Il “caso Bevilacqua” e le strumentalizzazioni sulle coppie di fatto

Coppie di fattoLo scrittore Alberto Bevilacqua è attualmente ricoverato in prognosi riservata nella clinica romana Villa Mafalda. Secondo la partner Michela Macaluso, lo scrittore dovrebbe essere trasferito in un’altra struttura più specializzata ma tale trasferimento sarebbe impossibile senza la firma di un familiare: la sua infatti, non basta dal momento che i due non sono sposati. Contro la Macaluso si è posta la sorella, Anna Bevilacqua, e anche i medici della struttura che hanno rivelato che lo scrittore: «è cosciente e ha espressamente detto di non voler cambiare clinica», come spiega il professor Claudio Di Giovanni.

Al di là della situazione particolare, il caso è servito per alzare il polverone sulle coppie di fatto con l’immancabile intervento del leader omosessuale Franco Grillini che ha prevedibilmente espresso solidarietà alla Macaluso definendolo «un ennesimo caso di discriminazione nei confronti delle coppie di fatto che esistono nel nostro Paese a causa della mancanza di una legge specifica che le riconosca». Anche sul Corriere della Sera Paolo Di Stefano ne ha approfittato per affermare:  «nel 2013 come nel Medioevo, a differenza del resto d’Europa non riconosce diritti (e doveri) per le coppie di fatto».

Tutta la colpa sarebbe dunque dovuta all’assenza di una legge che riconosca giuridicamente le coppie di fatto, peccato che -nonostante sia uno slogan di facile ascolto- le cose non stiano così. Oltre al fatto che la sorella e lo stesso Bevilacqua si sono opposti al trasferimento, non si capisce in linea generale perché due persone che hanno liberamente scelto di essere “coppia di fatto”, dunque libere da vincoli e doveri,  debbano pretendere dei diritti che spettano alle “coppie non di fatto”. Detto attraverso le parole del sociologo Giuliano Guzzo: «perché vi sia un riconoscimento di diritti fra conviventi, è necessario che i due scelgano di registrarsi come coppia e quindi lo chiedano pubblicamente, questo riconoscimento. Riconoscimento che in nessun caso – per ovvie ragioni – sarebbe automatico. E se due – posto che il laico matrimonio civile è già una possibilità per accedere a tutti i diritti – scelgono di non farlo e di vivere da coppia integralmente libera e quindi realmente di fatto? Sarebbe forse giusto, nel caso uno di due ipotetici partner si trovasse nelle condizioni di Bevilacqua, che fosse tenuto «imprigionato» in una clinica contro il suo volere della persona amata? No, giustamente.». 

In secondo luogo, contrariamente a quanto afferma un certo tipo di propaganda, le coppie di conviventi beneficiano già di diversi diritti nel nostro Paese, come ha mostrato la giurista Ilaria Pisa in un recente articolo. Il filosofo Tommaso Scandroglio, inoltre, ha spiegato che nel caso specifico, la Macaluso avrebbe comunque la possibilità di far dimettere il compagno se venisse nominata amministratore di sostegno (artt. 404-432 cc). E non c’è legge alcuna che possa vietarle di chiederlo. Dunque, quella delle “coppie di fatto senza diritti” è perciò una ennesima bufala.

In ogni caso il punto della questione è trattare le situazioni diverse in maniera differenziata. Una professionista del settore, come l’avvocato Annamaria Bernardini de Pace, specializzata nel diritto di famiglia, lo ha spiegato a sua volta proprio prendendo posizione sul “caso Bevilacqua”: «lo Stato obbliga soltanto a chi è sposato alla solidarietà morale e materiale reciproca, cioè anche a prendersi cura del partner. I conviventi non hanno invece questi obblighi, non sono tenuti neanche a coabitare, ma al contempo non godono né di diritti né di poteri. Quando uno dei partner di una coppia di fatto è inabile, lo Stato non impone all’altro dei doveri. Ma non gli attribuisce neanche dei diritti ».  Ovvero, le coppie che scelgono legami liberi non hanno né doveri, ma neanche diritti.

Qualche mese fa aveva posto nuovamente la questione, criticando i Pacs e i Dico, e riferendosi alla Costituzione si è domandata: «perché, se la famiglia è riconosciuta in quanto fondata sul matrimonio, si discute sempre delle famiglie non “matrimoniate”, pretendendosi che abbiano gli stessi diritti di quelle segnate dal vincolo coniugale? È un non senso e un controsenso: il matrimonio è imperniato sulla libera volontà delle parti di assumerne doveri e diritti […]. Le unioni civili sono la trappola della libertà, in cambio di qualche misero beneficio amministrativo. Hanno poco da raccontare, quelli che pensano di superare le discriminazioni istituendo il registro: così facendo discriminano tra coppie che si sposano, con la volontà e l’impegno di farlo, e coppie che non assumono le responsabilità del matrimonio, ma ne acquisiscono le tutele assistenzialiste».

In questi giorni, infine, la Corte Suprema del Canada si è proprio pronunciata in merito, confermando la legislazione che prevede diritti alle coppie sposate e non alle coppie conviventi, riconoscendo il ruolo unico e distintivo che il matrimonio  svolge nella società.

 

AGGIORNAMENTO 06/02/13
A proposito di strumentalizzazioni, in queste ore sono state (appositamente) male interpretate le parole di mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia sulle unioni di fatto. Il quotidiano Repubblica è stato come al solito il primo a mistificare la realtà e ingannare i suoi lettori, in realtà mons. Paglia ha semplicemente ribadito quello che da tempo la Chiesa già dice: «Ci sono poi le altre convivenze non familiari, che sono molteplici. In queste prospettive si aiutino ad individuare soluzioni di tipo di diritto privato e, a mio avviso, anche di prospettiva patrimoniale. Io credo che questo sia un terreno che la politica deve cominciare a percorrere tranquillamente». Si parla dunque di diritti individuali, come poi infatti lui stesso ha replicato in queste ore, spiegando di aver chiesto di «verificare se negli ordinamenti esistenti possano ricavarsi quelle norme che tutelano i diritti individuali. Questo è tutt’altro che l’approvazione di certe prospettive».

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