Un discorso di Papa Francesco sul nichilismo dell’Occidente

L'urloNon sempre dedichiamo interi articoli ai discorsi di Papa Francesco ma ogni tanto un’eccezione è doverosa, sopratutto quando ne restiamo particolarmente colpiti. E’ accaduto con una recente lettura, lucida e realistica, della nostra società, borghese, benestante e secolarizzata, che si trova effettivamente a fare i conti con il mostro dell’individualismo, dell’indifferenza, dell’idolatria -perché l’uomo, seppur senza Dio, deve comunque piegare le ginocchia di fronte a qualcosa, siano i soldi, il potere, il sesso-, dello smarrimento dei valori (della famiglia, della vita ecc.) e della perdita di un senso globale della sua vita ben rappresentata nel famoso “L’Urlo” di Munch.

«L’atteggiamento dell’indifferente», ha spiegato il Papa durante la celebrazione della Giornata Mondiale per la Pace, «ai nostri giorni ha superato decisamente l’ambito individuale per assumere una dimensione globale e produrre il fenomeno della “globalizzazione dell’indifferenza”». La prima forma di indifferenza che si riscontra è quella verso Dio, «dalla quale scaturisce anche l’indifferenza verso il prossimo e verso il creato. È questo uno dei gravi effetti di un umanesimo falso e del materialismo pratico, combinati con un pensiero relativistico e nichilistico. L’uomo pensa di essere l’autore di sé stesso, della propria vita e della società; egli si sente autosufficiente e mira non solo a sostituirsi a Dio, ma a farne completamente a meno; di conseguenza, pensa di non dovere niente a nessuno, eccetto che a sé stesso, e pretende di avere solo diritti. Contro questa autocomprensione erronea della persona, Benedetto XVI ricordava che né l’uomo né il suo sviluppo sono capaci di darsi da sé il proprio significato ultimo».

Molto significativa anche la riflessione del Santo Padre su come l’indifferenza verso Dio generi indifferenza verso gli altri: «C’è chi è ben informato, ascolta la radio, legge i giornali o assiste a programmi televisivi, ma lo fa in maniera tiepida, quasi in una condizione di assuefazione: queste persone conoscono vagamente i drammi che affliggono l’umanità ma non si sentono coinvolte, non vivono la compassione. Questo è l’atteggiamento di chi sa, ma tiene lo sguardo, il pensiero e l’azione rivolti a sé stesso». Siamo invasi da notizie e informazioni ma questo non porta all’«aumento di attenzione ai problemi, se non è accompagnato da un’apertura delle coscienze in senso solidale. Anzi, esso può comportare una certa saturazione che anestetizza e, in qualche misura, relativizza la gravità dei problemi». In altri casi, prosegue Francesco , «l’indifferenza si manifesta come mancanza di attenzione verso la realtà circostante, specialmente quella più lontana. Alcune persone preferiscono non cercare, non informarsi e vivono il loro benessere e la loro comodità sorde al grido di dolore dell’umanità sofferente. Quasi senza accorgercene, siamo diventati incapaci di provare compassione per gli altri, per i loro drammi, non ci interessa curarci di loro, come se ciò che accade ad essi fosse una responsabilità estranea a noi, che non ci compete».

Pochi giornali hanno ripreso queste parole del Papa e nessuno ha citato le frasi che seguono: «L’oblio e la negazione di Dio, che inducono l’uomo a non riconoscere più alcuna norma al di sopra di sé e a prendere come norma soltanto sé stesso, hanno prodotto crudeltà e violenza senza misura. A livello individuale e comunitario l’indifferenza verso il prossimo, figlia di quella verso Dio, assume l’aspetto dell’inerzia e del disimpegno, che alimentano il perdurare di situazioni di ingiustizia e grave squilibrio sociale, le quali, a loro volta, possono condurre a conflitti o, in ogni caso, generare un clima di insoddisfazione che rischia di sfociare, presto o tardi, in violenze e insicurezza». Allo stesso modo «una cultura improntata al profitto e all’edonismo favorisce e talvolta giustifica azioni e politiche che finiscono per costituire minacce alla pace».

Per questo, l’invito ai cristiani a rompere il muro della “globalizzazione dell’indifferenza” attraverso il diventare testimoni di una misericordia e una compassione autentica, offrendo agli altri ciò che ricevono da Dio. «La fede è un incontro con Gesù, e noi dobbiamo fare la stessa cosa che fa Gesù: incontrare gli altri», ha spiegato in un’altra occasione. «Noi dobbiamo andare all’incontro e dobbiamo creare con la nostra fede una “cultura dell’incontro”, una cultura dell’amicizia, una cultura dove troviamo fratelli, dove possiamo parlare anche con quelli che non la pensano come noi, anche con quelli che hanno un’altra fede, che non hanno la stessa fede. Tutti hanno qualcosa in comune con noi: sono immagini di Dio, sono figli di Dio. Andare all’incontro con tutti, senza negoziare la nostra appartenenza».

Grazie Papa Francesco!

La redazione

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5 commenti a Un discorso di Papa Francesco sul nichilismo dell’Occidente

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  1. Aguirre ha detto

    Prima che che al buon cuore degli individui che spesso nel sistema hanno le mani legate la cultura (anche quella cattolica!) dovrebbe porsi il problema di una alternativa al sistema che sarebbe obsoleto definire capitalista non essendo questo il suo limite più grande ed essendo ormai “il” sistema. Per non lasciare che alcune possibili soluzioni al problema della povertà (di portafoglio, non di spirito) siano propagandate (e, perciò, screditate) da movimenti strani, alcune soluzioni che hanno una storia diversa da quella dei telegiornali andrebbero adottate, pur con tutti i “distinguo” necessari, prendendo in questo le distanze da ideologie filoliberista filosocialiste o filofasciste che siano, che hanno l’unico merito di essere anti qualcosa e dunque il problema di avere le allucinazioni, vedendo il nemico dappertutto, anche nelle propria incapacità di pensare i problemi reali e il loro significato. Il nemico vero dei poveri è proprio quello che tutti evocano al contrario, come disoccupazione. Il nemico dei poveri è un tabù, ragion per cui il sistema in cui sopravviviamo non è caratterizzato come lavorista. Solo la stupidita poteva trasporre l’idea di Paolo sulla negligenza di chi non “lavora” in un sistema per cui anche se uno non può lavorare ovvero produrre profitto o farlo produrre (perché un tale lavoro non c’è o è indegno, dato che si evoca sempre la dignità insieme al lavoro, o magari proprio perché non produce reddito, che spesso dipende dal profitto e non dal lavoro profuso nella produzione) non deve mangiare cioè non deve avere niente… facendo di un principio che riguarda la volontà (la quale ha il dovere di adattarsi alle necessità) in uno che riguarda l’azione (la quale diventa allora, proprio come lavoro, come merito reificato in una azione che dev’essere quella e non un’altra, necessità irrazionale, identica, per meriti e dignità reali, quelli non reificati, alla volontà incapace di adattarsi e di andare incontro alla necessità, stigmatizzata da Paolo in un contesto ben preciso). La frase di Paolo in bocca a Lenin ha un significato opposto, ma il tabù ormai è tabù. Qualuno ha scritto anche che il lavoro rende liberi.
    Faccio ancora notare che proprio la Caritas contraddice il detto di Lenin, non quello di San Paolo. Sarebbe bene allora che si cambiasse rotta sul lavorismo (lo uso come neologismo) che è alla base dei valori che hanno portato nell’era della robotizzazione del lavoro e dell’esclusione dell’uomo dagli obiettivi razionali del lavoro, qualora ve se fossero (bonificare la terra dei fuochi! non ci sono soldi! buona la scusa! ma dietro c’è il tabù! allora è buona). La cultura dello scarto è la cultura lavorista che esclude chi non lavora dai beni (comuni!) che gli darebbero la dignità di poter intraprendere qualche azione razionale in favore di obiettivi validi e costruttivi (ormai “riparativi”). Dovendosi ognuno adattare a qualunque lavoro per sopravvivere non c’è dignità, non c’è volontà possibile, si manda avanti il baraccone del lavoro fra gli scarti, proprio verso la distruzione della dignità umana e della Terra. Non siamo a Tessalonica e nemmeno nella Mosca di Lenin: uscire dal sogno, please!

  2. Pickwick ha detto

    Articolo molto interessante! Anche se continuo a rimpiangere papa Ratzinger… 🙂

  3. andrea g ha detto

    «L’oblio e la negazione di Dio, che inducono l’uomo a non riconoscere più alcuna norma
    al di sopra di sé e a prendere come norma soltanto sé stesso, hanno prodotto crudeltà
    e violenza senza misura.
    A livello individuale e comunitario l’indifferenza verso il prossimo, figlia di quella verso Dio,
    assume l’aspetto dell’inerzia e del disimpegno, che alimentano il perdurare di situazioni
    di ingiustizia e grave squilibrio sociale, le quali, a loro volta, possono condurre a conflitti o,
    in ogni caso, generare un clima di insoddisfazione che rischia di sfociare, presto o tardi,
    in violenze e insicurezza».

    Parole sante del Pontefice-
    Tolto Dio, l’uomo si riduce alla tristezza, all’infelicità, alla violenza.
    “Senza di Me fate nulla”-Gv XV,5
    “Senza di Me fate niente” Gv XV,5

  4. Discepolo ha detto

    Oltre ( oltre nel senso temporo-spaziale come dopo, vicino) al nihilismo c’è il relativismo.
    e come chiamare se non relativismo religioso la decisione di papa francesco di festeggiare la Riforma Protestante che “infiniti lutti” e miserie e guerre provocò non chè la lacerazione della unica chiesa apostolica’
    cosa c’è da festeggiare verrebbe da chiede a papa Francesco?

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