nell’Antico Testamento ci sono termini diversi per indicare i fratelli carnali e i cugini. Ripeto…leggiti Barbaglio.
Cosa c’entra il ritenersi ancora cattolico? Commenti del genere fanno davvero cadere le braccia da quanto sono stupidi.
Prendo atto che non conosci né l’aramaico né il greco.
Che tu non sia cattolico è un’ovvia deduzione che scaturisce da quello che scrivi.
Ma come ti permetti? E’ possibile bannare questo attaccabrighe da strapazzo?
Mi scusi, ma ha letto tutto il commento? C’è scritto esplicitamente che il GRECO aveva la parola cugino, ma non l’aveva l’armaico (che chi quelle parole le ha pronunciate, parlava). C’è scritto tutto.
L’ho letto solo ora, effettivamente avevo dato una lettura troppo veloce.
Le rispondo più direttamente: è vero che in ebraico e in aramaico il termine ‘ach (“fratello”) poteva essere usato in senso ampio per indicare altri parenti. Ma questo, da solo, non dimostra che i “fratelli di Gesù” fossero cugini. Infatti i Vangeli non sono stati scritti in aramaico, bensì in greco, una lingua che disponeva del termine specifico ἀνεψιός (anepsios) per “cugino” (come mostra Colossesi 4,10).
Se gli evangelisti avessero semplicemente voluto dire “cugini”, avrebbero potuto dirlo. La questione, quindi, non è cosa potesse significare ‘ach in aramaico, ma perché gli autori greci abbiano scelto di mantenere sempre adelphoi (“fratelli”) e quale fosse il reale rapporto di parentela.
E poi il commento presuppone che Gesù abbia pronunciato in aramaico ogni riferimento ai suoi fratelli e che gli evangelisti abbiano semplicemente tradotto alla lettera. Ma non si può sapere.
Quando Marco scrive: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria e fratello di Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone?” (Mc 6,3) non sta traducendo una frase pronunciata da Gesù. Sta raccontando un episodio direttamente in greco, scegliendo lui come esprimerlo. Come mai usa “fratello” e non “cugino” anche se scrive in greco?
Quindi il problema rimane.
E poi se davvero gli evangelisti volevano semplicemente riprodurre un semitismo, perché San Paolo usa tranquillamente “anepsios” quando deve indicare il cugino di Barnaba (Col 4,10)?
Questo dimostra che il cristianesimo delle origini conosceva benissimo il termine greco per “cugino” eppure continuava a chiamare “fratelli” i parenti di Gesù.
Esiste l’ignoranza incolpevole, che è scusata, ed esiste l’ignoranza voluta, che è colpevole: la tua coscienza dovrà riesporne a Dio!!!
L’obiezione linguistica basata sull’uso del termine greco anepsios (cugino) in Colossesi 4,10 è certamente seria, ma non è decisiva se viene esaminata alla luce della filologia del greco biblico (koinè) e del suo substrato semitico.
In primo luogo, si commette un errore metodologico nel considerare il greco dei Vangeli come una lingua classica e “pura”, sganciata dal contesto originario. Gli evangelisti non pensavano in greco attico, ma scrivevano in un greco profondamente intriso della traduzione della Settanta (LXX). Nella Settanta, i traduttori ebrei – pur conoscendo benissimo la lingua greca – tradussero sistematicamente l’ebraico ‘ach (fratello/parente) con il greco adelphos (fratello), anche quando il testo descriveva inequivocabilmente dei nipoti o dei cugini. Un esempio su tutti: in Genesi 13,8 e 14,14 Abrahamo chiama Lot suo “fratello” (adelphos nella LXX), ma storicamente Lot era suo nipote. Gli evangelisti hanno semplicemente ereditato questo preciso e consolidato “calco linguistico” della Bibbia greca.
In secondo luogo, l’argomento su San Paolo si rivela a doppio taglio. Se è vero che Paolo in Colossesi 4,10 usa anepsios per definire il cugino di Barnaba, quando parla dei parenti storici di Gesù (come in Galati 1,19) usa rigorosamente il termine adelphos (“Giacomo, il fratello del Signore”). Perché questa differenza? Perché nel cristianesimo delle origini “i fratelli del Signore” era ormai un titolo identitario e onorifico fisso, che designava quel blocco di parenti stretti che circondavano Gesù, un blocco terminologico che l’uso ecclesiale tendeva a non alterare con precisioni genealogiche moderne.
In terzo luogo, la stessa Scrittura offre un insieme di dati convergenti che orientano verso la parentela collaterale. Se incrociamo i Vangeli, i dati risultano compatibili con l’identificazione tradizionale dei cugini di Gesù. In Marco 6,3 si citano come “fratelli” di Gesù Giacomo e Giuseppe. Ma pochi capitoli dopo, sotto la Croce (Marco 15,40), scopriamo che questo Giacomo e questo Giuseppe sono figli di un’altra Maria, esplicitamente distinta dalla Madre di Gesù e definita da Giovanni (Gv 19,25) come la “moglie di Clopa” e “sorella” (cognata) della Vergine. La tradizione antica, supportata dallo storico paleocristiano Egesippo, li identifica appunto come cugini primi di Gesù per via paterna (essendo Clopa fratello di San Giuseppe).
La scelta di mantenere adelphos, dunque, non è una svista cronachistica, ma un atto di fedeltà al linguaggio biblico. Voler forzare il testo greco dei Vangeli dentro i canoni del dizionario profano, ignorando lo stile della Settanta, rischia di ridurre la complessità della Scrittura a pura anagrafe biologica moderna.
Caro Paolo bisognerebbe non abusare dei commenti creati con l’intelligenza artificiale. Se ho bisogno di confrontarmi con Chat GPT mi basta un click
Gli evangelisti utilizzavano delle fonti scritte in ebraico o aramaico, in quel caso traducevano fedelmente il testo originale (infatti anche la struttura linguistica del testo ricalca quella semitica), quindi se c’era scritto fratelli restava fratelli. Quando invece Paolo parla del cugino di Barnaba non copia un testo preesistente ma sceglie lui le parole direttamente in greco (lingua che parlava correntemente), quindi dice cugino.
Caro amico, la domanda è molto semplice: perché mai proprio quando si parla dei fratelli di Gesù, gli evangelisti avrebbero dovuto preferire il termine aramaico mentre tutto il testo precedente era in greco? Capisci che è un’assurdità?
Gli evangelisti non avevano alcuna necessità di “correggere” il linguaggio tradizionale sostituendo “fratelli” con “cugini”. Se avessero voluto affermare esplicitamente che Gesù ebbe altri figli da Maria, avrebbero potuto farlo chiaramente, il dogma della verginità perpetua è stato formulato moltissimo tempo dopo.
Se mentre scrivono in greco mai in nessun caso utilizzano il termine “anepsios” (cugino) è perché semplicemente non erano cugini ma “adelphoi”, cioè fratelli o fratellastri.
Qualcuno tra i commentatori ha mai aperto un libro specialistico sul cristianesimo delle origini?
Se stai rispondendo a me, mi pare che tu non abbia capito quello che ho detto. L’intero episodio dei “fratelli di Gesù” è tradotto da una fonte aramaica. Quale sarebbe il “testo precedente”? Gli evangelisti non hanno corretto nulla, il testo originale diceva fratelli e loro hanno tradotto con fratelli.
Papa Benedetto XVI nella trilogia su Gesù
Con tutto il bene che voglio a Ratzinger, non era uno studioso del cristianesimo delle origini ma semmai un ottimo divulgatore (e un ottimo Papa). La sua trilogia richiama gli studi di altri autori (spesso molto datati) e non è mai citata da nessuno nell’ambito della storiografia. Al contrario lo ritengo uno dei più grandi teologi degli ultimi secoli ma questo non significa che fosse un esponente autorevole della ricerca sul Gesù storico.
La ricerca del Gesù storico di cantonate nel corso del tempo ne ha prese parecchie, con la pretesa di voler pensare separatamente il “Gesù della storia” e il “Cristo della fede”. Del resto si è visto come la third quest sia dovuta tornare spesso a rendersi conto che i Vangeli sono molto più affidabili di quanto gli studi precedenti ritenevano, per non parlare di ricerche ancora più recenti (c’è chi già parla di fourth quest). L’argomento linguistico comunque non può essere escluso a prescindere, chi scrisse in greco i Vangeli si è probabilmente servito di fonti precedenti che stando a diversi studi potevano essere anche in aramaico o in ebraico…
Quindi deduco che lei si ritiene più competente di Papa Benedetto XVI in materia, corretto?
Guarda, la separazione del “Gesù della storia” dal “Cristo della fede” è l’abc di ogni facoltà in cui si studia il cristianesimo delle origini, altrimenti sarebbe un corso di teologia.
Concordo sulla third quest e sull’argomento linguistico, infatti la strada corretta è l’argomento demografico. Sul linguistico non c’è più nulla da dire.
Giuseppe ti rispondo con una domanda: mi sai indicare almeno tre libri scritti da importanti studiosi del cristianesimo delle origini che citano al loro interno come fonte uno dei libri della trilogia di Benedetto XVI? Grazie mille.
Hai ragione: oggi si può abusare dell’IA, come di qualsiasi altro strumento. Nel mio caso la utilizzo per migliorare la fluidità della prosa e l’organizzazione del testo, non per sostituire lo studio.
La domanda decisiva, però, rimane un’altra: ciò che ho scritto è fondato oppure no?
È vero o no che la Settanta traduce abitualmente il semitico *’ach* con *adelphos*, anche quando indica parenti non fratelli di sangue (ad esempio Gen 13–14)?
È vero o no che Egesippo, nel II secolo, identifica Simeone come «cugino del Signore», figlio di Clopa?
È vero o no che la *mishpachah* del giudaismo del I secolo non coincide con il moderno concetto di famiglia nucleare?
Se ritieni che queste fonti siano state interpretate male, sarò lieto di discuterne. Ma il valore di un’argomentazione non dipende dallo strumento con cui è stata rifinita: dipende dalla solidità delle fonti, dalla correttezza del ragionamento e dalla disponibilità a confrontarsi nel merito.
Vede, forse lei non sa che il Papa gode di una assistenza speciale dello Spirito Santo. Forse non lo sa perché non è cattolico ed ha in odio il papato come Lutero. Proprio per questa assitenza speciale che ha il Papa bisogna sempre prestare il massimo ossequio alle sue parole, tanto più se sono pronunciate da uno studioso come Benedetto XVI che senza ombra di dubbio ne si più di lei e probabilmente anche dei suoi studiosi di riferimento. Quindi, se capisco bene, secondo lei il Papa sarebbe stato superficile, e non si sarebbe informato abbastanza sulla questione prima di inserire una sua opinione in un suo libro. Quindi lei lo liquiderebbe come un Mancuso qualsiasi che dice sciocchezze. La prego di ravvedersi e non trattare Benedetto XVI come uno scolaretto impreparato.
Il Papa gode dell’infallibilità quando parla ex cathedra non quando scrive testi di storia del cristianesimo o di idraulica o di genetica o di qualunque altro argomento tecnico. Questo è l’abc da sapere se si vuole essere cattolici e dare patenti agli altri.
Mi fa sorridere l’accusa di odiare il papato solo perché si fa notare che Papa Ratzinger ha scritto la trilogia da appassionato ma non da specialista. Mi sembra di parlare con degli adolescenti francamente.
Le ho fatto una domanda molto chiara: mi sai indicare almeno tre libri scritti da importanti studiosi del cristianesimo delle origini che citano al loro interno come fonte uno dei libri della trilogia di Benedetto XVI? Grazie mille.
A me sembra di parlare con gente che non legge, non ho parlato di infallibilità, ma di ossequio, se vuole le spiego la differenza. A proposito, neanche le ne gode. Ci pensi.
Aggiungo: un altro verdetto che conferma il fatto che si tratti di ebraismo linguistico è riscontrabile in Rm 9,3, dove definisce gli Ebrei “fratelli secondo la carne”. E che? Parlava di fratelli uterini? Ovviamente no, e nessuno lo direbbe perché Paolo sta parlando degli Ebrei in generale (e menomale che lo specifica, direi, per certi “sapienti delle parole”). Però poi quando si parla di MC 6,3 tutti appresso alle blasfemia protestanti, per negare il valore verginale della Madre di Dio.
Ti stai confondendo. Il passo di Romani 9,3 non è realmente paragonabile a Marco 6,3.
In Romani, Paolo usa “fratelli” in senso chiaramente figurato e lo precisa subito: “i miei fratelli, miei parenti secondo la carne”. Sta parlando dell’intero popolo d’Israele, non di un gruppo ristretto di persone identificabili. Nessuno potrebbe pensare che si riferisca ai suoi fratelli uterini, perché il contesto lo esclude immediatamente.
In Marco 6,3, invece, il contesto è completamente diverso. Gli abitanti di Nazareth non parlano del “popolo di Gesù”, ma elencano persone ben precise: “Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone”, aggiungendo anche “le sue sorelle”. Qui non siamo davanti a un uso metaforico o collettivo del termine “fratelli”, ma all’identificazione di individui concreti appartenenti al nucleo familiare di Gesù. È proprio questo che rende la questione storica più complessa.
Ti consiglio davvero di studiare i testi di John P. Meier, Richard Bauckham e anche Giuseppe Barbaglio che hanno giustamente abbandonato la questione linguistica su fratelli-cugini perché oggi non è più sostenibile mentre la soluzione è approfondire i dati familiari del I secolo.
La distinzione tra l’uso collettivo di «fratelli» in Romani 9,3 e l’elenco nominale di Marco 6,3 è certamente corretta. Tuttavia, il nucleo della questione rimane squisitamente storico, sociologico e antropologico, legato alla struttura profonda della società giudaica del I secolo in Galilea.
In primo luogo, un approfondimento degli autori citati mostra scenari complessi. Una lettura attenta di Richard Bauckham mostra come la ricostruzione della parentela di Gesù sia ben più articolata della semplice identificazione dei “fratelli” come figli di Maria. Nei suoi studi sui parenti del Signore, Bauckham evidenzia come questi individui appartenessero al più ampio clan patriarcale. Nel contesto dei piccoli villaggi della Galilea del I secolo come Nazareth, il nucleo familiare non coincideva affatto con la famiglia nucleare moderna (padre, madre, figli), ma con la mishpachah, cioè la famiglia patriarcale allargata. I cugini primi, cresciuti spesso all’interno dello stesso insediamento familiare, venivano identificati dalla comunità come adelphoi (‘achin), senza che questo implicasse una nascita dallo stesso grembo materno. Il vero problema interpretativo sorge quando si applica il concetto occidentale e contemporaneo di famiglia a un contesto mediorientale antico.
In secondo luogo, l’elenco nominale di Marco 6,3 deve fare i conti con la memoria documentale della Chiesa primitiva. Se Giacomo e Giuda fossero stati figli uterini di Maria, risulterebbe difficilmente spiegabile perché Egesippo (citato da Eusebio), uno dei più antichi testimoni della tradizione giudeo-cristiana, li definisca esplicitamente “cugini del Signore”. Alla morte di Giacomo il Giusto, la Chiesa di Gerusalemme elesse come suo successore Simeone (il Simone di Marco 6,3), ed Egesippo attesta testualmente che fu scelto proprio perché «era anch’egli cugino del Signore, essendo Simeone figlio di Clopa, fratello di Giuseppe» (Hist. Eccl. III, 11-12). I testimoni più vicini all’epoca dei fatti storici, dunque, non utilizzano affatto la categoria di fratelli uterini.
In terzo luogo, il racconto della Passione offre un indizio storico-testamentario di enorme rilievo. Ai piedi della Croce (Giovanni 19,26-27), Gesù affida Sua Madre al discepolo Giovanni. Questo gesto risulterebbe difficilmente spiegabile se Maria avesse avuto altri figli viventi i quali, secondo la consuetudine ebraica del tempo, avrebbero avuto il dovere primario di assisterla e accoglierla. L’affidamento a Giovanni, non appartenente al nucleo familiare immediato, diventa pienamente coerente se la Vergine era rimasta sola, priva di altri figli uterini, e se il clan dei cugini non costituiva la prima linea di dovere filiale.
Lo studio dei dati familiari del I secolo, se esaminato nella sua interezza e senza l’applicazione di categorie anacronistiche, offre una convergenza di indizi storici, esegetici e sociologici difficilmente riconducibile a una semplice lettura biologica del termine adelphoi. Mostra, al contrario, come l’esegesi antica fosse profondamente radicata nella realtà concreta del mondo semitico.
Caro Paolo, non rispondo ai commenti prodotti da Chat GPT.
Vi sembra possibile che uno dei figli di Giuseppe si chiamasse Giuseppe?
Ma stai scherzando spero. Migliaia di persone nel mondo antico e anche moderno portano il nome del padre, del nonno e del bisnonno.
Nel giudaismo del Secondo Tempio alcuni nomi erano così diffusi che la ripetizione all’interno della stessa famiglia era piuttosto comune. Vi erano numerosissime famiglie ebraiche del tempo in cui padre e figlio portavano lo stesso nome.
Tra l’altro già nel II secolo il Protovangelo di Giacomo presenta Giuseppe come vedovo e padre di altri figli e lo stesso fece Epifanio di Salamina…non mi pare che qualcuno avanzasse loro un’obiezione del genere
Affermare che San Giuseppe, il castissimo sposo della Semprevergine Maria, fosse così megalomane da porre ad un proprio figlio il nome di Giuseppe, è una vile offesa all’onore stesso del patrono della Chiesa universale!
Senti lorenzo, la discussione era interessante fino a che non sei arrivato. Non si capisce se sei serio o stai scherzando.
Nel giudaismo del I secolo era normalissimo dare ai propri figli il proprio nome (Yosef bar Yosef, Shimon ben Shimon ecc.), così come è ancora oggi nella modernità senza che qualcuno parli di “megalomania” o “vile offesa”.
O discuti seriamente o meglio astenersi per favore
Non conosci la cultura ebraico/aramaica dei tempi di Gesù (solitamente il nome del padre veniva dato al figlio di un padre già defunto) e ti permetti di gettare fango sul castissimo sposo della Semprevergine Maria? Dovrai rendere conto a Cristo Stesso delle offese che fai al suo Padre Putativo: posso solo pregare per te affinché la misericordia di Dio ti assista in quei momenti!
Ribadisco il concetto: lascia parlare gli adulti, i bulletti non meritano attenzione né dovrebbero essere ammessi su un blog serio.
Dalle tue minacce deduco che tu sia un lefebvriano o roba del genere.
Quando Giovanni il Battista fu circonciso, i parenti volevano chiamarlo Zaccaria come il padre, che non era affatto morto (Luca 1,59).
“Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.”: non credi che un evento del genere, per la mentalità semitica, sia un motivo per dare al figlio il nome del padre ormai prossimo alla fine dei suoi anni al fine di perpetuarne la memoria nel tempo?
(a lorenzo): Può darsi, ma avevi detto che si faceva solo se il padre era già defunto, ora cambi idea. Comunque secondo alcuni anche Giuseppe era vecchio, allora se andava bene per Zaccaria poteva andar bene anche per lui.
Se non conosci l’italiano, cerca il significato del termine “solitamente”!
Se fosse stato megalomane lo avrebbe chiamato Piergiuseppe.
Sono piuttosto ottuso: mi spieghi perché proprio Piergiuseppe?
Alludevo a Piersilvio.
Sono veramente ottuso: non avevo afferrato l’allusone alla megalomania!
Secondo gli avversari del concepimento verginale di Cristo, alla base della tradizione della Chiesa vi sarebbe un’errata interpretazione iniziale della Scrittura, dovuta a una lettura che riduce i racconti dell’infanzia a mere costruzioni simboliche.
Questa opposizione appare chimerica se analizziamo i “Vangeli della vita nascosta” (come preferiva chiamarli padre Tarcisio Stramare, rifiutandone la riduzione a prologo): Matteo (1, 18-25) e Luca (1, 26-38). Qualunque sia il loro genere letterario, entrambi i racconti escludono categoricamente le relazioni coniugali e affermano il fatto storico del concepimento per opera dello Spirito Santo. Si tratta di due narrazioni indipendenti, che attingono a fonti diverse e complementari: Giuseppe per Matteo, Maria per Luca.
La chiave di volta, in linea con il n. 2 della Dei Verbum, è che nella Chiesa apostolica l’intellectum fidei si è sviluppato a ritroso, a partire dal mistero pasquale. Interrogandosi sul modo concreto dell’Incarnazione del Figlio di Dio, la comunità non ha cercato una pia esaltazione mariana, ma la verginità fisica si imponeva come esigenza intrinseca della cristologia apostolica, pur inserita nella legalità davidica tramite il vero matrimonio con Giuseppe (secundum legem).
Come intuì mirabilmente San Bernardo, così come l’Apostolo Tommaso, dubitando e palpando, divenne il testimone più irrecusabile della Risurrezione, così Giuseppe, provando con attento e doloroso zelo la condotta della Sposa, divenne il testimone più sicuro della sua purezza (pudicitiae fidelissimus testis)</strong>.
Il lettore onesto si trova così davanti a tre punti indissolubili: Giuseppe padre putativo, Maria vergine-madre, Gesù uomo-Dio. O tutti e tre sono inventati, o tutti e tre sono reali. La straordinaria coerenza di questa struttura si oppone radicalmente alla loro riduzione a una semplice costruzione simbolica.
Lo sanno tutti che la verginità di maria è un ABUSO DI TRADUZIONE da parte dell’autore del vangelo, nella bibbia originale il termine (almāh) indica SPOSA , non vergine! In greco è stato tradotto con “parthénos” e l’autore del vangelo se ne è approfittato per richiamare il mito pagano del parto da una vergine! E sopratutto il figlio si doveva chiamare Emanuele non Giosuè!!
E poi se se cristo è figlio dello spirito santo non sarebbe più discendente di davide e quindi non sarebbe il maessia! Studiate di piu…
Maria era la sposa di Giuseppe, quindi hai sbagliato il il tuo intervento: studia di più!!!
L’argomentazione proposta si fonda su diversi equivoci, sia di natura filologica che teologica.
In primo luogo, il termine ebraico ʿalmāh in Isaia 7,14 non significa affatto “sposa” (kalláh) o “moglie” (isháh). Indica una giovane donna in età da marito e, nel contesto culturale dell’antico Vicino Oriente, questo presupponeva intrinsecamente la verginità. Se il testo ebraico avesse voluto indicare esplicitamente una donna sposata o non vergine, avrebbe usato altri termini ben precisi. La prova schiacciante della totale imprecisione di questa obiezione sta nella Settanta: i traduttori ebrei pre-cristiani tradussero ʿalmāh con il greco parthénos (“vergine”) secoli prima della nascita di Cristo e della stesura dei Vangeli. La lettura verginale, dunque, è un’autentica interpretazione ebraica della tradizione profetica, non un’invenzione dei dotti cristiani.
In secondo luogo, la confusione sui nomi dimostra una lettura meccanica della profezia. Tu parli di “Giosuè” (facendo confusione con le figure storiche), ma il nome anagrafico del Redentore è Gesù (Yeshua — “YHWH è salvezza”). “Emmanuele” (Dio con noi) non è un nome sostitutivo da carta d’identità; è un titolo ontologico che ne esprime l’identità profonda, esattamente come Christos o Kyrios. Matteo non applica Isaia come un codice fiscale, ma ne svela il disegno provvidenziale.
In terzo luogo, l’obiezione sulla discendenza di Davide ignora completamente il diritto e la teologia biblica. Come ha magistralmente dimostrato il grande biblista e giosefologo Padre Tarcisio Stramare, nella tradizione ebraico-cristiana la paternità legale e l’adozione alleanziale possiedono una piena validità giuridica e ontologica. Attraverso la paternità legale di Giuseppe, Gesù viene innestato a pieno titolo e legittimamente nella casa di Davide, mentre il concepimento verginale per opera dello Spirito Santo ne rivela l’origine divina. Gesù è Figlio di Davide secondo la legge, e Signore di Davide secondo lo Spirito.
Infine, il dogma cristiano del concepimento verginale non c’entra nulla con i miti pagani. I miti greci o babilonesi descrivevano accoppiamenti carnali, antropomorfici e passionali tra divinità e creature umane. Il Vangelo descrive l’esatto contrario: un atto creativo purissimo e trascendente, l’ombra dello Spirito Santo che si posa su Maria.
La vera questione, allora, è metafisica: quando le parole vengono sradicate dal loro ancoraggio ontologico, si riducono a strumenti di convenienza ideologica. La Scrittura non può essere intrappolata nell’orizzonte piatto del letteralismo razionalista. La pienezza del Logos supererà sempre i limiti meccanici del dizionario umano. Studiamo di più, sì, ma studiamo le cose intere.
Grazie infinite, per quello che hai scritto, e che condivido al 100%. Che però, al momento del concepimento Maria fosse la legittima sposa di Giuseppe, è un fatto assodato: il fatto poi che fosse vergine perché il matrimonio non era ancora stato consumato e che abbia concepito per opera dello Spirito Santo restando vergine (prima, durante e dopo) il parto è un fatto testimoniato dai Vangeli e dalla tradizione.
hai sbagliato, in ebraico almah nel testo ebraico originale non aveva questa connotazione biologica miracolosa
vergine è bethullah, la prima bibbia greca è stata perfino RIPUDIATA dal sinedrio ed è stata creata un’altra che ha tradotto corettamente con “neanis”
hai sbagliato: sono lo stesso nome. Yeshua è la forma aramaica abbreviata di Yehoshua (Giosuè). Entrambi condividono la stessa radice e significano “il Signore è salvezza” o “salvezza”.
hai sbagliato: Emanule non è un titolo ontologico, 1. perché il passo dice chiaramente che partorisce e DARA’ NOME, non c’è nessuna connotazione ontologica (a meno che non ce la metti tu in modo DISONESTO) 2. perchè la discendenza deve essere DIRETTA, carnale, non solo non c’è nessuna menzione circa l’adozione, ma è specificato nel salmo 132 “«Il Signore ha giurato a Davide, promessa da cui non torna indietro: “Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono”».
Stroncati tu dal tuo ancoraggio ontologico e impara a leggere la bibbia in modo corretto!
Henri Tisot (1937-2011) y otros, ahora se conoce la transcripción exacta de “Jesús de Nazaret, Rey de los Judíos”, o mejor dicho, según las reglas gramaticales hebreas, “Jesús de Nazaret y Rey de los Judíos”. Tisot consultó a varios rabinos y descubrió que las letras hebreas correspondientes debían ser שוע הנוצרי ומלך היהודים. Transliterando, vocalizando y teniendo en cuenta la lectura de derecha a izquierda, obtenemos: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim . Las iniciales forman el tetragrama sagrado: YHWH. Es decir: Yo Soy . Así se cumplió la profecía hecha por Jesús antes de la Pasión .
El hecho de que la palabra ‘almah en la época de Isaías tuviera un énfasis mucho mayor en la esencia de la virginidad se confirma con los descubrimientos de Zenjirla, donde en una inscripción del siglo IX a. C., dedicada a un tal rey Kilam, la palabra ‘almah se refiere indudablemente a una mujer que aún no había dado a luz, y además a una virgen. Esto también lo confirman los hallazgos de CH Gordon, quien en su diccionario ugarítico titulado Ugaritic Handbook mostró que el ugarítico glmt, que corresponde a la palabra hebrea ‘almah, se identifica repetidamente con el ugarítico btlt , que corresponde a la palabra hebrea betulah – “virgen “. hl glmt tld b(n) , que se traduce como: una joven ( glmt , a la que corresponde ‘almah – nota JL) dará a luz a un hijo . Parece que este glmt se menciona anteriormente en este texto como btlt – “virgen” . Quizás la existencia del mismo sinónimo también se evidencia en una inscripción fenicia de Ras Shamra, publicada en 1933 por Virolleand en la revista “Syria” . La inscripción dice: ast tq hbtk glmt ts rb , que se traduce como: tomarás a una mujer en tu casa, una doncella (glmt) traerás a tu patio . También vale la pena agregar que Jerónimo señaló que en fenicio la palabra alma significaba virgen .
@Alfonso Muchas gracias por esta extraordinaria y valiosísima aportación. Los datos arqueológicos y las evidencias comparative-semíticas que ha introducido —desde la inscripción di Kilamuwa en Zincirli hasta il paralelismo ugarítico ġlmt / btlt estudiado por Cyrus Gordon— son simplemente irrebatibles.
Esto demuestra, a nivel de pura filología semítica, que la pretensión de separar radicalmente el concepto de ʿalmāh del de “virgen” es un anacronismo moderno. En el horizonte lingüístico siro-palestino de la Edad del Hierro, la juventud de la mujer en edad de desposarse y su condición de virgen formaban una unidad semántica objetiva.
El hecho de que el texto ugarítico rece de forma literal «la joven (ġlmt) dará a luz un hijo» habiendo utilizado poco antes el término btlt (virgen) es la prueba especular de lo que Isaías haría siglos después y que la Septuaginta recibiría fielmente al traducir por parthénos.
Su análisis, unido al testimonio de San Jerónimo sobre el fenicio, cierra definitivamente el debate frente a cualquier lectura reductiva o ideológica del texto profético. Cuando la documentación histórica y la arqueología convergen de este modo, el literalismo racionalista se queda sin argumentos. Gracias de nuevo por esta intervención de altísima escuela.
Bendiciones en el nombre de Jesús, José y María.
Potete farvi capire anche da noi? grazie.
Caro G.B., hai perfettamente ragione, scusami, non perdo mai la mia natura troppo passionale e volevo congratularmi solo con lo studioso in madrelingua, per essere più diretto, empatico ed efficace, dato che mi aveva impressionato la sua competenza storica e filologica! Ci tenevo a ringraziare Alfonso in spagnolo per la complessità del suo apporto, ma il dato che ha condiviso merita di essere accessibile a tutti. Non essendo un esegeta di professione, mi sono fatto aiutare da strumenti digitali per tradurre e sintetizzare i punti chiave del suo intervento a beneficio dei lettori italiani.
In breve, Alfonso ha richiamato alcuni dati filologici e archeologici che offrono un forte sostegno all’interpretazione secondo cui la parola ‘almah (usata in Isaia 7,14) contenesse già all’epoca del profeta un intrinseco riferimento alla verginità:
1) L’iscrizione di Zincirli (IX secolo a.C.): Secondo gli studi citati, in questo antico testo dedicato al re Kilamuwa, il termine ‘almah sembrerebbe riferirsi a una giovane donna che non ha ancora partorito.
2) Le tavolette di Ugarit (Studi di C.H. Gordon): Nella lingua ugaritica, affine all’ebraico, il termine glmt (equivalente a ‘almah) appare in parallelo e come sinonimo di btlt (equivalente a bethulah, “vergine”). Nel testo si legge: “la giovane (glmt) darà alla luce un figlio“, mentre poco sopra la stessa figura era designata come btlt.
3) Il fenicio e San Girolamo: Anche un’iscrizione fenicia di Ras Shamra sembrerebbe muoversi in questa direzione. Del resto, già San Girolamo nel IV secolo annotava che nella lingua fenicia imparentata con l’ebraico la parola alma indicava propriamente la vergine.
In conclusione:
Questi paralleli semitici suggeriscono che nel mondo antico l’età giovanile della donna e la sua illibatezza formassero un’unità semantica oggettiva. I traduttori ebrei della Settanta, rendendo Isaia con il greco parthenos (vergine), non avrebbero dunque inventato una lettura dal nulla, ma sarebbero stati fedeli alla mentalità linguistica del loro tempo.
Spero che questa sintesi ti sia utile e ti ringrazio ancora per la precisione dei tuoi interventi di questa notte! Prega per me. Ave Maria.
Lo sapevi che esistono i traduttori automatici?
Ma quindi anche nelle tavolette di Ugarit c’è una profezia su una vergine che dà alla luce un figlio?
Los racionalistas niegan todo carácter mesiánico a la frase de Isaías, y así, siguiendo interpretaciones antiguas rabínicas, suponen que el niño misterioso es el hijo de Acaz, Ezequías, 31 en cuanto que efectivamente iba a ser rey de Judá, y estaría próximo a nacer, mereciendo el nombre simbólico de Emmanuel, porque gozaría de particular protección de Yahvé en su reinado 32. Pero en este caso difícilmente se concibe que el profeta, hablando al rey, llamara a la reina doncella, cuando ya era esposa legítima. Además, cuando Isaías profirió la profecía (hacia el año 734 a.C., con ocasión de la invasión siro-efraimita), Ezequías ya había nacido y tenía al menos nueve años, o dieciocho, según otro cómputo cronológico. 33 Pero, sobra todo, lo que hace imposible la identificación del Emmanuel con el Ezequías histórico es que las cualidades que en 9:5 se aplican al misterioso niño Emmanuel desbordan totalmente la personalidad histórica del piadoso Ezequías: ¿Cómo llamar “Admirable consejero, Dios fuerte.,” a un rey como Ezequías, que se mostró tan imprudente con ocasión de la embajada de Merodacbaladán y que lloró como un niño cuando Isaías le anunció la próxima muerte? 34 Objeciones similares se pueden oponer a la hipótesis de que el Emmanuel era un hijo de Isaías 35: ¿Cómo llamar ‘almah, doncella, a su propia esposa (a la que en 8:3 denomina profetisa), la cual, cuando Isaías profirió el vaticinio, ya tenía por lo menos a su hijo Sear-Yasub? 36 Y mucho menos se podrían aplicar a un futuro hijo de Isaías las cualidades de príncipe que se asignan al Emmanuel en 9:5.
Por las mismas razones hay que rechazar la opinión de que el Emmanuel es un hijo cualquiera de una de tantas madres jóvenes que iban a dar a luz en aquellos días, en cuanto que, por la liberación que Dios iba a obrar, podían llamar, en signo de agradecimiento, a su hijo Emmanuel (“Dios con nosotros”) 37. Ya hemos dicho que el nombre simbólico de la “liberación” del peligro siro-efraimita era el del segundo hijo de Isaías, Maher-salal-jas-baz 38. Además, el profeta habla de “Ια doncella”: “ha’almah,” seρalándola con énfasis como un ser excepcional, y esto no podría aplicarse a cualquier mujer joven de su época. Indudablemente que el profeta piensa en una persona que centra psicológicamente su atención, considerándola como algo fuera de lo normal.
L’ultimo commento è piuttosto inesatto, tutti sanno che Gesù era figlio di Giuseppe per la legge, e la discendenza era data appunto dal padre legale. Credo che le discendenze in Israele fossero questioni complessa, si veda la legge che se un uomo sposato moriva senza avere avuto figli il fratello avrebbe dovuto sposare la vedova per dare una discendenza al fratello morto.
No affatto, la discendenza del messia da davide era esclusivamente CARNALE, non c’è nessuna menzione dell’adozione
come specificato nel salmo 132 “«Il Signore ha giurato a Davide, promessa da cui non torna indietro: “Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono”».
Anche Paolo (Romani 1,2) scrive che Gesù è “nato dal seme di Davide secondo la carne”. Eppure la faccenda del concepimento verginale lui doveva saperla. Evidentemente parla della discendenza legale.
Non ha senso. Se una vergine concepisce un figlio, è un miracolo. Se una sposa concepisce un figlio, è una cosa assolutamente normale. Che razza di profezia sarebbe allora?
Mi sembra che alcuni commenti escano dal seminato. Non so se tutti quelli che scrivono sono cattolici , ma il dato di fatto è che la verginità perpetua di Maria è un dogma e, come tale, infallibile è non soggetto a disputa teologica. Per cui, se si vuole essere in comunione con la chiesa, bisogna aderire al dogma, con buona pace dei nostri rigurgiti di superbia.
Per quanto riguarda la questione dei fratelli e delle sorelle, il teologo José Miguel García della scuola teologica di Madrid, autore del libro “La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli”, propone una soluzione molto più semplice, i fratelli e le sorelle non sarebbero altro che i discepoli di Gesù, che tra di loro abitualmente si chiamavano appunto fratelli e sorelle.
Detto questo, da cristiano catolico, mi potrebbe interessare da un punto di vista storico chi fossero le persone a cui si riferisce il Vangelo, la cosa certa è che non erano figli di Maria, perché la verità ce l’ha detta la Chiesa con l’istituzione del dogma.
Rispondo solo alla tesi di José Miguel García che effettivamente è tra quelle suggerite ma è molto problematica.
In Marco 6,3 gli abitanti di Nazareth dicono: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”.
Il contesto è quello dei conoscenti e dei familiari di Gesù nel suo paese d’origine, non quello della comunità dei discepoli. Inoltre vengono elencate persone precise con nomi propri e distinte dalla cerchia dei seguaci di Gesù.
Se si trattasse di discepoli, sarebbe difficile spiegare perché gli abitanti di Nazareth li presentino come membri della famiglia di Gesù e perché vengano chiamate anche “sorelle”. Nei Vangeli, infatti, quando si parla dei discepoli come “fratelli” il significato è generalmente chiaro dal contesto (ad esempio nella comunità cristiana), mentre in Marco 6 il riferimento è evidentemente familiare.
Anche Giovanni 7,5 rende problematica questa interpretazione: “Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui”. Il versetto distingue i fratelli di Gesù dai discepoli credenti, mostrando che si tratta di un gruppo familiare separato dalla cerchia dei seguaci.
Prendo atto che non sei cattolico: tu ed altri continuate infatti a scrivere “Ioses” invece di “Giuseppe”.
E’ corretto, Marco 6,3 dice Ioses. Non si tratta di Giuseppe il padre putativo di Gesù, ma di uno dei “fratelli”. Il passo parallelo di Matteo, 13,55, invece lo chiama Giuseppe (i quattro “fratelli” sono Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda secondo Matteo; Giacomo, Ioses, Giuda e Simone secondo Marco). La variante Ioses/Giuseppe è ripetuta in Matteo 27,56 e Marco 15,40 (Matteo dice sempre Giuseppe e Marco dice sempre Ioses).
Per inciso, incrociando Marco 6,3 con Marco 15,40 apprendiamo anche che Giacomo “fratello di Gesù” e Giacomo “il minore” (cioè il secondo Apostolo con questo nome) sono la stessa persona (quindi non esistono tre Giacomo, come credono tanti, ma soltanto due), e che lui e Ioses/Giuseppe sono figli di una Maria che non è la Madonna. Aggiungiamo che Matteo 10,3, Marco 3,18 e Luca 6,15 attestano che Giacomo il minore è figlio di Alfeo, e il cerchio si chiude: almeno uno dei “fratelli di Gesù” certamente non era figlio né di Maria né di Giuseppe.
Perché questa risposta per ribadirmi cose che già conosco?
(a lorenzo): Perché hai scritto che se uno scrive Ioses non è cattolico, cosa non vera.
Sia il testo greco di Marco che quello greco di Matteo usano il nome proprio “Ἰωσῆς” la vulgata traduce con “Ioseph” e l’italiano con “Giuseppe”.
E allora perché nella Bibbia CEI c’è scritto Ioses?
Consultando qui: https://www.laparola.net/greco/index.php non è come dici tu. Matteo scrive “Ἰωσὴφ” (Ioseph) mentre Marco scrive “Ἰωσῆτος” (Iosetos) che è il genitivo di “Ἰωσῆς” (Ioses).
Quindi, anche secondo te, i fratelli di Gesù erano cinque: Giacomo, Giuseppe, Iose , Simone e Giuda: da notare che alcune versioni greche attribuisco Giuseppe a Matteo e Iose a Marco, mentre altre versioni Greche fanno l’opposto ( controlla tu stesso su “laparola” selezionano “Apostolic Bible (Greek)”.
Peccato però che lo stesso Strong, al n° 2500, suggerisca che forse lo si possa identificare col n° 2501.
I scusi, che titoli ha lei per contestare Garcia?
L’argomento che vede i “fratelli di Gesù” come i suoi discepoli è contestato da J.P. Meier e da qualunque altro studioso cattolico. Ora richiedimi per favore: che titoli ha Meier per contestare Garcia?
Ora potresti replicare anche al contenuto del mio commento?
Replico che sono opinioni, come ho già detto la questione è risolta dal magistero della Chiesa che ha promulgato il dogma. Per caso lei è evangelico? Così si spiegerebbe tutto. Le chiedo la cortesi di darmi del lei, non sono un suo parente. Poi perché J.P. Meier dovrebbe avere più atuorità di Garcia? Perché lo dice Lei? Mi risulta che Garcia sia anch’esso uno studioso cattolico, qundi almeno lui non è compreso nella locuzione “qualunque altro studiosocattolico” Saluti
Non sono opinioni, si chiama lettura del testo. Marco 6,3 fa capire che sta parlando chiaramente della famiglia di Gesù non dei suoi discepoli, basta leggere il versetto.
La tesi di Garcia (che tra l’altro stimo molto, ho letto il suo “Il protagonista della storia” e l’ho trovato ottimo) non è sostenuta da nessun’altro studioso perché non è sostenibile e non so nemmeno dove l’abbia scritta, mi può dare i riferimenti bibliografici?
Trovo il suo commento molto relativista (“sono tutte opinioni, la verità non esiste”) e questo stona con il suo voler dare patenti di cattolicità agli altri solo per disaccordi su un tema tecnico. Ribadisco: se lei è un adolescente è meglio chiarirlo subito.
Penso di scrivere in Italiano, ho detto esattamente il contrario, che la verità esiste e ce l’ha fornita la Chiesa, cioè la Verginità perpetua di Maria è reale. Poi possiamo stare qui a fare mille ipotesi, lei, come nessun altro qui ha la verità in tasca. Poi questo suo modo di usare i pronomi indefiniti tutti e nessuno con una certa disinvoltura pesuppone il fatto che lei conosca tutta la letteratura scritta sull’argomento, cosa che mi pare piuttosto improbabile.
Dimenticavo il riferimento è nel mio primo commento che evidentemente lei non ha letto, oppure letto parzialmente. Chi sarebbe l’adolescente che preso dalla foga di rispondere non si prende neanche la briga di leggere fino in fondo? Saluti
Ho letto il libro di Garcia qualche anno fa, se ben ricordo la sua tesi è che i “fratelli” non erano genericamente i discepoli, ma persone al servizio di Gesù.
Rispondo in questo commento alle varie affermazioni del sig. Ottavio. Spero che, con la Luce giusta, possa liberarsi dal velo.
Caro Ottavio, le rispondo volentieri per chiarire sia l’aspetto linguistico-storico che la questione esegetica e testuale sulla perpetua verginità di Maria SS. e la castità di San Giuseppe.
1) Per quanto riguarda la questione linguistica (Aramaico vs Greco), non bisogna confondere la lingua in cui sono stati redatti i Vangeli (il greco) con la lingua parlata dai protagonisti degli episodi. Le persone di Nazaret che pronunciarono la frase citata nei Vangeli non parlavano affatto greco: si trovavano nella Palestina del I secolo ed erano gente del posto che si esprimeva in aramaico.
In aramaico, come nell’ebraico antico, il termine per indicare il fratello/parente (‘ach / ‘acha) possiede la nota ampiezza semantica per definire l’intero clan familiare. Gli evangelisti, mettendo per iscritto in greco le testimonianze orali aramaiche, hanno reso quel concetto nativo usando il calco linguistico della Settanta (adelphós), esattamente come fecero in altri passi del Nuovo Testamento (si veda ad esempio Paolo in Rm 9,3 quando chiama gli Ebrei «fratelli secondo la carne»).
2) La tradizione della verginità di Maria SS. è verità, nota fin dai primi tempi.
Matteo non nacque secoli dopo. Era contemporaneo di Maria SS. Matteo non era un povero ignorante credulone. Era un gabelliere. Sapeva vedere, udire, capire, scegliere il vero dal non vero. Matteo non udì le cose per sentito dire da terzi. Ma le raccolse sicuramente dalla viva voce di Maria SS. stessa: uno che ama con amore di apostolo il Maestro, non potrebbe fare altro. E non si può supporre che Maria SS. mentisse. Gli stessi parenti l’avrebbero potuta smentire, se vi fossero stati altri figli. Giacomo, Giuda, Simone e Giuseppe erano condiscepoli di Matteo. Perciò facile a questo confrontare le versioni, se ve ne fossero state. E Matteo non dice mai: “Levati e prendi tua moglie”; dice: “Prendi la Madre di Lui”. Prima dice: “Vergine sposata a Giuseppe”; “Giuseppe suo sposo”.
3) Proprio questo particolare testuale fondamentale nel Vangelo di Matteo va a sostegno della verginità di Maria dopo il parto e della totale castità di Giuseppe:
«Levati, prendi il Fanciullo e sua Madre e fuggi in Egitto» (Mt 2,13)
«Levati, prendi il Fanciullo e la Madre di Lui e torna nella terra di Israele» (Mt 2,20)
Si noti con attenzione: l’Angelo e l’evangelista non dicono mai a Giuseppe “prendi tua moglie”, ma rigorosamente “la Madre di Lui”. Prima della nascita si parla di “Vergine sposata a Giuseppe” o di “Giuseppe suo sposo” (Mt 1,16.19), ma mai, dopo la venuta al mondo del Cristo, Maria viene definita “moglie” di Giuseppe.
Perché Maria SS. non viene mai definita “moglie” di Giuseppe? Basta guardare l’uso del termine “moglie” nella Sacra Scrittura.
Di certo non si può obiettare che chiamare una donna “moglie” fosse un’infamia o un tabù linguistico per la cultura ebraica. La Sacra Scrittura ricorre al termine “moglie” con assoluta naturalezza e precisione ogni volta che vi è un’unione coniugale ordinaria e consumata.
Nell’Antico Testamento: fin dalle prime pagine si legge «e si unirà a sua moglie» (Gen 2,24; 3,17); Sara è chiamata “moglie di Abramo” (Gen 17,15); a Lot si dice “prendi tua moglie” (Gen 19,15); nel libro di Rut si parla della “moglie di Mahalon” (Rut 4,10); in 1 Samuele si legge che “Elcana ebbe due mogli”, “Elcana poi conobbe sua moglie Anna” e “Eli benedisse Elcana e la moglie di lui” (1 Sam 1,1-2.19; 2,20); in 2 Samuele Betsabea “divenne moglie di Davide” (2 Sam 11,27); nel libro di Tobia si dice “con la moglie e col figlio” (Tob 1,9.20).
Nel Nuovo Testamento (lingua e tempi contemporanei a Cristo): lo stesso Matteo usa il termine senza problemi al cap. 22 («il primo, presa moglie, morì e lasciò la moglie al fratello», Mt 22,25); Marco lo usa al cap. 10 («Chi ripudia la moglie…», Mc 10,11); Luca chiama Elisabetta “moglie di Zaccaria” per ben quattro volte di fila nel primo capitolo e parla di “Giovanna, moglie di Cusa” al cap. 8,3.
Come si vede, il vocabolo “moglie” non era affatto proscritto o considerato immondo. Se l’Angelo e l’evangelista dicono “il Fanciullo e la Madre di Lui”, dimostrano che Maria fu Madre vera di Gesù, ma non fu mai moglie in senso sensuale a Giuseppe: l’anima sola fu congiunta a Giuseppe, rimanendo sempre la Vergine sposata a Giuseppe.
Le ricostruzioni e le congetture della critica moderna crollano di fronte al rigore del testo sacro e alla realtà linguistica e storica del contesto aramaico del I secolo.
Concordo con quello che scrivi, ma attento a non isolare talune frasi dal contesto perché, rischi di affermare cose non vere!
Non ha mai letto: “… ἰωσὴφ υἱὸς δαυίδ, μὴ φοβηθῇς παραλαβεῖν μαρίαν τὴν γυναῖκά σου… ἰωσὴφ ἀπὸ τοῦ ὕπνου ἐποίησεν ὡς προσέταξεν αὐτῷ {gli} ὁ {l’} ἄγγελος κυρίου καὶ παρέλαβεν τὴν γυναῖκα αὐτοῦ…” ?
Caro Lorenzo, ti ringrazio per la puntualizzazione, ma l’obiezione che sollevi dimentica la struttura del diritto matrimoniale ebraico del I secolo e il valore del termine semitico sottostante (stessa dinamica che Gesù usa come “sposo” della Chiesa, che ritornerà alla fine dei tempi per portarla nella Sua casa, ma approfondisco nel testo del commento).
Il passaggio da te citato (Mt 1,20 e 1,24) usa la parola greca γυναῖκα (gunaika), che traduce esattamente l’ebraico אִשָּׁה (‘iššāh). Per comprendere il testo non bisogna applicare la nostra sensibilità moderna, ma il diritto biblico.
Il matrimonio ebraico si divideva in due fasi staccate (da un periodo variabile, anche fino a un anno, ed è per questo che Maria SS., già “sposa”, fidanzata legale o promessa sposa diremmo noi, può andare per dei mesi da sua cugina Elisabetta, senza Giuseppe): gli Erusin (il fidanzamento legale) e il Nissuin (la conduzione della sposa a casa). Già durante gli Erusin, prima ancora della convivenza e di qualsiasi rapporto sensuale, la donna era legalmente e a tutti gli effetti la “moglie” (‘iššāh) dell’uomo.
La riprova schiacciante si trova in Deuteronomio 22,23-24, dove la promessa sposa, pur essendo vergine e vivendo ancora nella casa paterna, viene definita dalla Torah e dalla Settanta esattamente come “moglie del suo prossimo” (γυναῖκα τοῦ πλησίον).
Quando l’Angelo dice a Giuseppe di “prendere con sé Maria sua moglie” (paralambanō), gli sta chiedendo di compiere l’atto formale di condurla sotto il suo tetto (Nissuin) per dare una copertura legale e un nome davidico al Bambino, salvando Maria dalle accuse di adulterio. Moglie qui definisce lo status giuridico del matrimonio sacrale, non l’unione carnale.
Che l’espressione γυναῖκα in Mt 1 non implichi affatto rapporti sensuali è dimostrato dal versetto esplicito che chiude il capitolo: Matteo ci tiene a precisare che Giuseppe «non la conobbe» (Mt 1,25). Nel linguaggio semitico dell’evangelista, “conoscere” (yada / ginōskō) è il verbo tecnico che indica l’atto sensuale coniugale. Matteo lo nega categoricamente.
È proprio per questo che, una volta nato il Redentore e chiarita la paternità divina, nel capitolo 2 il linguaggio di Matteo cambia di colpo: l’Angelo non dirà mai più a Giuseppe “prendi tua moglie”, ma rigorosamente «prendi il Fanciullo e la Madre di Lui» (Mt 2,13.20).
Nessun isolamento dal contesto: il contesto biblico, giuridico e linguistico conferma in modo perfetto la castità di Giuseppe e la verginità di Maria SS.
Mi complimento per le tue ottime basi teologiche, per la tua conoscenza delle usanze matrimoniali ai tempi di Gesù e ti pongo una domanda che potrebbe far crescere la tua conoscenza nella teologia dell’Incarnazione: perché in Matteo Maria viene definita “μνηστεύομαι” nel momento dell’Annunciazione (1.18), ma viene definita “γυνή”, dopo l’Incarnazione per opera dello Spirito Santo, quando l’Angelo si presenta a Giuseppe (1.20)?
Lorenzo, ti ringrazio. Leggo nella tue parole un interesse alla mia crescita spirituale: come dice il CCC (cito non verbatim, ma a memoria) siamo fatti per conoscere e amare Dio in questa vita e possederlo eternamente nell’altra. Anche se ovviamente non si intende pura conoscenza intellettuale, ma onnicomprensiva e relazionale, approfondire la conoscenza della Parola (Gesù stesso è il Verbo), se fatto in spirito di umiltà e carità, ci avvicina a Dio, come conoscere un amico ascoltando attentamente quello che ha da dirti, senza presupporre di sapere già in anticipo che cosa voglia dirti o presumere che ci siano doppi significati nelle sue parole.
A rigore con quanto detto nel commento precedente il verbo μνηστεύομαι, “essere promessa sposa”, indica proprio la fase degli Erusin (e infatti, come dicevamo, noi avremmo detto “promessa sposa” in quella fase, anche se giuridicamente già sposa di fatto, ma non sensualmente e a livello di convivenza). L’Angelo quindi dopo dice a Giuseppe di procedere con la fase dei Nissuin (“prendi Maria tua sposa”), perché ciò che si stava compiendo in Lei era opera dello Spirito Santo. Questo valeva sia ad allontanare da Maria SS. eventuali dicerie di paese (immagina le voci: “ma come? Non hanno ancora fatto i Nissuin e lei è già incinta?”, cosa che non era ammessa), ma molto di più, immagina, agli occhi e al cuore di S. Giuseppe, castissimo, come quelle parole siano state la più perfetta benedizione possibile di un matrimonio da parte di Dio (che già benedice ed è “garante” della sacralità del matrimonio): non solo il vincolo tra Maria SS. e S. Giuseppe era sacro, come tutti i matrimoni sacramentali, ma era COSÌ sacro e benedetto da essere reso la cornice della stessa Incarnazione del Cristo. Penso allo schiantamento di gioia nel cuore di S. Giuseppe nell’essere elevato a sposo e custode di QUELLA Vergine e di Quel Bambino. Un compito che Dio gli ha messo così completamente nelle mani che ha voluto che attraverso di lui e della sua obbediente azione e iniziativa, il Bambino e Sua Madre fossero salvati dalla persecuzione di Erode. Poteva benissimo salvarli Dio stesso con la Sua mano potente: che cosa insignificante agli occhi di Dio sarebbe stato il potere di Erode? Eppure ha affidato tutto a Giuseppe. Ci pensi? E quanto deve essere stato umile quest’uomo (“battuto” in umiltà solo da Maria SS. e da Gesù) per non inorgoglirsi e insuperbirsi di un tale ruolo? Mamma mia. Grazie Lorenzo.
Sei sicuro che l’angelo inviti Giuseppe a procedere con la fase di Nissuin e non invece che la fase di Nissuin sia già stata attuata in modo unilaterale dallo Spirito Santo? Ricordi come si svolse in modo unilaterale il Vecchio Patto tra Dio ed Abramo?
A livello spirituale, sì, sicuramente lo Spirito Santo aveva già avviato i Nissuin con Maria SS., dopo che Lei aveva detto e Donato il suo splendido “Fiat” (gli Erusin tra Dio e la Vergine io li vedo dal momento della sua creazione e concepimento Immacolato). Dal punto di vista giuridico invece il compito Dio lo affidò a S. Giuseppe.
Facciamo un passo indietro: secondo te, quando Gesù affermava che “non sono più due ma uno”, si riferiva alla fase di Erusin o di Nissuin?
Non capisco cosa vuoi dire. Penso che sia nell’unione sacramentale in sé che i due diventano uno, l’unione che Dio suggella insomma fa che lo diventino, non che si stia riferendo alle fasi del matrimonio ebraico, ma all’azione trascendente di Dio nel sacramento e un grande invito a mettere quindi l’amore sopra tutto il resto quando ci si sposa: dato che marito e moglie sono uno, fare atti di disamore nei confronti dell’altro/a è farli contro se stesso, quindi, dice implicitamente Gesù, così come non fareste atti di disamore -egoisticamente parlando- contro voi stessi, non li dovete fare neanche contro il coniuge. Allo stesso modo Gesù è sposo della Chiesa e come tale membra del Suo Corpo, che è dire la stessa cosa di “essere uno”, cosa che Gesù dice esplicitamente nell’istituzione della Santa Eucaristia: “Padre, voglio che siano una cosa con Noi”.
Quindi Gesù risponde ad una ben precisa domanda dei farisei alludendo al futuro matrimonio cattolico?
Risponde riportando al progetto originario sul matrimonio da parte di Dio, infatti cita la Genesi. Anzi, ai farisei dà un bello schiaffone morale facendo capire loro come tutto quello che era stato aggiunto dopo era “per la durezza del loro cuore”.
Che poi il matrimonio cattolico debba rispecchiare il progetto originario di Dio sul matrimonio, questo lo possiamo sottoscrivere: siamo tenuti a viverlo secondo la Volontà di Dio, non la nostra (“l’uomo non separi ciò che Dio ha unito” vuol dire implicitamente questo). Se consideriamo poi che Gesù è venuto “non ad abolire, ma a dare compimento”, ancora di più dobbiamo dire che il matrimonio cattolico DEVE assolutamente rispecchiare il progetto originario di Dio. Certo che ai farisei Gesù non poteva dire: “sapete che dopo di Me, con il matrimonio cattolico che istituisco e che la Mia Chiesa formalizzerà, le persone si sposeranno così e colà”, ma li riporta alla Genesi, alla fonte non inquinata da tutti i legalismi, e che loro, esperti di Scrittura potevano e dovevano comprendere.
La tua risposta mi fa sorridere perché mi riporta si tempi della scuola quando non sapendo cosa replicare all’interrogazione sgattaiolavo a destra ed a destra. La mia domanda è precisa: quando Gesù afferma che con il matrimonio due diventavano uno dopo il contratto matrimoniale ebraico o dopo l’unione carnale degli sposi? Tieni presente che Giuseppe non volle ripudiare Maria anche se era sua facoltà.
Lorenzo, ma che dici? Ti ho risposto più che chiaramente sul punto che sollevi, ma te lo riscrivo: NON è a una fase legale del matrimonio ebraico che si riferisce Gesù, ma al matrimonio come Sacramento (ecco perché cita la Genesi, dove è Dio stesso a parlare dell’unione di uomo e donna e a benedire l’unione matrimoniale) e rigetta una questione puramente legalista come il libello di ripudio. È per la Volontà del Padre che i due diventano una sola carne nel matrimonio e quindi NON possono, per loro propria volontà annullarlo (a meno di unioni illegittime, quindi già non configuratesi secondo la Volontà di Dio).
Tu continui a insistere se era nella fase di Erusin o di Nissuin e io ti ho risposto che si parla di matrimonio nel senso più alto e non di fasi di “fidanzamento” o di iniziata convivenza.
Giuseppe, secondo i principi legalisti, siccome Maria SS. si ritrova incinta (per opera dello Spirito Santo) non avendo (ma non lo faranno neanche dopo) consumato con lui il matrimonio, poteva ripudiare Maria SS. senza conseguenze LEGALI. Ma anche qui il Vangelo risponde mettendo in luce quale deve essere la vera essenza del vivere cristiano: “ma essendo uomo GIUSTO, voleva licenziarla in segreto” (senza atti formali, per non esporla). Giuseppe, anche nei dubbi più atroci, voleva applicare il principio della carità al prossimo, che poi arriva a portare a livello perfetto quando, affidandosi a Dio nella preghiera, rimette la decisione a Lui, meritando così l’apparizione chiarificatrice dell’Angelo.
Non so se ho spiegato bene stavolta. Non pensavo di sgattaiolare neanche nel/i commento/i precedente/i, ma spero che almeno in questo tu non ne abbia neanche l’impressione.
Averti fatto sorridere però non mi dispiace. È sempre una cosa bella
@Michele Complimenti per questa analisi scritturalmente molto ben argomenta ed esegeticamente molto solida. Il rigore con cui hai messo a confronto l’uso del termine “moglie” in tutta la Scrittura (da Elcana e Anna fino a Zaccaria ed Elisabetta) rafforza l’ipotesi che la formula «il Bambino e sua Madre» in Matteo 2 non sia una semplice casualità stilistica, ma una scelta narrativa e teologica significativa.Questo approccio teologico e testuale si inserisce armonicamente in una tradizione che la Chiesa primitiva, come testimonia Egesippo (uno dei più antichi testimoni della tradizione giudeo-cristiana), identificava appunto come “cugini del Signore” per via paterna, individuando in Clopa, fratello di San Giuseppe, l’origine di questa parentela collaterale.La tua sottolineatura sul substrato aramaico tocca il vero nodo antropologico: gli abitanti di Nazareth, nell’elenco nominale di Marco 6,3, facevano riferimento al più ampio clan patriarcale (la mishpachah, come accennato in un commento precedetne), dove i cugini primi, cresciuti spesso all’interno dello stesso insediamento familiare, venivano identificati dalla comunità come adelphoi (‘achin), senza che questo implicasse una nascita dallo stesso grembo materno. Il vero problema interpretativo sorge proprio quando si applica il concetto occidentale e contemporaneo di famiglia nucleare a un contesto mediorientale antico.Quando l’analisi interna del testo evangelico, la testimonianza della Chiesa antica e il contesto sociologico del giudaismo del I secolo convergono nella stessa direzione, l’interpretazione tradizionale appare tutt’altro che una costruzione tardiva: mostra invece una notevole coerenza storica ed esegetica. Grazie per questo splendido e robusto contributo.
Caro Michele, grazie per la pacatezza della risposta.
Mi sembra però che tu stia insistendo sull’aspetto linguistico che è ormai chiuso.
È vero che Gesù e i suoi contemporanei parlavano aramaico, ma i testi evangelici che abbiamo sono in greco e vanno interpretati a partire dalla lingua effettivamente usata dagli evangelisti.
I Vangeli non sono stati conservati in aramaico, ma in greco, e gli autori scelgono esplicitamente il termine adelphoi (fratelli), pur conoscendo il termine (anepsios) che indicava “cugino” (come mostra Colossesi 4,10). Se i fratelli di Gesù fossero stati cugini avrebbero usato il termine giusto, invece mai attuano questa scelta.
Bisogna prenderne atto!
Sul piano puramente linguistico non esiste più alcuna possibilità di tradurre adelphoi con “cugini” e nessuno studioso autorevole lo fa.
Se “Sul piano puramente linguistico non esiste più alcuna possibilità di tradurre adelphoi con “cugini” e nessuno studioso autorevole lo fa”, significa che gli “adelphoi” di San Paolo vivevano tra i Romani, tra i Corinti, tra i Galati, tra gli Efesini, tra i Filippesi, tra i Colossesi e tra i Tessalonicesi: la madre ed il padre di San paolo si sono dati molto da fare!!!
Ottavio carissimo, però non capisco come tu faccia a dire che l’aspetto linguistico sia chiuso, se proprio su quello si fonda tutta questa discussione, e sul fatto che pur scrivendo in greco gli evangelisti si rifacevano all’aramaico, a testimonianze orali in aramaico e calcavano usi linguistici della edizione dell’AT dei Settanta, che traduceva in greco dall’aramaico.
Non capisco veramente come si possa chiudere l’argomento linguistico. Se poi alcuni studiosi l’hanno voluto “chiudere” per loro, fatti loro. Sinceramente non mi spiego come possano dormire la notte mettendo in discussione l’assoluta Verginità e Purezza della Madre di Dio (Perfetta Purezza) e la santa Castità del suo Custode. Ma questi non sono problemi nostri.
Per mostrarti quanto sia importante il dato linguistico, ti faccio, e scusami in anticipo per la banalità, l’esempio di un caso personale: parlando con amici in lingua inglese, nel dirgli che mi ero “fidanzato”, ho usato il termine “engaged”. Eppure in inglese quel termine significa “fidanzamento ufficiale” a cui segue il matrimonio. In italiano invece no (o non più): diciamo “mi sono fidanzato” quando vogliamo dire che siamo in una relazione sentimentale. Questo per riprendere, ma da lontanissimo!, la differenza tra Erusin e Nissuin che dicevamo negli altri commenti.
Se vogliamo ritornare al termine fratello, anche in alcune espressioni dialettali/slang, come in napoletano, si dice “tu m si’ fratm carnal”, cioè “tu sei mio fratello di sangue”, per intendere una forte amicizia. Come vedi, l’uso linguistico non può prescindere da chi quelle parole le pronuncia e dalla tradizione che c’è dietro. Quindi, ricapitolando, parlando di nazareni che dicono quelle parole, non si può dire che conoscessero la parola greca per “cugino”, ma usavano la parola “fratello” in aramaico. E gli evangelisti, anche sulla scorta della Settanta, quindi con le spalle ben coperte dalla tradizione linguistica anche del greco veterotestamentario, scrivono adelphos e non anepsios.
Ti trovi?
Mi sono espresso male effettivamente.
Intendo che l’argomento linguistico cugini/fratelli è chiuso, è abbandonato da chiunque. Non c’è più nessuno da decenni che lo difende e ti invito a citarmi qualche autorevole studioso che mi smentisca e la sua opera di riferimento.
Possiamo arrovellarci quanto vogliamo qui o su altri blog ma chi lo fa di mestiere ha già replicato a tutte queste obiezioni più di dieci anni fa. Ho già invitato a leggere Barbaglio ad esempio, testi in italiano in cui si affronta il tema.
Voglio anche precisare che ammettere che i fratelli di Gesù fossero davvero fratelli non significa dubitare del dogma cattolico, infatti ci sono altre soluzioni più plausibili come appunto che fossero fratellastri. Mi pare che l’articolo che commentiamo vada in questa direzione
Ottavio, te lo dico sinceramente: la Sacra Scrittura parla e parla nell’intimità a chi con Dio ha una relazione viva e fedele: ci sono purtroppo tanti teologi moderni con i grossi titoli sulla carta, ma nessuno di questi dice dello Spirito Santo che parla in loro. Per questo un fedele con una sana volontà di conoscere più addentro la Parola deve affidarsi a persone dalla comprovata santità: nominalmente, i Padri e i Dottori della Chiesa. Trovami tra essi uno che si atteggiasse come qualche teologo/studioso titolato dei nostri tempi e che interpretasse, o meglio interrogasse, la Sacra Scrittura come fanno loro. Quindi a me non interessa che “non va più di moda” il criterio linguistico o robe del genere, o se ora “si porta” altro. Sono della convinzione che l’uomo contemporaneo né sappia molto meno di quelli di secoli fa, non dal punto di vista tecnologico, si intende, ma dal punto di vista della Sapienza, semplicemente perché essa è uno dei Doni dello Spirito Santo e oggi si bada più ai titoli di studio che a essere ricolmi dello Spirito Santo. E che sia questo il criterio per arrivare al nocciolo di ogni cosa lo dice Gesù stesso: «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,12-13). Penso che almeno a Gesù bisogna credere, no?
Chiudo qui con i miei commenti.
Buona serata
Riporto qui sotto la risposta a una domanda sull’argomento di Padre Angelo Bellon OP. Lo faccio solo per farle capire che esistono differenti ipotesi sull’argomento che lei sembra non volere prendere in considerazione. Detto questo, anche io la saluto e chiudo qui i miei intrventi.
“La verginità di Maria è oggetto di fede da parte della Chiesa perché è in diretto riferimento con la divinità di Nostro Signore.
Poiché san Giuseppe non è padre di Gesù secondo la carne, la Chiesa non si è pronunciata su questo argomento.
Il Dictionnaire de Théologie (alla voce: Joseph) riporta l’opinione – oggi completamente scartata – di un primo sposalizio di san Giuseppe, raccolta dall’apocrifo Protovangelo di Giacomo. Questo primo sposalizio sarebbe in riferimento a quelli che nel Vangelo vengono chiamati i fratelli del Signore. Ma questa ipotesi va incontro a tali difficoltà da concludere con la sua impossibilità.
Meglio stare al Vangelo che sia in occasione della nascita di Gesù, sia in riferimento alla sua presentazione al tempio, sia al suo smarrimento e alla vita di Nazaret parla solo della presenza di Maria, di Gesù e di Giuseppe.
Di fatto la Chiesa esprime la sua fede nella castità di san Giuseppe in due titoli delle sue litanie: Giuseppe castissimo, e Custode dei vergini.
Inoltre c’è una preghiera della Chiesa, che è stata recitata quotidianamente da Papa Giovanni almeno negli anni della sua giovinezza, che inizia così: “Virginum custos et pater, sancte Joseph (O custode e padre dei vergini, san Giuseppe, alla cui fedele custodia fu affidata l’innocenza stessa, Cristo Gesù e la Vergine delle Vergini, Maria…).
Pertanto, senza essere oggetto di definizioni, la Chiesa ha sempre creduto nella perfetta castità e verginità di san Giuseppe.
Giovanni Paolo II ha detto che “si può supporre che tra Giuseppe e Maria, al momento del fidanzamento vi fosse un’intesa sul progetto di vita verginale. Del resto, lo Spirito Santo, che aveva ispirato a Maria la scelta della verginità in vista del mistero dell’Incarnazione e voleva che questa avvenisse in un contesto familiare idoneo alla crescita del Bambino, poté ben suscitare anche in Giuseppe l’ideale della verginità. (…)
È il caso di supporre, invece, che egli non fosse allora un uomo anziano, ma che la sua perfezione interiore, frutto della grazia, lo portasse a vivere con affetto verginale la relazione sponsale con Maria” (Catechesi 22 agosto 1996).”
Non concordo con la teoria della scelta verginale prima del Concepimento ad opera dello Spirito Santo perché il castissimo sposo di Maria è definito “Giusto”, e pertanto non si sarebbe mai sottratto all’obbligo morale di avere figli, come stabilito dalla Scrittura.
Come scrive Benedetto XVI nel libro sui Vangeli dell’infanzia, il progetto verginale di Maria, precedente l’Annunciazione, è implicito nella sua domanda all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” Se avesse inteso dire che non aveva ANCORA conosciuto uomo, la domanda non avrebbe senso, perché l’angelo le dice “concepirai” un figlio, quindi sarebbe stato logico pensare che l’avrebbe concepito con Giuseppe dopo il matrimonio. Perché la domanda abbia un senso occorre supporre che, per qualche ragione che non ci è dato conoscere, ella prevedeva che non avrebbe avuto rapporti con Giuseppe nemmeno dopo il matrimonio.
@ G.B.
γινώσκω: 1sing. att. pres. ind.
Significa che la Semprevergine Maria risponde all’angelo che, al presente, non ha rapporti sessuali con il suo castissimo Sposo: il tempo attivo presente indicativo non esclude in alcun modo un’eventuale intenzione di “conoscenze” future.
γένοιτό: 3sing. med. aor. ott.
L’aoristo medio ottativo è un tempo verbale che esprime un’azione puntuale nel passato, ad indicare che La Semprevergine Maria è ben cosciente che il concepimento è avvenuto dopo le parole dell’angelo e che non ha nulla a che fare con un’eventuale futura “conoscenza” con Giuseppe.
@GB
Se l’intenzione di Maria fosse stata invece quella di non “conoscere” uomo nemmeno nel futuro, l’evangelista avrebbe usato “ἔγνων”: 1singolare attivo aoristo indicativo.
Anche a me è sembrato che l’articolo vada in direzione del fratellastri di Gesù e perciò non mi piace: l’unico figlio della Semprevergine Maria e del Castissimo Giuseppe, concepito per opera dello Spirito Santo esclusivamente dal gamete della Madre, è Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.
Io ricordo di avere letto da qualche parte l’ipotesi che dopo la morte di Giuseppe, Maria e Gesù siano andati a vivere con i parenti di lui. Quindi i “fratelli di Gesù” sarebbero i cugini che vivevano nella stessa casa, in pratica membri di un’unica famiglia allargata.
Per come era strutturato il villaggio di Nazaret, non c’era alcun bisogno di andare a “vivere con i parenti di lui” perché già vivevano fianco a fianco “con i parenti di lui”
Interessante fondare le proprie tesi sul “ricordo di avere letto da qualche parte”…
Non mi ricordo dove l’ho letto. Embè? L’ipotesi mi sembra buona da dovunque venga.
La Scrittura nella Chiesa: metodo storico, Tradizione e Mistero della Rivelazione
Vorrei proporre una riflessione metodologica generale emersa dallo sviluppo della discussione. L’intento non è entrare direttamente nella disputa filologica sui singoli termini, ma concentrarsi sul fondamento epistemologico delle diverse argomentazioni.
Il problema non è soltanto filologico, ma ermeneutico: il punto decisivo, infatti, non riguarda soltanto la ricostruzione storica di una determinata espressione biblica. Riguarda, più radicalmente, il criterio con cui la Chiesa interpreta la Sacra Scrittura nella luce del Mistero che essa celebra e trasmette.
Nella discussione contemporanea si tende talvolta ad attribuire al consenso accademico degli specialisti un valore quasi normativo. Si ragiona come se una determinata ricostruzione storica, per il solo fatto di essere diventata maggioritaria, fosse conclusiva anche sul piano teologico.
Tuttavia, dal punto di vista della filosofia della conoscenza e della teologia intesa nella sua accezione classica di scientia, occorre ricordare un principio elementare: il metodo deve essere subordinato alla natura del contenuto che intende conoscere, e non può diventare il criterio ultimo che determina il contenuto stesso.
Come insegna la Costituzione conciliare Dei Verbum (n. 2), Dio si è rivelato attraverso eventi e parole intimamente connessi (gestis verbisque intrinsece inter se connexis). La Rivelazione va intesa come unità di eventi, parole e Mistero: essa non è anzitutto una somma di proposizioni o un documento del passato, ma il Mistero del Verbo incarnato, nel quale fatti e significato salvifico trovano la loro unità.
Le parole sono in costante relazione ai fatti, nei quali a sua volta è custodito il Mistero. Questi elementi sono realmente distinti, ma rimangono inseparabili: isolarli significa deformare la natura stessa della Rivelazione.
Per questo motivo Dei Verbum (nn. 11-12) riconosce l’indispensabile valore dell’indagine storico-letteraria sugli autori sacri, ma stabilisce anche che la Scrittura deve essere interpretata «con lo stesso Spirito con cui è stata scritta».A questo proposito, i tre criteri indicati da Dei Verbum sono chiari e vincolanti:
1) L’unità di tutta la Scrittura;
2) La Tradizione vivente di tutta la Chiesa;
3) L’analogia della fede.
L’autentica interpretazione, come specifica Dei Verbum 10, resta affidata al Magistero vivente.
Un presupposto fondamentale per entrare con frutto nella teologia — e in particolare nella teologia mariana e giuseppina — riguarda precisamente il Mistero come categoria teologica fondamentale. Il Concilio (Sacrosanctum Concilium n. 16, Optatam Totius n. 16) e il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 517, 526-534) legano strutturalmente i misteri della salvezza alla Liturgia della Chiesa.
Un’esegesi cristiana che non coltivi questa osmosi vitale tra testo, dogma e celebrazione liturgica rischia di rimanere parziale, rischiando di ridurre il testo sacro alla sola analisi documentale.
Il problema si pone quando si compie il salto dalla probabilità storica alla conclusione normativa: pretendere, cioè, che la maggiore probabilità attribuita a una determinata ricostruzione storico-filologica possa escludere una lettura compatibile con il dato dottrinale e liturgico costantemente ricevuto dalla Tradizione.
La domanda fondamentale è allora questa: anche ammettendo che una certa interpretazione storica sia oggi maggioritaria tra gli specialisti, quale fondamento epistemologico giustifica il passaggio da tale probabilità storica a una conclusione normativa sul significato teologico della Scrittura?
Quale spazio effettivo viene riconosciuto alla Tradizione vivente, al Magistero e alla vita liturgica della Chiesa quando il dato documentale, per sua stessa natura, rimane aperto a diverse letture possibili?
In conclusione, occorre rimettere a fuoco il corretto statuto della ricerca storica nella teologia. La ricerca storica è uno strumento prezioso e mai negato dalla Chiesa; essa può contribuire enormemente alla comprensione del testo sacro, ma non può assumere da sola il ruolo di criterio ultimo della Rivelazione.
Il senso pieno della Scrittura appartiene all’ordine della fede ecclesiale vissuta nella comunione dello Spirito Santo, dove il Mistero celebrato nella Liturgia illumina e compie la verità della Parola scritta.
La grande sorpresa di Giovanni
di Vittorio MessoriMessori si concentra sull’esegesi di padre Ignace de la Potterie, gesuita ed eminente studioso del Nuovo Testamento all’Istituto Biblico di Roma. Secondo questa interpretazione (basata su varianti testuali e sul greco originale), il versetto Gv 1,13 andrebbe letto al singolare riferito a Gesù, non al plurale riferito ai credenti:
Versione tradizionale (molto comune): «…i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati».
Interpretazione proposta: «…non da sangui, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio egli [Gesù] è stato generato».
Questa lettura sottolineerebbe esplicitamente:
La virginità ante partum (prima del parto: concepimento verginale).
La virginità in partu (durante il parto: senza lesioni o sangue, preservando l’integrità fisica).
La virginità post partum (dopo il parto: Maria rimane vergine).
Messori presenta questa come una “grande sorpresa” nascosta nel testo giovanneo, valorizzando il quarto Vangelo come testimone teologicamente profondo della maternità verginale di Maria. L’articolo si inserisce nel filone mariano di Messori (vedi anche il suo libro Ipotesi su Maria, 2005).
Peccato che nel testo greco ufficiale sia scritto:
– οἳ: nominativo plurale maschile (i quali), e non ὅς: nominativo singolare maschile (il quale);
– ἐγεννήθησαν: 3plurale passivo aoristo indicativo (generati), e non ἐγεννήθημεν: 1plurale passivo aoristo indicativo (generato).
Versione corretta:
Peccato che nel testo greco ufficiale sia scritto:
– οἳ: nominativo plurale maschile (i quali), e non ὅς: nominativo singolare maschile (il quale);
– ἐγεννήθησαν: 3plurale passivo aoristo indicativo (generati), e non ἐγεννήθην: 1singolare passivo aoristo indicativo (generato).
In sintesi, per de la Potterie Gv 1,13 non è solo un versetto sulla rigenerazione dei cristiani, ma una testimonianza alta e teologicamente densa della Incarnazione verginale del Figlio di Dio, con Maria come Madre sempre vergine. Questa esegesi unisce filologia rigorosa, teologia giovannea e dottrina mariana tradizionale.
https://www.mercaba.org/Biblia/Comentada/profetas_isaias.htm Tomado de TOMO III
Libros Proféticos.
Por Maximiliano García Cordero, O. P.
Che rapporto ha l’articolo del link col verdetto di Giovanni?