Nuovo studio: maggior disagio per bambini di coppie gay

Famiglie arcobalenoLa rivista scientifica “Social Science Research” ha pubblicato recentemente due studi molto interessanti sulle problematiche dei bambini cresciuti all’interno di una relazione omosessuale. Il primo è quello del sociologo dell’Università del Texas, Mark Regnerus (qui il paper integrale), basato sul più grande campione rappresentativo casuale a livello nazionale, il quale ha intervistato direttamente i “figli” (ormai cresciuti) di genitori omosessuali, dimostrando un significativo aumento del tasso di: suicidio,tradimento, disoccupazione, ricorso alla  psicoterapia, patologie sessualmente trasmissibili, povertà, inclinazione al fumo e alla criminalità. Un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari ha pubblicato un comunicato sul sito della Baylor University sostenendone l’attendibilità statistica e metodologica.

Il secondo studio è stato realizzato da Loren Marks della Louisiana State University, nel quale si critica fortemente la posizione (politica) dell’American Psychological Association (APA), secondo la quale i figli di genitori gay o lesbiche non sarebbero svantaggiati rispetto a quelli di coppie eteorsessuali. La studiosa ha analizzato i 59 studi citati dall’APA per sostenere la propria tesi, dimostrandone la scarsa rilevanza.

In questi giorni è apparso un terzo studio in peer-review, realizzato da Daniel Potter dell’American Institutes for Research e pubblicato sul “Journal of Marriage and Family”. Anche lui si è concentrato sui bambini cresciuti all’interno di relazioni dello stesso sesso, paragonandoli a quelli cresciuti con genitori di sesso opposto. Ha introdotto sottolineando come la ricerca mostri chiaramente che «i bambini cresciuti in famiglie tradizionali (vale a dire, con i due genitori biologici sposati) tendono a fare meglio dei loro coetanei cresciuti in famiglie non tradizionali», come abbiamo anche dimostrato in questa pagina.

Un’eccezione finora, ha continuato Potter, sembrano però essere stati i bambini cresciuti da persone dello stesso sesso, infatti alcune ricerche precedenti hanno sostenuto che non esistono differenze sostanziali con i bambini cresciuti in famiglie tradizionali. Tuttavia, ha ricordato, «gli studi sulle famiglie dello stesso sesso si sono affidati ad una concettualizzazione statica della famiglia», cioè hanno modellato la famiglia come unità statica, mentre occorre tenere conto del numero di transizioni familiari, ovvero i passaggi critici che queste relazioni incontrano. L’autore ha così usato un campione di 20.000 bambini per «creare un indicatore dinamico della struttura familiare, testando la sua associazione con i punteggi di valutazione matematica». I risultati «hanno indicato che i bambini cresciuti da famiglie dello stesso sesso hanno riscontrato un punteggio più basso rispetto ai loro coetanei cresciuti in famiglie biologiche e sposate».

Questi risultati indicano dunque che le conseguenze del vivere in una “famiglia” con genitori dello stesso sesso «erano simili a quelle associate al vivere con genitori divorziati, con patrigni o conviventi: ci sono le prove che questi bambini fanno peggio rispetto ai loro coetanei provenienti da famiglie tradizionali», a causa «di interruzioni, instabilità e cambiamenti associati alle transizioni che accompagnano la formazione di questi tipi di famiglie non tradizionali».

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