La neuroteologia: un verdetto sulla fede?


 

di Maria Beatrice Toro
*psicologa e psicoterapeuta

 

Nell’ultimo decennio si sono moltiplicate le ricerche in merito alla “neuroteologia”, ovvero lo studio della correlazione tra la percezione soggettiva di spiritualità e la chimica del cervello umano. Si tratta di un  campo di studi in espansione, che si presta bene a riflessioni di stampo sia psicologico che religioso. La questione centrale della neuroteologia è rappresentata da una domanda: in che modo il funzionamento del cervello influisce sulla capacità di fare esperienze di tipo spirituale/ religioso? La domanda in sé mostra un deciso spostamento di focus rispetto alla precedente posizione psicologica (che possiamo definire “scientista”), che affermava con decisione la totale irrazionalità della fede. In tempi postmoderni, in cui vecchie contrapposizioni sembrano meno significative, anche la contrapposizione fede/ragione sembra poter esser superata o, almeno, letta sotto una nuova luce.

La capacità di connettersi con il trascendente, qualcosa che vada oltre il proprio sé, rappresenta l’aspetto centrale della spiritualità, riscontrabile in diverse culture e religioni. Tale abilità trova delle corrispondenze nell’attitudine – riscontrabile a livello cerebrale – che alcune persone presentano in modo spiccato, di minimizzare il funzionamento del lobo parietale destro ed enfatizzare l’uso di altre zone. Attraverso la preghiera e la meditazione (che funzionano come un training che sviluppa le sopracitate abilità) si ottiene un progressivo affinamento della capacità di entrare in contatto con la dimensione spirituale.

I nuovi studi – pubblicati su International Journal of the Psychology of Religion – mostrano che la situazione neurologica corrispondente all’esperienza spirituale è più complessa di quanto avessero ipotizzato i primi studi di Newberg e D’Aquili: più che un’area distinta, secondo gli scienziati della University of Missouri, si tratterebbe di molteplici aree che si attivano secondo uno schema peculiare. Il dato della inattivazione del lobo parietale destro rimane confermato (basti pensare che chi subisce una lesione in quest’area tende a disinteressarsi di sé, aprendosi maggiormente agli altri e al trascendente),  mentre le altre aree coinvolte risultano essere il lobo frontale, ma anche zone sottocorticali. La spiritualità, in base a questi studi, ci appare come un qualcosa di dinamico che utilizza diverse parti del cervello per poter essere sperimentata.

Ma perché è così importante la capacità di inattivare il lobo parietale destro? Esso comprende aree destinate alla capacità di orientarsi nello spazio e nel tempo, che vanno perdute nell’esperienza spirituale. Diverse tecniche meditative sono orientate ad astrarsi dalla dimensione spaziotemporale concentrandosi su un punto o su una sequenza di parole: ciò apre la mente verso un’esperienza qualitativamente diversa, di attenzione a “qualcosa di più grande”. Brick Johnstone, professore di psicologia della salute, ha studiato venti individui con un trauma cerebrale che coinvolgeva il lobo parietale destro, trovando che si sentivano meno concentrati su se stessi e maggiormente disposti verso la spiritualità. In più, le persone religiose riescono ad attivare il lobo frontale, contemporaneamente alla disattivazione del lobo parietale destro.

Possono tali dati darci un verdetto sulla fede? La neuroteologia ci offre una serie di interessanti informazioni, come abbiamo visto, su alcuni nessi tra spiritualità e cervello: i “sensi” spirituali di cui parla la teologia trovano un loro corrispondente neurologico; e, aggiungerei, nulla di meno, nulla di più. La scienza, lo sappiamo, è una questione di metodo: un modo di conoscere la realtà attraverso prove, verifiche, falsificazioni, che non si muove, di per sé, nè in direzione religiosa, nè antireligiosa. Volerne fare un giudice di cosa sia vero e cosa non lo sia è, a mio parere, contrario allo spirito scientifico medesimo, che non pretende di trovare una verità ultima, ma, al contrario, cerca incessantemente di trovare ipotesi soddisfacenti per spiegare i fenomeni naturali; si tratta di ipotesi che vengono, nel tempo, soppiantate da idee nuove, in un movimento progressivo. Non credo, allora, che la neuroteologia “smascheri” la spiritualità rivelando la sua natura di effetto (o malfunzionamento) elettrico del cervello, ma, nemmeno, che mostri il “perché” dell’esperienza spirituale. La scienza mostra come i fenomeni avvengano, il “perché” è qualcosa di non scientifico.

Esiste, in base alla neuroteologia, una funzione del cervello che produce un senso di connessione con il trascendente: se si tratti di un “effetto collaterale” dell’evoluzione di altre abilità fondamentali per la sopravvivenza, quali la solidarietà e una disposizione speranzosa verso la vita, o della prova che l’uomo è capace di Dio, non sta alla ricerca neurologica spiegarlo; resta una questione di fede. Tentare di ridurre la spiritualità a movimenti neuro elettrici o, d’altro lato, voler usare i neuroni come prova dell’esistenza di Dio, possono esser visti come vestigia di antichi dibattiti, che opponevano scienza e fede. Eppure tante volte si è affermato che la scienza non può  provare, né confutare la veridicità di proposizioni metafisiche: si tratta di un upgrade di tale metodo oltre i suoi confini. La fede è un modo di fare esperienza diverso, che fa entrare il credente in una dimensione conoscitiva peculiare; oggi sappiamo che si entra in questa dimensione attraverso un funzionamento “tipico” del cervello. Il corpo umano funziona in modi diversi a seconda dei compiti che svolge: quando percepiamo qualcosa con la vista, si attiva il lobo occipitale, ed è bene saperlo, ma, per evitare commistioni improbabili, non è lì che dobbiamo cercare se la cosa vista ci sia davvero o se sia solo un’illusione dei sensi.

 

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