Jean-Paul Sartre sfiorò la conversione durante la prigionia: «lì ero felice»

Pochi giorni fa il mondo cattolico, in particolare, ha festeggiato l’anniversario di Paul Claudel, poeta e drammaturgo francese, convertitosi nel 1886 a Notre-Dame de Paris, ascoltando il Magnificat durante la Messa di Natale. Autore de L’annuncio a Maria, lo stupendo dramma che cambiò l’esistenza di centinaia di persone. Pochi sanno, però, che anche Jean-Paul Sartre rimase impressionato da Claudel. Sfiorando la conversione.

Oltre a La nausea, l’esistenzialista francese -non credente- scrisse uno dei più bei testi letterari sulla Natività del Cristo. Fu elaborato grazie all’amicizia con alcuni prigionieri cattolici, con cui condivise una parte del cammino della vita nel campo di concentramento di Treviri. Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per credenti e non credenti, si intitola. Scritto nel 1940, la storia ruota attorno alla figura di capo villaggio nei pressi di Betlemme, Bariona per l’appunto. Sartre descrive un suggestivo rapporto di intimità tra la Madonna e il Bambino, alludendo ai fatti a lui contemporanei della Francia occupata dai Nazisti e la necessità di un’amicizia per un’ideale maggiore, tra prigionieri credenti e non credenti, esortandoli alla resistenza.

Un Sartre inedito, distante dagli esiti nichilistici de La nausea, imprevedibilmente apertosi alla possibilità di una speranza. Riconobbe la positività dell’essere e descrisse, con rara delicatezza, l’affezione stupita di Maria, unitamente al pudore protettivo di Giuseppe, per il “Dio bambino”, l’attesa dell’uomo per quel Figlio. Lì individuò il perno della solidarietà tra gli uomini che sconvolse la sua solitudine laica. Che fu un momento particolare della sua vita, lo rivelò successivamente: «Nello Stalag ho trovato una forma di vita collettiva che non avevo più conosciuto dopo l’École Normale, e voglio dire che insomma lì ero felice» (J.P. Sartre, Oeuvres romanesques, Paris 1981, p. LXI.).

Durante la prigionia, Sartre, conobbe alcuni sacerdoti, tra cui l’abate Marius Perrin, con cui si legò amicizia. «Tutto sommato» scrisse la maggiore biografa di Sartre, Annie Cohen-Solal, «con i preti si sentì in fraternità. Nonostante interminabili discussioni sulla fede». Nel campo, «questo anticristo aveva intrecciato relazioni cordiali con un gran numero di preti e di gesuiti» (A. Cohen-Solal, Sartre, Milano 1986, p.188). Ed eccoci al contatto con Claudel. Nello stesso arco di tempo, coincidenza vuole, Sartre si appassionò proprio al drammaturgo francese (nonché a Bernardos). Affermò: «Le due grandi scoperte che ho fatto nel campo sono state “La scarpetta di raso” e il “Diario di un curato di campagna”. Sono i soli libri che mi abbiano veramente fatto un’impressione profonda» (Sartre, intervista con Claire Vervin per l’articolo Lectures de prisonniers, in Les lettres françaises, 2 dicembre 1944, p. 3). Claudel, da parte sua, fu uno dei pochissimi intellettuali cattolici di quel periodo a prestare attenzione alle disperate opere di Sartre, come A porte chiuse e L’essere e il nulla, in cui il filosofo arriva ad affermare che l’uomo è “una persona inutile” persa in un mondo indifferente.

Il filosofo Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia, ha raccontato che «mai Sartre è stato più vicino nell’intuire il mistero cristiano, quel nuovo inizio che rende possibile la speranza. Inizio legato alla nascita di un bambino». Come afferma Bariona, protagonista dell’opera: «Un Dio-Uomo, un Dio fatto della nostra umile carne, un Dio che accetterebbe di conoscere quel gusto di sale che c’è in fondo alle nostre bocche quando il mondo intero ci abbandona, un Dio che accetterebbe in anticipo di soffrire ciò che soffro oggi […]. Andiamo, è una follia». Annota Borghesi: «Questa follia si tramuta in “stupore ansioso” nello sguardo tenero e trepidante di Maria. “Lo guarda e pensa: questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia”. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive».

Sartre non scriverà più così, né di Dio né dell’uomo. Fu una inedita parentesi di speranza e -come ammise lui stesso- di felicità. L’opera del Natale resterà un’eccezione nella sua bibliografia, «come se la peculiare atmosfera del campo lo avesse reso più vicino al mistero dell’esistenza. Quanto basta, tuttavia, per consegnarci una delle più belle rappresentazioni del Natale nella letteratura del Novecento».

La redazione

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29 commenti a Jean-Paul Sartre sfiorò la conversione durante la prigionia: «lì ero felice»

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  1. andrea g ha detto

    Sartre ha al suo attivo almeno due eccellenti affermazioni:
    L’HOMME EST UNE PASSION INUTILE (“l’uomo è una passione inutile” ), e:
    L’Enfer, c’est Les autres” (“l’inferno sono gli altri”).
    L’assurdità dell’esistenza umana, nel momento in cui viene vista
    come nient’altro che la parentesi tra due nulla, e la sua conseguenza tragica
    tristezza, a cui si aggiunge l’impossibilità di risolvere la problematica relazionale,
    pur non potendo sopportare la solitudine, costituiscono il logico e sincero approdo
    dell’ateo intellettualmente onesto.

    • andrea g ha detto in risposta a andrea g

      “L’uomo è una passione inutile” (altre volte espressa come
      “l’uomo è un Dio mancato”), è in pratica
      la conclusione della sua più grande opera filosofica,
      “L’essere e il nulla” (“L’ETRE ET LE NÉANT”)-

      • extra ha detto in risposta a andrea g

        La sua frase più eccellente, vuol dire più cristiana, nel senso positivo e negativo della parola, e una altra collegata con libero arbitrio:

        Uomo è condannato con libertà.

        • extra ha detto in risposta a extra

          giuliano apostata,
          hai qualcosa da dire e dar sfogo al suo libero arbitrio con umoralità? O soltanto extra deve sfogarsi contro gli intellettuali francesi e le maestre italiane?

    • Sisco ha detto in risposta a andrea g

      Cosa c’entra l’onestà con la solitudine e le difficoltà relazionali? Forse intendevi dire che la mancanza di Dio o meglio la sua tolta di mezzo per onestà intellettuale hanno causato una patologia dell’esistenza? Certo che è così, ma l’ateo è un’altra cosa, Sartre parte da Dio per approdare al nulla, l’ateo parte dal nulla per approdare al nichilismo; entrambi lottano uno a causa dell’altro. Mi pare di aver chiarito che Sartre non era ateo!

  2. extra ha detto

    Questa ultima di Sartre per Natale non lo sapeva, ma non mi stupisco perché lui è più cristiano (nel senso negativo) di ogni altro francese moderno conosciuto a livello popolare.

    Poi so bene che ogni intellettuale occidentale in fin dei conti si misura con Gesù. E con chi alto può misurarsi?

  3. Sisco ha detto

    Nel romanzo la nausea l’esistenzialismo si accoppia al materialismo in una scena di alienazione dei sensi. Ambientazini così infuocate le ho trovate nei film del tedesco Fassbinder (tipo querelle de Brest). In pratica la straniazione verso l’esistenza diventa patologia, in Sartre può essere psicosi, in Fassbinder pederastia. C’è poco da fare, i cattivi maestri del ’68 hanno insegnato che il quotidiano non solo non esiste, ma che può essere una malattia!

  4. Encolpio ha detto

    Sartre<Céline

  5. andrea g ha detto

    All’ateo Sartre va riconosciuta l’onestà intellettuale
    di aver riconosciuto cosa sia la vita umana priva della
    speranza divina: una passionalità assoluta ma del tutto
    inutile, ed un’impossibilità altrettanto assoluta di
    risolvere la convivenza tra esseri umani.
    Molto diverso dalla prevalente attuale visione ateistica
    impegnata a convincere circa inesistenti “serenità”
    nella vita priva di Dio, nella vita priva di senso-

  6. Brunello ha detto

    Anche io non riesco a capire come si possa dire ateo e’ bello come fa micronega

    • andrea g ha detto in risposta a Brunello

      “Ateo è bello” è proprio il nevrotico tentativo
      di negare la realtà; cosa che, pur nell’errore
      dell’ateismo, non fa Jean Paul Sartre.

  7. Catacumbulus ha detto

    Sartre, specialmente insieme ad Albert Camus, è un’esponente di quella che si suole definire “filosofia dell’assurdo”: entrambi gli autori, infatti, intesero portare alle estreme conseguenze logiche l’affermazione di ateismo, soprattutto rispetto ad un’indagine di tipo prettamente morale riguardante il senso della vita umana.

    Personalmente preferisco mille volte Camus, dotato di vera onestà intellettuale, a differenza di Sartre (a questo proposito è assolutamente emblematica la posizione che i due autori, prima di tale episodio amici, assunsero rispetto alla “rivoluzione ungherese” del 1956 contro i sovietici: Camus si dissociò pubblicamente, iniziando un processo di revisione profonda delle proprie idee comuniste, al contrario di Sartre). Dal punto di vista letterario non posso non ammettere che “La nausea” stilisticamente mi piace moltissimo, al contrario di quasi tutte le altre opere sartriane, nelle quali ho riscontrato, proprio a differenza della sua opera maggiore, grande artificialità e fatica.

    Comunque, restando alla filosofia, condivido il giudizio totalmente negativo che Heidegger diede di Sartre, che rimane molto più un letterato che un filosofo (un letterato che con mezzi puramente metaforici fa filosofia = pessima filosofia). Farò solo due esempi. In primo luogo il suo ateismo, come egli stesso afferma in una intervista, data in tarda età, risale ad una precoce intuizione (aveva circa 12 anni), che egli stesso (in maniera quasi blasfema) definisce “piccola intuizione”:

    “Un bel giorno di mattino, verso l’età di dodici anni, a La Rochelle, dove i miei genitori avevano affittato una villa un po’ fuori città, presi il tram con le mie vicine, tre brasiliane che andavano al liceo delle ragazze, le piccole Machado, e, attendendo che fossero pronte, per qualche minuto passeggiai di fronte a casa loro. E, non so dire da dove è venuto questo pensiero né come mi abbia colpito, mi sono detto tutto d’un tratto: Dio non esiste! È ben certo che prima di allora io avevo dovuto avere delle idee nuove riguardo a Dio, e avevo incominciato a risolvere il problema per conto mio. Ma alla fine è proprio in quel giorno che, mi ricordo molto bene, sotto forma di una piccola intuizione, mi sono detto: Dio non esiste. È sorprendente il fatto che ho pensato questo a undici anni, e che mai più mi sono posto nuovamente la questione fino ad oggi, cioè durante il corso di sessant’anni” (S. de Beauvoir. La cérémonie des adieux, Gallimard, Paris 19è81, p. 609-610, traduzione mia).

    Non sto qui a farla lunga, ma, ovviamente, non è un vero filosofo chi ritenga possibile basare la proprio posizione teorica fondamentale (l’ateismo) su una genesi di questo tipo (“piccola intuizione” poco più che infantile, mai più ri-tematizzata), che nulla può avere a che fare con una seria riflessione filosofica…

    Il secondo esempio rigurada proprio la spiegazione teorica, anche qui del tutto metaforica e dunque filosoficamente inconsistente, che sta dietro alla frase citata più sopra: “l’uomo è condannato a essere libero”, che è tratta dall’opera “L’esistenzialismo è un umanismo”. In sintesi per Sartre, dato che Dio non esiste, e dunque non c’è alcuna idea all’origine dell’esistenza umana, si deve dire che l’esistenza stessa precede l’essenza, poiché l’essenza sarà data da ciò che l’uomo, totalmente libero, farà di se stesso dopo che si trovi “gettato nell’essere”. Il che implica la massima responsabilità morale e in questo senso Sartre afferma, appunto, che l’uomo “è condannato” alla libertà, poiché ne ha la totale responsabilità morale.

    Il problema è però, che, oltre all’assurdità teoretica di affermare che l’esistenza precede l’essenza (non ci può infatti essere alcuna esistenza senza essenza, poiché ogni esistenza è esistenza di “qualcosa di particolare”, ossia di qualcosa definito e limitato da un’essenza), è anche totalmente falso che l’ateismo possa essere ragione della massima responsabilità morale, poiché è vero esattamente l’opposto: “se Dio non esiste tutto è permesso” e l’uomo non ha alcuna responsabilità, poiché in tal caso non vi sarebbero regole, né, di conseguenza, responsabilità morale nel doversi conformare ad un dato codice etico, da preferirsi rispetto a un qualsiasi altro. Infine la citazione “se Dio non esiste tutto è permesso” è riportata dallo stesso Sartre, che la attribuisce a Dostoevskij (che invece non l’ha mai scritta in quella forma), e testimonia di una posizione opposta a quella appena spiegata: dunque Sartre stesso si auto-contraddice… Insomma un filosofo la cui filosofia non ha né capo né coda. Temo dunque ciò testimoni anche a discredito del suo “momento di quasi fede”, qui enfatizzato.

  8. Catacumbulus ha detto

    Sartre, specialmente insieme ad Albert Camus, è un’esponente di quella che si suole definire “filosofia dell’assurdo”: entrambi gli autori, infatti, intesero portare alle estreme conseguenze logiche l’affermazione di ateismo, soprattutto rispetto ad un’indagine di tipo prettamente morale riguardante il senso della vita umana.

    Personalmente preferisco mille volte Camus, dotato di vera onestà intellettuale, a differenza di Sartre (a questo proposito è assolutamente emblematica la posizione che i due autori, prima di tale episodio amici, assunsero rispetto alla “rivoluzione ungherese” del 1956 contro i sovietici: Camus si dissociò pubblicamente, iniziando un processo di revisione profonda delle proprie idee comuniste, al contrario di Sartre). Dal punto di vista letterario non posso non ammettere che “La nausea” stilisticamente mi piace moltissimo, al contrario di quasi tutte le altre opere sartriane, nelle quali ho riscontrato, proprio a differenza della sua opera maggiore, grande artificialità e fatica.

    Comunque, restando alla filosofia, condivido il giudizio totalmente negativo che Heidegger diede di Sartre, che rimane molto più un letterato che un filosofo (un letterato che con mezzi puramente metaforici fa filosofia = pessima filosofia). Farò solo due esempi. In primo luogo il suo ateismo, come egli stesso afferma in una intervista, data in tarda età, risale ad una precoce intuizione (aveva circa 12 anni), che egli stesso (in maniera quasi blasfema) definisce “piccola intuizione”:

    “Un bel giorno di mattino, verso l’età di dodici anni, a La Rochelle, dove i miei genitori avevano affittato una villa un po’ fuori città, presi il tram con le mie vicine, tre brasiliane che andavano al liceo delle ragazze, le piccole Machado, e, attendendo che fossero pronte, per qualche minuto passeggiai di fronte a casa loro. E, non so dire da dove è venuto questo pensiero né come mi abbia colpito, mi sono detto tutto d’un tratto: Dio non esiste! È ben certo che prima di allora io avevo dovuto avere delle idee nuove riguardo a Dio, e avevo incominciato a risolvere il problema per conto mio. Ma alla fine è proprio in quel giorno che, mi ricordo molto bene, sotto forma di una piccola intuizione, mi sono detto: Dio non esiste. È sorprendente il fatto che ho pensato questo a undici anni, e che mai più mi sono posto nuovamente la questione fino ad oggi, cioè durante il corso di sessant’anni” (S. de Beauvoir. La cérémonie des adieux, Gallimard, Paris 19è81, p. 609-610, traduzione mia).

    [continua]

    • Catacumbulus ha detto in risposta a Catacumbulus

      Non sto qui a farla lunga, ma, ovviamente, non è un vero filosofo chi ritenga possibile basare la proprio posizione teorica fondamentale (l’ateismo) su una genesi di questo tipo (“piccola intuizione” poco più che infantile, mai più ri-tematizzata), che nulla può avere a che fare con una seria riflessione filosofica…

      Il secondo esempio rigurada proprio la spiegazione teorica, anche qui del tutto metaforica e dunque filosoficamente inconsistente, che sta dietro alla frase citata più sopra: “l’uomo è condannato a essere libero”, che è tratta dall’opera “L’esistenzialismo è un umanismo”. In sintesi per Sartre, dato che Dio non esiste, e dunque non c’è alcuna idea all’origine dell’esistenza umana, si deve dire che l’esistenza stessa precede l’essenza, poiché l’essenza sarà data da ciò che l’uomo, totalmente libero, farà di se stesso dopo che si trovi “gettato nell’essere”. Il che implica la massima responsabilità morale e in questo senso Sartre afferma, appunto, che l’uomo “è condannato” alla libertà, poiché ne ha la totale responsabilità morale.

      Il problema è però, che, oltre all’assurdità teoretica di affermare che l’esistenza precede l’essenza (non ci può infatti essere alcuna esistenza senza essenza, poiché ogni esistenza è esistenza di “qualcosa di particolare”, ossia di qualcosa definito e limitato da un’essenza), è anche totalmente falso che l’ateismo possa essere ragione della massima responsabilità morale, poiché è vero esattamente l’opposto: “se Dio non esiste tutto è permesso” e l’uomo non ha alcuna responsabilità, poiché in tal caso non vi sarebbero regole, né, di conseguenza, responsabilità morale nel doversi conformare ad un dato codice etico, da preferirsi rispetto a un qualsiasi altro. Infine la citazione “se Dio non esiste tutto è permesso” è riportata dallo stesso Sartre, che la attribuisce a Dostoevskij (che invece non l’ha mai scritta in quella forma), e testimonia di una posizione opposta a quella appena spiegata: dunque Sartre stesso si auto-contraddice… Insomma un filosofo la cui filosofia non ha né capo né coda. Temo dunque ciò testimoni anche a discredito del suo “momento di quasi fede”, qui enfatizzato.

      • andrea g ha detto in risposta a Catacumbulus

        Condivido assolutamente che Albert Camus valga molto più di Sartre.
        Tra l’altro, Camus ha pagato quasi sicuramente con la vita
        la sua dissociazione dal comunismo sovietico e in particolare
        le critiche e satire del ministro degli esteri Dimitri Shepilov,
        probabile mandante della manomissione dell’auto su cui egli (Camus)
        restò ucciso.
        Ciò detto, quelle due frasi (“l’inferno sono gli altri”
        e “l’uomo è una passione inutile”) restano perfette e oneste
        nel descrivere la triste fine dell’uomo privo di Dio-

        • Catacumbulus ha detto in risposta a andrea g

          Sono però frasi che vanno giudicate nel contesto filosofico da cui provengono e tale contesto è contraddittorio. Entrambi gli autori, anche Camus, vanno corretti, perché entrambi pretenderebbero di trarre comunque indirizzi morali univoci dalla constatazione di assurdità della vita; cosa non corrispondente al vero, poiché, se tutto è assurdo, semplicemente non c’è alcuna regola morale a cui si debba essere vincolati. Quella di Camus può essere detta un’estetica morale dell’assurdo, ma bisognerebbe diffondersi in attente analisi… Il “mito di Sisifo” e il “Dritto e il rovescio” le sue opere migliori, a mio avviso. Ciao

          P.S. Interessante la tua ipotesi di assassinio tramite manomissione. Hai da indicarmi materiale al proposito?

          • extra ha detto in risposta a Catacumbulus

            Cata, brevemente.

            Non pensare che un pensiero nel tempo dell’infanzia è infantile, vuol dire è un pensiero da sprezzare, da bambini ecc. E’ proppio opposto, ogni uomo di successo ha un pensiero fisso, tipo rivelazione come Sartre, che condiziona in bene e nel male la vita e l’opera futura. Il genio non perde mai il bambino che è in lui, la rivelazione che ha avuto da bambino.

            Per questa ragione il Freud ha avuto il perno della sua opera la tesi che siamo condizionato da adulti dalle esperienze della nostra infanzia.

            Esiste Dio o non esiste sono assiomi, non aspettare che l’assiomi si possono risultare veri o non veri dal ragionamento filosofico o logico, non ha senso, è un po simile come se le tegole negano le pietre della fondazione. Oppure in geometria euclidea cercare di verificare se si incontrano o no due linee parallele. Non ha sense mettere in discussione l’assiomi dentro un sistema creato appunto dagli assiomi messi in discussione.

            • Catacumbulus ha detto in risposta a extra

              Non mi pare tu abbia studiato filosofia, il che, ovviamente non è una colpa, se non si pretende di fare filosofia… L’esistenza di Dio è dimostrabile rigorosamente, ma, anche non lo fosse, in filosofia qualunque affermazione va dimostrata e dunque non è per nulla verosimile che un bambino di 12 anni abbia riflettuto, studiato e risolto il problema dell’esistenza di Dio in modo filosofico; ma Sartre si diceva un filosofo… Il che risulta poi dalla sua stessa affermazione e anche dal fatto che non ha mai dedicato un’opera a una dimostrazione rigorosa dell’inesistenza di Dio. Dunque non era un filosofo. In altre parole, delle intuizioni pseudo-mistiche alla rovescia di Sartre, la vera filosofia se ne fa un baffo.

              • extra ha detto in risposta a Catacumbulus

                Dunque secondo te i filosofi atei e agnostici, una maggioranza schiacciante nei tempi moderni, non hanno studiato filosofia come te. Se cosi ci fosse, loro sarebbero filosofi teisti, e il problema della fede nel mondo sarebbe risolto. Dio si impara nella scuola. Bella questa, molto bella, non lo sapeva.

                Si vede che hai studiato filosofia, ma si vede anche che non hai studiato la materia della geometria euclidea che si fa nella quarta elementare. Altrimenti avrebbe capito il mio esempio con i assiomi in geometria.

                • Catacumbulus ha detto in risposta a extra

                  As I see you’re not Italian, we could speak in English, if you prefer.

                  Ovviamente il fatto che ci siano tanti scienziati atei (tutto da dimostrare siano la maggioranza), non dimostra che non ci sono conoscenze riguardanti la possibilità di dimostrare che Dio esiste, ma semplicemente dimostra che questi o sono ignoranti o non capiscono per altri motivi. Non Dio, ma la sua esistenza, si impara studiando la branca filosofica che se ne occupa e, se vieni qui, su un sito cattolico, dovresti almeno essere informato che nelle Università Pontificie si studiano e si insegnano materie come la Metafisica e la Teologia Razionale…

                  Non capisco il tuo cenno a una mia supposta ignoranza riguardo ad Euclide, poiché quello che ho scritto è un’obiezione rivolta proprio alle caratteristiche che tu stesso attribuisci alla nozione di “assioma”, ti cito direttamente:

                  non aspettare che l’assiomi si possono risultare veri o non veri dal ragionamento filosofico o logico, non ha senso, è un po simile come se le tegole negano le pietre della fondazione

                  Questo, espresso male, è il corretto concetto di ciò che si intende correntemente per “assioma”, ossia un’enunciazione indimostrabile o la cui dimostrabilità non è possibile all’interno del sistema logico che si sta sviluppando, ma, eventualmente, solo in un meta-sistema o meta-linguaggio formale di ordine superiore. Quello che ti sto contestando è che l’esistenza di Dio corrisponda ad un assioma: si tratta invece di un’affermazione dimostrabile e non, appunto, di un presupposto indimostrabile.

                  • extra ha detto in risposta a Catacumbulus

                    Ripeto ancora una altra volta il concetto portando la palla nel tuo campo:

                    Sicuramente nelle Università Pontificie si impara la esistenza di Dio, ma ci sono Università dove si impara la non esistenza di Dio.

                    E la ragione è che nella fondamenti sopra le quali stano i muri e le tegole delle Università Pontificie c’è l’assioma: “Dio esiste”, e le tegole delle altre Università stanno sopra l’assioma: “Dio non esiste” oppure assioma “E chi se ne frega se c’è o non c’è!”.

                    Con altre parole che in finale non c’è un problema di insegnamento, o di intelligenza, o di logica, o di filosofia, ma un problema di sentire.

                    • Catacumbulus ha detto in risposta a extra

                      Boh, le tue sono affermazioni che avrebbero un minimo senso, se tu avessi studiato la materia, cioè la filosofia in genere e in particolare la teologia naturale, ma non mi pare che tu lo abbia fatto; o mi sbaglio? Hai frequentato corsi universitari dove hai almeno sostenuto qualche esame di metafisica? Già questo, per altro, non basterebbe, perché uno studio adeguato della materia richiede almeno un dottorato di ricerca dedicato…

                      Quindi, almeno che tu non sia uno specialista della materia, le tue sono pure illazioni, ossia pure affermazioni buttate lì più o meno a casaccio, o, come dici tu, affermazioni basate sul “sentire” (che in qualunque tipo di scienza vale assolutamente zero).

                      Ma quello che più mi atterrisce, è quello che questa tua estrema superficialità sta causando a te stesso: probabilmente sei ateo, senza avere la benché minima ragione seria per esserlo.

            • Catacumbulus ha detto in risposta a andrea g

              Grazie

              • andrea g ha detto in risposta a Catacumbulus

                Grazie a lei, Catacumbulus, i suoi post sono un aiuto notevole.
                Ah, il mio libro preferito di Albert Camus è “Lo straniero”, ma insomma,
                anche “La peste”, e “Il Mito di Sisifo” possono sicuramente essere annoverati
                tra i classici di sempre.
                Non conosco la raccolta “L’Envers et l’Endroit”, ma dopo la sua segnalazione
                mi riprometto di leggerlo-

                • Catacumbulusc ha detto in risposta a andrea g

                  E’ fondamentale per capire la poetica filosofica di Camus. Veda anche: “Metafisica cristiana e neoplatonismo”.

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