Il Papa si batte per la pace, ma gli altri leader religiosi dove sono?
- Ultimissime
- 19 Apr 2026

La voce del Papa è sola nel vuoto di leadership morale internazionale e gli altri leader religiosi non si espongono. Forse attendono anche loro che la Chiesa tracci la linea?
Nell’attuale scenario di guerra si sente solo una voce.
E’ quella di Papa Leone XIV e lo sanno tutti, in qualunque parte del mondo.
Il pontefice sta costantemente condannando la guerra senza ambiguità, invitando i fedeli a mobilitarsi e a chiedere ai propri rappresentanti politici di favorire risoluzioni pacifiche ed evitare l’escalation militare.
Ma è l’unica autorità morale che alza la voce. Lo ha riconosciuto il reverendo evangelico Jim Wallis, chiedendo che gli altri leader religiosi seguano l’esempio.
Salgono tutti sul carro del Papa
Il Papa si continua ad esporre, ci mette la faccia e riceve ormai quotidiani insulti dalla presidenza degli Stati Uniti.
In pochi giorni è stato definito “debole”, “incapace” e ignorante di geo-politica, gli è stato detto di tacere sulle questioni non morali e poi, anche su quelle, gli è stato spiegato cosa dovrebbe dire.
In queste ora tocca anche sorbirsi la passerella di intellettuali anti-Trump che celebrano il Papa come nuovo eroe internazionali quando, fino a ieri, era per loro totalmente indigesto.
Così salgono tutti sul carro papale, da Concita De Gregorio a Michele Serra, da “Domani” a “Il Manifesto”, da Massimo Gramellini a Marco Politi, Perfino Vito Mancuso.
Tutti gli storici tromboni dell’anticlericalismo si sono improvvisamente trasformati in papisti della prima ora.
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Il reverendo: “I leader religiosi seguano il Papa”
Se tutto ciò era prevedibile, un po’ meno lo è l’assordante silenzio degli altri grandi leader religiosi. Ma dove sono finiti?
Il reverendo evangelico Jim Wallis ha giustamente invitato gli altri leader religiosi a seguire l’esempio di Leone XIV.
«Le parole di Papa Leone», ha scritto, «servono oggi da modello per i leader religiosi e le comunità, affinché possano reagire di fronte a una retorica politica pericolosa».
Come mai un leader evangelico ha sentito il bisogno di richiedere l’intervento dei leader religiosi a sostegno del Papa?
Perché effettivamente, ancora una volta, il leader della Chiesa cattolica sembra essere l’unica guida morale nello scenario internazionale.
Il silenzio dei leader religiosi
Pochi giorni fa il primate anglicano, l’arcivescova Sarah Mullally, dopo settimane di silenzio, ha commentato lo scenario internazionale appoggiando semplicemente il Papa e unendosi «a Sua Santità per far sentire la nostra voce a favore della pace e della giustizia in tutto il mondo».
E’ molto positivo, naturalmente. Ma senza l’intervento di Leone non avrebbe detto nulla?
La Chiesa valdese ha dato un contributo maggiore ma l’intervento è stato confinato alla critica del momento di preghiera dei pastori protestanti alla Casa Bianca attorno a Trump.
In quell’occasione i valdesi hanno giustamente dichiarato di «non poter tacere, e sentiamo con ancora maggiore urgenza il compito di testimoniare un Dio che non giustifica la violenza, ma la giudica».
Un legittimo ma breve comunicato, poco incisivo rispetto all’escalation di guerra a cui stiamo assistendo.
Se ci spostiamo nelle chiese evangeliche e luterane le posizioni sono frammentate e contrapposte.
Molti vescovi hanno alzato la voce contro l’uso blasfemo dei social da parte di Trump, a partire dal reverendo William J. Barber II.
Mentre il più famoso e seguito pastore e predicatore evangelico Franklin Graham non solo è schierato totalmente dalla parte del presidente americano ma ha replicato a Papa Leone appellandosi all’Antico Testamento per giustificare l’uso della forza militare.
In maniera speculare il patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa, si sta comportando da anni con Putin.
Anche quest’anno, il 12 aprile scorso durante la Pasqua ortodossa, ha benedetto Vladimir Putin nella Cattedrale di Cristo Salvatore invocando che «Dio ti aiuti a continuare il servizio che Lui stesso ti ha affidato per il bene del popolo e della Russia».
Chi si è espresso con più vigore è invece stato Bartolomeo I, patriarca Ecumenico di Costantinopoli e portavoce della Chiesa ortodossa.
Il suo intervento si è però limitato al tradizionale messaggio di Pasqua quando ha proclamato con forza la sacralità della vita di fronte alla barbarie della guerra.
Anche fuori dal mondo cristiano, le reazioni sono limitate.
Il Dalai Lama non sembra essersi pronunciato ad eccezione dell’adesione convinta all’appello per la pace di Leone XIV.
Il leader budhista infatti ha fatto suo il richiamo alla non violenza e al disarmo lanciato dal pontefice nella domenica delle Palme, sottolineando i valori comuni a tutte le religioni e aggiungendo che «l’appello del Santo Padre, Papa Leone, mi ha profondamente toccato».
La voce del Dalai Lama è importante soprattutto in contesti come questi, ci domandiamo perché la sua voce non si senta in maniera indipendente da quella del Papa.
Il Grande Imam di al‑Azhar, Ahmad al‑Tayeb, figura di spicco dell’Islam sunnita moderato, è intervenuto solo durante il conflitto di Gaza, denunciando l’aggressione contro un popolo indifeso e parlando di violazioni di valori civili, religiosi e umanitari.
Rispetto al contesto globale al di fuori del Medio Oriente, però, la sua voce non si è finora sentita.
La solitudine del Papa
Il risultato è un evidente squilibrio.
Non emerge purtroppo un fronte religioso compatto, capace di incidere nel dibattito globale.
Il Papa resta alla fine da solo nel vuoto di leadership morale internazionale, è ancora a lui che il mondo guarda e la sua voce non è affiancata da altri autorevoli esponenti delle grandi tradizioni religiose.
Ci sono stati interventi e comunicati, ma gli altri leader spirituale non sembrano interessati ad assumere un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico.
Osservando le loro reazioni, viene il sospetto che anche loro guardino al Papa come punto di riferimento, quasi aspettando che sia lui a prendere la parola, a tracciare la linea, a esporsi senza ambiguità.


















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