Come la biologia moderna sta riscoprendo il finalismo
- Ultimissime
- 09 Lug 2026

Il giovane ricercatore Esteban Veliz sul panorama della biologia evolutiva e il finalismo che sta sostituendo gradualmente il riduzionismo.
Per oltre un secolo la biologia è stata dominata dal riduzionismo.
Secondo i grandi autori materialisti anglosassoni (Dawkins, Wilson ecc.), l’organismo era un veicolo dei geni e gli esseri viventi delle semplici “macchine di sopravvivenza”.
Oggi si sta mettendo in discussione questo paradigma, a tal punto che all’orizzonte sembra intravedersi una concezione che richiama il finalismo di matrice aristotelica e agostiniana.
È questa la tesi sviluppata da Esteban Veliz, giovane dottorando in Biologia vegetale presso l’University of California e assistente di Biologia presso l’Ave Maria University.
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Un ritorno del finalismo in biologia
L’autore espone una interessante riflessione che si inserisce in un dibattito scientifico oggi sempre più vivo: il possibile ritorno del finalismo nella biologia contemporanea.
Non è un ritorno appariscente ma silenzioso perché, spiega l’autore citando la celebre la frase di J.B.S. Haldane, «la teleologia è come un’amante per un biologo: non può vivere senza, ma non vuole essere visto in pubblico con lei».
Le scoperte degli ultimi decenni stanno infatti restituendo centralità all’idea che gli esseri viventi siano sistemi organizzati che perseguono fini propri, una concezione che richiama il finalismo di matrice aristotelica e agostiniana, a lungo escluso dal pensiero scientifico moderno.
L’evoluzione convergente e i vincoli evolutivi
Tra gli elementi più significativi figura lo studio dell’evoluzione convergente.
«Lo studio dell’evoluzione convergente suggerisce che la storia della vita abbia una direzionalità genuina», scrive Veliz, «che si concilia a fatica con la visione dell’evoluzione come un processo aperto e guidato da contingenze».
Gli organismi sono visti sempre più come gestori attivi delle proprie risorse genetiche, piuttosto che veicoli passivi per geni egoisti. E gli studi sulla bioelettricità dimostrano che cellule e tessuti operano come collettivi orientati a un obiettivo, «navigando verso piani corporei prefissati attraverso mezzi flessibili».
Specie lontanissime tra loro, come squali, delfini e antichi ittiosauri, hanno sviluppato infatti forme corporee sorprendentemente simili perché sottoposte agli stessi vincoli fisici. Lo stesso vale per ali, occhi e numerose altre strutture biologiche.
Per studiosi come Simon Conway Morris ciò suggerisce che l’evoluzione non procede in modo completamente casuale, ma segua percorsi fortemente orientati dalle leggi della natura.
Del celebre noto paleontologo di Cambridge abbiamo già parlato su UCCR, sottolineandone la convinzione che proprio a partire da questi inderogabili vincoli anche la comparsa dell’uomo non sarebbe stato un risultato inaspettato di una storia totalmente contingente, ma un esito inevitabile (e quasi prevedibile) implicito nelle leggi biologiche.
Una confutazione aperta all’idea del collega Stephen Jay Gould, secondo cui se si riavvolgesse il nastro della vita il risultato sarebbe completamente diverso.

I vincoli interni che guidano l’evoluzione
(27/04/2013)
Le cellule e l’obbiettivo comune
Anche la genetica moderna ha modificato profondamente il quadro, ha aggiunto Esteban Veliz.
Oggi il DNA non appare più come un programma rigido che dirige ogni processo biologico, bensì come una risorsa continuamente gestita dalle cellule.
Fenomeni quali l’epigenetica, le reti di regolazione genica e la capacità degli organismi di riorganizzare parte del proprio genoma mostrano un livello di coordinamento molto più complesso di quanto si pensasse fino a pochi decenni fa.
Lo dimostra il lavoro del premio Nobel Barbara McClintock sulla capacità della cellula «di prendere “decisioni sagge”» riparando i danni cromosomici, e particolarmente significative sono le ricerche del biologo Michael Levin, che hanno evidenziato il ruolo dei segnali bioelettrici nello sviluppo embrionale e nella rigenerazione dei tessuti.
I loro esperimenti mostrano come gruppi di cellule siano capaci di correggere malformazioni e ricostruire strutture anatomiche seguendo una sorta di “obiettivo” comune, comportamento difficile da spiegare ricorrendo esclusivamente ai geni e alla Vecchia Biologia determinista.

Il caso non guida l’evoluzione: l’evidenza di vincoli interni
(30/01/2015)
Direzionalità e Logos
Naturalmente questo non significa un ritorno al vitalismo né implica in qualche modo la messa in discussione della teoria evolutiva.
Piuttosto, numerosi biologi stanno ampliando il quadro teorico, riconoscendo che concetti come organizzazione, informazione, cooperazione cellulare e direzionalità possono avere un ruolo fondamentale nella comprensione della vita.
Per il giovane biologo «gli esseri viventi» mostrano così sempre più una «capacità di dirigersi verso i propri fini come entità autonome e indipendenti».
Così, se «la biologia dominante del secolo scorso ha nascosto questa luce, la Nuova Biologia sta iniziando a farla risplendere di nuovo» aiutando meglio a «scorgere qualcosa del Logos che risplende attraverso le creature».
Una questione filosofica prima ancora che scientifica, ma che le più recenti ricerche stanno contribuendo a riaprire con rinnovato interesse.


















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