Crocifissione e sepoltura di Gesù, ecco le prove storiche

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Le prove usate dagli studiosi a favore della storicità della crocifissione e della sepoltura di Gesù. In questo dossier gli argomenti e la risposta alle principali obiezioni.


 

La crocifissione e la sepoltura di Gesù di Nazaret costituiscono due degli eventi più discussi della storia antica.

Negli ultimi decenni, storici, biblisti e specialisti del cristianesimo delle origini — credenti e non credenti — hanno analizzato con metodo critico le fonti disponibili, cristiane e non cristiane.

Attraverso strumenti come il confronto tra fonti indipendenti, l’analisi del contesto storico e i criteri di autenticità utilizzati nella ricerca storica, è emerso un sorprendente livello di consenso su alcuni eventi fondamentali della vita di Gesù.

Tra questi, uno dei dati più solidamente attestati -come documentiamo in questo dossier- riguarda proprio la sua morte per crocifissione sotto il governatore romano Ponzio Pilato.

Il consenso è meno plebiscitario, invece, per quanto riguarda la sepoltura di Gesù grazie all’iniziativa di Giuseppe d’Arimatea ma a tutte le obiezioni sollevate è stata data una risposta più che convincente.

Questo dossier (unico sul web), basandosi sulle analisi dei principali studiosi del cristianesimo antico, presenta in modo chiaro e documentato ciò che la ricerca storica contemporanea considera maggiormente affidabile riguardo a questi eventi, affrontando le obiezioni più diffuse avanzate dagli scettici.

Il dossier è la prosecuzione del precedente dedicato alle 10 prove storiche a favore della Resurrezione.


 

 

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1. LA DATA STORICA DELLA MORTE DI GESU’

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Prima di analizzare storicamente gli eventi della crocifissione e della sepoltura di Gesù di Nazareth, occorre stabilire se c’è un consenso scientifico sulla data della morte.


 

1.1 Coordinate generali: 26 – 36 d.C.

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Tutti gli studiosi sono certi delle coordinate cronologiche generali, ovvero gli anni in cui Ponzio Pilato fu prefetto romano della Giudea: tra il 26 e il 36 d.C.

La morte di Gesù in questo lasso di tempo è testimoniata da varie fonti: dallo storico ebreo Flavio Giuseppe1Antichità Giudaiche,. 18,89, dallo storico romano Tacito, dai quattro vangeli nelle loro più antiche tradizioni e dagli Atti degli Apostoli.

«Dunque», commenta il biblista Giuseppe Barbaglio, è in questi anni che «il nazareno finì miseramente sulla croce»2G. Barbaglio, “Gesù ebreo di Galilea”, EDB 2002, p. 85.


 

1.2 Solo due date possibili

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Ma ci sono valide ragioni per essere molto più precisi.

Mentre Flavio Giuseppe conferma3Antichità Giudaiche, 18,3,3/63 ciò che si trova scritto in Lc 3,1 -vale a dire che tutto il ministero di Gesù si svolse durante l’amministrazione di Pilato-, gli studiosi sono anche certi che Gesù non fu giustiziato alla fine della permanenza in carica di Pilato.

Lo stabiliscono dalle lettere di Paolo, dagli Atti degli Apostoli e da fonti extrabibliche come l’iscrizione di Delfi (che conferma At 18,12-17): da esse si evince che l’arrivo di Paolo a Corinto avvenne nel 49-51 d.C. Considerando tutti gli eventi che dovettero verificarsi tra la morte di Gesù e l’arrivo di Paolo a Corinto (tra cui la conversione di Paolo e il primo viaggio missionario, la fondazione della chiesa di Antiochia ecc.), è impossibile collocare l’esecuzione di Gesù verso il 36 d.C.

La morte va spostata indietro di qualche anno.

Un famoso studio apparso sulla rivista Nature4Dating the Crucifixion, Nature, vol. 306 (1983), pp. 743–746, firmato da Colin J. Humphreys e W. Graeme Waddington, ha utilizzato calcoli astronomici e il calendario ebraico del I secolo per determinare la data della crocifissione.

Dopo aver ricostruito le fasi lunari tra il 26 e il 36 d.C., determinato la data del 14 di Nisan (Pasqua ebraica) e verificato quali anni coincidessero con un venerdì durante il governatorato di Pilato, è stato concluso che all’interno del periodo di governo di Pilato, esistono solo due date realistiche: 7 aprile 30 d.C. e 3 aprile 33 d.C.

Lo storico Raymond E. Brown, uno dei più importanti biblisti cattolici del XX secolo, nel suo monumentale studio sulla Passione concluse a sua volta che queste due date sono le sole seriamente sostenibili dal punto di vista storico5R.E. Brown, “The Death of the Messiah”, 1994.


 

1.3 7 aprile 30 d.C.

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Tra le due date, una in particolare vanta un maggior credito tra i grandi studiosi.

Eminenti accademici come Geza Vermes6“Jesus the Jew: A Historian’s Reading of the Gospels”, 1973 e Rainer Riesner7“Paul’s Early Period: Chronology, Mission Strategy, Theology”, 1998 propendono infatti verso il 7 aprile 30 d.C. come la data più probabile.

Ad essi si aggiunge il grande biblista statunitense, J.P. Meier.

Nel suo monumentale studio sul Gesù storico, l’autore ricostruisce tutti i motivi storici (tra cui l’inizio del quindicesimo anno di Tiberio, l’inizio del ministero di Giovanni Battista, la durata del ministero di Gesù, gli anni in cui il quattordici di nisan cadde di giovedì ecc.) per cui la maggioranza degli studiosi propende per indicare il 7 aprile dell’anno 30 il giorno di morte di Gesù8J.P. Meier, “Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico”, Queriniana 2008, pp. 356-361, 403, 404.

A ciò giungono tanti altri studiosi, pur avendo differenti opinioni su altre questioni. Tra essi U. Holzmeister9“Chronologia Vitae Christi”, Istituto biblico pontificio 1993, p. 205-215, J. Blinzeler10“Il processo di Gesù”, Claudiana 2001, pp. 89-97, E. Ruckstuhl11“Chronology of the last days of Jesus”, pp. 1-9, J. Finegan12“Handbook of Biblical Chronology”, Hendrickson Pub 2015, pp. 298-301 e S. Dockx13“Chronologies néotestamentaires et vie de l’Église primitive”, Éditions Peeters 1984, pp. 9-10.

Se il consenso accademico ha valore, la predominanza di gran parte degli specialisti verso la data del 7 aprile 30 d.C. è un elemento significativo.

In ogni caso, vale quanto osserva il biblista J.P. Meier:

«Alla luce della nostra solita ignoranza dell’anno esatto della morte di molti personaggi importanti del mondo antico, dobbiamo felicitarci di riuscire addirittura a essere così precisi sull’anno della crocifissione di Gesù»14J.P. Meier, “Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico”, Queriniana 2008, p. 403.

 

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2. LA STORICITA’ DELLA CROCIFISSIONE DI GESU’

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Stabilire se la crocifissione di Gesù sotto Ponzio Pilato sia stato o meno un episodio realmente storico è piuttosto semplice.

D’altra parte, nessuno studioso lo ha mai negato, neanche i più scettici.


 

2.1 Consenso accademico

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Il biblista americano J.P. Meier ha scandagliato ogni opera sul Gesù storico, scritta da favorevoli o antagonisti, concludendo: «Nessuno nega il fatto che Gesù sia stato giustiziato mediante crocifissione»15J.P. Meier, “Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Compagni e antagonisti”, vol 3, Queriniana 2003, p. 159.

Anche gli studiosi biblici Benjamin C.F. Shaw e Gary Habermas (Liberty University) concludono che le proclamazioni riguardanti la morte di Gesù sono presenti nell’insegnamento cristiano più antico e «questo materiale, inclusa la crocifissione, ha basi solide come ampiamente riconosciuto da quasi tutti gli studiosi critici lungo l’intero spettro accademico»16B.C.F. Shaw, G. Habermas, “Crucifixion in the Ancient World: A Historical Analysis”, Eleutheria 2021, p. 11.

Perfino lo studioso tedesco Gerd Ludemann (notoriamente ateo), autore di varie e bizzarre tesi alternative a quelle evangeliche, ha dovuto riconoscere che «il fatto della morte di Gesù come conseguenza della crocifissione è indiscutibile, nonostante le ipotesi di una pseudo-morte o di un inganno che talvolta vengono avanzate. Non è necessario discuterne ulteriormente»17G. Ludemann, “The Resurrection of Jesus Christ: A Historical Inquiry”, Prometheus 2004, p. 50.

Per l’eminente studioso John Dominic Crossan (DePaul University), anch’egli notoriamente laico, «la morte di Gesù per crocifissione sotto Ponzio Pilato è sicura più di qualsiasi altro fatto storico».

Ci sono validi motivi per questo.


 

2.2 Criteri storici soddisfatti

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La crocifissione di Gesù soddisfa diversi criteri che gli storici utilizzano per indagare l’autenticità di un evento.


 

a) Criterio della dissomiglianza

Il primo criterio storico soddisfatto è quello della cosiddetta dissomiglianza.

Lo studioso agnostico B.D. Ehrman (University of North Carolina) spiega infatti: «E’ assai improbabile che i primi seguaci di Gesù, essendo ebrei palestinesi, abbiano inventato di sana pianta l’idea del messia crocifisso»18B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2013, p. 190.

Nessun ebreo si aspettava un messia crocifisso.

Il messia doveva annientare il nemico e insidiarsi sul trono a Gerusalemme, dove avrebbe governato il suo popolo con autorevolezza, nobiltà d’animo e giustizia. Altri ebrei non prefiguravano nemmeno un semplice sovrano terreno, ma addirittura una figura cosmica, un potente essere angelico inviato da Dio per annientare il nemico.

Se un dato storico non è riconducibile né al contesto culturale in cui il protagonista è cresciuto, né agli interessi della comunità che ha scritto il testo dopo la sua morte, allora la probabilità dell’autenticità aumenta notevolmente. Infatti, Ehrman aggiunge: «Il criterio della dissomiglianza è soddisfatto»19B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2013, p. 190.

L’idea di un messia crocifisso da dove arriva? «Dalla realtà storica», risponde lo studioso. E «dal momento che nessuno avrebbe potuto escogitare l’idea di un messia crocifisso, Gesù deve essere realmente esistito, deve aver realmente suscitato aspettative messianiche e deve essere davvero morto sulla croce»20B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2013, p. 166.

E’ quasi «impossibile spiegare un messia crocifisso in quel luogo, in quell’epoca, tra quella gente», ha concluso lo studioso americano, «se non ci fosse realmente stato un uomo di nome Gesù, che era stato crocifisso»21B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2013, p. 171.

Il biblista J.P. Meier (University of Notre Dame) è ancora più determinato su questo punto: «Nessun simbolo più orrendo e disgustoso» della crocifissione poteva venire in mente a un ebreo.

«L’immagine sconvolgente e ripugnante di un criminale nudo condannato che viene costretto a prendere su di sé il braccio orizzontale della croce e portarlo fino al luogo dell’esecuzione», prosegue Meier, «non poteva essere immaginato da un ebreo palestinese del sec. I, che aveva anche troppa familiarità con questo tipo di esecuzione»22J.P. Meier, “Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Compagni e antagonisti”, vol 3, Queriniana 2003, pp. 93, 94.

Ecco invece ciò che scrive Donald Juel, studioso statunitense del Princeton Theological Seminary:

«L’idea di un Messia crocifisso non è solo senza precedenti nella tradizione ebraica. E’ talmente contraria all’idea di un liberatore della stirpe di Davide, talmente in disarmonia con la costellazione di testi biblici che possiamo identificare da varie fonti ebraiche che si sono concentrate sulla figura regale poi conosciuta come “il Cristo”, che termini come “scandalo” e “follia” sono le uniche risposte appropriate. L’ironia è l’unico mezzo per raccontare una storia del genere tanto è controintuitiva»23D.H. Juel, “The Trial and Death of the Historical Jesus”, St. Paul Minnesota: Word and World Luther Seminary, 1997, p. 105.


 

b) Criterio della molteplicità delle fonti

La crocifissione di Gesù si trova in tutte le tradizioni storiche indipendenti tra loro: Vangelo di Marco, Fonti M e L, Vangelo di Giovanni, epistole paoline, testi di Giuseppe Flavio e di Tacito.

Se si isola poi solo la crocifissione, senza l’accenno a Pilato, l’evento compare anche nella Prima lettera di Timoteo e in altre fonti indipendenti: la Prima lettera di Pietro, la Lettera agli ebrei ecc.

Così B.D. Ehrman (University of North Carolina) riferisce che «se riusciamo a trovare vicende che sono attestate in modo indipendente da molteplici fonti e che soddisfano il criterio della dissomiglianza, possiamo ritenere, con un alto livello di probabilità, di trovarci di fronte a un resoconto storico. Gesù è stato crocifisso»24B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2013, pp. 190, 191.

E ancora: «Che Gesù sia morto sulla croce è quasi universalmente attestato sia dalle fonti più antiche, sia da quelle più tarde»25B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2013, p. 164.

Anche J.P. Meier (University of Notre Dame) conclude che l’avvenimento è riportato «non solo dalla grande maggioranza degli autori del NT, ma anche da Flavio Giuseppe e da Tacito (criterio della molteplice attestazione di fonti e forme)»26J.P. Meier, “Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Compagni e antagonisti”, vol 3, Queriniana 2003, p. 159.

L’eminente studioso John Dominic Crossan (DePaul University), notoriamente laico, ha messo il focus sulle testimonianze extrabibliche:

«La morte di Gesù per crocifissione sotto Ponzio Pilato è sicura più di qualsiasi altro fatto storico. Anche se nessun seguace di Gesù lo avesse scritto nei cento anni dopo la sua crocifissione, lo sapremmo comunque da due autori estranei dai suoi sostenitori. I loro nomi sono Flavio Giuseppe e Cornelio Tacito»27J.D. Crossan, Jesus: A Revolutionary Biography, HarperSanFrancisco 1994, p. 45.


 

c) Criterio dell’imbarazzo

La crocifissione di Gesù soddisfa infine anche un terzo criterio usato dagli storici: quello dell’imbarazzo.

Un messia crocifisso è un avvenimento enormemente vergognoso da raccontare se si vuole convertire ebrei e pagani. «L’ultima cosa che la chiesa avrebbe fatto», spiega J.P. Meier, «sarebbe stata l’invenzione di un monumentale scandalo»28J.P. Meier, “Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Compagni e antagonisti”, vol 3, Queriniana 2003, p. 159.

Anche B.D. Ehrman usa il criterio dell’imbarazzo a favore della storicità della crocifissione:

«I cristiani che volevano proclamare Gesù come messia non avrebbero inventato l’idea che fosse crocifisso perché la sua crocifissione creò parecchio scandalo. Infatti, l’apostolo Paolo lo chiama la principale “pietra d’inciampo” per gli ebrei (1 Cor 1,23). Da dove viene quindi questa tradizione? Dal fatto che deve essere accaduto davvero»29B.D. Ehrman, “The New Testament: A Historical Introduction to the Early Christian Writings”, Oxford University Press 2004, pp. 221-222.

«La negazione che Cristo sia stato crocifisso», scrive addirittura Ehrman in un’altra occasione, «è come la negazione dell’Olocausto»30B.D. Ehrman, intervista con Reginald V. Finley Sr., “Who Changed The New Testament and Why”, The Infedel Guy Show 2008.

Aggiungendo che più che una follia, per gli ebrei un messia crocifisso «è un’offesa a Dio, una bestemmia. Così la pensava anche Paolo, di conseguenza perseguitò quella minuscola setta di ebrei e cercò di annientarla»31B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2013, p. 165.

Il biblista Mauro Pesce (Università di Bologna) parla della crocifissione come «un supplizio atroce e infamante», che gli antropologi definiscono un rito di degradazione. Il condannato veniva ucciso ma prima era pubblicamente umiliato, spogliato di ogni onore per cancellarne nella società ogni sua valutazione positiva.

«Non bastava sopprimere il colpevole», scrive Pesce, «bisognava mostrare all’intera collettività che le sue azioni e le sue parole meritavano di essere cancellate. Tutti coloro che erano ancora solidali con il condannato perdevano qualsiasi possibilità di successo sociale»32M. Pesce e C. Augias, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, p. 54.

Non è solo imbarazzante la morte in croce ma anche tutto quanto avvenne in quelle ore.

Una volta raccontata, la morte di Gesù finì per essere una barzelletta per i pagani, attirò gli sberleffi degli avversari. Un messia che non solo fu crocifisso, ma perse anche la fede affermando: «Dio mio perché mi hai abbandonato?».

 

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3. LA STORICITA’ DELLA SEPOLTURA DI GESU’

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Rispetto alla crocifissione, la storicità della sepoltura di Gesù grazie all’iniziativa di Giuseppe d’Arimatea è molto più dibattuta nella comunità scientifica.

Vari studiosi negano che il Gesù storico sia stato realmente sepolto, per lo meno secondo la descrizione dei Vangeli.

Una buona parte di specialisti, invece, non ha dubbi in merito e per fondate ragioni. Non solo affermano l’autenticità storica ma nel corso degli anni hanno replicato a tutte le obiezioni dei colleghi più scettici.

Questi sono ben rappresentati da già citato B.D. Ehrman (University of North Carolina) e dallo studioso John Dominic Crossan. Qui sotto rispondiamo alle loro obiezioni.


 

3.1 Argomenti a favore della sepoltura

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Prima delle obiezioni segnaliamo un paio di validi argomenti a favore della storicità della sepoltura di Gesù.

Un solido argomento è l’assenza di riferimenti contrari da parte degli ebrei e dei pagani dell’epoca.

Se Gesù non fu davvero sepolto ma lasciato appeso alla croce, divorato dagli animali selvatici e poi seppellito in una fossa comune, questo sarebbe stato l’argomento più forte e convincente a disposizione delle autorità ebraiche e romane quando i discepoli iniziarono a sostenere che la tomba era stata ritrovata vuota.

E’ infatti estremamente difficile che discepoli abbiano potuto proclamare la risurrezione di Gesù a Gerusalemme se Gesù non fu sepolto, o se non si conoscesse l’esatta ubicazione del sepolcro.

Un altro argomento a favore della sepoltura lo fornisce involontariamente proprio uno dei più scettici di questo evento, il già citato Bart D. Ehrman (University of North Carolina).

Lo studioso infatti ha sostenuto più volte che «se una storia ricorre in varie tradizioni indipendenti, è molto più probabile che sia nata dalla fonte prima, la vita di Gesù. È il cosiddetto criterio della molteplice attestazione. Viceversa, se una storia — un detto o un atto di Gesù, per esempio — compare in una sola fonte, significa che non può ottenere conferme indipendenti e pertanto è meno probabile che sia autentica»33B.D. Ehrman, “L’esaltazione di un predicatore ebreo della Galilea”, Nessun dogma 2017, p. 80.

Probabilmente mentre scriveva queste parole aveva dimenticato che l’episodio della sepoltura è riportato in modo indipendnete non solo in tutti e quattro i vangeli (Mt 27,57-61; Mc 15,42-47; Lc 23,50-56; Gv 19,38-42), ma anche in Paolo (1Cor 15,3-5).


 

3.2 L’obiezione del silenzio di San Paolo

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Il primo argomento contro la storicità della sepoltura è la mancanza di dettagli nel credo pre-paolino (cioè ereditato da Paolo di Tarso dalla prima comunità di Gerusalemme) contenuto nella Prima lettera ai Corinzi.

«Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto», scrive Paolo. «Che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1 Cor 15,3-5).

Ehrman scrive: «Da Paolo sappiamo semplicemente che Gesù “fu sepolto”, non da chi. C’è da chiedersi il perché. Sarebbe stato molto facile affermare: “Fu seppellito da Giuseppe di Arimatea”: perché l’autore non lo fece? Il mio sospetto è che non ne sapesse nulla. In nessun altro dei suoi testi Paolo cita Giuseppe di Arimatea, né si sofferma sulle circostanze della sepoltura di Gesù»34B.D. Ehrman, “E Gesù diventò Dio. L’esaltazione di un predicatore ebreo della Galilea”, Nessun dogma 2017, p. 114.


 

a) Risposta: Paolo ripete uno schema kerigmatico

Innanzitutto se Ehrman avesse ragione, ad essere in dubbio sarebbe solo la tradizione secondo cui Gesù sarebbe stato seppellito grazie all’intervento di Giuseppe d’Arimatea -secondo lui un’introduzione successiva-, non tanto la sepoltura in sé.

Infatti, Craig Evans, docente di Cristianesimo delle origini alla Houston Baptist University, commenta che «quando Paolo dice che Gesù “fu sepolto” ha chiaramente in mente una tomba di qualche tipo»35C. Evans, N.T. Wright, “Gli ultimi giorni di Gesù”, San Paolo 2010, p. 48.

Inoltre, nel credo pre-paolino appresso dai discepoli a Gerusalemme pochissimi anni dopo la crocifissione, Paolo cita una formula di fede primitiva, estremamente sintetica: «Cristo morì… fu sepolto… risorse… apparve». È un tipico schema kerigmatico, non un racconto storico dettagliato. Il suo scopo è affermare i fatti essenziali, non i particolari narrativi.

Nel brano citato, Paolo non si sofferma sui dettagli nemmeno di come morì Gesù (sulla croce), né descrive come risorse e come si svolsero i primi istanti del ritrovamento della tomba vuota. Il “fu sepolto” serve a sottolineare la realtà della morte, non a descrivere le modalità della sepoltura.

Paolo non menziona neanche Pilato e non nomina Maria. Dovremmo allora concludere che non ne sapesse nulla? Il silenzio, in Paolo, sembra più dovuto al genere delle sue lettere, che sono occasionali e teologiche, non biografie.

Come vedremo dopo, la sepoltura da parte di Giuseppe di Arimatea è attestata indipendentemente in tutti e quattro i Vangeli. E presenta un criterio di imbarazzo notevole: era un membro del Sinedrio, cioè proprio del gruppo responsabile della condanna di Gesù. Inventarsi un dettaglio del genere sarebbe controintuitivo per la prima comunità cristiana.

Tra l’altro, proprio il “credo” pronunciato da Paolo contenente l’essere “risorto il terzo giorno” implica che la tomba fu ritrovata vuota. Questo contrasta con l’obiezione che Gesù finì in una fossa comune dopo l’essere rimasto appeso tutta la notte.


 

3.3 L’obiezione del contrasto con le norme dell’epoca

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La seconda obiezione avanzata contro la storicità della sepoltura è che contrasterebbe con le norme dell’epoca.

Stando a tutte le prove, sostiene sempre B.D. Ehrman, di norma i cadaveri dei criminali venivano lasciati a decomporre per la gioia degli animali famelici e poi gettati nelle fosse comuni36B.D. Ehrman, “E Gesù diventò Dio. L’esaltazione di un predicatore ebreo della Galilea”, Nessun dogma 2017, pp. 125-128.

E’ vero che gli ebrei seguivano l’indicazione biblica di non lasciare i corpi dei crocifissi sulla croce durante la notte («li seppellirai quel giorno stesso», per evitare di «contaminare la terra»37Deuteronomio, 21), ma Pilato era un uomo spietato e violento, privo di compassione rispetto per la sensibilità dei giudei.

«E’ plausibile», domanda lo studioso agnostico, «che, a fronte della gentile richiesta di un membro del Consiglio giudeo, avesse violato la tradizione e la prassi per offrire degna sepoltura a un uomo morto sulla croce? Stando a quanto ci è dato sapere, la risposta è no»38B.D. Ehrman, “E Gesù diventò Dio. L’esaltazione di un predicatore ebreo della Galilea”, Nessun dogma 2017, pp. 128-129.

Anche in questo caso, le risposte fornite da vari studiosi sono determinanti.


 

b) Risposta: la sepoltura era la norma

Helen Blond, specialista di Origini del cristianesimo all’Università di Edimburgo e studiosa autorevole di Ponzio Pilato, scrive proprio che «Pilato, e forse altri governatori, hanno occasionalmente rilasciato criminali minori come gesto di benevolenza romana, specialmente durante una festa potenzialmente instabile come la Pasqua ebraica»39H.K. Blond, “Pontius Pilate in History and Interpretation, Cambridge University Press 1998, pp. 199, 200.

Una risposta diretta è giunta anche da Larry Hurtado, eminente studioso di Nuovo Testamento presso l’università di Edimburgo.

L’esposizione di Ehrman, scrive, «sembra più progettata per sfidare le affermazioni cristiane sulla tomba vuota che per fornire un’analisi storica equilibrata delle pratiche di sepoltura pertinenti».

Infatti, prosegue Hurtado, lo studioso scettico «non cita esempi dell’antica visione ebraica secondo cui la sepoltura dei morti – compresi i criminali e, in particolare, coloro che erano stati crocifissi – è un dovere religioso solenne40ad es., Tobia 1,16–18; Flavio Giuseppe, “Guerra Giudaica”, 4.317. Questa preoccupazione ebraica è dimostrata materialmente negli unici resti conosciuti di un uomo crocifisso di epoca romana, che sono stati ritrovati debitamente sepolti a Giv’at Ha-Mivtar in Israele»41L. Hurtado, “Honoring the Son. Jesus in Earliest Christian Devotional Practice”, Lexham Press 2018, p. 57.

Di quest’ultimo aspetto legato all’archeologia e al ritrovamento dei resti di un uomo crocifisso ne parleremo a breve.

Anche Craig Evans (Houston Baptist University), ha replicato a Ehrman, entrando ancora di più nel dettaglio.

Innanzitutto dà atto42in M. Bird et al, “How God Became Jesus. The Real Origins of Belief in Jesus’ Divine Nature. A Response to Bart D. Ehrman”, Zondervan 2014, pp. 78-80 che negli scritti di Orazio, Svetonio e Giovenale sono riportati casi di persone crocifisse e lasciate appese alla croce a marcire per essere fatte a pezzi da animali e uccelli.

Ma ha smentito che questa fosse la norma, come invece sostiene B.D. Ehrman.

Le centinaia di ebrei crocifissi e lasciati appesi alle croci fuori dalle mura di Gerusalemme durante l’assedio del 69-70 d.C. non erano la prassi ordinaria nella Palestina romana.

Lo storico ebreo Flavio Giuseppe riferisce infatti che durante il suo tempo, quelli «condannati alla crocifissione» erano persone crocifisse dai romani (e non dai governanti ebrei, come gli Asmonei). E, tuttavia, furono «abbassati e sepolti prima del tramonto»43“Guerra giudaica”, 4.317, alludendo alla già citata antica legge mosaica.

Le preoccupazioni per il mantenimento della purezza di Gerusalemme e della terra, così come l’obbligo di seppellire i condannati a morte da parte del Consiglio ebraico (il processo a Gesù fu avviato dal Concilio ebraico), sono rilevanti per comprendere il ruolo svolto da Giuseppe d’Arimatea.

Ad esempio, il filosofo ebreo Filone, nel suo resoconto sulla morte di Flacco, il governatore dell’Egitto nominato nel 32 d.C., riferisce che le persone crocifisse venivano deposte e i loro corpi consegnati ai loro parenti perché si desse loro «sepoltura e si consentissero loro i riti ordinari»44“Flacco”, 83.

Evans suggerisce così che «ciò che è importante nel passaggio relativo a Flacco è che la pratica romana, in varie circostanze, permetteva che i corpi dei crocifissi fossero seppelliti»45in M. Bird et al, “How God Became Jesus. The Real Origins of Belief in Jesus’ Divine Nature. A Response to Bart D. Ehrman”, Zondervan 2014, pp. 80.

Anche il filosofo ebreo Filone di Alessandria testimonia che «non vi fu turbamento dei costumi da parte di re e imperatori»46“Ambasceria a Gaio”, 300.

Infatti, «ogni fonte che abbiamo indica che» la sepoltura dei condannati per crocifissione «era la pratica in Israele, specialmente
nelle vicinanze di Gerusalemme, in tempo di pace»
47in M. Bird et al, “How God Became Jesus. The Real Origins of Belief in Jesus’ Divine Nature. A Response to Bart D. Ehrman”, Zondervan 2014, pp. 85


 

c) Risposta: i Romani tenevano alla pace

Al tempo dei governatori romani (6-66 d.C.), il Consiglio ebraico non aveva l’autorità per giustiziare nessuno: si limitava a condannare a morte, passando la parte esecutiva all’autorità romana. Questo lo riferiscono sia il Vangelo di Giovanni (“Non ci è lecito mettere a morte alcuno”, Gv 18,31) che, ancora una volta, Flavio Giuseppe48“Guerra giudaica”, 2.117.

Lo storico ebreo Flavio Giuseppe attestò che i romani non richiedevano «ai loro sudditi di violare le loro leggi nazionali»49F. Giuseppe, “Contro Apione”, 2.73, aggiungendo che i procuratori romani succeduti ad Agrippa I, quindi dopo la morte di Gesù, continuarono ad «astenersi da ogni interferenza con le usanze del paese e mantenevano la nazione in pace»50F. Giuseppe, “Guerra giudaica”, 2.220, usanze che prevedevano di non lasciare mai un “cadavere insepolto”51F. Giuseppe, “Contro Apione”, 2.211.

Considerando che i governatori romani in Israele, specialmente vicino a Gerusalemme, crocifiggevano regolarmente gli ebrei, è improbabile che avrebbero “mantenuto la nazione in pace” se avessero lasciato i loro corpi appesi alle croci.

L’archeologo israeliano Shimon Gibson ha apertamente contestato la tesi che un ebreo giustiziato venisse gettato in una fossa comune dopo essere stato rimosso dalla croce.

«Altrove nell’Impero Romano», aggiunge, «potrebbe essere stata la pratica normale per i criminali delle classi inferiori e per gli schiavi, ma è improbabile che fosse praticata a Gerusalemme a causa della sensibilità religiosa degli ebrei. La verità è che le autorità romane volevano tenersi buoni il Sinedrio e la popolazione locale»52S. Gibson, “The Final Days of Jesus: The Archaeological Evidence”, HarperOne 2009, p. 52.

Sempre lo specialista Craig Evans riporta un episodio illuminante riguardante proprio Ponzio Pilato, quando tentò di collocare stendardi romani a Gerusalemme recanti immagini dell’imperatore53Flavio Giuseppe, “Antichità giudaiche” 18,55 – 59.

Flavio Giuseppe riportò l’incidente spiegando che la legge ebraica proibisce la realizzazione di immagini (Esodo 20:4) e, per questo motivo, i precedenti governatori romani non avevano mai portato tali immagini nella città santa. Da ciò si deduce che i governatori romani rispettavano generalmente la legge e le usanze ebraiche in Israele.

Se Pilato avesse lasciato i cadaveri appesi alle croci, contaminando così la terra, ci sarebbero state parecchie rivolte. Ed è ancor di più improbabile che alla viglia di Pasqua, festa che celebrava la liberazione di Israele dalla denominazione straniera, Pilato volesse provocare la popolazione e incoraggiare il nazionalismo giudaico.


 

d) Risposta: i Romani perdonavano prigionieri

La clemenza romana è inoltre attestata da varie fonti.

Craig Evans ricorda infatti vari casi in cui i Romani perdonavano i prigionieri e, talvolta, anche coloro che attendevano l’esecuzione, sia per crocifissione che per altri mezzi.

Esempi sono il perdono di Settimio Vegeto, governatore dell’Egitto, rivolto a un accusato di un grave crimine: «Eri degno di flagellazione […] ma io ti do alle folle»54da “Papyrus Florence” 61, righe 59 – 60 e 64.

Anche Plinio il Giovane, governatore della Bitinia in Asia Minore all’inizio del II secolo, parla della liberazione dei prigionieri55“Epistole”, 10:31, mentre un’iscrizione di Efeso riferisce la decisione del proconsole dell’Asia di liberare i prigionieri a causa delle proteste della gente della città. Infine, lo storico Tito Livio riferisce di speciali dispense per cui le catene venivano rimosse dai prigionieri.

L’agire di Erode Antipa nei confronti di Giovanni il Battista è un altro elemento coerente: messo a morte dal tetrarca, ai suoi discepoli non fu negata la sepoltura del corpo56Mc 6,14-29; Flavio Giuseppe, “Antichità giudaiche”, 18,119.

Esistono anche prove che la giustizia romana non solo consentiva la sepoltura dei giustiziati, ma in alcuni casi la incoraggiava.

Nella “Digesta”, poderosa compilazione di diritto romano, vi sono esplicite raccomandazioni sul fatto che «i corpi di coloro che sono condannati a morte non dovrebbero essere rifiutati ai loro parenti», aggiungendo che l’imperatore Augusto (63 a.C. – 14 d.C.) «disse che questa regola era stata osservata» e che «attualmente, i corpi di coloro che sono stati puniti vengono seppelliti quando viene richiesto e concesso il permesso»57“Digesta”, 48.24.1.

Lo stesso Flavio Giuseppe , d’altra parte, avanza questa esplicita richiesta a Tito, figlio di Vespasiano, e viene esaudito58Svetonio, Vite dei Cesari, Libro VIII 420 – 21.

Certo, a volte i Romani si rifiutavano di concedere il permesso alla sepoltura, soprattutto ai condannati per alto tradimento59“Digesta”, 48.24.1. Ma la normalità in tempo di pace e fuori dalle mura di Gerusalemme era differente e, precisa Evans, «data la sensibilità e le usanze ebraiche, la sepoltura sarebbe stata prevista, persino richiesta»60in M. Bird et al, “How God Became Jesus. The Real Origins of Belief in Jesus’ Divine Nature. A Response to Bart D. Ehrman”, Zondervan 2014, pp. 82.

Oltretutto, sia Filone che Flavio Giuseppe affermano che l’amministrazione romana in varie occasioni acconsentì alle usanze ebraiche in Palestina, soprattutto durante un tempo di pace. In caso di guerra, invece cambiava tutto: quando Tito assediò Gerusalemme dal 69 al 70 d.C., migliaia di ebrei furono crocifissi e pochissimi di loro vennero sepolti.


 

e) Risposta: la prova archeologica

Infine, vi è una prova archeologica che attesta la sepoltura di condannati alla crocifissione in epoca contemporanea a quella di Gesù.

Parliamo della scoperta nel 1968 a Gerusalemme dell’ossario di Yehohanan ben Hagkol, un giudeo del I secolo d.C.

L’uomo era stato crocifisso alla fine degli anni ’20 d.C., cioè durante l’amministrazione di Pilato e l’esame forense sui resti supporta l’idea che sia stato crocifisso con le braccia divaricate, appeso a una trave orizzontale.

Se le gambe di Yehohanan sono state rotte prima della morte, spiega lo studioso Craig Evans61in M. Bird et al, “How God Became Jesus. The Real Origins of Belief in Jesus’ Divine Nature. A Response to Bart D. Ehrman”, Zondervan 2014, pp. 88-92, allora si evince non solo che è stato deposto e sepolto (come indicato dal ritrovamento dei suoi resti in un ossario), ma anche che la sua morte è stata intenzionalmente affrettata.

La ragione più probabile e più convincente è che il cadavere venisse deposto in un sepolcro prima che calasse la notte, come comandato nella legge di Mosè (Dt 21:22-23) e secondo l’usanza ebraica.

Esiste anche una contro-obiezione alla prova archeologia.

Se la sepoltura dei condannati a morte era la consuetudine romana, domandano gli scettici, perché non sono emersi gli scheletri di più persone giustiziate?

Ci sono più due risposte a questa domanda62C. Evans, N.T. Wright, “Gli ultimi giorni di Gesù”, San Paolo 2010, p. 48.: la prima è che quasi tutte le ossa recuperate del tempo di Gesù sono conservate male, specialmente quelle più piccole di mani e piedi, quelle più utili per stabilire l’eventuale crocifissione.

La seconda è che molte vittime da crocifissione venivano flagellate e poi legate alla croce e non inchiodate. Perciò, in questi casi, i resti scheletrici non permettono di individuare tracce del trauma della crocifissione.


 

3.4 L’obiezione di Giuseppe d’Arimatea

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La terza obiezione si concentra sulla figura di Giuseppe d’Arimatea, un illustre membro del Sinedrio.

Viene fatto notare che l’evangelista Marco scrive che al processo di Gesù partecipò «tutto il Sinedrio» (non quindi solo alcuni membri), includendo quindi Giuseppe d’Arimatea tra coloro che condannarono Gesù a morte la sera prima che fosse crocifisso.

Così, sempre B.D. Ehrman domanda: «Come mai, dopo l’esecuzione della sentenza, si sarebbe assunto improvvisamente il grosso rischio di compiere un atto di clemenza e offrire a Gesù una degna sepoltura?»63B.D. Ehrman, “E Gesù diventò Dio. L’esaltazione di un predicatore ebreo della Galilea”, Nessun dogma 2017, pp. 121-125.


 

a) Risposta: generalizzazione retorica

Ehrman dovrebbe sapere che nel linguaggio biblico l’espressione “tutta la folla” o “tutto il popolo” è più volte utilizzata e raramente va intesa in senso matematico, cioè come se ogni singola persona presente avesse pronunciato quella frase.

Nei Vangeli questo tipo di formulazione è spesso una generalizzazione retorica, tipica dello stile semitico, per indicare la massa che grida o la parte dominante della folla.

Lo stesso fenomeno si trova in altri passi evangelici dove si dice che “tutta la Giudea” o “tutti” accorrevano da Giovanni Battista (Mc 1,5), cosa che ovviamente non significa che ogni abitante fosse realmente presente.

Il fatto che Marco dica “tutto il Sinedrio” indica che l’orientamento dei membri era favorevole alla condanna, ma tale formula non implica necessariamente che ogni esponente la pensasse così.


 

b) Risposta: l’atto di Giuseppe d’Arimatea coerente con le norme

Le narrazioni evangeliche sul ruolo di Giuseppe d’Arimatea sono inoltre completamente in linea con la pratica ebraica, usanza che come abbiamo visto nel punto precedente le autorità romane in tempo di pace rispettavano.

La risposta di Pilato alla richiesta di Giuseppe, dopo aver indagato sulla condizione di Gesù (Mc 15,44), riflette la prassi dei funzionari romani. Non c’è nulla di irregolare nel racconto dei Vangeli secondo cui un membro del Sinedrio chiese il permesso di togliere il corpo di Gesù e dargli degna sepoltura, in armonia con le pratiche di sepoltura ebraiche in relazione ai giustiziati.

Questo è il motivo per cui Jodi Magness, archeologa ebrea e docente di Giudaismo antico presso l’University of North Carolina afferma:

«I resoconti evangelici della sepoltura di Gesù sono in gran parte coerenti con le prove archeologiche. Sebbene l’archeologia non provi che ci fosse un seguace di Gesù di nome Giuseppe d’Arimatea o che Ponzio Pilato accolse la sua richiesta per il corpo di Gesù, i racconti evangelici che descrivono la deposizione di Gesù dalla croce e la sua sepoltura sono coerenti con le prove archeologiche e con la legge ebraica»64J. Magness, What Did Jesus’ Tomb Look Like?, www.centerforisrael.com.

Magness con questa risposta intende contraddire l’affermazione del biblista John Dominic Crossan, il quale dubita della sepoltura di Gesù di Nazareth.

In un’altra occasione, la specialista ebrea Magness ribadisce che «non c’è bisogno di supporre che i racconti evangelici di Giuseppe d’Arimatea che offre a Gesù un posto nella tomba di famiglia siano leggendari o apologetici. I racconti evangelici della sepoltura di Gesù sembrano essere invece in gran parte coerenti con le prove archeologiche»65J. Magness, “Stone and Dung, Oil and Spit: Jewish Daily Life in the Time of Jesus”, Eerdmans 2011, p. 171.

Dello stesso avviso è anche Johann Cook, docente emerito di Lingue semitiche antiche presso la Stellenbosch University. Anch’egli conclude che la storia di Giuseppe d’Arimatea e della sepoltura di Gesù è coerente con l’archeologia e le leggi ebraiche sulla sepoltura66J.G. Cook, “Crucifixion and Burial”, NTS 57 2011, pp. 193–213.


 

c) Risposta: impossibile inventarsi Giuseppe d’Arimatea

Se ci concentriamo sul personaggio di Giuseppe d’Arimatea, comprendiamo che proprio questa associazione con una città oscura, senza significato teologico o storico, conferisce ulteriore credibilità storica alla sua figura. Questo fatto soddisfa il criterio della dissomiglianza.

Lo ha esplicitato Raymond Brown, professore emerito presso l’Union Theological Seminary di New York:

«Che la sepoltura sia nata dall’iniziativa di Giuseppe d’Arimatea è molto probabile, dal momento che una creazione cristiana immaginata dal nulla sul fatto che un membro Sinedrio ebraico avesse fatto una cosa così onorevole è quasi inspiegabile, conoscendo l’ostilità dei primi scritti cristiani verso le autorità ebraiche, responsabili della morte di Gesù. Mentre l’alta probabilità non corrisponde a certezza, non vi è nulla nelle fonti pre-evangeliche sulla sepoltura di Gesù da parte di Giuseppe d’Arimatea che potrebbe non farla considerare storica»67R. Brown, “The Death of the Messiah”, 2 vols. Garden City 1994, pp. 1240-1241.

Anche in questo caso esiste una contro-obiezione.

Il teologo (ateo) Gerd Lüdemann ammette infatti che sarebbe «esagerato» negare la storicità della sepoltura da parte di Giuseppe d’Arimatea68G. Lüdemann, “Resurrection of Jesus”, Prometheus Books 2004 p. 207, ma obietta il fatto che i vangeli successivi tendono ad esaltare Giuseppe, definendolo “un uomo buono e giusto” (Lc.23,50) o “un discepolo” (Gv.19.38).

E’ vero, ma non sembra una buona ragione per negare l’autenticità storica della fonte pre-marciana.

Se non si può negare il suo ruolo nella sepoltura di Gesù, è proprio per il fatto che nessuno si aspettò che l’iniziativa fosse presa da un membro del Sinedrio a far concludere Luca e Giovanni che necessariamente si doveva trattare di un uomo buono o di un discepolo nascosto di Gesù.

 

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4. CONCLUSIONE

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In conclusione, l’analisi delle fonti storiche — cristiane ed extrabibliche — mostra con notevole chiarezza che la crocifissione di Gesù sotto Ponzio Pilato rappresenta un dato praticamente indiscusso, sostenuto da un consenso accademico trasversale e da criteri storici solidi come la molteplice attestazione, la dissomiglianza e l’imbarazzo.

Per quanto riguarda la sepoltura, il dibattito è più articolato, ma le principali obiezioni — dal silenzio di Paolo alle presunte pratiche romane contrarie — trovano risposte convincenti alla luce del contesto storico, delle consuetudini ebraiche e delle testimonianze antiche.

In particolare, la convergenza delle fonti evangeliche, il riferimento paolino e l’assenza di tradizioni alternative credibili rafforzano l’ipotesi di una sepoltura reale e riconoscibile.

Pur distinguendo tra livelli diversi di consenso, il quadro complessivo che emerge dalla ricerca storica contemporanea è coerente: Gesù fu realmente crocifisso e, con altissima probabilità, sepolto secondo modalità compatibili con quanto tramandato dai Vangeli.

Un esito che, lungi dall’essere frutto di letture confessionali, si fonda su un esame critico delle fonti condiviso da studiosi di orientamenti anche molto diversi.

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