«Vivere in terra islamica? Ci aiuta ad essere cristiani più vivi e coscienti»

Cristiani tra gli islamici. Una bellissima testimonianza di Paul Hinde, vescovo ad Abu Dhabi, sulla positività della realtà e sulla vivacità dei cattolici nella penisola arabica: «questa gente lavora tutto il giorno e ha ancora fiato di venire a messa la sera. È qualcosa di straordinario».

 

Abbiamo stima e ammirazione per chi sa cogliere nel reale, così difficile e avverso, un’opportunità per sé. Purtroppo molti crollano nel disfattismo, passano la vita a rincorrere un passato che non c’è più, si deprimono nella nostalgia. Ed invece la realtà è misteriosamente positiva, qualunque essa sia.

Questo ci insegna l’irriducibile speranza di Asia Bibi e dei cristiani perseguitati e l’assenza di odio verso quella parte dell’Islam che vorrebbe la loro distruzione, rancore viscerale malamente vissuto molto di più dai cattolici europei che dai fratelli in Medio Oriente. Pensiamo alla piccola Myriam, rifugiata nel campo profughi di Qaraqosh (Iraq) e alla sua gigante testimonianza quando così rispose durante quell’intervista con Sat7, la tv cristiana del Medioriente: «Non voglio far niente a coloro che ci hanno costretto ad abbandonare casa nostra, chiedo solo a Dio di perdonarli».

 

Un altro testimone della autentica posizione cristiana nel mondo è quella monsignor Paul Hinder, frate cappuccino e vescovo ad Abu Dhabi, nella penisola arabica. In un’intervista recente ha parlato della vita dei cristiani in terra islamica, dando alcuni giudizi davvero interessanti che abbiamo scelto di mantenere in forma originale, senza commento.

«Il 30 gennaio 2014 fui ordinato vescovo ad Abu Dhabi. Non ci sono statistiche affidabili sui cattolici. Direi almeno due milioni e mezzo. Molti vivono in Arabia Saudita dove, com’è noto, non esistono luoghi di culto ma soltanto una pastorale interna discreta.

«Ogni anno mi reco in tutte le parrocchie, di solito le visite pastorali prendono da fine gennaio a inizio giugno. Durano dai 4 agli 8 giorni, come per esempio a Dubai: è una delle parrocchie più grandi del mondo, ha oltre 300mila fedeli, anche se non tutti possono venire in chiesa. Incontro i gruppi e le persone che vogliono parlare al vescovo. Impartisco migliaia di cresime, 800 soltanto a Dubai. Incontro tutti i preti, individualmente e in gruppo, vediamo i problemi e prendo decisioni quando necessario. Dico qualche parola in ogni messa. Dal venerdì mattina alla domenica sera parlo in più di 20 celebrazioni a migliaia di persone. Non ho mai predicato tanto come nei Paesi del Golfo. È un lavoro enorme. Ad Abu Dhabi diciamo 3 messe al giorno, in inglese, dal lunedì al giovedì, 6 il venerdì, 3 il sabato e 8 la domenica. Chi lavora può venire a messa soltanto il venerdì, giorno festivo dei musulmani. Poi ne diciamo altre in 15 lingue diverse: i miei preti sono frati cappuccini provenienti da 20 province diverse del mondo»

È difficile vivere la fede in quei Paesi?

«Non è facile da nessuna parte. Però l’ambiente musulmano ci aiuta a essere più coscienti. Ascoltare cinque volte al giorno la chiamata alla preghiera musulmana è un richiamo anche per noi, per la nostra pratica. Vedere come loro vanno alla moschea è uno stimolo: non dobbiamo prendere la nostra fede come scontata. La gente che ci visita dall’India o dalle Filippine dice che la propria gente è più attiva nel Golfo che in patria. Noto che la Chiesa per molti è una patria di appartenenza, in senso spirituale ma anche come luogo dove si incontrano persone di diverse etnie che credono nelle stesse cose. La partecipazione di tanti gruppi è stupenda e mi stupisce ancora dopo tutti questi anni. Quando sono tornato dopo 2 mesi di assenza a causa di un intervento chirurgico in Svizzera, ho celebrato messa la sera di un giorno feriale e la chiesa era piena, saranno state mille persone. Quando penso ad altre regioni del mondo, mi dico che lì hanno tutte le libertà ma non le usano per coltivare la fede: da noi questa gente lavora tutto il giorno e ha ancora fiato di venire a messa la sera. È qualcosa di straordinario».

Com’è la sua esperienza con l’islam?

«Non esiste soltanto un islam. In Arabia predominano i sunniti, nell’Oman gli ibaditi, nello Yemen si trovano sunniti e il ramo sciita degli huthi. Negli Emirati almeno l’80% dei musulmani è straniero: pakistani, indiani, indonesiani, bengladesi. Anche se si chiamano tutti fratelli tra di loro, come del resto anche noi, un musulmano pakistano non è allo stesso livello di quello emiratino: malgrado la umma, la famiglia islamica, rimangono differenze sociali e forse anche di ordine razziale».

I cattolici sono rispettati?

«Mi è capitato di essere invitato durante il ramadan in qualche famiglia per la festa della sera dopo il digiuno, è uno scambio di familiarità e amicizia che ho sempre ammirato. Poi magari esagerano perché vanno avanti quasi tutta la notte e di giorno sono stanchi e devono digiunare di nuovo. Vado come religioso, non mi nascondo, e non posso lamentarmi. Non ho timore di incontrare gli ufficiali del governo e i diplomatici. È chiaro, quando si arriva al punto loro sono il top della religione. A volte qualcuno mi domanda come mai una persona può essere buona e perbene senza essere musulmano: per loro le due cose coincidono. Un dialogo interreligioso fatto a Riad o Abu Dhabi è diverso da quello che si fa a Roma, Vienna o New York, è evidente. Ci si esprime più liberamente altrove. Però è importante conoscere le persone, vedersi e parlarsi a faccia a faccia. La pratica religiosa può avvenire soltanto all’interno dei terreni concessi alle parrocchie. Però io non devo presentare la mia omelia al governo, a differenza dell’imam che deve recitare il testo ufficiale del ministero o presentare il suo testo in anticipo: in questo senso siamo quasi più liberi. Tuttavia, non possiamo agire fuori dei luoghi che ci sono attribuiti, nemmeno nei villaggi distanti centinaia di chilometri da una chiesa. Se qualche volta ci rechiamo nei villaggi lontani, per incontrare i nostri fedeli, lo facciamo a nostro rischio. Ma è impressionante vedere la gente all’interno, isolata ma felice anche solo di vedere il vescovo che non ha paura di recarsi da loro. I cristiani possono diventare musulmani, sono i benvenuti, ma a noi è vietato convertire. Non è facile ottenere i permessi per costruire chiese. Ci vuole molta pazienza e anche insistenza. Siamo obbligati a non esporre nessun segno esplicitamente cristiano all’esterno, nulla di visibile da fuori: croci, campanili, statue. I divieti sono esplicitati nei contratti di concessione dei terreni. Ci vengono concessi per lo più con una forma di comodato gratuito. La costruzione è a carico nostro. E se un giorno l’emiro decide che in quel posto sarebbe meglio fare altro, dobbiamo sloggiare».

È contento del suo percorso?

«È stato duro all’inizio. Ricordo la prima volta che venni negli Emirati come visitatore, quando non c’era ancora il rischio di diventare vescovo. Mi dicevo: mai potrei sopravvivere da queste parti. È andata diversamente. Ma ho detto sì e ora sono grato. Non avrei mai avuto una vita così ricca, interessante, in un punto strategico per la politica internazionale e per la religione».

La redazione

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Un commento a «Vivere in terra islamica? Ci aiuta ad essere cristiani più vivi e coscienti»

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  1. Brunello ha detto

    Davvero coraggiosi questi fratelli cristiani, purtroppo l’Islam e’ una religione violenta ed intollerante…che gli atei italiani si guardano bene dall’attaccare perché rischierebbero la pelle

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