Il vero San Francesco: un’indagine storica, oltre leggende e agiografie

antonio musarra francesco

“Il mondo secondo Francesco d’Assisi” indaga la storicità degli eventi legati a San Francesco d’Assisi. L’intervista all’autore, Antonio Musarra (Università La Sapienza).


 

Un’ennesima biografia su San Francesco d’Assisi?

No, questa volta si tratta di un’indagine finalmente storica e realizzata da uno storico.

Un tentativo di allontanarsi dalle leggende moderne e dalle agiografie devozionali per trovare il “vero” Francesco, a partire dai suoi scritti autentici.

Ciò che emerge è un ritratto del santo di Assisi non così lontano da ciò che la tradizione ha sempre raccontato su di lui, ma snellito dalle aggiunte posteriori e dalle interpretazioni.

E’ questo il tentativo de Il mondo secondo Francesco d’Assisi (Il Mulino 2026), scritto da Antonio Musarra, docente di Storia medievale presso l’Università Sapienza di Roma.

UCCR ha intervistato l’autore, focalizzandosi su alcuni episodi chiave della biografia di Francesco.

 


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La conversione di San Francesco fu improvvisa?

DOMANDA – Prof. Musarra, partiamo dalla conversione di Francesco: fu un evento improvviso e isolato o graduale?

RISPOSTA – La tradizione ha avuto la tendenza a trasformare la conversione di Francesco in una sorta di “folgorazione”: un prima e un dopo nettamente separati. Le fonti più vicine agli eventi restituiscono una realtà più complessa.

Il Testamentum, l’unico testo autenticamente autobiografico di Francesco, non descrive un istante miracoloso isolato, ma una trasformazione graduale, fatta di resistenze interiori, mutamenti di sensibilità, incontri e gesti concreti.

La celebre formula «Dominus dedit mihi» ritorna continuamente: non indica una rottura improvvisa, bensì un itinerario progressivo attraverso cui Francesco impara lentamente a leggere il mondo in maniera diversa. Per comprenderlo, però, bisogna restituirlo alla sua città.

 

DOMANDA – Perché Assisi è importante in Francesco?

RISPOSTA – Tra XII e XIII secolo, Assisi è una realtà attraversata da conflitti politici, trasformazioni economiche, mobilità sociale e tensioni religiose.

Francesco nasce dentro una società inquieta, segnata dall’ascesa dei ceti mercantili, dalla crisi dei vecchi equilibri aristocratici e dalla diffusione di nuove forme di religiosità penitenziale. Il suo “sogno cavalleresco” acquista senso dentro questa cornice storica.

La sua conversione non avviene fuori dal mondo, ma nel cuore delle contraddizioni del suo tempo.

 

DOMANDA – E’ effettivamente molto più realistico

RISPOSTA – Sì e in questo senso, il libro cerca di mostrare come Francesco non “fugga” semplicemente dalla realtà: la attraversa fino in fondo, fino a rovesciarne il significato.

È, forse, proprio questo a renderlo ancora così attuale. Non il santo già compiuto delle immagini devozionali, ma un uomo che cambia lentamente sguardo sul mondo.

 

Il bacio al lebbroso avvenne davvero?

DOMANDA – L’episodio del bacio al lebbroso è centrale nella tradizione francescana. Quanto possiamo considerarlo storico e una costruzione agiografica successiva?

RISPOSTA – È uno degli episodi più celebri, sì, ma anche uno dei più delicati da trattare storicamente.

La cosa interessante è che il nucleo fondamentale dell’episodio non proviene dalle grandi legendae, bensì da Francesco stesso.

Nel Testamentum, egli ricorda che, quando era “nei peccati”, gli sembrava troppo amaro vedere i lebbrosi. Poi, aggiunge: «Il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia». È un passaggio straordinario perché non insiste sul miracolo esteriore, ma sul mutamento dello sguardo.

Ciò che cambia non è il lebbroso: cambia Francesco.

Le fonti agiografiche trasformano questo nucleo essenziale in una scena altamente simbolica: il cavallo, il disgusto iniziale, il bacio, la sparizione del lebbroso identificato quasi implicitamente con Cristo.

Tutto questo appartiene già a una costruzione narrativa più elaborata, che utilizza codici simbolici ben riconoscibili nella letteratura medievale della santità. Pensiamo, ad esempio, alla Vita di san Martino.

Ma sarebbe sbagliato contrapporre brutalmente “storia” e “leggenda”. L’agiografia non inventa dal nulla: amplifica, organizza, rende narrativamente visibile un’esperienza reale. Vuole creare un modello.

 

DOMANDA – Quel bacio al lebbroso ci fu davvero?

RISPOSTA – Storicamente, ciò che appare plausibile è il contatto concreto di Francesco con il mondo della lebbra – io penso, nel vicino lebbrosario d’Arce, nei pressi di Rivotorto -, che nel Duecento possedeva un fortissimo valore sociale e simbolico.

Il lebbroso incarnava insieme paura, impurità, marginalità e sofferenza. Avvicinarsi a questa categoria significava attraversare un confine antropologico, non soltanto sanitario.

 

Francesco ribelle alla Chiesa?

DOMANDA – Un’altra lettura moderna è quella di Francesco come figura “ribelle”, in tensione con l’istituzione ecclesiastica. Cosa c’è di storico in questo?

RISPOSTA – Per molto tempo si è oscillato tra due immagini opposte e ugualmente riduttive.

Da un lato, il Francesco rivoluzionario soffocato dalla Chiesa; dall’altro, il santo perfettamente integrato e innocuo. La realtà storica è assai più interessante (e complessa).

Francesco fu certamente un uomo radicale, ma la sua radicalità non si tradusse mai in una rottura consapevole con la Chiesa romana.

Anzi: egli cercò continuamente il riconoscimento ecclesiale, pur restando spesso ai margini dei linguaggi e delle logiche istituzionali. La sua obbedienza non è burocratica né servile. È, prima di tutto, teologica.

 

DOMANDA – Cosa intende per obbedienza teologica?

RISPOSTA – Francesco legge la Chiesa attraverso il mistero dell’Incarnazione e dell’Eucaristia. Anche quando denuncia la superbia, la ricchezza o l’incoerenza morale, non mette mai in discussione il valore sacramentale dell’istituzione ecclesiale.

È qui che il suo atteggiamento si distingue profondamente da altre esperienze religiose del tempo. E’ – se mi è consentito – un “figlio del Concilio”: del Concilio lateranense IV, intendo, celebrato nel 1215.

 

DOMANDA – Alcune tensioni sono però documentate

RISPOSTA – Sì, allo stesso tempo Francesco non è affatto “addomesticabile”. Basta leggere i suoi scritti per accorgersi di quanto siano radicali certe sue intuizioni.

La minoritas – ovvero la trasposizione del sequi vestigia eius di 1Pt 2,21 -, sia materiale, sia teologale (per indenderci, la kenosis: l’abbassamento del Figlio), e, dunque, il rifiuto del dominio, la povertà come forma di libertà evangelica, l’idea d’una fraternità priva di gerarchie mondane, la sottomissione mite a tutti.

La tensione nasce qui: Francesco resta dentro la Chiesa senza coincidere mai completamente con le sue forme storiche concrete. È, forse, questa la ragione per cui continua a essere continuamente reinterpretato, conteso e persino “normalizzato” nei secoli successivi.

 

Il rischio delle agiografie devozionali

DOMANDA – Ha accennato alle “legendae” biografiche. Qual è il rischio di leggere Francesco solo attraverso le fonti agiografiche, senza un confronto critico con gli scritti autentici?

RISPOSTA – E’ quello di perdere la voce storica di Francesco sotto il peso della sua stessa santità.

Le legendae sono testi meravigliosi, nati, tuttavia, per finalità precise: edificare, insegnare, costruire memoria, offrire modelli di comportamento. Non sono cronache neutrali.

Ogni agiografo seleziona episodi, li ordina, li interpreta alla luce dei problemi del proprio tempo e delle esigenze dell’Ordine. Se leggiamo Francesco soltanto attraverso queste narrazioni, rischiamo di vedere soprattutto il santo già compiuto, coerente, quasi inevitabile.

Gli scritti autentici, invece, restituiscono qualcosa di più fragile e vivo: esitazioni, paure, urgenze concrete, tensioni interne alla fraternità, difficoltà di governo, persino una certa angoscia davanti all’evoluzione dell’Ordine.

È lì che emerge il Francesco storico nella sua dimensione più sorprendente: non un personaggio immobile dentro un’aureola, ma un uomo che cerca continuamente di custodire un’esperienza evangelica minacciata dalla propria stessa crescita istituzionale.

Per questo, nel mio libro, ho scelto di dare grande centralità agli scritti. Non perché offrano una verità “pura”, ma perché rappresentano il punto di maggiore prossimità possibile alla sua esperienza.

 

Antonio Musarra e San Francesco

DOMANDA – A proposito del suo libro: emerge anche una dimensione personale, quasi un’esperienza di incontro con la figura di Francesco.

RISPOSTA – Credo sia impossibile lavorare davvero su Francesco senza esserne, in qualche misura, coinvolti.

Naturalmente, lo storico deve mantenere distanza critica, controllo delle fonti, rigore metodologico.

Ma esiste anche un’altra dimensione, più difficile da definire: quella dell’incontro con un’esperienza umana che continua a interrogarti.

 

DOMANDA – Lei quando ha iniziato a interrogarsi?

RISPOSTA – Tutto è cominciato molti anni fa, arrivando ad Assisi a piedi dopo giorni di cammino attraverso l’Appennino.

Non si trattò di un’esperienza “mistica”, ma della percezione molto concreta che Francesco fosse inseparabile dal suo paesaggio, dalla sua città, dalle sue pietre, dalla sua umanità storica.

Da allora, ho continuato a frequentare Assisi, le fonti francescane, i luoghi, gli studiosi. Più cercavo Francesco, più mi accorgevo che il problema non era soltanto capire chi fosse lui, ma comprendere il mondo che egli vedeva.

In questo senso, mi ha sempre colpito molto un’intuizione di don Luigi Giussani: l’idea che la conoscenza implichi una “moralità”, cioè una disposizione adeguata dell’io di fronte alla realtà.

L’essere umano conosce veramente solo quando si pone davanti al reale con un atteggiamento di apertura, lealtà e disponibilità a lasciarsi provocare da ciò che incontra.

La conoscenza non dipende soltanto dall’intelligenza o dal metodo; dipende anche dalla posizione morale del soggetto conoscente. Se l’io è chiuso, ideologicamente irrigidito, dominato dal pregiudizio o dall’interesse, finirà inevitabilmente per deformare la realtà.

 

DOMANDA – Questo vale anche per lo storico?

RISPOSTA – Sì, forse soprattutto per lo storico. E’ questo il motivo per cui ho voluto narrare la mia esperienza a cornice del libro.

Francesco è una figura continuamente sequestrata dal presente: trasformata, di volta in volta, in pacifista assoluto, ribelle antisistema, ecologista ante litteram o santo innocuo. Il “Francesco storico” resiste a tutte queste semplificazioni.

E conoscerlo davvero significa anzitutto accettarne la complessità e l’alterità.

Forse, è proprio questo che “Il mondo secondo Francesco d’Assisi” tenta di fare: non costruire l’ennesima biografia ma restituire al lettore l’impressione di entrare dentro un universo mentale, religioso e umano profondamente diverso dal nostro, eppure ancora capace di parlarci con forza.

 


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Autore

La Redazione

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3 commenti a Il vero San Francesco: un’indagine storica, oltre leggende e agiografie

  • Ottavio ha detto:

    Molto interessante, avevo già letto il libro di Cazzullo e non mi ha convinto. Certamente acquisterò questo da voi consigliato, le premesse sono ottime

  • lorenzo ha detto:

    Una delle nuove moderne leggende su San Francesco è quella ideata da fra Mauro Gambetti quando era custode della custodia generale del sacro convento di San Francesco in Assisi: affermo infatti che San Francesco, per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo, scriveva loro chiamandoli «Fratelli tutti».
    In realtà San Francesco non scrisse mai una cosa simile, ma la scrisse Giordano da Giano, uno dei primi cronisti della storia dell’ordine francescano, riferendo le ammonizioni che il fondatore rivolgeva ai suoi frati.
    Per questa nuova moderna leggenda fra Gambetti fu fatto Cardinale

  • Gabriel ha detto:

    Si consiglia vivamente la lettura della serissima ricerca storica “San Francesco” (ed. Laterza) del prof. Alessandro Barbero…