Ma davvero i Paesi più poveri sono anche più religiosi? E perché?

Secondo una delle più famose tesi laiciste, la religione sarebbe uno strumento nato per superare la paura della morte. Abbiamo già documentato, anche attraverso indagini sociologiche, che non è un’affermazione che trova riscontro nella realtà. Una seconda versione di questa stessa tesi, che viene pescata dal repertorio anti-teista in alternativa alla prima, vuole che la religiosità  sia più alta nelle Nazioni più povere del mondo e che quindi la religione sia utile a sopportare la lotta per la sopravvivenza quotidiana. La questione si può affrontare in diversi modi.

1) Innanzitutto non ci sarebbe nulla di strano, certamente –come dimostrano gli studi (realizzati in società prevalentemente cristiane)- le persone che credono in Dio vivono una vita qualitativamente superiore dal punto di vista psico-fisico: avere un senso ultimo verso cui orientare quotidianamente il proprio cammino, rende certamente l’esistenza più lieta, come è più gustoso (e probabilmente più ragionevole) compiere la fatica della scalata di una montagna se si è consapevoli di avere una vetta da raggiungere. Ma tutto questo non autorizza affatto sostenere che la fede sia un’illusione perché contribuisce ad una vita migliore. Chi afferma questo compie una fallacia argomentativa, confondendo banalmente la causa con uno degli effetti.

2) Occorre anche dire, come già affermato per la tesi sul “comfort dalla morte”, che il disagio economico/sociale può essere anche un forte stimolo per pensare allo scopo della propria vita, ad interessarsi di essa. Prendere coscienza della propria impotenza umana avvicina a Dio perché aiuta a vivere in semplicità d’animo (secondo l’ammonimento evangelico), in gratitudine per quello che si ha e che non è scontato avere. Al contrario, il ricco o il benestante sarà più tentato di crogiolarsi nell’illusione di essere “a posto”, di non avere bisogno di null altro o di nessun Altro, difficilmente vivrà in gratitudine e in semplicità. Non a caso Gesù stesso, dopo il rifiuto del giovane ricco a donare i suoi beni ai poveri e a seguirlo, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mc 10, 17-30). L’essere materialmente benestanti porta facilmente al rischio di illudersi di essere davvero autosufficienti (a meno che arrivi un terremoto a spazzare via queste strane idee), basta soltanto guardare il consumo di antidepressivi nei Paesi ricchi e sviluppati a dimostrazione di come l’uomo abbia sempre bisogno di “altro” rispetto a quanto possiede. Il bisogno umano è insoddisfabile, a meno che trovi una Ragione ultima su cui finalmente riposare. Dunque, possiamo dire che la povertà è un forte antidoto all’illusione, per questo probabilmente alcuni studi mostrano che le persone meno benestanti sono anche più religiose.

3) E’ opportuno comunque segnalare l’articolo su “Psychologytoday” scritto da Derek Bickerton, professore emerito di linguistica presso l’Università delle Hawaii, il quale si definisce “paleo-scettico”, ovvero scettico verso tutto, scienza compresa. Bickerton confuta in ogni caso l’equazione “religione=povertà” spiegando che l’ateismo non prenderà il sopravvento nei Paesi sviluppati, anzi «è anche dubbio se l ‘Europa e Nord America possano mantenere il loro attuale livello di sviluppo economico. Tante civiltà hanno subito un crollo economico, perché dovrebbe essere la nostra l’unica eccezione?». Ovviamente tutto questo supponendo che la tesi sia corretta…ma entrando nel merito, occorre sottolineare che «negli Stati Uniti, -che fino a poco tempo fa erano uno dei Paesi più economicamente sviluppati, con alta disponibilità di sport e divertimento come presunti sostituti della religione-, la percentuale di atei oscilla tra un improbabile 9% e uno 0,04%». Oltretutto, «gli abitanti dei paesi secolarizzati, come Svezia, Danimarca, Francia e Germania, ammontano a non più di circa 158 milioni mentre la popolazione degli Stati Uniti è quasi il doppio». Volendo anche prendere tutta l’Europa, occorre includere «paesi come l’Italia (74% di credenti in Dio), Polonia (80%), Grecia (81%), Portogallo (81%) e Romania (90%). Anche l’Irlanda ha uno stabile 73% di credenti». Tutti questi sono Paesi economicamente sviluppati, contro i quali inevitabilmente si infrange la teoria laicista.

Volendo poi approfondire ulteriormente, è errata anche «la dicotomia “ateismo” da un lato e “Dio/religione” dall’altro. Che dire, altrimenti, di tutti quei cittadini europei – in prossimità o addirittura più della metà in alcuni Paesi – che non credono in Dio o in una religione particolare, ma credono in una sorta di spirito, di “maggiore potenza”, o “forza vitale”? Sicuramente gli atei non vorrebbero definirli come correligionari, e se non lo fanno i livelli di ateismo in Europa scenderebbero similmente a quelli degli Stati Uniti». La conclusione è che «in realtà, è molto probabile che i livelli di ateismo siano rimasti pressoché costanti in ogni momento e in ogni luogo». Lo stesso Marx, ideatore inconsapevole di questa bizzarra tesi laicista, definiva la religione come “oppio dei popoli”, ma dopo aver affermato che essa è anche «il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un mondo senza cuore, e l’anima di condizioni senza anima».  Dunque, ha concluso Bickerton, «egli comprendeva chiaramente che la religiosità è più profonda e più complessa di quanto gli atei pensino. Gli atei si vantano di demolire illusioni, forse dovrebbero cominciare dalle loro».

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

44 commenti a Ma davvero i Paesi più poveri sono anche più religiosi? E perché?