Dove l’aborto è più libero le donne muoiono di più

Donna incinta 
 
di Virginia Lalli
 
da Notizie Pro Vita, luglio-agosto 2013
 
 

Nell’articolo “Abortionists are not held accountable for mistake”, Lenora W. Berning prende in esame l’impunità dei medici per i danni fisici causati dagli aborti. L’aborto è una delle procedure chirurgiche più frequentemente eseguite negli Stati Uniti, ma è la meno regolamentata.

Le cliniche abortiste, che offrono normalmente solo quel servizio, cioè non sono ospedali polifunzionali, mantengono i medici abortisti liberi da responsabilità per eventuali complicazioni. Coloro che sono favorevoli all’aborto su richiesta sostengono che il tasso di complicanze riportato a seguito di aborti è basso. Ma ciò accade non perché ci siano poche complicazioni, ma perché le complicazioni sono sottostimate. E sono sottostimate, perché non c’è un sistema organizzato oggi atto a quantificare le ripercussioni dannose dell’aborto.

L’industria dell’aborto ha mantenuto gli abortisti liberi da ogni tipo di supervisione, regolamentazione, e da responsabilità che sono invece normali per tutto il resto dei professionisti sanitari. Secondo il Chicago Tribune del 16 giugno 2011, nell’articolo “State abortion records full of gaps”, ci sono migliaia di procedure di aborto non riportate, e sono inestimabili i casi di complicazioni post aborto non riportati come richiesto dalla legge. Quando nella diagnosi di un medico si legge “dolore” o “sanguinamento vaginale”, dietro molto spesso c’è stato un aborto. Quando una nota operativa dice “rottura di gravidanza ectopica ed emorragia interna” – la vera causa è l’aborto. L’autopsia afferma come causa di morte “sepsi” – la vera causa è l’aborto. Non c’è altra pratica della medicina nella quale le persone possono soffrire e morire per le complicazioni dell’intervento senza che ci siano, in qualche modo, professionisti responsabili, coinvolti nella loro cura, o che per lo meno siano a conoscenza del caso, salvo che nell’ipotesi dell’aborto.

Molti fautori dell’aborto sostengono che l’aborto è necessario per proteggere la salute e la sicurezza delle donne: ma secondo un’analisi fatta da The Catholic Family and Human Rights Institute (C-Fam), dai dati del rapporto Global GenderGap Report pubblicato da World Economic Forum (WEF) nel 2009, risulta che i paesi che permettono l’aborto non hanno per niente una più bassa mortalità materna. Gli aborti legali non salvano la vita della donna. Secondo detto rapporto, sono i paesi con più restrizioni normative riguardo all’aborto che hanno più basso il tasso di mortalità materna.

In Europa, l’Irlanda ha la più bassa mortalità materna (1 morte per 100.000 parti). In Africa il paese con la più bassa mortalità materna è Mauritius (15 su 100.000) che ha la legislazione più restrittiva; mentre l’Etiopia, che recentemente ha depenalizzato l’aborto, presenta un numero di 48 volte superiore, 720 su 100.000. Nel Sud Africa, dove la legislazione sull’aborto è molto liberale, si sono registrate 400 morti per 100.000 parti. In Asia, il Nepal che non ha nessuna restrizione per l’aborto è uno dei paesi che ha il più alto tasso di mortalità materna (830 per 100.000) mentre lo Sri Lanka, che ha la più bassa percentuale di mortalità materna (39 per 100.000), è uno dei paesi con leggi restrittive. In Sud America, in Cile, che ha una protezione costituzionale per i concepiti, muoiono 16 madri su 100.000 parti, mentre la più alta mortalità materna è in Guyana (430 su 100.000) dove l’aborto è quasi senza restrizioni. Stessi risultati in numeri per gli stessi paesi nel rapporto World Abortion Policies del 2011, delle Nazioni Unite.

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