Come Kant passò dalla legge morale alla fede razionale in Dio

kant legge morale dio

Il percorso di Kant tra libertà, legge morale e fede razionale in Dio. Pietro Calore continua l’apologia cattolica del filosofo di Königsberg.


 

di
Pietro Calore*
 
 
*Filosofo e scrittore

 
 
Cosa abbiamo mostrato nell’ultimo articolo in “apologia” di Kant?

Che per lui la “ragione pura/teoretica” (che si occupa della conoscenza del mondo fisico) può inferire, attraverso la scienza della Metafisica, l’esistenza dei concetti di “anima”, “mondo” e “Dio”.

E può conoscere, di quest’ultimo, molti attributi con certezza, senza però poter “dimostrare” né l’una né gli altri, a differenza di quello che invece può fare nelle scienze naturali a proposito delle loro affermazioni sull’esistenza e gli attributi degli enti fisici.

Ora dobbiamo dire qualcosa in più.

 

Kant e la dimostrazione della libertà

Secondo Kant, oltre alle idee di “anima”, “mondo” e “Dio”, c’è un’altra “idea della ragione” che la ragione teoretica vorrebbe tanto fosse reale ma di cui non riesce a dimostrare l’esistenza, ovvero l’idea di “libertà”1I. Kant, “Critica della ragion pura”, intr. trad. e note di G. Colli, Milano 2014, Dialettica trascendentale, lib. II, cap. II, sez. I, pp. 477 ss.

Essa si offre a noi uomini, all’interno della nostra idea di “mondo”, come principio causale in grado di rendere conto in modo unificante dell’agire umano, di contro al principio causale dell’intera natura, di tipo, invece, necessario.

D’altra parte, non ci riesce di dimostrarne l’esistenza poiché ogni nostro atto, per quanto possiamo sentirlo “libero”, ci si mostra anche al contempo innestato nella natura, e non riusciamo a distinguere dove sarebbe la sua origine libera piuttosto che necessaria.


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La legge morale è un “fatto di ragione”

Da questa impasse Kant fa partire la sua seconda opera sistematica, la “Critica della ragione pratica”, con sviluppi notevoli nella terza, la “Critica della capacità di giudizio”.

Qui, il filosofo di Königsberg sostiene con vigore che la conoscenza interiore di una legge morale che ci prescrive dei doveri sia un «fatto della ragione»2Critica della ragione pratica, V. Mathieu (a cura di), Bompiani, Milano, 2000, parte I, lib. I, cap. I, §7, p. 89: un dato elementare constatabile da ogni essere razionale e che ci rivela la natura, appunto, anche “pratica” della ragione.

Infatti, l’esistenza in noi di tale legge morale, a detta di Kant, impone a ogni creatura razionale di dover postulare l’esistenza, oltre che del mondo fisico, precisamente, della nostra libertà e, per converso, del mondo, della nostra anima e di Dio.

Se non fossimo esseri “liberi”, infatti, la legge morale che sentiamo in noi non sarebbe altro che un pensiero vuoto, e così i doveri da essa prescritti nulla più che «chimere»3“Critica della ragione pura”, Dottrina del metodo, cap. II, sez. II, p. 790. Se dunque non ci postuliamo come enti liberi, dobbiamo giocoforza rinunciare a credere nella possibilità di una qualunque morale, fino al punto di chiudere i tribunali4Critica della ragione pura, Dialettica trascendentale, lib. II, cap. II, sez. IX, pp. 591-592!

Se dunque non esiste morale senza libertà individuale, noi dobbiamo postularci – di contro al “mondo” fisico – come individualità pensanti, sede di un’unica volontà libera, il che coincide con il concetto di “anima”.

 

Dalla legge morale a Dio

Infine, se esistiamo come volontà libere, dobbiamo pensare anche che esista un oggetto ultimo della nostra volontà, il Sommo Bene.

E tale Sommo Bene deve consistere sia del rispetto della legge morale che anche della felicità, poiché noi siamo anche esseri fisici (fenomenici, direbbe Kant).

Dal momento che, in questo mondo fisico, di seguito alla nostra moralità non si dà sempre necessariamente la felicità – anzi, quanti giusti sono morti senza giustizia – pena accettare nuovamente l’idea che la moralità sia un nostro inganno, dobbiamo pensare che la nostra anima non muoia con la morte fisica, e che esista un garante del nostro merito o demerito alla felicità in un altro mondo, solo “pensabile” (il “noumeno”).

Un garante per questo buono, onnisciente (perché deve conoscere ogni nostra azione e intenzione), eterno, ubiquo (perché a tal fine deve essere presente sempre ovunque) e onnipotente (perché fuori dai limiti del mondo fisico), un vero e proprio “autore morale del mondo”5“Critica della ragione pratica”, parte I, lib. II, cap. II, p. 229; id., Critica della capacità di giudizio, L. Amoroso (a cura di), Bur, Milano, 2012, parte seconda, secondo capitolo, § 87 (“Della prova morale dell’esistenza di Dio”), p. 795 che tutti riconoscono come “Dio”6“Critica della capacità di giudizio”, parte seconda, secondo capitolo, § 86, p. 779.

Immanuel Kant è talmente convinto della necessità di postulare razionalmente l’esistenza di Dio perché sia possibile una qualunque morale che arriva a parlare della necessità, per ogni agente morale, di avere “fede razionale”7“Critica della ragion pratica”, parte I, libro II, capitolo II, § 8, p. 287 in Dio!

 

Un Kant cattolico?

D’altra parte, giunto a questo punto, può chiudere il cerchio8“Critica della ragione pratica”, parte I, lib. II, cap. II, IX, pp. 291-295.

Se la natura non si fosse comportata apparentemente da «matrigna», rendendo la nostra ragione teoretica insufficiente a giungere a dimostrare l’esistenza di Dio, così che Dio e l’eternità ci stessero «davanti agli occhi nella loro imponente maestà», certamente ogni trasgressione della legge morale verrebbe evitata, ma «per paura», e il mondo diventerebbe un meccanismo popolato da marionette.

Per questo, continua Kant con sublimi parole:

«L’imperscrutabile saggezza, grazie a cui noi esistiamo, è non meno degna di venerazione per ciò che ci ha precluso che per quello che ci ha concesso».

Parole che fanno eco fedele nientemeno che a Pascal9B. Pascal, “Pensieri”, G. Auletta (a cura di), Mondadori, Milano 2013, pensiero n° 149:

«Dio ha voluto redimere gli uomini e schiudere la salvezza a coloro che lo cercheranno. […] Non era quindi giusto che apparisse in maniera manifestamente divina e assolutamente capace di convincere tutti gli uomini. Ma non era nemmeno giusto che venisse in una maniera così coperta da non poter essere riconosciuto da quanti lo cercassero sinceramente».

Insomma, puro Cattolicesimo. Kant vs detrattori: 3-0.

 


Leggi le altre puntate su Kant:
Una difesa cattolica di Kant: non negò mai la conoscibilità di Dio (14/11/2025);
Una difesa cattolica di Kant: non teorizzò una religione sincretista (24/10/2025);

 

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Autore

Pietro Calore

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15 commenti a Come Kant passò dalla legge morale alla fede razionale in Dio

  • Giuseppe ha detto:

    MI permetto di dissentire. Innanzitutto andrebbe ricordato che la Critica della ragion pura è stata messa all’indice dalla Chiesa cattolica perché metteva in discussione la possibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima, queste sono già di per sé affermazioni che vanno contro la dottrina cattolica.
    Inoltre si dovrebbe dire che per la Chiesa la morale discende da Dio e dai suoi comandamenti, in Kant sembra che Dio derivi dalla morale. Sarà pur vero che i 10 comandamenti sono l’esplicitazione della legge morale naturale, ma la legge morale naturale è stata scritta nei nostri cuori da Dio Padre. In kant sembra che noi arriviamo alla conoscenza di Dio solo perché ci accorgiamo della legge morale inscritta nella nostra coscienza, cosa appunto, come detto sopra, contraria all’insegnamento della Chiesa. Detto questo, io non riesco a capire come mai ci sia tutto questo sforzo per cercare di fare vedere che Kant ragionava come un cattolico. Ci sono certamente, cose buone nella filosofia kantiana, ma su punti fondamentali è in palese disaccordo con la dottrina cattolica, non lo dico io, ma la chiesa stessa. Mi spiace dirlo, ma trovo anche un po’ presuntuoso finire gli articoli con frasi come Kant 3 detrattori 0.Lei ha espresso un suo parere senza contraddittorio e quindi si dà ragione da solo. Penso che lo sforzo che lei sta portando avanti potrebbe essere anche pericoloso per alcune anime che potrebbero essere indotte a pensare che Kant sia un filosofo compatibile con la dottrina cattolica, cosa che invece non è, sempre non secondo me, ma secondo la Chiesa. Perchè invece non far conoscere il pensiero di veri filosofi cattolici come Maritain, Fabro, Garrigou Lagrange e così via, che in fatto di pensiero cattolico forniscono certamente maggiori garanzie rispetto a Kant?

    • Pietro Calore ha risposto a Giuseppe:

      1. Considerando che l’Indice dei libri proibiti è stato “messo all’Indice” dalla Chiesa da 60 anni, non credo sia molto intelligente citarlo come “autorità” a sostegno di una qualunque propria convinzione (oppure lei è uno di quelli che crede ancora a Tolomeo e non a Galileo, perché Galileo è stato messo all’Indice, a differenza di Tolomeo? No mi dica).
      2. Per Kant Dio è esplicitamente l’autore della morale, come lo è del mondo: la morale semmai è solo la “ratio cognoscendi” di Dio, ovvero solo il modo attraverso cui noi uomini possiamo giungere a conoscerlo con certezza.
      3. Per Kant la “ragione pura” può giungere a “conoscere con certezza” Dio (come richiede il CVI) solo non lo può dimostrare (cosa che il CVI non esige; si legga il mio secondo articolo): per cui no, Kant non è incompatibile con una lucida comprensione del dogma cattolico.
      4. Credo che valga la pena mostrare la compatibilità (o per lo meno la non problematicità) del pensiero di Kant con il cattolicesimo perché Kant porta in sé un patrimonio di pensiero tale che, crederne di poterne fare a meno come cattolici, sarebbe quello sì “presuntuoso” oltre che da totali illetterati; la qual cosa rappresenta per me la peggiore contro-testimonianza che possiamo dare al mondo come Cattolici, e che può mettere seriamente in pericolo qualche anima, schifata dall’ignorante autosufficienza intellettuale ostentata da tanti Soloni cattolici.

  • Stefano ha detto:

    Kant è a mio avviso il filosofo che più contribuisce nelle nostre scuole superiori a divenire scettici, agnostici e a far credere solo nella scienza. Il suo odio per la metafisica è sfruttato per buttare via 1700 anni di filosofia cristianamente ispirata. La sua visione del mondo inoltre è sbagliata sia da un punto di visto filosofico che scientifico mentre San Tommaso aveva ragione

    • Pietro Calore ha risposto a Stefano:

      Carissimo, la colpa che lei attribuisce a Kant nelle nostre scuole superiori sarà forse da attribuire ai nostri docenti italiani, non crede? Non certo agli argomenti kantiani: la invito a rileggere l’articolo giusto per rivedere la posizione kantiana circa l’esistenza di Dio e la sua necessità per pensare una morale in generale (argomento che raramente, infatti, viene trattato in classe).
      L’odio per la metafisica che lei attribuisce a Kant non è affatto un odio: è una nausea che provavano tutti ai suoi tempi, per la pedanteria con cui era stata sistematizzata e veniva insegnata dogmaticamente da decenni, in particolare dopo l’opera di Christian Wolff; quella metafisica si meritava tutto il disprezzo di ogni persona onesta intellettualmente.
      E qui giungo all’ultimo punto: dal lato filosofico, lei davvero condivide il Realismo aristotelico-tomista? Cioè lei davvero ritiene di entrare in contatto con le essenze delle cose quando le esperisce sensibilmente.
      Da lato scientifico: lei davvero condivide la “Teoria degli umori”, il geocentrismo, l’alchimia e l’astrologia? Tutte teorie e “scienze” credute tali da Tommaso e certo non da Kant, che da par suo è alla base della moderna teoria circa la formazione dei sistemi planetari da nubi protoplanetarie?

      • Paolo ha risposto a Pietro Calore:

        Caro Pietro, credo però che qui si faccia un salto di binario, sovrapponendo due piani distinti: la cosmologia scientifica contingente e la metafisica.

        Che l’Angelico condividesse alcuni limiti scientifici del suo tempo (geocentrismo, teoria umorale, ecc.) è storicamente ovvio, ma ciò non tocca il nucleo del realismo metafisico tomista. Altrimenti dovremmo invalidare anche gran parte della filosofia moderna sulla base degli inevitabili limiti scientifici del XVIII secolo.

        Il punto del realismo non è l’alchimia o l’astronomia medievale, ma l’idea che l’intelligenza umana conosca realmente qualcosa dell’essere delle cose e non soltanto fenomeni strutturati dal soggetto.

        Ed è precisamente qui che Kant introduce la sua svolta: non nega la realtà, ma limita la conoscenza al fenomeno, cioè alla realtà così come appare secondo le forme della nostra sensibilità e le categorie della mente.

        Ora, è vero che Kant reagisce alla metafisica scolastica irrigidita e alla sistematizzazione wolffiana. Ma il problema è chiedersi se, nel tentativo di salvare il rigore della ragione, egli non finisca anche per restringerne drasticamente l’orizzonte.

        Per Tommaso, la ragione può elevarsi dall’esperienza sensibile fino all’essere e quindi, analogicamente, fino a Dio. Per Kant, invece, la “cosa in sé” resta inconoscibile alla ragione teoretica.

        Qui, ripeto ancora, è il nodo decisivo: non la teoria degli umori, ma la capacità della ragione di accedere realmente al vero.

        Joseph Maréchal ha certamente cercato a suo tempo punti di contatto tra kantismo e tomismo, ma resta difficile ignorare che lo spostamento del baricentro dall’essere al soggetto abbia contribuito a quella crisi metafisica che oggi rende la fede sempre più percepita come esperienza soggettiva o opzione privata.

        Per questo, a mio avviso, il problema della modernità non è tanto morale quanto metafisico: occorre ridare alla ragione la sua capacità di trascendere l’ente verso l’Essere, senza ridurre Dio a semplice postulato della coscienza morale.

        Come già intuiva Søren Kierkegaard, il tentativo di fondare pienamente l’etica dopo la negazione della metafisica rischia di rimanere sospeso nel vuoto. Una ragione che non possa più giungere analogicamente all’Assoluto finirà inevitabilmente per ripiegarsi sulla storia, sulla tecnica o sul desiderio.

        Ed è forse qui il punto più profondo, decisivo, inelòudibile del conflitto moderno: il passaggio dall’idea classica della ragione come partecipazione a un ordine del vero all’idea moderna della ragione come autonomia legislatrice. Ma una libertà che non riconosce più nulla sopra di sé rischia lentamente di perdere anche il senso di ciò che la fonda.

        • Pietro Calore ha risposto a Paolo:

          Prendo atto del fatto che lei creda davvero che noi si possa “ridare alla ragione la sua capacità di trascendere l’ente verso l’Essere”: saprebbe farmi un esempio di questo suo (io, infatti, non ardisco ad attribuirmelo) superpotere?
          Ripeto, trovo questa pretesa francamente risibile, anche perché, se intesa come la intendeva Tommaso (cose che lei con altri vorreste recuperare), obbliga a ritirare fuori dallo scantinato della filosofia il concetto di “essenza”, i cui guazzabugli filosofici sono proprio all’origine del rigetto in blocco dell’aristotelismo da parte dell’intero pensiero occidentale moderno.
          Ripeto: lei le vede ste essenze? Io no, purtroppo vedo solo quello che mi mostrano i sensi e la mia mente sa elaborare.

          Se volete tornare a parlare di essenze ecc. accomodatevi ma non costringete la fede cattolica a portare questo peso con voi.

          Ripartiamo piuttosto da una ricerca intersoggettiva della verità sulla base della comune ragione umana e dalla sua critica: mi sembra che resti l’unica ricerca possibile in un mondo plurale come quello d’oggi, dove la “oggettività” delle verità metafisiche aristotelico-tomiste non vale nulla. In questo senso il Magistero moderno incentrato sul concetto di “persona umana” e “dignità umana” (concetti potenzialmente comprensibili da ogni uomo, a differenza di qualunque verità rivelata e magari oggettivissima e verissima ma a cui un mussulmano non deve alcun assenso) vada proprio in questa direzione.

          Ma poi non si rimangi quello che ha detto: lei ha detto: “La sua [di Kant] visione del mondo inoltre è sbagliata sia da un punto di visto filosofico che scientifico mentre San Tommaso aveva ragione”.
          Ammesso e non concesso che il primo stico sia corretto, in che accezione del termine italiano “scientifico” non dovrebbe essere compresa “la cosmologia scientifica contingente”?
          Prendo atto che volesse intendere altro e ne sono contento (grazie al cielo, almeno il sistema tolemaico lasciamolo al passato).

          • Paolo ha risposto a Pietro Calore:

            Caro Pietro, mi chiedi un esempio di questo “superpotere” della ragione. In realtà tu stesso ne utilizzi continuamente uno: il concetto di persona e di dignità umana che hai appena richiamato.

            La “persona” non è un dato puramente sensibile: nessuno vede con gli occhi la dignità o il valore intrinseco di un essere umano. I sensi colgono un organismo biologico; è l’intelligenza che riconosce nell’uomo qualcosa di più del semplice fenomeno fisico. Questa è già, in qualche misura, un’intuizione dell’essenza umana: se non cogliessimo nulla oltre il dato biologico, anche la dignità rischierebbe di ridursi a una semplice convenzione linguistica o sociale.

            Il punto decisivo non è il sistema tolemaico — che appartiene al piano scientifico contingente e non intacca il nucleo della metafisica — ma se la ragione possa conoscere il bene umano indipendentemente dal consenso. Non a caso, come ricordava Marino Gentile, uno degli errori originari del pensiero politico moderno è stato proprio affidare al consenso pattizio gli stessi fondamenti della comunità politica.

            Per la tradizione classica la ragione pratica non inventa il bene: lo riconosce nella natura e nel fine della persona. Se il bene dipende invece soltanto dall’autonomia del soggetto o dall’accordo intersoggettivo, allora anche la dignità umana diventa inevitabilmente una costruzione storica revocabile: ciò che una maggioranza oggi riconosce, un’altra domani potrebbe ridefinire o negare.

            Kant ha cercato eroicamente di salvare l’universalità morale, ma separando progressivamente la ragione dall’essere ha contribuito a rendere la fede e la morale sempre più percepite come opzioni private o soggettive.

            Ed è forse qui il nodo più profondo della modernità: una libertà che non riconosce più nulla sopra di sé — nessun ordine del vero che la preceda — rischia lentamente di perdere anche il senso di ciò che la fonda, trasformando perfino la “dignità” in un guscio sempre più fragile.

  • Paolo ha detto:

    Kant non era un relativista morale. Se Pietro vuole affermare questo, lodevole. Ma Kant ne ha avuto tuttavia una grande responsabilità. Ha cercato di difendere la morale contro Hume, ma ha concesso troppo! Ha cercato di difendere l’universalità e la necessità dei giudizi morali rinunciando alla loro oggettività. Un giudizio è universale se è sempre vero, e necessario se deve essere vero. Non possono esserci eccezioni in nessun tempo o luogo. Kant voleva difendere quella parte della morale tradizionale, quella che afferma i principi non negoziabili (Ratzinger): che alcune azioni sono sempre sbagliate, per tutti, in tutte le situazioni e in tutti i tempi. Ma la morale tradizionale afferma anche che i giudizi morali sono oggettivamente veri, dicono qualcosa sulla realtà oggettiva, sulla natura delle cose, indipendentemente dalle nostre menti e dalle nostre opinioni. Pietro, tu mi potresti obiettare: come poteva essere una causa del relativismo se non era un relativista? Non era un tradizionalista in fatto di morale? No! Era un rivoluzionario. Sapeva di essere un rivoluzionario. Chiamò la sua idea più importante “rivoluzione copernicana in filosofia”. Era la nozione che la mente umana crea la verità invece di scoprirla, che la verità è formata dalla mente umana. E questo include la verità morale. Kant definiva la vera moralità “autonoma”, cioè creata dall’uomo, piuttosto che “eteronoma”, creata da un altro, da Dio. Quindi la nostra volontà crea la legge morale, non quella di Dio. La creiamo noi, non la scopriamo. Non la definiresti soggettivismo? È a due passi dalla meta verso il relativismo morale! Non è certo ancora relativismo morale, perché Kant credeva anche che tutte le menti “funzionassero” necessariamente allo stesso modo e creassero la stessa moralità, come la logica o la matematica, “linguaggio” delle scienze empiriche. Quindi, vedete, amici, la trappola in cui è caduto? La morale era universale e necessaria per lui, ma non oggettiva. Ma questo non è che a un passo dal relativismo! Perché se la morale, la legge morale, è mia, se l’ho inventata io ( oggi lo dice lo Stato di diritto, “costituzionale”. Liberale, cos’è la morale: non ne vedete gli esiti nel positivismo giuridico, nei suoi frutti velenosi: leggi contro la famiglia e la vita nascente e declinante?) è difficile capire perché non posso ricrearla o annullarla quando voglio. E a un certo punto ci proverò sicuramente, per liberarmi dal senso di colpa e dal giudizio. Kant… cercò di impedirlo, ma fallì. Cercò di impedirlo sostenendo che non posso logicamente riuscire a creare una mia morale contraria alla “Regola d’Oro universale” (primum non nocere) e all’Imperativo Categorico. È logicamente incoerente volere che tutti mentano o rubino quando lo faccio io. Ma fallì. Perché? Perché dovrei preoccuparmi della logica se l’ho inventata io? La logica che ho creato mi dice che non posso annullarla, e la morale che ho creato mi dice che non posso annullarla… ma, ma perché il padre dovrebbe obbedire al figlio? Perché il Dottor Frankenstein, le democrazie liberali, o le maggioranze, basate sul consenso, non dovrebbe riprogrammare il loro mostro, addomesticarlo o ucciderlo, se lo desiderano? Dopotutto, è una loro invenzione. C’è da dire che Hegel aggiunse un’altra idea che divenne parte del relativismo: il processo universale. Tutto scorre; tutto è in continuo mutamento. La verità stessa si evolve, persino Dio si evolve, attraverso la storia umana, secondo Hegel. Quindi c’è un’ulteriore ragione per credere che tutto sia relativo, relativo allo stadio di sviluppo. Anche Dio si evolve, secondo Hegel. La storia è come una madre, e Dio è il suo figlio. E poi arrivò Nietzsche, che abortì il bambino. O meglio, sostenne che il bambino era già stato abortito. Nietzsche era un esistenzialista, e l’esistenzialismo fu una reazione contro Hegel, ma fu persino più relativista di Hegel. Kant tuttavia ne pose il fondamento, purtroppo.

    • Pietro Calore ha risposto a Paolo:

      Carissimo Paolo, la cosa bella del preteso “oggettivismo” della morale tradizionale da almeno 3 secoli a questa parte è che risulta tale solo a chi ci crede: finché in Europa si era tutti cristiani cattolici, frasi come “questo atto x è oggettivamente buono/cattivo” – quasi si trattasse di constatare la misura dell’accelerazione di gravità di un sasso – poteva anche starci perché nessuno avrebbe avuto da ribattere; ma dal 1517 in poi, con una decisa accelerazione con la Rivoluzione Scientifica e con l’Illuminismo, la radicale differenza di OGGETTIVITA’ tra questi due fatti (valutazioni morali e osservazioni fisiche) è emersa nella sua radicalità inaggirabile.
      Da qui il tentativo (secondo me in buona parte riuscito) di mostrare la razionalità e quindi la verità inter-soggettiva (NON soggettiva) della morale.
      Kant non ha mai detto – né si può arguire da quel che dice – che, come tu dici, “la nostra volontà crea la legge morale, non quella di Dio”: per Kant la legge morale, in sé stessa è la legge di Dio e, come dico nell’articolo ma potrei argomentare più diffusamente, per lui ogni agente morale che volesse esserlo in modo intellettualmente dovrebbe credere in Dio e tenere la legge morale come legge di Dio; solo che per comprenderlo Kant propone – ad un suo lettore ateo, protestante, puritano, deista, ateo ecc. come ce ne erano tanti allora – un tragitto razionale che prescinde dal suo dato di fede iniziale; un tragitto che lo porta a scoprire ciò in sé stesso, cioè nella ragione che lo accomuna ogni uomo; un tragitto che non si può non leggere come del tutto cattolico, oserei dire agostiniano per la sua prospettiva intersoggettiva, una volta che si sia scesi a patti con l’ingenuità dell’approccio oggettivista aristotelico e tomista. RIBADISCO: “ingenuità” non nel momento in cui parliamo tra di noi, in cui possiamo anche dircelo, bensì nel momento che ci si mette in dialogo con altri da noi cattolici, a cui le verità morali cattoliche non sembrano più oggettive delle preferenze per i diversi gusti di gelato.
      Infine, lascia stare Hegel che con Kant non c’entra nulla. Di lui progetto di parlare in un articolo futuro.

      • Paolo ha risposto a Pietro Calore:

        Carissimo Pietro,
        ti ringrazio sinceramente della risposta, perché credo che il punto della nostra divergenza sia emerso con grande chiarezza.

        Anzitutto, vorrei precisare che non nego affatto la grandezza filosofica di Kant. Al contrario: considero il suo tentativo di salvare l’universalità della morale contro lo scetticismo empirista di Hume uno degli sforzi più alti della modernità. Il rigore del dovere morale, la dignità della persona come fine e la critica dell’utilitarismo restano acquisizioni importantissime.

        Il problema, tuttavia, non è l’intenzione morale di Kant, ma il fondamento metafisico della sua costruzione.

        Tu definisci “ingenuo” il realismo aristotelico-tomista quando entra nel dialogo con la modernità. Ma è precisamente qui che si apre la questione decisiva: per il realismo classico cristiano la verità precede il soggetto umano, perché il reale è intelligibile in quanto creato dal Logos.

        Per San Tommaso, la ragione non crea l’ordine del vero e del bene, come abbiamo visto nel “De Veritate”: lo scopre partecipando a un ordine dell’essere che la precede. La legge morale è lex naturalis proprio perché radicata nella natura dell’uomo creato.

        Kant, pur non essendo relativista, introduce, come ho cercato di introdurre in modo un po’ combattivo, invece una svolta decisiva: l’universalità morale non viene più fondata immediatamente sull’essere, ma sulla struttura trascendentale della ragione pratica. La morale resta universale e necessaria, ma il suo fondamento non è più metafisico in senso tomista.

        Ed è qui, a mio avviso, la fragilità della costruzione moderna.

        Tu dici giustamente che Kant conduce il soggetto a postulare Dio. Ma proprio questo è il punto: Dio non è più il fondamento ontologico originario della verità morale; diventa il compimento richiesto dalla ragione pratica affinché l’ordine morale abbia senso.

        Per il tomismo, invece, il vero precede il pensiero umano perché precedentemente pensato dall’intelletto divino:

        “Etiam si intellectus humanus non esset, adhuc res dicerentur verae in ordine ad intellectum divinum.”

        La differenza è enorme.

        Per questo non credo che il problema sia semplicemente “dialogare” con il moderno adottando il paradigma trascendentale. La questione è se, nel farlo, non si finisca involontariamente per spostare il baricentro dall’essere al soggetto.

        E qui Hegel, pur essendo diversissimo da Kant, non è irrilevante. Non perché Kant “porti automaticamente” a Hegel, ma perché la svolta trascendentale apre storicamente una tensione che l’idealismo successivo radicalizzerà: il progressivo primato del soggetto, della storia e dell’autocoscienza sull’essere.

        Credo che Augusto Del Noce abbia colto precisamente questo nodo: quando la verità non è più radicata metafisicamente nell’essere creato, la modernità tende lentamente a trasformare la ragione da apertura al reale in produzione di senso. E a quel punto il passaggio dal soggetto morale al soggetto tecnico diventa possibile.

        Per questo continuo a ritenere senz’altro che il realismo tomista non sia una “ingenuità premoderna”, ma una delle poche vere alternative filosofiche al nichilismo contemporaneo.

        • Pietro Calore ha risposto a Paolo:

          Risolvo quello che per te sembra il punto dirimente della nostra divergenza e che invece per me è solo un clamoroso fraintendimento, da parte tua, del pensiero kantiano.

          Ti cito: “Tu dici giustamente che Kant conduce il soggetto a postulare Dio. Ma proprio questo è il punto: Dio non è più il fondamento ontologico originario della verità morale; diventa il compimento richiesto dalla ragione pratica affinché l’ordine morale abbia senso.”
          NO NO E NO: o meglio SI’ ma allora… dove sta il problema?! Rileggi la Critica della Ragione Pratica.

          Continui (insieme a molti altri) a sovrapporre la direzione “ascendente” del percorso logico del pensiero di Kant con la direzione “discendente” della sua visione ontologica: certo, per Kant noi uomini dobbiamo GIUNGERE a pensare Dio per giustificare la nostra comune concezione di una morale in generale (percorso logico); ma dobbiamo arrivare a pensarLo precisamente perché solo LUI, o meglio il suo concetto del tutto classico, di essere onnipotente ecc. AUTORE ONTOLOGICO DEL MONDO permette di concepire sensatamente una morale in generale.

          Per cui sì, Dio per Kant è “il compimento [logico ndr] richiesto dalla ragione pratica affinché l’ordine morale abbia senso” MA non in qualità di cappello opzionale ma proprio perché solo accettare il concetto di Dio come “fondamento ontologico originario della verità morale” garantisce a tale ordine morale un senso.

          Dunque non c’è alcuna contrapposizione tra te e Kant: lui semplicemente propone un modo per giustificare in modo razionale intersoggettivo il fatto su cui concordate che, appunto, Dio è il fondamento ontologico della verità morale.
          Oppure non ti va bene neanche questo e per te un ateo dovrebbe accettare Dio come fondamento ontologico della verità morale “perché è oggettivo che sia così”?

          • Paolo ha risposto a Pietro Calore:

            Caro Pietro, credo che qui emerga – finalmente!- il punto decisivo della nostra divergenza, e ti ringrazio perché la tua risposta lo ha chiarito, ci ha aiutato a formularlo molto bene.

            Comprendo perfettamente ciò che intendi distinguendo tra il percorso logico “ascendente” di Kant e la sua visione ontologica “discendente”. E’ vero: Kant non pensa affatto Dio come un semplice “optional morale”. La Critica della Ragion Pratica conduce effettivamente a postulare un Dio inteso come fondamento ultimo dell’ordine morale.

            Ma proprio qui resta incontrovertibile la differenza fondamentale rispetto al realismo analogico del mio amato San Tommaso.

            Per San Tommaso, Dio non è qualcosa a cui la ragione giunge perché il dovere morale abbia senso: Dio è anzitutto il fondamento ontologico dell’essere, e quindi anche della verità e del bene. La morale nasce dalla partecipazione dell’uomo a un ordine reale che precede la coscienza umana.

            In Kant, invece, il punto di partenza non è l’essere ma il “factum” della ragione pratica. È la coscienza morale autonoma che conduce al postulato di Dio come garanzia della sensatezza dell’ordine morale.

            La differenza può sembrare sottile, ma filosoficamente è enorme. È rivoluzionaria!

            Nel tomismo:
            non è Dio che serve alla morale;
            è la morale che partecipa all’ordine di Dio.

            Nel kantismo, invece, Dio entra nel sistema anzitutto come esigenza della ragione morale.

            Ed è proprio questo spostamento del baricentro — dall’essere al soggetto morale — che, a mio modesto parere, apre quella tensione moderna che poi l’idealismo radicalizzerà ulteriormente.

            Per questo continuo a pensare che il problema non sia semplicemente “convincere razionalmente l’ateo”, cosa certamente importante, ma chiedersi se la ragione scopra un ordine reale o se debba anzitutto fondarlo nella propria autonomia.

            Per il realismo classico, anche l’ateo che riconosce l’esistenza di un bene oggettivo sta già implicitamente partecipando a un ordine che non ha creato lui.

            Ed è precisamente qui che il tomismo, la filosofia perenne, conserva ancora oggi una forza filosofica straordinaria: non perché imponga dogmaticamente Dio dall’esterno, ma perché difende la capacità della ragione di riconoscere che il vero e il bene “precedono” la nostra volontà.
            E forse è proprio qui che emerge anche la fragilità storica del “postulato” kantiano.
            Se Dio viene raggiunto principalmente come esigenza della ragione morale, resta sempre aperta la possibilità che una cultura, una governabce mondiale futura ritenga di poter fondare l’etica senza quel postulato — ad esempio sulla tecnica, sull’utilità sociale, sul consenso o sull’autonomia assoluta del soggetto.
            Il realismo analogico, invece, lega il bene alla struttura stessa dell’essere: l’ordine morale non dipende dal volontarismo, dalla persuasione storica degli uomini, ma dalla realtà intelligibile delle cose. Anche se l’uomo lo nega, esso continua a precederlo e a giudicarlo.
            Ed è forse per questo che la crisi moderna appare anzitutto metafisica prima ancora che morale: quando il bene non è più radicato nell’essere, la libertà rischia lentamente di perdere il proprio fondamento oggettivo.

  • Paolo ha detto:

    A chi sostiene, come fece il padre Marechal o qui Pietro, la piena compatibilità tra Immanuel Kant e il pensiero cattolico, vorrei porre definitivamente una questione di fondo: da dove viene la Verità?

    Thomas Aquinas, nel De Veritate (I, q. 1, a. 2), scrive una frase che costituisce uno spartiacque tra il realismo cristiano e il soggettivismo moderno:

    “La verità delle cose dipende dall’intelletto divino più che da quello umano; se anche l’intelletto umano non esistesse, le cose resterebbero vere in ordine all’intelletto divino.”

    Qui sta il punto decisivo: per il cattolicesimo, la verità è un ordine oggettivo che precede il soggetto umano, perché il reale è pensato e creato da Dio, il Logos. La ragione umana non crea la verità, ma ha il compito — umile e altissimo — di scoprirla, di intus legere, leggere dentro la realtà.

    Con la sua “rivoluzione copernicana”, Kant modifica radicalmente questo rapporto: la mente non riceve semplicemente l’ordine dell’essere, ma concorre a costituire le condizioni attraverso cui il reale viene conosciuto. Anche nella morale, l’autonomia kantiana non coincide più con la partecipazione a un ordine naturale inscritto da Dio nella creazione (lex naturalis), ma con la ragione pratica che legifera a se stessa.

    Naturalmente Kant non era un relativista morale. Al contrario, egli cercò eroicamente di salvare l’universalità e la necessità della legge morale contro lo scetticismo moderno. Tuttavia, il problema è il fondamento di tale universalità.

    Dire che Kant sia “cattolico” semplicemente perché difende doveri morali significa trascurare una differenza metafisica fondamentale:

    il cattolicesimo è realismo: la morale è vera perché corrisponde alla realtà dell’uomo creato;
    Kant tende invece a un formalismo trascendentale: la morale è valida in quanto conforme alla struttura universale della ragione pratica.

    Ed è qui che emerge la fragilità della costruzione moderna. Una volta spezzato il legame tra morale ed essere — tra verità e intelletto divino — la ragione rischia progressivamente di trasformarsi in una forma vuota. Quando la modernità rimuove Dio, quel vuoto viene inevitabilmente riempito dalla storia, dal potere, dalla tecnica o dal desiderio.

    Il risultato è sotto i nostri occhi: il soggetto moderno, che inizialmente voleva fondare autonomamente la morale, finisce per rivendicare il diritto di ridefinirla continuamente.

    Kant voleva salvare la morale dal relativismo; ma, separandola dalla metafisica dell’essere, contribuì involontariamente a preparare il terreno culturale sul quale il relativismo contemporaneo avrebbe poi potuto svilupparsi.

  • Paolo ha detto:

    La società occidentale contemporanea sembra aver assorbito selettivamente due grandi eredità della modernità: da David Hume la riduzione della ragione a strumento del desiderio e dell’utilità; da Immanuel Kant il tentativo di salvare universalità morale e dignità umana dopo la crisi della metafisica classica.

    Ma proprio la progressiva separazione tra universalità etica e fondamento ontologico ha finito per esporre entrambe a una lenta dissoluzione nel proceduralismo, nel tecnicismo e nel soggettivismo contemporaneo.

    È forse qui il nodo più profondo della modernità tarda: voler conservare i frutti morali della tradizione metafisica cristiana dopo averne progressivamente reciso le radici nell’essere.

  • Paolo ha detto:

    Credo che il nodo decisivo resti la questione della capacità della ragione: il Concilio Vaticano I afferma che Dio può essere conosciuto con certezza ‘a partire dalle cose create’ mediante la luce naturale della ragione. Il problema che molti filosofi hanno ravvisato in Kant non riguarda la sua statura morale — indubbiamente altissima — ma il fatto che il criticismo limiti la ragione proprio su questo piano metafisico.È per questa ragione che autori come Gilson, Fabro o Garrigou-Lagrange hanno visto nel kantismo una frattura con il realismo classico: non per ‘ignorante autosufficienza’, ma per la consapevolezza che, senza un aggancio teoretico all’essere, la fede rischia di ridursi a un postulato soggettivo o a un vago sentimento morale.

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