Perché Dio non dimostra una volta per tutte la sua esistenza?

orme-sulla-spiaggiaSe Dio è Dio, allora può fare tutto: anche qualcosa di così clamoroso da obbligarci a credere in Lui. E se ci ha fatto Lui, vuoi che non abbia il potere di plasmare il nostro cuore e la nostra testa come gli pare? Lo chiedono a Gesù persino i suoi nemici, quando è inchiodato alla croce: «Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. E’ il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: sono Figlio di Dio!”» (Mt 27,41-43).

Avrebbe potuto, certo. Ma c’è un problema. Se l’avesse fatto, se ci avesse obbligato a credere, avrebbe saltato la nostra libertà. Che è la cosa a cui tiene di più. Gli avremmo detto un “si” che non sarebbe stato nostro. Ci avrebbe soffocato. Così, invece, succede il contrario: Dio dà modo a chi lo incontra di poter dire un “sì” che sia davvero suo. Detto di cuore, con tutto se stesso. Per questo ha fatto di tutto per farsi conoscere da noi. E’ diventato uomo, un amico. Che cosa c’è di più umano di un’amicizia? Poi, si è rivelato nella maniera più adeguata a chi lo seguiva. Non di colpo, perché li avrebbe travolti; ma un po’ alla volta, gradualmente. Se leggi il Vangelo con attenzione, te ne accorgi: Gesù non dice subito “io sono Dio”. Sarebbe stato impossibile per gente abituata a non poter pronunciare il nome di Jahvè neanche nelle preghiere. Ma lo fa capire ai discepoli e agli altri poco alla volta; attraverso i suoi gesti, le cose che dice, i miracoli, il modo in cui guarda e capisce le persone. A un certo punto, quello che fa diventa così clamoroso che attorno a Lui cresce una domanda fortissima: ma chi è? «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?» (Mc 4,41). Lo rivelerà solo alla fine, quando quello che avevano vissuto stando con Lui era tale che potevano essere certi. Potevano fidarsi di Lui totalmente. Credere davvero a quella cosa così impensabile: era il Messia.

Qui torna, prepotentemente, la questione della fede. Credere in Gesù, essere cristiani, vuol dire credere che Lui è Dio. Come hanno fatto gli apostoli ad arrivarci a capirlo? Avevano motivi ragionevoli. Decine, centinaia, migliaia di segni. Cose viste e sentite in quei tre anni di amicizia e la cui unica spiegazione plausibile, ragionevole, era: quest’uomo ha qualcosa che nessun altro ha. E’ una presenza eccezionale. Fino al punto in cui sono costretti ad ammettere, come fa Pietro: non capisco tutto quello che dici, ma se non credo a te non posso credere neanche a me stesso. «Gesù disse ai dodici: “Volete andarvene anche voi?” Simon Pietro gli rispose: “Signore, da chi andremmo noi? Tu solo hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,67). Perché Pietro risponde così, d’impeto? Perché era sicuro di quello che aveva visto. La sua vita era carica di una certezza conquistata stando con Lui. Non ci fosse stato, non avesse condiviso con Gesù tre anni, momento per momento, avrebbe fatto molta più fatica a rispondere così. Forse se ne sarebbe andato anche lui.

Proprio come fanno, oggi, molte persone che non fanno i conti con la proposta cristiana. Non hanno mai aperto il Vangelo, di quello che dicono il Papa e i vescovi sanno a malapena ciò che esce sui titoli di giornale, eppure concludono: a me la fede non interessa. Non si sentono chiamati in causa. Cristo, invece, ti chiama in causa di continuo. Tutta la sua vita è come se fosse continuamente accompagnata dalla domanda radicale che a un certo punto fa ai discepoli: «E voi, chi dite che io sia?». In fondo, è la stessa domanda che fa oggi a te e a me: per noi, chi è Gesù? Però, appunto, è una domanda. Cristo ci interroga. Ci sollecita a prendere posizione nei suoi confronti. Ma non si sostituisce a noi nella risposta, mai.

Certo, così Dio si espone a un rischio: possiamo sceglierli di dirgli di “no”. Possiamo rifiutarci di credergli, come succede a un’infinità di persone. E’ successo persino a chi ha assistito a uno degli episodi più clamorosi del Vangelo: la resurrezione di Lazzaro. Mai vista una roba del genere, no? Un morto che torna a vivere. Eppure, guarda che cosa succede subito dopo, tra quelli che erano lì e avevano visto tutto: «Molti dei Giudei che erano venuti, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono quel che Gesù aveva fatto» (Gv 11,45-46). E’ lì che hanno deciso di ucciderlo.

La libertà è davvero un mistero. Però, prova a pensarci: se uno non può dire di “no”, non può dire neanche un vero “sì”. Sarebbe una macchina. Mentre Dio ci vuole uomini. Cioè, liberi.

 

di Davide Perillo, tratto da La fede spiegata a mio figlio (Piemme 2007, p. 50-54)

 

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