Se il relativismo è vero, perché le leggi russe sarebbero sbagliate?

Leggi russiaLa domanda che ci facciamo è molto semplice: se il relativismo è vero, cioè se non esiste alcun Dio e dunque alcuna norma etica assoluta conoscibile dall’uomo, se non esistono un bene e un male oggettivi e definitivi a priori, se tutto dipende dal bias degli appartenenti ad una data società, se la morale è semplicemente il costume del proprio paese e l’attuale sensazione dei propri coetanei”, con quale autorità e su quali basi si afferma che la legge contro l’omosessualismo di un Paese estero come la Russia è sbagliata (ma anche Moldavia e Lituania, che hanno applicato la stessa legge anche nel loro territorio)?

In una civiltà secolarizzata, ci ripetono laici e omosessuali, non può esservi nulla di intrinsecamente sbagliato. Dunque perché una legge approvata in maggioranza dai rappresentanti dei cittadini di uno Stato sarebbe sbagliata? Sbagliata rispetto a cosa? E se il relativismo è il nostro approccio alla realtà, se la morale non si basa sul diritto naturale, chi decide che le leggi americane “pro-gay” sarebbero “migliori” o “superiori” o “più etiche” di quelle russe? Leggi giuste o sbagliate rispetto a cosa? Chi è il giudice e qual è il metro di confronto? Al massimo sarà un’opinione personale, ma di certo nessuno è autorizzato ad imporre la propria opinione, o quella di molte persone, ad uno Stato estero che in maggioranza ha approvato determinate leggi.

Secondo molti media occidentali, in Russia i gay sarebbero perseguiti per legge e fucilati, buttati nei gulag sovietici aperti ancora una volta appositamente per loro. La realtà è ben diversa. Il sociologo Massimo Introvigne ha spiegato che la legge firmata dal presidente Putin il 30 giugno 2013 ha modificato l’articolo 6 comma 21 del Codice Federale sulle Contravvenzioni Amministrative, che – come dice il nome – si occupa di reati minori puniti normalmente con un’ammenda anziché con una pena detentiva. Il nuovo comma 21 vieta la propaganda, rivolta a minorenni, di «relazioni sessuali non tradizionali», e recita quanto segue: «S’intende per propaganda l’atto di distribuire a minorenni informazioni che (1) hanno lo scopo di creare atteggiamenti sessuali non tradizionali; (2) rendono attraenti i rapporti sessuali non tradizionali; (3) sostengono che il valore sociale delle relazioni sessuali tradizionali e non tradizionali è lo stesso; e (4) creano un interesse per le relazioni sessuali non tradizionali». Chi si rende responsabile di questa propaganda presso i minori non viene torturato o messo in croce – come si potrebbe credere leggendo certa stampa – ma deve pagare una multa massima di cinquemila rubli (114 euro).

Austin Ruse era in Russia poche settimane fa e ha spiegato: «ho visto alcuni travestiti in strada vicino al Cremlino, nessuno di essi veniva arrestato o picchiato. Cercando con Google “Gay Mosca” ho trovato discoteche, bar, stabilimenti balneari, e feste da ballo per soli omosessuali. I gay in Russia vivono nelle catacombe sempre timorosi della loro vita? Giudicate voi», ha scritto. La legge russa non c’entra nulla con le bande di teppisti neonazisti che ogni tanto picchiano gli omosessuali. Si tratta di violenze assolutamente deplorevoli e da condannare senza riserve e la legge russa le punisce. La chiave del comma 21 vieta la propaganda «rivolta a minorenni», non l’apologia dell’omosessualità rivolta a maggiorenni, in pubbliche conferenze o altrove, purché non vi partecipino minori. Una legge che evita ai minori di venire confusi da pratiche moralmente e sessualmente disordinate (non solo quelle omosessuali, ovviamente), come insegna anche la Chiesa cattolica, non è per nulla malvagia.

In risposta delle sciocche proteste occidentali contro la Vodka russa o le sterili polemiche di alcuni sportivi americani che partecipano ai Giochi olimpici (vietate ora dal comitato olimpico), la campionessa russa Yelena Isinbayeva ha semplicemente spiegato: «In Russia non abbiamo mai avuto questi problemi e non ne vogliamo avere nemmeno in futuro. Se si permette che vengano promosse e fatte certe cose per strada, è giusto avere molta paura per il futuro del nostro Paese. Noi ci consideriamo persone normali. Viviamo soltanto uomini con donne e donne con uomini. Certi atteggiamenti e certe parole sono irrispettosi verso il nostro Paese e per i nostri cittadini. Siamo russi e forse siamo differenti rispetto agli europei. Ma abbiamo la nostra casa e tutti devono rispettarla. Quando noi andiamo negli altri Paesi, cerchiamo di rispettare le loro regole senza interferire». Il “Fatto Quotidiano” non potendo augurarle di essere stuprata per queste parole, come invece ha fatto un dirigente del Partito Democratico (con delega ai diritti umani!), ha dovuto parlare di “scivolone”. Ma quale scivolone, la Isinbayeva sa benissimo quel che dice e lo ha ripetuto in diverse altre circostanze (nonostante i furbissimi quotidiani in questo caso abbiano parlato di “marcia indietro”)!

Se dunque la legge russa non è così terribile come la si descrive, la domanda provocatoria resta: se non esiste alcun criterio oggettivo in base a cui giudicare l’operato di un uomo o di uno Stato (tutto è relativo e soggettivo, ci viene detto), chi osa affermare che una legge di un Paese estero non è cosa buona e giusta? Su cosa si fonda questo bene e questo male? La risposta è una: se si vuole condannare una legge anti-gay occorre necessariamente abbandonare il relativismo e ammettere l’esistenza di qualcosa di sbagliato in modo assoluto -nel proprio Paese o in quello estero-, come la criminalizzazione degli omosessuali. Chi dice che tutto è relativo e nega un principio morale pre-esistente all’uomo sostiene che picchiare un’omosessuale non è sempre sbagliato ma dipende dall’opinione personale (è relativo!). Invece è sbagliato sempre, ed è una norma etica che ogni uomo trova dentro di sé e che che la tradizione cristiana chiama “diritto naturale”. Il secondo errore commesso dai critici delle leggi russe è non conoscere quel che criticano: queste leggi vietano la propaganda omosessuale verso i minori (pena un’ammenda di 114 euro), per la loro salvaguardia morale. Quanti genitori in Italia e in America sarebbero d’accordo che ai loro figli -di 8, 10, 15 o 16 anni- venisse proposto e apologizzato il comportamento omosessuale come atteggiamento normale e naturale da sperimentare il più possibile?

La redazione

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