«L’universo è senza senso, procreare è una crudeltà»

La visione coerente del filosofo David Benatar: senza un Infinito che la trascende, la vita è una breve processione di frustrazioni e delusioni. E’ così che ha abbracciato il denatalismo: perché fare figli in un universo privo di senso, rendendoli infelici?

 
 
 

«Se il Cristo non è risorto», scrisse Ludwig Wittgenstein, «noi siamo di nuovo in esilio, soli. Siamo in un inferno dove possiamo soltanto sognare, separati dal cielo come da un soffitto»1Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi 1980, p. 68.

E’ questo che pensa anche il filosofo vegano David Benatar, direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Città del Capo (Sudafrica) ed uno dei principali sostenitori del movimento denatalista (o anti-natalista).

Senza Dio, senza un significato ultimo e trascendente dell’esistenza, per quale sadico motivo bisognerebbe procreare e buttare in questo tragico destino un figlio? E’ coerente, nella sua disperazione la sua tesi.

«Essere nati non è sempre un danno, è sempre un danno molto serio» scrive nel suo ultimo libro Better Never to Have Been: The Harm of Coming Into Existence (Oxford University Press 2008).

 

«La vita, una scadente opera teatrale: basta procreare».

«La vita è una processione di “frustrazioni e irritazioni”», afferma Benatar. «Stare nel traffico, in fila, compilare moduli, avere sempre fame o sete, dover andare in bagno, sperimentare “disagio termico” o essere stanchi e incapaci di fare il riposino».

Il filosofo entra nei dettagli dell’esistenza umana: «Soffriamo di pruriti, allergie e raffreddori, dolori mestruali o vampate di calore. Coloro che amano il proprio lavoro possono avere aspirazioni professionali che rimarranno insoddisfatte. Le persone vogliono essere guardate, sentirsi più giovani, eppure invecchiano senza sosta. Hanno grandi speranze per i loro figli, che puntualmente si dimostrano una delusione, in un modo o nell’altro. Quando quelli vicini a noi soffrono, soffriamo a nostra volta. Quando muoiono, qualcosa muore dentro di noi». E uccidersi, conclude, è ancora peggio che vivere.

Le persone più intelligenti si chiedono se la vita valga la pena di essere vissuta.

Benatar opta per altre domande, altrettanto provocatorie: vale la pena continuare a vivere? Sì, perché la morte è cattiva. Vale la pena iniziare la vita? Assolutamente no.

«Non dovremmo introdurre nel mondo nuovi esseri senzienti», afferma. Il mondo è un inferno ed il filosofo concorda con il Buddha, per il quale l’esistenza è l’unica causa della vecchiaia e della morte: se l’uomo si rendesse conto di questo, smetterebbe immediatamente di procreare.

«Ogni coppia può decidere di non avere un figlio: un’enorme quantità di sofferenza sarebbe evitata. Avere un figlio è abbastanza orribile, vista la situazione in cui si troverà ad essere».

La vita è descritta da Benatar come un’opera teatrale che non si vedeva l’ora di vedere, hai comprato il biglietto e hai partecipato allo spettacolo, che però risulta scadente. Se avessi saputo in anticipo che non era quello che pensavi, non avresti perso tempo.

Le migliori esperienze nella vita compensano le cattive? No, è convinto Benatar, il dolore è quasi sempre peggiore della bontà del piacere (e dura più a lungo).

 

Senza Dio, l’Universo e la sofferenza sono senza senso.

Il valore della riflessione di Benatar è essenzialmente la coerenza con la sua visione esistenziale.

Egli mostra quanto sia per nulla soddisfacente al cuore dell’uomo un significato dell’esistenza posticcio, fintamente ottimista, contingente. Quello per cui è sufficiente essere al mondo e non nuocere agli altri, con lo scopo secolarizzato di realizzare i propri sogni, essere in pace con se stessi, cercare di rendere il mondo un posto migliore, lasciare un buon ricordo di noi ai posteri. Tutte menzogne.

O la vita è vinta da un’Infinito che la abbraccia -qui e ora-, oppure “siamo di nuovo in esilio”. «Ci vorrebbe la carezza del Nazareno», disse il grande cinico Enzo Jannacci, poco prima della sua sorprendente conversione (e poco prima della sua morte).

Che l’antinatalismo sia coerente con il nichilismo e necessariamente legato ad una problematica religiosa, è lo stesso Benatar a riferirlo: «La vita umana è cosmicamente priva di significato: noi esistiamo in un universo indifferente, forse persino un “multiverso”, e siamo soggetti a forze naturali cieche e prive di scopo. In assenza di significato cosmico, solo il significato “terrestre” rimane – e c’è qualcosa di circolare nel sostenere che lo scopo dell’esistenza dell’umanità è che gli umani si aiutino l’un l’altro».

Una visione coerente e disincantata che non si distanzia poi di molto dalla convinzione ateista dello zoologo Richard Dawkins, per il quale «l’universo che osserviamo ha precisamente le proprietà che ci aspetteremmo se, in fondo, non vi è alcun disegno, nessuno scopo, nessun male, nessun bene, nient’altro che una cieca, spietata indifferenza»2R. Dawkins, The God Delusion, Mariner Books 2008.

 

Si potrebbe dire che Benatar è semplicemente un Dawkins onesto e coerente con se stesso.

Forse entrambi, prima o poi, arriveranno dove è giunto Ludwig Wittgenstein: «Posso rifiutare tranquillamente la soluzione cristiana al problema della vita. Tuttavia con questo non si risolve il problema della mia vita, perché io non sono né buono, né felice. Non sono redento»3L. Wittgenstein, Diari segreti, Laterza 2001.

La redazione

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