Fratelli di Gesù: due prove storiche difendono la verginità di Maria

fratelli gesù verginità maria

In esclusiva su UCCR l’anteprima dello studio di Helen K. Bond (Università di Edimburgo) sui fratelli di Gesù e la compatibilità con la verginità di Maria.


 

Il tema dei fratelli e sorelle di Gesù è delicato.

La tradizione cattolica e quella ortodossa hanno difeso nei secoli la verginità perpetua di Maria, interpretando i numerosi riferimenti evangelici ai fratelli di Gesù come cugini oppure a fratellastri nati da un precedente matrimonio di Giuseppe.

Bisogna però prendere atto che, negli ultimi decenni, questa posizione è stata abbandonata da quasi tutti gli studiosi, anche in ambito cattolico.

E’ ora quindi di rinunciare definitivamente al dogma della verginità perpetua di Maria? Non così in fretta!

UCCR è in grado di svelare oggi un’argomentazione storica molto plausibile che permette di conciliare i passi evangelici sui fratelli di Gesù con la verginità di Maria.

 


Resta aggiornato iscrivendoti ai nostri nuovi canali:


 

Lo studio sulla famiglia di Gesù: anteprima

Tutto nasce dal confronto avuto con la prof.ssa Helen K. Bond, docente di Nuovo Testamento e Cristianesimo delle origini all’Università di Edimburgo, membro della Royal Society of Edinburgh e allieva dell’eminente studioso britannico James Dunn.

La storica sta ultimando uno studio molto interessante riguardante la famiglia di Gesù che verrà pubblicato nel 2027. Ha però concesso a UCCR di poterne parlare in anteprima.

Bond propone infatti una lettura alternativa ai passi evangelici sui fratelli e le sorelle di Gesù, formulando due prove storiche che possono sostenere la verginità di Maria.

La studiosa non è cattolica e, in risposta ad alcune nostre domande, ha precisato che il suo interesse principale non riguarda direttamente la dottrina della verginità perpetua, «anche se quanto sostengo non la escluderebbe affatto».

 

1) L’argomento demografico

La sua prima argomentazione si basa su elementi demografici.

Riguarda la difficoltà di conciliare la famiglia numerosa attribuita a Gesù con la realtà demografica del I secolo.

Nel suo studio, Helen K. Bond analizza dettagliatamente i dati provenienti dai censimenti dell’Egitto romano.

Da essi si evince che l’aspettativa di sopravvivenza dei bambini era molto bassa: circa un terzo moriva nel primo anno di vita e quasi la metà non raggiungeva la maturità.

Il tasso di fertilità totale stimato per le donne egiziane dell’epoca era di circa sei figli per donna sopravvissuta dall’età fertile fino alla menopausa, ma circa quattro di questi non sarebbero arrivati alla pubertà.

Questo dato empirico rende problematica l’idea che Maria abbia partorito i quattro fratelli (Giacomo, Ioses, Giuda e Simone) e un numero imprecisato di sorelle di Gesù (i Vangeli parlano di “sorelle” al plurale, quindi minimo due).

Se fossero stati tutti figli di Maria, avrebbe dovuto partorire almeno sette figli tra quelli sopravvissuti ma, considerando l’elevata mortalità infantile, il numero di gravidanze sarebbe stato molto superiore.

Un caso eccezionale e statisticamente raro nel I secolo, mentre diventerebbe molto più plausibile se almeno alcuni dei fratelli di Gesù fossero stati figli di Giuseppe avuti da una precedente moglie ormai deceduta.

La famiglia di Gesù sarebbe quindi stata una famiglia ricostituita, situazione tutt’altro che insolita nel mondo antico, dove la morte precoce delle mogli portava frequentemente gli uomini a risposarsi.

 


Le prove storiche della resurrezione di Gesù
(07/04/2022)


 

2) L’argomento linguistico

La prof.ssa Bond individua un secondo argomento che rafforza questa interpretazione.

Riguarda il curioso riferimento a Gesù come «figlio di Maria», contenuto in Marco 6,3 e trasformato successivamente nel più consueto «figlio di Giuseppe» in Luca 4,22.

La dicitura legata a Maria è attestata anche dal più antico manoscritto di Marco in nostro possesso e, secondo Bond, «l’insolita espressione marciana fu modificata da un copista che non ne comprendeva pienamente il significato, per uniformarla alla formulazione di Matteo: “Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria?” (Mt 13,55)».

Nel mondo ebraico del tempo era esclusivamente il padre a identificare il figlio. Quando si chiamava qualcuno con il nome della madre non era necessariamente un insulto, ma poteva avere senso in contesti familiari complessi.

Se Giuseppe ebbe una precedente moglie, identificare Gesù come «figlio di Maria» poteva chiarire a quale ramo familiare appartenesse.

Andrebbe anche respinta l’interpretazione che Gesù sarebbe chiamato «figlio di Maria» solo perché Giuseppe era già morto.

Pur ritenendo probabile che Giuseppe fosse già morto all’inizio del ministero pubblico di Gesù, la studiosa replica che in una società patriarcale, dove la discendenza paterna era di fondamentale importanza, «nessuno avrebbe dimenticato il nome del padre di un individuo».

Tra l’altro non esiste testimonianza di casi analoghi.

La spiegazione migliore del perché Gesù fu chiamato “figlio di Maria” è la stessa proposta dallo studioso Richard Bauckham: Giuseppe era noto per aver avuto più di una moglie. Un’usanza attestata anche nell’Antico Testamento (si veda Genesi 4,19-22 o 1 Re 1,5 e 2,13).

È quindi plausibile che Marco conservi un dettaglio specifico della storia familiare di Gesù e che, pur venendo anche conosciuto come “figlio di Giuseppe”, a Nazareth, dove tutti conoscevano la situazione familiare di Giuseppe, era talvolta necessario identificarlo più precisamente come «figlio di Maria».

 


La Vergine Maria non deriva dalla dea Iside, ecco le prove
(27/07/2025)


 

Verginità di Maria, sintesi degli argomenti

Consideriamo sinteticamente tutti gli elementi storicamente accertati:

  1. Il termine adelphoí/adelphaí, usato per identificare i “fratelli”, può anche designare fratellastri e sorellastre;
  2. Era comune che gli uomini si risposassero dopo la morte della moglie, spesso anche in età avanzata;
  3. Era fortemente inusuale che una donna del I secolo potesse essere madre biologica di 7 figli, anche considerando che le gravidanze sarebbero dovute essere molto più numerose (solo il 50% di probabilità di sopravvivere per un figlio);
  4. Nel testo evangelico più antico Gesù viene chiamato come “figlio di Maria”, un appellativo inedito in una società patriarcale a meno che si volesse indicare una famiglia ricomposta;

La conclusione di Helen K. Bond è che Maria entrò nella famiglia di Giuseppe, il quale non era al suo primo matrimonio.

A UCCR la studiosa confida che la sua ipotesi è che «Maria abbia avuto Gesù e forse uno o due degli altri figli nominati, oltre ad alcune delle figlie non nominate. Ma, naturalmente, non esiste alcuna prova solida a sostegno di questa ipotesi».

Allo stesso modo, ci dice però, «sarebbe altrettanto possibile immaginare che Maria abbia avuto soltanto Gesù e che tutti gli altri fratelli e sorelle fossero figli di precedenti matrimoni di Giuseppe».

Qualcuno potrebbe obiettare che potrebbe essere stata Maria ad essere già stata sposata e che alcuni dei figli provenissero da un suo precedente matrimonio.

Ma in una società patriarcale, osserva la studiosa, nella quale la paternità era determinante, «è più probabile che eventuali figli adulti di Maria nati da un precedente matrimonio sarebbero tornati a vivere presso la famiglia del loro padre».

 


Crocifissione e sepoltura di Gesù, ecco le prove storiche
(03/03/2026)


 

Plausibilità storica

Gli studiosi moderni, forse presi dal voler emancipare Maria dall’idea della verginità perpetua, non hanno riflettuto con sufficiente attenzione sulla concreta possibilità che ella fosse una seconda moglie.

Il Protovangelo di Giacomo aveva ragione? Sì, anche se non significa che conservi informazioni storicamente attendibili. Semplicemente l’autore potrebbe aver dedotto alcuni elementi dai Vangeli più antichi che oggi abbiano trascurato.

Non c’è quindi una prova matematica della verginità perpetua di Maria, ma con questi argomenti è plausibile affermarlo anche dal punto di vista storico.

Autore

La Redazione

Attenzione: gli algoritmi dei social media stanno rendendo sempre più difficile trovare notizie cattoliche. Seguici sui nostri canali, è facile (e gratuito). Scegli tu quale:

27 commenti a Fratelli di Gesù: due prove storiche difendono la verginità di Maria

  • Enrico ha detto:

    Voglio sinceramente ringraziare la redazione Uccr per i contenuti che ogni giorno ci regala. Sono perle che nessun altro blog cattolico è capace di produrre e posso dire che da diversi mesi vi considero la mia fonte principale e preferita e non mi vergogno di dire che è anche grazie a voi se sono tornato a frequentare la Santa Messa come accaduto ieri (pur non avendo mai perso la fede)

  • Michele ha detto:

    Non capisco certi double-standard a convenienza del mondo di oggi. Con una falsa lente sociologica e antropologica, si arriva a interpretare come miti o prestiti da altre popolazioni locali rapporti personali di Dio con il popolo ebreo nell’Antico Testamento, e poi ci si perde in sofismi e congetture macchinose che non hanno basi solide, per non dire cose in realtà molto semplici.
    Nella lingua ebraica antica e nell’aramaico parlato in Palestina nel I secolo, non esisteva una parola singola e specifica per indicare il “cugino”.
    Il termine ebraico ‘ach (e il suo equivalente aramaico ‘acha) indicava il fratello di sangue, ma veniva usato in modo molto elastico per indicare l’intero clan familiare: cugini, nipoti, fratellastri o anche membri della stessa tribù.
    Se un ebreo dell’epoca voleva specificare il grado di parentela esatto, doveva usare lunghi giri di parole (es: “il figlio del fratello di mio padre”). Nella vita quotidiana, ci si chiamava semplicemente “fratelli”.
    Nell’Antico Testamento ci sono molti esempi di questo uso: Abramo chiama suo nipote Lot “fratello” (Genesi 13:8), e Labano chiama “fratello” suo nipote Giacobbe (Genesi 29:15).
    Il problema nasce quando le tradizioni orali in aramaico sono state messe per iscritto in greco (la lingua del Nuovo Testamento).
    A differenza delle lingue semitiche, il greco antico aveva una parola specifica per “cugino”: anepsiós (ἀνεψιός). L’apostolo Paolo, ad esempio, usa questa parola nella Lettera ai Colossesi (4:10) per descrivere Marco, il cugino di Barnaba.
    Tuttavia, quando i Vangeli parlano dei parenti di Gesù (citati per nome come Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone), usano sempre la parola greca adelphós (ἀδελφός), che significa letteralmente “fratello”.
    Perché usare “fratello” se il greco aveva la parola per “cugino”?
    Gli studiosi spiegano questo fenomeno con l’influenza della Settanta, la prima traduzione in greco dell’Antico Testamento usata dagli ebrei della diaspora. I traduttori della Settanta scelsero di tradurre la parola ebraica ‘ach quasi sempre con il greco adelphós, ricalcando il modo di parlare ebraico anche quando il contesto indicava chiaramente un cugino o un nipote. Gli autori dei Vangeli (ebrei che scrivevano in greco) avrebbero ereditato questo modo di esprimersi, detto “ebraismo linguistico”.

    • Ottavio ha risposto a Michele:

      Non è così, esisteva chiaramente la parola cugino. All’epoca di Gesù si diceva “anepsios” mentre fratello era “adelphos” (ti consiglio il biblista Giuseppe Barbaglio nel suo spettacolare “Gesù ebreo di Galilea”.

      Giusto per curiosità: chi sarebbero gli studiosi di cui parli? Occupandomi del tema in maniera dilettantistica ti assicuro che non c’è nessuno studioso cattolico autorevole che ancora si riferisce ai fratelli di Gesù come “cugini”.

      • lorenzo ha risposto a Ottavio:

        Se sei sicuro di quello che affermi, perché ti ritieni ancora cattolico?

        • Ottavio ha risposto a lorenzo:

          Si sono sicuro, qualunque studioso cattolico sa benissimo che nell’Antico Testamento ci sono termini diversi per indicare i fratelli carnali e i cugini. Ripeto…leggiti Barbaglio.

          Cosa c’entra il ritenersi ancora cattolico? Commenti del genere fanno davvero cadere le braccia da quanto sono stupidi.

      • Michele ha risposto a Ottavio:

        Mi scusi, ma ha letto tutto il commento? C’è scritto esplicitamente che il GRECO aveva la parola cugino, ma non l’aveva l’armaico (che chi quelle parole le ha pronunciate, parlava). C’è scritto tutto.

        • Ottavio ha risposto a Michele:

          L’ho letto solo ora, effettivamente avevo dato una lettura troppo veloce.

          Le rispondo più direttamente: è vero che in ebraico e in aramaico il termine ‘ach (“fratello”) poteva essere usato in senso ampio per indicare altri parenti. Ma questo, da solo, non dimostra che i “fratelli di Gesù” fossero cugini. Infatti i Vangeli non sono stati scritti in aramaico, bensì in greco, una lingua che disponeva del termine specifico ἀνεψιός (anepsios) per “cugino” (come mostra Colossesi 4,10).

          Se gli evangelisti avessero semplicemente voluto dire “cugini”, avrebbero potuto dirlo. La questione, quindi, non è cosa potesse significare ‘ach in aramaico, ma perché gli autori greci abbiano scelto di mantenere sempre adelphoi (“fratelli”) e quale fosse il reale rapporto di parentela.

          E poi il commento presuppone che Gesù abbia pronunciato in aramaico ogni riferimento ai suoi fratelli e che gli evangelisti abbiano semplicemente tradotto alla lettera. Ma non si può sapere.

          Quando Marco scrive: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria e fratello di Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone?” (Mc 6,3) non sta traducendo una frase pronunciata da Gesù. Sta raccontando un episodio direttamente in greco, scegliendo lui come esprimerlo. Come mai usa “fratello” e non “cugino” anche se scrive in greco?

          Quindi il problema rimane.

          E poi se davvero gli evangelisti volevano semplicemente riprodurre un semitismo, perché San Paolo usa tranquillamente “anepsios” quando deve indicare il cugino di Barnaba (Col 4,10)?

          Questo dimostra che il cristianesimo delle origini conosceva benissimo il termine greco per “cugino” eppure continuava a chiamare “fratelli” i parenti di Gesù.

      • Giuseppe ha risposto a Ottavio:

        Papa Benedetto XVI nella trilogia su Gesù

        • Ottavio ha risposto a Giuseppe:

          Con tutto il bene che voglio a Ratzinger, non era uno studioso del cristianesimo delle origini ma semmai un ottimo divulgatore (e un ottimo Papa). La sua trilogia richiama gli studi di altri autori (spesso molto datati) e non è mai citata da nessuno nell’ambito della storiografia. Al contrario lo ritengo uno dei più grandi teologi degli ultimi secoli ma questo non significa che fosse un esponente autorevole della ricerca sul Gesù storico.

          • Francesco ha risposto a Ottavio:

            La ricerca del Gesù storico di cantonate nel corso del tempo ne ha prese parecchie, con la pretesa di voler pensare separatamente il “Gesù della storia” e il “Cristo della fede”. Del resto si è visto come la third quest sia dovuta tornare spesso a rendersi conto che i Vangeli sono molto più affidabili di quanto gli studi precedenti ritenevano, per non parlare di ricerche ancora più recenti (c’è chi già parla di fourth quest). L’argomento linguistico comunque non può essere escluso a prescindere, chi scrisse in greco i Vangeli si è probabilmente servito di fonti precedenti che stando a diversi studi potevano essere anche in aramaico o in ebraico…

  • Michele ha detto:

    Aggiungo: un altro verdetto che conferma il fatto che si tratti di ebraismo linguistico è riscontrabile in Rm 9,3, dove definisce gli Ebrei “fratelli secondo la carne”. E che? Parlava di fratelli uterini? Ovviamente no, e nessuno lo direbbe perché Paolo sta parlando degli Ebrei in generale (e menomale che lo specifica, direi, per certi “sapienti delle parole”). Però poi quando si parla di MC 6,3 tutti appresso alle blasfemia protestanti, per negare il valore verginale della Madre di Dio.

    • Ottavio ha risposto a Michele:

      Ti stai confondendo. Il passo di Romani 9,3 non è realmente paragonabile a Marco 6,3.

      In Romani, Paolo usa “fratelli” in senso chiaramente figurato e lo precisa subito: “i miei fratelli, miei parenti secondo la carne”. Sta parlando dell’intero popolo d’Israele, non di un gruppo ristretto di persone identificabili. Nessuno potrebbe pensare che si riferisca ai suoi fratelli uterini, perché il contesto lo esclude immediatamente.

      In Marco 6,3, invece, il contesto è completamente diverso. Gli abitanti di Nazareth non parlano del “popolo di Gesù”, ma elencano persone ben precise: “Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone”, aggiungendo anche “le sue sorelle”. Qui non siamo davanti a un uso metaforico o collettivo del termine “fratelli”, ma all’identificazione di individui concreti appartenenti al nucleo familiare di Gesù. È proprio questo che rende la questione storica più complessa.

      Ti consiglio davvero di studiare i testi di John P. Meier, Richard Bauckham e anche Giuseppe Barbaglio che hanno giustamente abbandonato la questione linguistica su fratelli-cugini perché oggi non è più sostenibile mentre la soluzione è approfondire i dati familiari del I secolo.

  • lorenzo ha detto:

    Vi sembra possibile che uno dei figli di Giuseppe si chiamasse Giuseppe?

    • Ottavio ha risposto a lorenzo:

      Ma stai scherzando spero. Migliaia di persone nel mondo antico e anche moderno portano il nome del padre, del nonno e del bisnonno.

      Nel giudaismo del Secondo Tempio alcuni nomi erano così diffusi che la ripetizione all’interno della stessa famiglia era piuttosto comune. Vi erano numerosissime famiglie ebraiche del tempo in cui padre e figlio portavano lo stesso nome.

      Tra l’altro già nel II secolo il Protovangelo di Giacomo presenta Giuseppe come vedovo e padre di altri figli e lo stesso fece Epifanio di Salamina…non mi pare che qualcuno avanzasse loro un’obiezione del genere

  • lorenzo ha detto:

    Affermare che San Giuseppe, il castissimo sposo della Semprevergine Maria, fosse così megalomane da porre ad un proprio figlio il nome di Giuseppe, è una vile offesa all’onore stesso del patrono della Chiesa universale!

    • Ottavio ha risposto a lorenzo:

      Senti lorenzo, la discussione era interessante fino a che non sei arrivato. Non si capisce se sei serio o stai scherzando.

      Nel giudaismo del I secolo era normalissimo dare ai propri figli il proprio nome (Yosef bar Yosef, Shimon ben Shimon ecc.), così come è ancora oggi nella modernità senza che qualcuno parli di “megalomania” o “vile offesa”.

      O discuti seriamente o meglio astenersi per favore

  • Paolo ha detto:

    Secondo gli avversari del concepimento verginale di Cristo, alla base della tradizione della Chiesa vi sarebbe un’errata interpretazione iniziale della Scrittura, dovuta a una lettura che riduce i racconti dell’infanzia a mere costruzioni simboliche.

    Questa opposizione appare chimerica se analizziamo i “Vangeli della vita nascosta” (come preferiva chiamarli padre Tarcisio Stramare, rifiutandone la riduzione a prologo): Matteo (1, 18-25) e Luca (1, 26-38). Qualunque sia il loro genere letterario, entrambi i racconti escludono categoricamente le relazioni coniugali e affermano il fatto storico del concepimento per opera dello Spirito Santo. Si tratta di due narrazioni indipendenti, che attingono a fonti diverse e complementari: Giuseppe per Matteo, Maria per Luca.

    La chiave di volta, in linea con il n. 2 della Dei Verbum, è che nella Chiesa apostolica l’intellectum fidei si è sviluppato a ritroso, a partire dal mistero pasquale. Interrogandosi sul modo concreto dell’Incarnazione del Figlio di Dio, la comunità non ha cercato una pia esaltazione mariana, ma la verginità fisica si imponeva come esigenza intrinseca della cristologia apostolica, pur inserita nella legalità davidica tramite il vero matrimonio con Giuseppe (secundum legem).

    Come intuì mirabilmente San Bernardo, così come l’Apostolo Tommaso, dubitando e palpando, divenne il testimone più irrecusabile della Risurrezione, così Giuseppe, provando con attento e doloroso zelo la condotta della Sposa, divenne il testimone più sicuro della sua purezza (pudicitiae fidelissimus testis)</strong>.

    Il lettore onesto si trova così davanti a tre punti indissolubili: Giuseppe padre putativo, Maria vergine-madre, Gesù uomo-Dio. O tutti e tre sono inventati, o tutti e tre sono reali. La straordinaria coerenza di questa struttura si oppone radicalmente alla loro riduzione a una semplice costruzione simbolica.

  • Carlo MezzaTesta ha detto:

    Lo sanno tutti che la verginità di maria è un ABUSO DI TRADUZIONE da parte dell’autore del vangelo, nella bibbia originale il termine (almāh) indica SPOSA , non vergine! In greco è stato tradotto con “parthénos” e l’autore del vangelo se ne è approfittato per richiamare il mito pagano del parto da una vergine! E sopratutto il figlio si doveva chiamare Emanuele non Giosuè!!

    Ecco: la sposa concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.

    E poi se se cristo è figlio dello spirito santo non sarebbe più discendente di davide e quindi non sarebbe il maessia! Studiate di piu…

    • lorenzo ha risposto a Carlo MezzaTesta:

      Maria era la sposa di Giuseppe, quindi hai sbagliato il il tuo intervento: studia di più!!!

    • Paolo ha risposto a Carlo MezzaTesta:

      L’argomentazione proposta si fonda su diversi equivoci, sia di natura filologica che teologica.

      In primo luogo, il termine ebraico ʿalmāh in Isaia 7,14 non significa affatto “sposa” (kalláh) o “moglie” (isháh). Indica una giovane donna in età da marito e, nel contesto culturale dell’antico Vicino Oriente, questo presupponeva intrinsecamente la verginità. Se il testo ebraico avesse voluto indicare esplicitamente una donna sposata o non vergine, avrebbe usato altri termini ben precisi. La prova schiacciante della totale imprecisione di questa obiezione sta nella Settanta: i traduttori ebrei pre-cristiani tradussero ʿalmāh con il greco parthénos (“vergine”) secoli prima della nascita di Cristo e della stesura dei Vangeli. La lettura verginale, dunque, è un’autentica interpretazione ebraica della tradizione profetica, non un’invenzione dei dotti cristiani.

      In secondo luogo, la confusione sui nomi dimostra una lettura meccanica della profezia. Tu parli di “Giosuè” (facendo confusione con le figure storiche), ma il nome anagrafico del Redentore è Gesù (Yeshua — “YHWH è salvezza”). “Emmanuele” (Dio con noi) non è un nome sostitutivo da carta d’identità; è un titolo ontologico che ne esprime l’identità profonda, esattamente come Christos o Kyrios. Matteo non applica Isaia come un codice fiscale, ma ne svela il disegno provvidenziale.

      In terzo luogo, l’obiezione sulla discendenza di Davide ignora completamente il diritto e la teologia biblica. Come ha magistralmente dimostrato il grande biblista e giosefologo Padre Tarcisio Stramare, nella tradizione ebraico-cristiana la paternità legale e l’adozione alleanziale possiedono una piena validità giuridica e ontologica. Attraverso la paternità legale di Giuseppe, Gesù viene innestato a pieno titolo e legittimamente nella casa di Davide, mentre il concepimento verginale per opera dello Spirito Santo ne rivela l’origine divina. Gesù è Figlio di Davide secondo la legge, e Signore di Davide secondo lo Spirito.

      Infine, il dogma cristiano del concepimento verginale non c’entra nulla con i miti pagani. I miti greci o babilonesi descrivevano accoppiamenti carnali, antropomorfici e passionali tra divinità e creature umane. Il Vangelo descrive l’esatto contrario: un atto creativo purissimo e trascendente, l’ombra dello Spirito Santo che si posa su Maria.

      La vera questione, allora, è metafisica: quando le parole vengono sradicate dal loro ancoraggio ontologico, si riducono a strumenti di convenienza ideologica. La Scrittura non può essere intrappolata nell’orizzonte piatto del letteralismo razionalista. La pienezza del Logos supererà sempre i limiti meccanici del dizionario umano. Studiamo di più, sì, ma studiamo le cose intere.

      • lorenzo ha risposto a Paolo:

        Grazie infinite, per quello che hai scritto, e che condivido al 100%. Che però, al momento del concepimento Maria fosse la legittima sposa di Giuseppe, è un fatto assodato: il fatto poi che fosse vergine perché il matrimonio non era ancora stato consumato e che abbia concepito per opera dello Spirito Santo restando vergine (prima, durante e dopo) il parto è un fatto testimoniato dai Vangeli e dalla tradizione.

    • Alfonso ha risposto a Carlo MezzaTesta:

      El hecho de que la palabra ‘almah en la época de Isaías tuviera un énfasis mucho mayor en la esencia de la virginidad se confirma con los descubrimientos de Zenjirla, donde en una inscripción del siglo IX a. C., dedicada a un tal rey Kilam, la palabra ‘almah se refiere indudablemente a una mujer que aún no había dado a luz, y además a una virgen. Esto también lo confirman los hallazgos de CH Gordon, quien en su diccionario ugarítico titulado Ugaritic Handbook mostró que el ugarítico glmt, que corresponde a la palabra hebrea ‘almah, se identifica repetidamente con el ugarítico btlt , que corresponde a la palabra hebrea betulah – “virgen “. hl glmt tld b(n) , que se traduce como: una joven ( glmt , a la que corresponde ‘almah – nota JL) dará a luz a un hijo . Parece que este glmt se menciona anteriormente en este texto como btlt – “virgen” . Quizás la existencia del mismo sinónimo también se evidencia en una inscripción fenicia de Ras Shamra, publicada en 1933 por Virolleand en la revista “Syria” . La inscripción dice: ast tq hbtk glmt ts rb , que se traduce como: tomarás a una mujer en tu casa, una doncella (glmt) traerás a tu patio . También vale la pena agregar que Jerónimo señaló que en fenicio la palabra alma significaba virgen .

    • Giuseppe ha risposto a Carlo MezzaTesta:

      L’ultimo commento è piuttosto inesatto, tutti sanno che Gesù era figlio di Giuseppe per la legge, e la discendenza era data appunto dal padre legale. Credo che le discendenze in Israele fossero questioni complessa, si veda la legge che se un uomo sposato moriva senza avere avuto figli il fratello avrebbe dovuto sposare la vedova per dare una discendenza al fratello morto.

  • Giuseppe ha detto:

    Mi sembra che alcuni commenti escano dal seminato. Non so se tutti quelli che scrivono sono cattolici , ma il dato di fatto è che la verginità perpetua di Maria è un dogma e, come tale, infallibile è non soggetto a disputa teologica. Per cui, se si vuole essere in comunione con la chiesa, bisogna aderire al dogma, con buona pace dei nostri rigurgiti di superbia.
    Per quanto riguarda la questione dei fratelli e delle sorelle, il teologo José Miguel García della scuola teologica di Madrid, autore del libro “La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli”, propone una soluzione molto più semplice, i fratelli e le sorelle non sarebbero altro che i discepoli di Gesù, che tra di loro abitualmente si chiamavano appunto fratelli e sorelle.
    Detto questo, da cristiano catolico, mi potrebbe interessare da un punto di vista storico chi fossero le persone a cui si riferisce il Vangelo, la cosa certa è che non erano figli di Maria, perché la verità ce l’ha detta la Chiesa con l’istituzione del dogma.

    • Ottavio ha risposto a Giuseppe:

      Rispondo solo alla tesi di José Miguel García che effettivamente è tra quelle suggerite ma è molto problematica.

      In Marco 6,3 gli abitanti di Nazareth dicono: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”.

      Il contesto è quello dei conoscenti e dei familiari di Gesù nel suo paese d’origine, non quello della comunità dei discepoli. Inoltre vengono elencate persone precise con nomi propri e distinte dalla cerchia dei seguaci di Gesù.

      Se si trattasse di discepoli, sarebbe difficile spiegare perché gli abitanti di Nazareth li presentino come membri della famiglia di Gesù e perché vengano chiamate anche “sorelle”. Nei Vangeli, infatti, quando si parla dei discepoli come “fratelli” il significato è generalmente chiaro dal contesto (ad esempio nella comunità cristiana), mentre in Marco 6 il riferimento è evidentemente familiare.

      Anche Giovanni 7,5 rende problematica questa interpretazione: “Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui”. Il versetto distingue i fratelli di Gesù dai discepoli credenti, mostrando che si tratta di un gruppo familiare separato dalla cerchia dei seguaci.

  • Invia un commento o una risposta



    Commentando dichiari di accettare la Privacy Policy