La bioetica “laica” non è in imbarazzo?

Probabilmente la bioetica “laica”, ovvero quella posizione culturale per la quale bisogna dire “si” a tutto quanto è scientificamente possibile, sta entrando in una fase di imbarazzo.

Lo si capisce leggendo certe prese di posizione, ad esempio contro le famiglie formate da un uomo e una donna in favore di quelle costituite da un genitore solo o da due genitori dello stesso sesso. I bambini cresciuti con un genitore single, dicono, sarebbero avvantaggiati rispetto a quelli con due genitori perché si eviterebbe loro di assistere a litigate furibonde e ai maltrattamenti fisici reciproci dei genitori (ogni famiglia formata da un uomo e una donna si comporterebbe così secondo i fautori di questa tesi). I bambini cresciuti con due genitori omosessuali, invece, sperimenterebbero maggior benessere perché riceverebbero una qualità d’amore superiore a quelli cresciuti con due genitori eterosessuali. Sostenitore di questa tesi, lo sappiamo, è l’oncologo Umberto Veronesi, secondo cui «l’amore omosessuale è più puro. In quello etero una persona direbbe “ti amo non perché amo te, ma perché in te ho trovato la persona con cui fare un figlio”. Nell’amore omosessuale invece non accade, è più evoluto e consapevole: si dicono ti amo perché “il tuo pensiero, la tua sensibilità, i tuoi sentimenti sono più vicini ai miei”».

Ma se quello che conta per la crescita di un bambino non è il percepire l’equilibrio della bilateralità genitoriale ma soltanto una buona dose di amore, allora perché vietare di avere cinque mamme, al posto che due? Ci sarebbe così un’espressione quantitativamente maggiore rispetto alle sole due genitrici. Chi l’ha detto che i genitori devono essere due? Ovviamente è una posizione provocatoria per sottolineare come a furia di dire “si” a tutto quello che viene in mente, la bioetica “laica” entra facilmente in contraddizione, perdendo di vista il significato antropologico che caratterizza l’attività umana.

Un mese fa, altro esempio, pur di promuovere la fecondazione artificiale il quotidiano inglese Guardian ha attaccato la riproduzione sessuale “normale” tra l’uomo e la donna, spiegando che esiste ormai una nuovissima tecnica di laboratorio per ottenere figli più sani, migliori. Invece, la “normale” riproduzione sessuale è «un’attività davvero pericolosa, spesso descritta come una “lotteria genetica”. La riproduzione umana implica una spericolata combinazione di geni “al buio”, che porta a imprevedibili conseguenze per i figli che ne usciranno e per le generazioni future», essa, si legge, «non sarebbe mai stata approvata da un ente regolatore se fosse stata inventata come tecnologia riproduttiva». Peccato che invece «semplicemente ce la “troviamo” come parte della nostra biologia».

Se si va a leggere Repubblica si capiscono, ancora, quali siano i problemi che la società dovrà sempre più frequentemente affrontare: dire o non dire al proprio figlio che è nato in provetta? Come comunicargli che non è nato dall’amore dei suoi genitori ma è stato prodotto in un freddo laboratorio sotto la guida del microscopio? Di questo si è parlato durante il convegno “Comunicare l’infertilità” svoltosi a Firenze. Il pediatra Paolo Sarti ha trovato la soluzione: «non ha senso dire la verità a tutti i costi», molto meglio mentire secondo lui. Anche perché si rischiano grossi problemi, come ha raccontato un 18enne nato in provetta intervistato qualche tempo fa dal New York Times«A volte mi sento soffocare dal tormento per le infinite possibilità date dal fatto che mio padre potrebbe essere ovunque: in mezzo al traffico di punta di un venerdì sera, dietro di me al bancone della farmacia, oppure lì a cambiarmi l’olio della macchina dopo settimane di scarsa manutenzione. A volte vivo una mancanza di sentimenti e parole tale che rimango semplicemente stordito pensando che lui potrebbe essere ovunque». Meglio la menzogna o la squallida realtà? Questo il dilemma che tiene occupata la bioetica “laica”, distraendola dal comunicare che la fecondazione artificiale non è l’unica alternativa all’infertilità, esiste la prevenzione e sopratutto l’adozione.

Evidente che in questa carrellata di esempi sulla credibilità della proposta laica in bioetica non poteva mancare il noto pronunciamento di due responsabili della “Consulta di Bioetica Laica”, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, secondo i quali  «se una persona potenziale, come un feto e un neonato, non diventa una persona reale, come voi e noi, allora non c’è qualcuno che può essere danneggiato, il che significa che non vi è nulla di male. Quindi, se si chiede se uno di noi avrebbe potuto essere danneggiato, se i nostri genitori avrebbero deciso di ucciderci quando eravamo feti o neonati, la nostra risposta è ‘no’». Di conseguenza, hanno affermato i due ricercatori, «uccidere un neonato dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui lo è l’aborto, inclusi quei casi in cui il neonato non è disabile».

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