Grazie Bellocchio, alla fine potevi fare anche peggio

Sono soldi sprecati quei 150 mila euro versati dal Film Commission del Friuli Venezia Giulia per “La Bella addormentata”, film ispirato alla triste vicenda di Eluana Englaro in concorso alla 69esima edizione della Mostra del cinema di Venezia? La risposta è prevedibilmente positiva.

Bellocchio ha affermato e riconosciuto: «Non c’è pregiudizio, nè partito preso, certo il mio non è un film imparziale, in arte credo che l’imparzialità non esista, ma è sincero, e per nulla ideologico. Ho le mie idee, ma il film non ne è il manifesto. Credo che osservando bene si capisca la mia posizione». Secondo “Il Corriere della Sera” il film ha ricevuto una “standing ovation”, per “Il Sole24ore invece gli applausi «sono stati misurati»Secondo “Il Messaggero” il film «non convince», “Il Foglio” ha parlato di «film ideologico», mentre secondo l‘ironico inviato di “Libero” il regista riesce a far cambiare idea sull’eutanasia perché la «dolce morte» viene invocata dagli spettatori a causa della noiosa lentezza della pellicola.

Il film è pieno di cliché, come spiega Maurizio Caverzan. Quello che passa è che i cattolici e coloro che sono contrari all’eutanasia sono degli isterici esagitati, «quasi a far intendere che per difendere la vita allo stato terminale bisogna avere una fede patologica». Di «soliti cliché», parla anche Lucia Bellaspiga, l’ultima giornalista ad aver visitato Eluana a Udine prima della sua soppressione. Nel film c’è una giovane in stato vegetativo, una bambola di porcellana, la cui madre egoista e cattivisisima la tiene in vita sgranando istericamente il rosario. Nessuna traccia nel film «di ciò che realmente accade nelle migliaia di case in cui davvero si vive con un figlio in tali condizioni, nessuna traccia della fatica quotidiana e del coraggio, della speranza e della fede, nemmeno della povertà e delle battaglie per la vita», commenta la giornalista. Anche per il direttore del Centro studi per la ricerca sul coma  “Gli amici di Luca”, Fulvio De Nigris, «manca la normalità di chi ogni giorno vive accanto a una persona nelle condizioni di Eluana Englaro». E’ un buon film, ha spiegato, ma «a senso unico.  Fa sentire le famiglie che vivono con un proprio caro in coma e gravemente disabile, minacciate non nella loro libertà di scelta, ma nel loro diritto alle cure. Rappresentare anche queste famiglie è un diritto di verità, specialmente per un anarco-pacifista come si definisce lo stesso Bellocchio».

Un altra falsità: la giovane nel film è attaccata ad una macchina che la tiene in vita, mentre Eluana respirava autonomamente. E’ un classico trucco da Radicali, e non a caso Bellocchio, ex militante di Unione Comunisti Italiani, firmatario del manifesto contro il commissario Luigi Calabresi (definito “torturatore”), dal 2006 è militante nel partito radicale. Prossimamente presenterà il film a Udine alla presenza di Beppino Englaro, di cui ha letto il libro ed è amico.

Un’altra figura controversa è quella di Maria, cattolica e attivista “pro life” che parte per Udine e va a pregare sotto le finestre dietro le quali la donna in stato vegetativo sta morendo. Ma mentre prega si innamora di Roberto, attivista laico sul fronte opposto e corre in albergo con lui. Il primo piano insiste sul crocifisso che porta al collo, ma che si butta dietro le spalle mentre si spoglia. Il messaggio è chiaro: “l’incoerenza dei cattolici”, anche perché dopo aver fatto sesso lei cambia idea e si batte per l’eutanasia. Tuttavia, ha fatto notare Caverzan, la giovane cattolica è il «personaggio più risolto e sorridente del film». Anche il filosofo Adirano Pessina ha notato che «Il mondo cattolico viene presentato in forma monolitica, come cattolicesimo orante e non pensante» e dall’altra parte manca «anche quel turbamento di coscienza che spesso vedo nei non credenti».

Nel film tutti i cattolici appaiono invasati, mentre in quei giorni del 2009 a Udine dominava una grande sobrietà, preghiera e silenzio. Feroci e irreali, continua la recensione di “Avvenire”, appaiono anche i medici e ancora una volta il messaggio è chiaro: “ecco chi deve decidere sulle vostre vite”. In una scena iniziale c’è una drogata che ruba gli spiccioli dalle offerte in Chiesa e i fedeli la scacciano senza pietà. Alla fine è in ospedale, dove rinuncia al suicidio grazie a un medico capace di amarla, il quale poco prima l’aveva “salvata” anche da un incolpevole prete passato a benedirla e offrirle la sua vicinanza.  «Non ho fede, ma rispetto e guardo con interesse e curiosità chi invece ce l’ha», ha detto Bellocchio. Pensiamo allora come avrebbe dipinto i cattivi credenti se non avesse avuto rispetto di loro!

Comunque ringraziamo il radicale Bellocchio per essersi trattenuto, alla fine poteva andare anche molto peggio. Basta solo pensare che in un altro film presentato al Festival di Venezia, “Paradise Faith”, una donna ultra-cattolica fa autoerotismo con un crocifisso

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