Dio sotto attacco: il filosofo risponde alle obiezioni più comuni

obiezioni dio

Il filosofo Greg Ganssle (Biola University) affronta le più classiche obiezioni all’esistenza di Dio e agli argomenti filosofici in suo favore.


 

Torniamo a parlare degli argomenti filosofici a favore e contro Dio.

L’occasione è l’imminente pubblicazione del nuovo libro di William Lane Craig in cui difende sei “prove” di Dio, l’argomento di Kalam, quello dalla contingenza, il fine-tuning, l’argomento morale, quello matematico e quello ontologico.

Per chi fosse interessato al tema, UCCR ne ha parlato esponendo quelli che riteniamo più convincenti e rispondendo alle varie obiezioni.

In un recente confronto se ne è occupato anche Greg Ganssle, già docente di Filosofia alla Yale University e oggi filosofo della religione alla Biola University, specialista internazionale della tematica.

Ganssle ha interagito in diretta con gli utenti rispondendo a una serie di classiche obiezioni a Dio e agli argomenti teistici.

 

Se Dio esiste, perché si nasconde?

Il primo tema affrontato è quello del nascondimento di Dio. Se Dio esiste, perché non si manifesta in modo più evidente?

Ganssle propone una risposta centrata sulla libertà umana: Dio rende la sua esistenza conoscibile a chi lo cerca sinceramente, ma evita di imporsi in modo coercitivo. Un’evidenza schiacciante comprometterebbe infatti la libertà della relazione.

Vittorio Messori diceva che Dio lascia abbastanza luce per chi vuole credere e abbastanza buio per chi non lo vuole.

«Credo che Dio abbia dato prove sufficienti, ma non intenda sopraffarci», afferma in maniera simile il filosofo americano.

Come esempio viene citato il rapporto con Israele nell’Antico Testamento, quando Dio si rendeva per certi versi più evidente. Le dinamiche relazionali erano diverse e «ne derivava una riduzione della libertà. C’era molto meno senso di relazione personale con Dio».

Allora non si verificò il problema del nascondimento di Dio ma nacque quello della resistenza alla sottomissione: «Mentre Mosè riceveva i Dieci Comandamenti il popolo d’Israele si mise ad adorare un vitello d’oro».

Lo stesso accadde anche con Gesù, soprattutto di fronte all’evidenza dei suoi miracoli come la resurrezione di Lazzaro. Non solo non avvenne un’accoglienza unanime della fede, ma si ipotizzò addirittura di uccidere sia lui che Lazzaro stesso (Gv 12, 9-11).

 

Se la morale è oggettiva, perché c’è disaccordo?

Ampio spazio è poi stato dedicato all’argomento morale a favore di Dio.

Secondo la tesi, Dio è la migliore spiegazione dell’esistenza di una morale oggettiva, cioè dell’insieme di verità morali reali e indipendenti dal contesto culturale e storico e anche dell’ipotetico consenso.

Verità oggettiva in campo matematico è che 2+2=4 e rimane tale anche se tutti dicessero che è uguale 5. Allo stesso modo, se tutti affermassero che l’Olocausto fu giusto e morale, in verità sarebbe comunque sbagliato.

La moralità oggettiva infatti «è una caratteristica della realtà, non sono mere opinioni».

L’obiezione però dice: se le verità morali sono evidenti, perché c’è così tanto disaccordo?

Per rispondere, Ganssle distingue tra il concetto di moralità (i principi) e il suo contenuto (le pratiche morali). Sul primo c’è un accordo di fondo tra tutti gli uomini, nessuno pensa infatti che sia accettabile torturare a morte un bambino di tre anni per divertimento.

Le divergenze riguardano le pratiche morali, che variano a seconda della cultura. Ad esempio, il rispetto umano è sacrosanto (principio), ciò che cambia è come viene manifestato.

L’argomento morale quindi resta in piedi perché si basa sull’accordo generale circa i principi di moralità, non sul loro contenuto su cui c’è evidente disaccordo.


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La morale viene dall’evoluzione, non da Dio

Un’altra obiezione all’argomento morale è questa: “Perché la moralità oggettiva dovrebbe venire da Dio e non dall’evoluzione?”.

La teoria evolutiva della moralità in sintesi dice che alcune comunità proto-umane impararono a cooperare e sopravvissero meglio rispetto ad altre. Così l’istinto biologico alla cooperazione si è conservato in quanto vantaggioso per la sopravvivenza.

Il problema, spiega il filosofo, è che questo non spiega la moralità, ma solo perché abbiamo certe sensazioni morali favorevoli alla cooperazione. Cioè pensiamo che cooperare sia meglio che essere egoisti, ma ciò non fonda una moralità oggettiva.

Al massimo produce un sistema prudenziale: è utile collaborare con altri umani per sopravvivere. Ma non c’è un fondamento oggettivo.

E poi c’è un altro problema: l’umanità ormai è sopravvissuta e non abbiamo più bisogno della cooperazione per sopravvivere.

Concetti come libero arbitrio, valore umano e obbligazione morale richiedono una base più solida di un semplice processo adattivo. Senza un fondamento trascendente, la moralità diventa una scelta pragmatica, non una verità vincolante.

 

Se Dio esiste, perché i seguaci sono ipocriti?

Una terza obiezione prende spunto da una citazione di Nietzsche e viene formulata così: «Potrei credere nel Redentore se i suoi seguaci sembrassero più redenti».

In sintesi è l’uso dell’ipocrisia nella Chiesa come argomento contro Dio.

Eppure, spiega giustamente Ganssle, anche i cristiani portano in sé una ribellione a Dio. Ed è per questo che abbiamo bisogno di un Redentore.

«Il processo di redenzione si sviluppa nel tempo», spiega il filosofo: «Falliamo, sbagliamo, e solo imperfettamente, in questa vita, viviamo ciò che significa essere seguaci di Cristo. Quindi è normale aspettarsi molti fallimenti nella Chiesa».

E’ però anche sbagliato generalizzare, cadendo negli stereotipi.

Vari studi mostrano che le persone più impegnate socialmente sono proprio i seguaci di Gesù: quelli che si sacrificano di più, quelli che fanno più atti di carità e addirittura quelli che donano più sangue.

L’obiezione dell’ipocrisia ha comunque un peso: si dovrebbe vedere una differenza evidente nella vita dei cristiani, che spesso non c’è. E il più grande critico dell’ipocrisia fu proprio Gesù di Nazareth.

Però la visione cristiana dell’uomo è duplice: creato a immagine di Dio, con dignità infinita, ma profondamente segnato dal peccato. La nuova creazione inizia qui sulla Terra, ma si compie pienamente solo nella vita futura.

Tra l’altro questo argomento apre a un corollario interessante. Chi denuncia continuamente l’ipocrisia dei cristiani presuppone una norma morale oggettiva. Pensa infatti che comportarsi male o ipocritamente sia oggettivamente sbagliato.

Quindi, osserva Greg Ganssle, «se critichi l’ipocrisia da una prospettiva atea o agnostica, in un certo senso stai già presupponendo una norma morale oggettiva, che a sua volta rimanda a un legislatore morale.

 

Tra fine-tuning e principio antropico

Per quanto riguarda gli argomenti teistici che partono dalla sintonizzazione fine delle costanti cosmologiche -come se Qualcuno ci aspettasse da sempre-, l’obiezione più utilizzata è quella del principio antropico.

Ovvero: non dovremmo stupirci che l’universo sia perfettamente adatto alla vita, perché se non lo fosse, noi non saremmo qui a osservarlo

Si tratta però di una non-risposta perché non evita la domanda sulla probabilità che un universo sia perfettamente sintonizzato per la vita. Tra tutti i modi in cui un universo avrebbe potuto esistere, è estremamente improbabile.

Chi avanza questa obiezione confonde infatti condizioni necessarie e condizioni sufficienti e non offre una spiegazione sufficiente del perché l’universo, in primo luogo, sia così finemente sintonizzato.

Un esempio per capire il punto è quello dei 100 tiratori scelti che sparano su un condannato per ucciderlo. Mirano al cuore ma tutti sbagliano. Alla meraviglia del condannato qualcuno risponde: “Non devi stupirti. Se non ti avessero mancato, non saresti qui a stupirti”.

Ma il condannato è legittimato a stupirsi perché il fatto che sia vivo non rende meno incredibile che tutti i tiratori abbiano mancato il bersaglio. Osservare un risultato non elimina la necessità di spiegare perché quel risultato è altamente improbabile. C’è ancora bisogno di una spiegazione.

 

Dio e l’obiezione del male

Infine, sul problema del male, Ganssle ammette essere l’obiezione più forte e adotta una posizione realistica.

Non sempre possiamo spiegare perché Dio permetta certe sofferenze. Tuttavia, sottolinea, l’esistenza del male non dimostra automaticamente l’inesistenza di Dio.

Anche perché, «se Dio intervenisse ogni volta che qualcuno soffre, il mondo cambierebbe completamente: diventerebbe caotico e perderemmo il libero arbitrio ogni volta che lo usiamo per fare qualcosa di non amorevole».

L’esistenza del male resta misteriosa e drammatica ma un intervento divino costante impedirebbe libertà, crescita, sviluppo, responsabilità e stabilità del mondo, rendendo impossibile una vita significativa. «Se Dio eliminasse ogni sofferenza», afferma ancora il filosofo americano, «tutto per come lo conosciamo finirebbe».

«Evidentemente», ha concluso, «Dio ha ritenuto che valesse la pena avere un tipo di mondo come il nostro».

 

Questa breve sintesi mostra che se ben argomentati, gli argomenti filosofici a favore di Dio resistono anche alle obiezioni più comuni e dure, lasciando intatta la loro forza.

E forse è proprio questo il punto: gli argomenti non costringono a credere e non “dimostrano” nulla (pochi credenti sono tali grazie ad essi). Al massimo evidenziano che l’ipotesi di Dio resta filosoficamente difendibile e, alla luce dei ragionamenti, la più convincente.

Autore

La Redazione

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