Come la metafisica medievale anticipa la fisica moderna


 
 
di Giorgio Masiero*
*fisico e docente universitario

 
 

Quando al liceo l’insegnante di filosofia ci parlò dei paradossi di Zenone (la freccia che non raggiunge mai il bersaglio perché prima deve fare metà strada, e prima ancora un quarto di strada, e così via, sicché deve passare per infiniti punti prima di toccare l’obiettivo; o Achille piè veloce che non può sorpassare la tartaruga…), io rimasi muto: di quanti istanti è fatto un intervallo di tempo? Come si concilia il moto con la geometria? E ristetti perplesso, con una punta d’amaro in bocca, allorché il professore di matematica presunse di confutare Zenone con le serie geometriche convergenti. Per Euclide il cammino della freccia è un segmento, questo è composto soltanto di punti, che sono infiniti perché, per un assioma, tra due ce n’è sempre uno in mezzo; inoltre, il punto è indivisibile e ha lunghezza zero. Ma 0 + 0 + 0 +… = 0, e allora, ci sfida Zenone, da dove emerge la lunghezza del segmento? Un caso matematico di “ciliegina sulla torta” come la coscienza nei cervelli neodarwinisti? 150 anni fa il matematico tedesco G. Cantor infierì sulla piaga, “contando” gli infiniti e dimostrando che in 1 cm ci sono tanti punti quanti in 1 km, anzi quanti nello spazio illimitato: per l’esattezza Alef1, né più né meno. Ma allora di che cosa è fatta la lunghezza di un segmento? Nel 1924 infine, due matematici polacchi, S. Banach e A. Tarski, dimostrarono che si può prendere una palla nello spazio euclideo, suddividerla in un insieme finito di pezzi e riassemblare i pezzi con sole rotazioni e traslazioni in modo da ottenere due palle uguali all’originale. Se ciò è vero, ed è vero in geometria, di che cosa è fatto lo spazio reale?

Ebbene, io ho trovato risposte soddisfacenti a queste domande solo nella metafisica medievale dei teologi arabi del Kalam (i Mutakallimun) e di un rabbino di Cordoba, al cospetto dei quali mi volgo ora con molto rispetto; e i dettagli quantitativi nei teoremi della fisica moderna. I Mutakallimun (IX-XII sec.) capirono che per affrontare i paradossi di Zenone occorreva partire da un’analisi dei concetti di spazio e tempo. Sul tempo, era stato Sant’Agostino (IV-V sec.) ad avviare la ricerca. I compagni pagani lo irridevano per la sua fede biblica nell’inizio del mondo: che cosa faceva Dio in tutto quel tempo, un tempo infinito, prima dell’inizio? Ebbene, Agostino anticipò la risposta che oggi dà la fisica: prima dell’inizio non c’era il tempo, il tempo è stato creato da nulla insieme al mondo. C’era arrivato con la teologia, oggi la fisica ci arriva con i teoremi di Vilenkin. Il tempo, ragionò Agostino, non è Dio: allora è una cosa creata da Dio. Se il mondo ha avuto un inizio, come c’insegna la Bibbia, anche il tempo ha avuto un inizio. D’altra parte, aggiunse, non ha senso chiedersi che cosa Dio facesse prima dell’inizio, perché non c’era un prima: “Non chiedere che cosa Dio facesse allora: non c’era allora dove non c’era il tempo” (da “Le confessioni”). Anche secondo la fisica moderna il tempo è definito solo entro l’Universo e quindi non ha senso parlare di tempo “prima” dell’inizio dell’Universo: “Sarebbe come cercare un punto a sud del Polo Sud: non è definito” (S. Hawking). Di suo, la fisica aggiunge la data d’inizio dello spettacolo (13,7 miliardi di anni fa), per la precisione quantitativa, ma questo è il suo mestiere.

Col Kalam, la metafisica fece passi ulteriori: non esiste uno spazio separato dal tempo, ma un’unità reale in cui la dimensione temporale è connessa alle tre spaziali; né lo spazio-tempo è assoluto, ma le sue estensioni sono relative all’osservatore: “Non c’è nessuna differenza tra l’estensione temporale che, rispetto ad uno di noi, distingue il prima dal poi, e l’estensione spaziale che, rispetto ad uno di noi, divide il sopra dal sotto” (Al Ghazali, “Incoerenza dei filosofi”). In assenza di corpi né lo spazio, che ne indica la superficie limitante e le distanze reciproche, né il tempo hanno senso: “Il tempo è la durata in cui un corpo è a riposo o in moto: se il corpo è privato di questi stati cessa di esistere e anche il tempo cessa di esistere. […] Corpo e tempo co-esistono” (Ibn Hazm, “Dettagliato esame critico”). Spazio, tempo, corpi e moto sono nel Kalam concetti correlati. Queste assunzioni sono oggi alla base della relatività einsteiniana.

Ancora, secondo un’intuizione che privilegia i numeri interi ai reali ed anticipa la meccanica quantistica, una quantizzazione è applicata dal Kalam ai corpi, alle loro proprietà, all’energia (il calore) e allo spazio-tempo, tutti gli enti essendo composti di un numero finito di particelle elementari. Lo spazio reale è suddiviso in unità, senza le quali perderebbe la sua coerenza: lo spazio reale è una struttura aggregata di celle indivisibili. È quanto mille anni dopo sarà postulato in geometrodinamica, la quale specula che su piccola scala lo spazio non è un fluido continuo, ma una schiuma di celle la cui distensione lineare non supera la “lunghezza di Planck”. Così, la distanza reale che separa l’arco dal bersaglio non è l’astratta linea euclidea, al più modello della situazione reale e mai sua copia perfetta: la freccia percorre un numero finito di distensioni contemporanee, molto corte per i nostri sensi, ma non nulle se la loro somma deve risultare in una distanza diversa da zero! Che cosa ci dà in più oggi la fisica? Non un concetto, ma la precisione di un numero:  L = 1,62 × 10-33 cm, che è “la lunghezza di Planck”. Il Kalam c’insegna che un metro reale è un aggregato di distensioni contemporanee dello spazio reale; la fisica predice che in un metro reale ci sono almeno 100/L = 61,73 milioni di miliardi di miliardi di miliardi di tali celle planckiane.

Anche il tempo per questi teologi ha una struttura discreta. Secondo il rabbino M. Maimonide (XII sec.) la successione degli istanti che produce una durata misurabile dalla clessidra evidenzia l’esistenza di una soglia temporale minima: “Il tempo è composto di atomi, e questi sono indivisibili” (da “Guida dei perplessi”). Il tempo è una struttura aggregata di intervalli indivisibili, intrinseci alla realtà mondana che è mutevole, per contrasto alla distensione eterna in cui si svolge la vita di Dio. Oggi il tempo è un parametro continuo in fisica, ma ciò appare necessitato più dalla nostra ignoranza aritmetica che dalla sua struttura reale a piccola scala: infatti le leggi della fisica sono valide solo sopra il limite detto “tempo di Planck” e l’unificazione della meccanica quantistica con la relatività generale potrà richiedere una quantizzazione del tempo. Per i nostri metafisici il tempo scorre a scatti, come una ruota dentata: tic, tic, tic,… gli istanti (“ana”) si succedono l’uno all’altro, sono brevi per i nostri orologi biologici, ma non nulli! Il tempo appare continuo, ma è un’illusione, come al cinema dove vediamo succedersi senza soluzione le scene che, invece, sono registrate ad intervalli successivi, di breve durata rispetto ai tempi biologici delle nostre retine. Che ci dà in più oggi la fisica? Un numero: T= 5,39  × 10-44 sec, che è il “tempo di Planck”. Maimonide c’insegna che un minuto è un aggregato di distensioni non contemporanee dell’anima, la fisica predice che in un minuto tali distensioni elementari sono in numero non inferiore a 60/T= 1,11 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi.

Il Kalam assume che i corpi sono ricreati in ogni momento da Dio: creati in uno stato, tornano nel nulla e sono ricreati in un altro stato; e che le leggi di natura sono contingenti e indeterminate: gli eventi sono probabilistici, non deterministici. A livello microscopico, il moto avviene per salti discreti (“tafra”), in cui gli atomi di un corpo occupanti una cella di spazio per un ana di tempo sono annichilati per ricomparire un ana di tempo dopo nella cella di spazio contiguo. Queste nozioni sono le più antiche intuizioni di meccanica quantistica: esse precorrono i salti quantici di Bohr, l’effetto tunnel, gli operatori di creazione e annichilazione, l’interpretazione di Copenaghen. “In un certo senso credo che, come sognavano gli antichi, il puro pensiero può cogliere la realtà” (A. Einstein, H. Spencer Lecture 1933). Un sistema geometrico euclideo, continuo e liscio, dello spazio-tempo è una descrizione appropriata per un mondo astratto costituito di parti autonome non correlate, ma è insufficiente a spiegare il movimento nell’Universo reale, un movimento che non è solo moto nello spazio-tempo, ma anche cambiamento di stato.

La quantizzazione metafisica medievale risolve i paradossi di Zenone sul moto, ma non basta a spiegare l’infinità di forme e di processi in cui la Natura si esprime, a meno d’invocare l’intervento costante di Dio. Oggi la gravitazione quantistica implementa lo spazio reale (il “vuoto fisico”) con metriche non euclidee, campi di forza e fluttuazioni di energia che gli danno a priori una struttura causale in grado di connettere il qui al e l’ora all’allora della storia dell’Universo, evitando l’occasionalismo teologico. Che la fisica moderna postuli l’hermiticità dell’operatore di Heisenberg e l’unitarietà del propagatore di Feynman nello spazio hilbertiano degli stati fisici o che l’ontologia medievale definisca la creazione come relazione continua della creatura con Dio (che non è solo il creatore iniziale, ma anche “causa dell’azione di ogni cosa in quanto le dà la capacità di agire, la conserva, la applica nell’azione”, Tommaso d’Aquino, “De potentia”), in ogni caso la contraddizione tra essere e divenire si risolve nel principio di un logos.

Sarebbe bello continuare a conversare con questi teologi, all’ombra rinfrescante di un aranceto profumato dei giardini di Baghdad e Cordoba, in un silenzio turbato soltanto dallo zampillio dell’acqua nelle fontane ottagonali intarsiate di arabeschi, e coglierne ad una ad una le infinite perle di sapienza metafisica. Nella loro originale concezione digitale, essi afferrarono in nuce la struttura della realtà fisica e precorsero la realtà virtuale. Ma non c’è più tempo. Shukran, Ibn Hazm e Al-Ghazali! Shalom, Maimonide!

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64 commenti a Come la metafisica medievale anticipa la fisica moderna

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  1. Andrea ha detto

    Mi ha sempre stupito vedere come in terra d’Islam tanto si fosse scientificamente avanzati ai tempi del Medio Evo quanto oggi ci si è irrazionalmente rifugiati in una pseudo-Scienza demenziale in cui non si può studiare nulla perché le Leggi Fisiche sarebbero ritenute “blasfeme”…

    Eppure la Filosofia e la proto-Scienza Araba Medievale ha dato molto anche a noi, che notoriamente siamo stati i massimi sviluppatori del pensiero Scientifico e razionale. Quest’articolo mi è piaciuto molto.

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    • joseph ha detto in risposta a Andrea

      Chi si abbandona alla fede senza continuare a chiamare in causa l’intelletto corre questo rischio, lo stesso di chi si abbandona alla mera conoscenza senza cercare le radici profonde.

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  2. Enzo Pennetta ha detto

    Giorgio, questo tuo articolo è una boccata di aria fresca in mezzo a molti ragionamenti astrusi che conosciamo, ragionamenti che pretendono di essere scientifici mentre i loro assunti non sono neanche matematicamente accettabili.

    Inoltre è un’occasione per parlare della politica di denigrazione del passato che è avvenuta a partire dall’800 per promuovere l’idea di una scienza “moderna”, e in generale di una modernità scientista, sempre migliore di un passato proposto come sinonimo di arretratezza e ignoranza.

    Per finire, a proposito dei paradossi della scuola di Elea, ho sempre pensato che un aspetto del paradosso della freccia sia analogo al principio di indeterminazione di Heisenberg: se conosco la posizione della freccia non posso dire che si muove; se dico che si muove non posso dire che abbia una posizione. Che ne dici?

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    • Riccardo Z ha detto in risposta a Enzo Pennetta

      “se conosco la posizione della freccia non posso dire che si muove; se dico che si muove non posso dire che abbia una posizione” Pennetta, lei ha perfettamente ragione. Questa me la segno.

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Enzo Pennetta

      Grazie, Enzo.
      Sul principio di Heisenberg, certamente esso implica la quantizzazione, e quindi un’indeterminazione “ontologica” potremmo dire delle grandezze fisiche, che sono di natura discrete e non continue. Però il principio di Heisenberg dice qualcosa di più, perché correla le grandezze coniugate (le coordinate spaziali ai momenti lineari, quella temporale all’energia, quella angolare al momento angolare, ecc.); e quantifica un’indeterminazione maggiore nella misurazione finale, che è connessa al disturbo dell’osservatore.

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  3. marco ha detto

    è nata Carlotta Maria!
    al parto tutto bene ora è in cardiologia.pregate la Madonna per lei

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  4. Riccardo Z ha detto

    “Il tempo è definito solo entro l’Universo” potrebbe per favore esplicitare meglio questo concetto? Se ho ben capito, il tempo reale esiste solo dentro uno spazio reale, quindi non può esistere il tempo se non vi è lo spazio.

    Che lo spazio senza il tempo non esista, è ovvio: se non ci fosse il tempo, lo spazio esisterebbe per 0 secondi, quindi non esisterebbe, ma il viceversa (ossia che il tempo esiste solo se vi è lo spazio) come si può dimostrare?

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Riccardo Z

      La risposta l’ha data per primo Agostino, con la sua analisi del concetto di tempo. Senza il moto degli astri, o della sabbia, non si potrebbe misurare alcun tempo fisico “esteriore”, né della meridiana, né della clessidra. E senza il flusso della coscienza nell’anima, non potremmo misurare alcun tempo interiore. Quindi non esiste il tempo senza i corpi. Spazio, tempo, materia ed energia sono 4 aspetti correlati, nessuno dei quali può nemmeno essere concepito senza gli altri 3. La relatività generale di Einstein si fonda su queste assunzioni.

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  5. Alèudin ha detto

    “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”

    Anche Gesù ce lo aveva indicato, cos’è la parola di Dio se non questa continua sussistenza/creazione?

    Quando nella mia testa ho capito che prima del tempo il tempo non c’era, mi è venuto in mente che la creazione è la parola di Dio che risuona, chissà se è teologicamente corretto.

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    • Gab ha detto in risposta a Alèudin

      Ma è proprio per questo che la Creazione per S. Tommaso è presente in ogni istante. Dio ha creato il tempo ma lo continua a creare visto che la dimensione divina è senza tempo. Non ha senso parlare di un prima e di un dopo per Dio tutto è già davati ai Suoi occhi. Questo concetto dimostra come non esiste una indipendenza della creazione dal Creatore. L’atto della creazione non smette mai di essere.

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  6. Michele Forastiere ha detto

    Articolo stupendo, Giorgio. Permettimi di ricordare la sapida risposta di Sant’Agostino (apocrifa? non saprei) a chi gli chiedeva cosa facesse Dio nell’infinità di tempo prima della Creazione: “Creava l’inferno per quelli che fanno domande del genere”. 🙂
    Un caro saluto!

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  7. Uomovivo ha detto

    Per non parlare della metafisica della luce del vescovo Roberto Grossatesta, la cui dottrina si connetteva alla scienza aristotelica grazie alle regole dell’ottica, come ribadito dal Doctor mirabilis Francesco Bacone.

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  8. Vincenzo ha detto

    Evviva Carlotta Maria! Spero che anche il mio figliolo Giulio che è già nella “luce infinita” possa pregare per lei.

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  9. Antonio72 ha detto

    “Il tempo è una struttura aggregata di intervalli indivisibili, intrinseci alla realtà mondana che è mutevole, per contrasto alla distensione eterna in cui si svolge la vita di Dio.”

    Questa frase non l’ho capita. Se la vita di Dio è eterna e quindi fuori dallo spazio-tempo, dove si svolgerebbe se non nello spazio e nemmeno nel tempo?
    Anzi, secondo me già dire “vita di Dio” è una contraddizione, almeno se intendiamo per vita quella che possiamo conoscere, ovvero una vita in divenire che si svolge appunto in uno spazio-tempo definito. Che sia discreto o continuo poco importa, visto che per tutti resterà continuo anche se la scienza afferma che è discreto.
    E’ ovvio che dire “vita eterna” rientra nella stessa contraddizione. Semplicemente la ragione umana non può capire il significato di vita eterna.
    A questo proposito mi riallaccio ad un mio precedente intervento in cui volevo avere dei chiarimenti che non credo di avere avuto.

    Per Aristotele solo Dio è perfetto, ma appunto per questo non può occuparsi di un mondo imperfetto senza diminuire la propria perfezione.
    Viceversa sappiamo che Dio deve partecipare negli enti del mondo per mantenerli in essere. Ma come fa senza contaminarsi dall’imperfezione del mondo, ovvero come fa Dio a partecipare nel divenire imperfetto restando immutabile e perfetto?
    Aristotele aveva risolto il problema affermando che Dio era la causa finale, immobile ed indifferente al mondo, puro pensiero che pensava a se stesso. Era il mondo che tendeva naturalmente a Dio e non viceversa.
    Tommaso pare sia riuscito a conciliare la partecipazione dell’essere nell’ente analoga o parziale di origine platonica con la causalità finale aristotelica. Tuttavia la nozione di partecipazione la trovo alquanto problematica e complessa, mentre mi è più comprensibile la causalità aristotelica.
    Chiedo lumi ai filosofi, teologi o professori.

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    • Bichara ha detto in risposta a Antonio72

      Gentile Antonio 72
      La nostra limitata capacità intelletive ci costringono a ragionare in termini a noi familiari come il tempo e lo spazio:il fatto che in ogni segmento anche infinetisimale ci siano tanti infiniti punti quanto tutta la retta reale o che in un centimetro ci sia infiniti punti quante ce ne siano in una superficie infinita , ci dà l’idea come Dio è aldisopra di ogni dimensione a noi concepibile.(guardi la meraviglia degli FRATTAli http://www.youtube.com/watch?v=-sbg7xrM21Y
      Non vedo contraddizione alcuna tra la perfezione di Dio e l’imperfezione del mondo.Immagina Gesù come la punta del triagolo infinito che sfiorato la nostra esistenza

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Antonio72

      Parlare di “vita” fuori dal tempo è una contraddizione, Antonio? Hai un concetto curioso di “contraddizione”. Certo può essere un concetto difficile da capire, ma non certo contraddittorio, tant’è che… anche in questo mondo ci sono fenomeni che, in un certo senso, si potrebbero considerare fuori dal (nostro) tempo terrestre, perché il loro tempo (proprio) è nullo.
      Lo sai che il tempo è relativo, in fisica, e la durata di un fenomeno dipende dal sistema di riferimento dell’orologio in cui è eseguita la misura? Hai mai sentito parlare del paradosso dei gemelli in relatività? Ebbene, questo fenomeno è stato misurato con orologi al cesio su aerei ed è oggi alla base del funzionamento dei navigatori nelle nostre auto.
      Se i neutrini portassero degli orologi con cui misurare le loro vite, che risultati darebbero secondo te?
      Per gli aspetti metafisici lascio la parola ai teologi.

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      • Antonio72 ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Conosco bene il fenomeno dei gemelli della relatività ristretta perchè la cosa mi ha molto incuriosito.
        So che il concetto di tempo è relativo (c’è il mio tempo e c’è il tempo dell’altro – la diversa simultaneità) ma resta pur sempre un soggetto che vive in un tempo, nel suo tempo che appartiene al proprio sistema di riferimento.
        Un gemello vive in modo soggettivo il suo tempo sull’astronave non differentemente da come lo vive il gemello rimasto sulla terra.
        Tuttavia sappiamo che il fotone è senza tempo. Allora si confonde il concetto di vita con quello di esistenza. Anche una pietra esiste, ma nessuno si sognerebbe mai di dire che vive. Vale lo stesso per il neutrino, fotone e qualsiasi altra particella.
        Ripeto, una vita senza tempo è una contraddizione logica. Se esiste una vita eterna allora la sua comprensione trascende qualsiasi logica (umana).
        Con questo non voglio affermare che non esiste.

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        • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Antonio72

          Non conosci il principio di non contraddizione e persisti nell’errore. Però, se si pretende di discutere di fisica o di metafisica, si dovrebbe essere attenti nelle parole.

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      • Licurgo ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Antonio 72

        Quando si parla di ‘vita di Dio’ si intende metaforicamente che egli è in quanto ente e non solo come ipotesi filosofica…si può sostituire con ‘essere proprio di Dio’ ma suona peggio, visto che noi capiamo più agevolmente le cose antropomorfizzandole anche se poi ogni antropomorfismo è limitante per un essere infinito e assoluto.

        Sul resto del discorso, un punto.
        Dio, con il suo essere ‘a sè in sè e per sè’, è superiore alla materia e allo spaziotempo (altrimenti non potrebbe crearli), quindi, detto in soldoni, è meglio figurarsi il mondo che riceve l’essere in ogni momento da Dio, piuttosto che vederla come Dio che si cala nel tempo a darglielo momento per momento, perchè è il mondo ad essere nel tempo, non Dio; dal punto di vista di Dio Egli comunica al creato l’atto di essere fuori dallo spaziotempo, nell’eternità della sua dimensione e nell’atto creativo; l’atto di essere, dal punto di vista del creato, si concretizza in esistenza, ovvero contingente e relativa allo spaziotempo.
        Dunque non è Dio a contaminarsi con lo spaziotempo, è il creato ad avere un fondo metafisico che va oltre lo spaziotempo perchè va oltre la materia.
        Dunque Dio crea fuori dal tempo ed egli riesce a ‘vedere’ (metaforicamente è ovvio) la creazione sia fuori dal tempo (punto di vista di Dio) sia, a mio modestissimo parere, durante il suo svolgersi (altrimenti sarebbe difettivo nella conoscenza del mondo, dunque non onnisciente); il creato esiste in ogni momento perchè Dio ha stabilito la sua esistenza.

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        • Licurgo ha detto in risposta a Licurgo

          ‘a sè’ era ‘da sè’; avevo in mente la formula latina dove però il sè non andrebbe accentato. Mi scuso coi latinisti del blog.

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        • Antonio72 ha detto in risposta a Licurgo

          @Licurgo

          Ma anche per ricevere l’essere da Dio, l’essere divino deve partecipare nell’ente, pressapoco come sosteneva il platonismo. In quest’ultima filosofia Platone si era inventato il famoso Demiurgo, il dio-artigiano che contemplando il mondo delle idee, dava forma a tutta la materia. Ma il mondo delle idee era separato ed indipendente dal mondo sensibile, in quanto rappresentava la perfezione dell’idea rispetto all’imperfezione dell’ente finito. Eliminato il demiurgo ed il mondo delle idee, le quali secondo Aristotele vengono astratte con l’intelletto umano osservando gli enti finiti, resta cmq aperto il problema della partecipazione dell’Essere perfetto ed immutabile in enti imperfetti e divenienti. Aristotele, come già detto, bypassò la cosa affermando che la stessa idea di partecipazione era scorretta e contraddittoria ed ipotizzando Dio come causa finale.
          Poi arriva Tommaso a fare una sintesi tra causalità aristotelica e partecipazione platonica asserendo che la prima non era altro che una tipologia di partecipazione dell’effetto alla causa.
          Quello che non ho capito, e mi piacerebbe avere una spiegazione dagli esperti (cosa che io non sono di certo) è appunto il fatto che il partecipato, ovvero l’Essere perfetto, non può donare tutto l’essere al partecipante imperfetto, in quanto ente finito e quindi limitato. Allora se ne deduce che vi deve essere una sorta di “degradazione dell’essere”, altrimenti l’ente finito accoglierebbe tutto l’essere, cosa dubbia o impossibile. Oppure l’inferiorità ontologica dell’ente finito non proviene da Dio, ma dal sinolo di forma-materia che costituisce l’essenza dell’ente finito e che si oppone all’essere che proviene da Dio.
          Ma anche il sinolo deve provenire da Dio, altrimenti si ritorna al dualismo platonico con la materia-caos eternamente coesistente con il demiurgo ed il mondo delle idee.

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          • Licurgo ha detto in risposta a Antonio72

            Antonio 72

            L’atto di essere non è qualcosa di avulso dalla sostanza, ogni sostanza ha il suo proprio atto di essere (io non posso essere nel modo di un cavallo), dunque l’atto di essere dell’universo è ad esso proporzionato e, a differenza di quello di Dio, si declina nell’esistenza contingente dei vari enti.
            Sul resto, Aristotele non concepiva la creazione ex nihilo e per questo non sentiva il problema base che è ‘perchè Dio ha creato’?
            Se noi introduciamo, per spiegarcelo, la teoria neoplatonica del bonum diffusivum sui, abbiamo che ogni intelligenza è diffusiva e creativa, e un’intelligenza perfetta e assoluta, che non ha nulla fuori di sè, sarà infinitamente creativa e creerà frantumando la sua infinita perfezione in tante indefinite perfezioni di tutta la storia dell’universo, dunque la partecipazione è quella per cui tutto l’universo porta l’impronta divina, che è appunto il fondo metafisico di cui parlavo.
            Vero è dunque che l’uomo tende a Dio come la calamita al ferro, ma perchè il mondo (e l’uomo anche di più visto che è quello che capisce il tutto tanto che, se non ci fosse, non sarebbe rappresentata la perfezione divina dell’intelligenza autocosciente) porta in sè l’impronta divina, appunto l’analogia dell’essere di cui parlammo.
            Se invece parliamo di partecipazione amorevole e provvidente, sai bene come la penso per cui è inutile che ne parli io…

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            • Licurgo ha detto in risposta a Licurgo

              Scusa Antonio, più che ‘frantuma’ avrei dovuto dire ‘riproduce frantumata’ altrimenti, detta come l’ho detta, sembrerebbe che in Dio muti qualcosa, fino ad annichilirsi nella creazione, cosa che ovviamente è un errore logico palese.

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              • Antonio72 ha detto in risposta a Licurgo

                @Licurgo

                La mia perplessità sta appunto in questa sua correzione, ovvero il concetto di partecipazione dell’essere nell’ente.
                Lei corregge giustamente tra il predicato verbale “frantuma” con “riproduce frantumata”, perchè ovviamente tra le due cose vi è un abisso.
                Nel primo caso infatti si potrebbe obiettare che una perfezione frantumata non possa restare perfetta dopo la sua frantumazione, come d’altronde ha notato lei stesso.
                Ma anche nell’ultimo caso di potrebbe obiettare che la riproduzione implica, a mio modo di vedere, una sostanza distinta ed indipendente del riprodotto rispetto al riproduttore. Per es. se riproduco con la fotocopiatrice ottengo certamente un’immagine, seppur sbiadita dell’originale o di una sua parte; ma in ogni caso devo fornire anche la carta bianca perchè possa ottenere quella copia imperfetta.
                Ne viene che, certamente l’essere è riprodotto in proporzione nei diversi enti, ma l’essenza degli enti, ovvero il sinolo di forma e materia, deve essere altro dall’essere che il partecipato infinito infonde nel partecipante finito.
                E quindi si ritorna al dualismo platonico, ovvero di una materia eterna coesistente con il suo demiurgo o l’essere. In altre parole se il mondo porta in sè l’impronta divina ci deve essere un terreno morbido, estraneo all’impronta divina, su cui il “piede divino” possa lasciare la sua impronta. A meno, che appunto, anche la materia provenga da Dio. Ma allora Dio non potrebbe pensare solo al perfetto e quindi all’essere, ma anche alla materia, che è notoriamente imperfetta.
                Da come la vedo io le obiezioni di Aristotele che rilevava questa “contaminazione divina” nel concetto di partecipazione nell’ente finito sono tuttora valide.
                Se la partecipazione è parziale, e quindi solo dell’essere, allora la materia non può provenire da Dio altrimenti sminuirebbe la perfezione divina.
                Se invece tutto proviene da Dio, materia compresa, allora si deve dedurre che Dio pensa anche all’imperfezione della materia (al creato e alle sue creature finite) e non solo alla perfezione dell’essere e quindi a se stesso.

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                • Licurgo ha detto in risposta a Antonio72

                  Antonio.

                  A mio parere tu torni all’errore di base, considerare perfetta la creazione: la creazione, in quanto esiste in virtù di altro (di Dio), non può essere perfetta, ma solo il creatore può esserlo, essendo egli solo indipendente nell’essere.
                  E quando parlo di perfezioni, intendo nel senso scolastico, di qualità dell’essere, un riflesso della perfezione divina e quindi in quanto tale imperfetto, e forse quella è stata la mia leggerezza esplicativa, mentre la perfezione in quanto tale (e proprio per quello al singolare) è solo Dio, rimandando sempre al significato di perficio (cioè puro atto).
                  E imperfetto è anche il nostro principio intellettivo formale, la ragione, perchè ha bisogno di nuovi dati per apprendere (passare dalla potenza all’atto vuol dire essere imperfetti) e mai arriva ad una conoscenza totale, essendo intimamente legata alla sensazione come dato iniziale.
                  Dunque, come tutto ciò che muove dalla potenza all’atto, sia la materia che la forma non sono perfette e dunque sono parimenti pensabili come create proprio perchè Dio solo è perfetto, il creato non può mai esserlo dal momento che non esisterebbe senza Dio.

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          • lorenzo ha detto in risposta a Antonio72

            OT x A72: Mt 15,22 riassume bene l’ex cathedra.

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  10. gemini ha detto

    Grazie prof Masiero.
    Avrei una serie di considerazioni da portare alla vostra attenzione:
    -se il tempo è un’unità finita, ha senso parlare di altre unità simili fuori dal nostro universo conosciuto (abbiamo affrontato questo discorso molte volte, lo so posso risultare noioso)? Stesso discorso per lo spazio.
    In fondo “l’unicità” fa parte del discorso che facevamo l’altra volta (si ricorda?), in quel caso parlavamo dell’uomo che si chiede: “Perché proprio a me?”
    Quindi l’unicità specifica spazio-temporale del nostro universo potrebbe essere messa in discussione ed infine (se i cosiddetto multiverso fosse confermato) potremmo teorizzare: perché proprio il nostro universo è stato scelto per la vita intelligente?

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a gemini

      Non ho capito bene la domanda, gemini. E non ho capito se riguarda la fisica o la metafisica.

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      • gemini ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        L’unicità del nostro universo potrebbe essere messa in discussione, non sarebbe la fine del mondo, si verrebbe a creare la stessa analogia con la vita umana.
        Noi ci troviamo soli nella malattia, nella felicità, nella gioia.
        Non potrebbe valere la stessa cosa per il nostro universo, solo ad accogliere la vita in un vasto sistema di multiversi?
        In fondo termine unicità ha tanti significati (appartiene più alla filosofia che alla fisica).

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        • Giorgio Masiero ha detto in risposta a gemini

          Mettere in discussione l’unicità del nostro universo è, secondo me, gemini, non un esercizio di fisica; nemmeno di metafisica; ma di astrattissima matematica. Ci tocca così assistere ad accese discussioni tra questi matematici sul problema del cervello di Boltzmann, le quali nulla hanno da invidiare ai filosofemi del don Ferrante manzoniano sull’inesistenza della peste. Devi infatti sapere, gemini, che nei più ragionevoli modelli di multiverso è incommensurabilmente più probabile che la nostra coscienza sia associata ad un cervello casualmente fluttuato nel vuoto quantistico dal non essere all’essere, piuttosto che a quello procreato dai nostri genitori in seguito ad un processo storico durato 13.7 miliardi di anni e riguardante il solo Universo ordinato che conosciamo. Saremmo al ridicolo, se non fosse che anche questo tipo di ricerca è finanziato dai contribuenti.

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  11. credino ha detto

    Mi pare che un po’ dappertutto si commetta l’errore di confondere “quantizzazione” con “discretizzazione”. In MQ la quantizzazione di una grandezza fisica consiste nella sua rappresentazione tramite operatore autoaggiunto (o Hermitiano), ma questo non implica che il suo spettro di autovalori debba essere per forza discreto, infatti può anche essere continuo (e lo è effettivamente in tanti casi). Cioè la famosa quantizzazione del tempo in MQ non implicherebbe necessariamente una sua discretizzazione.
    Inoltre la MQ nel suo impianto non può supportare un modello di tempo quantizzato, anzi, semmai è vero il contrario: l’apparente asimmetria della MQ non-relativistica tra coordinate spaziali (quantizzate) e temporali (parametriche) infatti risolta con la “seconda quantizzazione”, derivante dalla MQ relativistica, in cui spazio e tempo tornano ad essere normali variabili indipendenti e continue, da cui dipendono i cosiddetti “operatori di campo”.

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a credino

      Grazie di averci ricordato la distinzione tra discreto e quantizzato.
      Io non ho tuttavia inteso fare una lezione di MQ, ma riportare alcune intuizioni della metafisica medievale che precorsero la fisica moderna. Quanto alla quantizzazione del tempo, non ho parlato di “discretizzazione necessaria”, come mi attribuisci, credino, ma testualmente che la fusione tra RG e MQ “potrà richiedere” tale operazione, e questa è una convinzione diffusa tra i fisici teorici.

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      • Nadia ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Quando ad un cretino indichi la luna, lui guarda il dito.

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      • credino ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Ciao, veramente in un commento qui sopra affermi il contrario.
        Comunque io non mi riferivo all’articolo, ma a un errore comune che trovo un po’ dappertutto, anche in molti libri. Non veno come l’estensione relativistica della MQ possa richiedere la quantizzazione del tempo, dal momento che il suo impianto proprio non permette tale procedura (lo aveva già dimostrato W. Pauli mezzo secolo fa!) e, anzi, la QFT sembra andare proprio nella direzione opposta. Dunque, sulla presunta quantizzazione o discretizzazione del tempo, non vedo proprio come la metafisica medievale possa avere intuito alcunché di MQ.

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        • Giorgio Masiero ha detto in risposta a credino

          @credino
          1. Tutti i fisici sanno che non tutte, né in tutti i casi, le grandezze fisiche sono discrete. Sul mio commento hai equivocato: scrivendo a Pennetta “… DELLE grandezze fisiche, che sono di natura discrete…” intendevo, ovviamente “di QUELLE grandezze fisiche, che sono di natura discrete…”. Prova a rileggere in questo senso.
          2. L’attuale versione della MQ non prevede la discretizzazione del tempo, come l’attuale RG non prevede quella dell’energia; ma nessuna teoria della fisica è “certamente” finale, definitiva e completa. Non lo sono né la RG, né la MQ. Nessuno può escludere che una teoria unificata domani possa prevedere la discretizzazione del tempo (ed anzi alcuni fisici teorici ci lavorano).
          3. Non ho ritenuto, per ragioni di spazio, riportare la discussione che c’è stata nell’ambito del Kalam proprio su questo tema della discretezza del tempo, tra favorevoli e contrari: se l’avessi fatto, avresti, credino, appreso che anche sul tempo quei metafisici hanno anticipato le speculazioni dei fisici moderni, da Einstein a Pauli a oggi.

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        • Giorgio Masiero ha detto in risposta a credino

          @credino
          1. Tutti i fisici sanno che non tutte, né in tutti i casi, le grandezze sono discrete. Sul mio commento hai equivocato: scrivendo a Pennetta “… DELLE grandezze fisiche, che sono di natura discrete…” intendevo, ovviamente “di QUELLE grandezze fisiche, che sono di natura discrete…”, non “ di TUTTE le grandezze fisiche, che sono di natura discrete…”. Prova a rileggere in questo senso.
          2. Hai una concezione assoluta delle teorie scientifiche, in questo caso della MQ, che non condivido. L’attuale versione della MQ non prevede la discretizzazione del tempo? E allora? futuri esperimenti potrebbero richiedere un aggiustamento dell’attuale versione in una più comprensiva e completa (alcuni già ci lavorano). O potrebbero confermare la tua preferenza per un tempo continuo. A me, epistemologicamente e filosoficamente, appare – anche per le ragioni che ho spiegato in un articolo dedicato ad Hilbert – più logico pensare come Maimonide che anche il tempo sia stato creato da Dio discreto.
          3. Non ho ritenuto, per ragioni di spazio, riportare la discussione che c’è stata nell’ambito del Kalam proprio su questo tema della discretezza del tempo, tra favorevoli e contrari: se l’avessi fatto, avresti, credino, appreso che anche sul tempo quei metafisici hanno anticipato le speculazioni dei fisici moderni, da Einstein a Pauli a quelli contemporanei.

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          • credino ha detto in risposta a Giorgio Masiero

            Ciao, io non volevo attribuirti nulla e infatti mi riferivo ad un errore comune. Ma questo è curioso: cosa volevi dire a Pennetta con “_quelle_ grandezze fisiche che sono di natura discrete” (la cui quantizzazione sarebbe conseguenza del principio d Heisenberg)?? Quali grandezze?

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            • Giorgio Masiero ha detto in risposta a credino

              Per es., i livelli energetici degli stati stabili dell’H. Ciò che li distingue dagli instabili è, per definizione, il principio di Heisenberg.

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              • credino ha detto in risposta a Giorgio Masiero

                ma guarda che l’energia in MQ _non_ è una grandezza fisica di natura discreta, così come non lo sono le coordinate spaziali o i momenti.
                io non ho alcuna concezione assoluta: dire che la MQ non supporta la quantizzazione del tempo è come dire, per esempio, che la meccanica newtoniana non supporta la contrazione delle lunghezze: si tratta di circostanze fattuali, mica di opinioni (cioè, che tu le condivida o meno è irrilevante). quanto alla natura del tempo, personalmente non ho preferenze ma, se devo scegliere, scelgo un tempo discreto (così, tanto per compromettere il paradigma corrente).

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  12. Vronskij ha detto

    Carissimo Professore,

    complimenti per il tuo spostamento verso dove nasce il Sole. Come padovano doc, sei veramente un degno continuatore del tuo compatriota, il veneto Marco Polo (lascia ai genovesi il tramonto). Ma hai ancora strada da fare per arrivare alla corte di Kubilai Khan (o forse sei arrivato, non lo so, non ho nessun indizio). Vedi qui, spero che sarà interessante per te:

    http://cronologia.leonardo.it/mondo18.htm

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Vronskij

      Bentornato, Vronskij!
      Mi leggerò l’articolo che mi hai suggerito, ho sempre da imparare.

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  13. Bisognerebbe comunque ricordare che i commentatori arabi, così come quelli giudei, hanno attinto a piene mani da Aristotele, che nella sua Fisica (in particolare libro VIII, cap. 1-3), espone gli argomenti per dimostrare l’eternità, così a parte ante come a parte post, del moto e del tempo; partendo proprio dalla dottrina secondo cui “il tempo non è altro che la misura del moto secondo il prima e il poi”. Sull’eternità del tempo e del moto baserà poi la dimostrazione dell’esistenza di un Primo Motore Immobile, anch’esso necessariamente eterno.

    Il commento di San Tommaso, che critica sia Aristotele che soprattutto Averroè (il quale aveva esplicitamente commentato il Filosofo interpretando le sue parole come ESPLICITAMENTE anti-creazioniste = impossibilità secondo Averroè di una creazione ex nihilo), è poi molto interessante, perché, fra le tante cose, nota proprio che parlare di un “prima” rispetto al “momento” della creazione corrisponde solo ad un uso metaforico (usa il termine “fantastico”) del nostro linguaggio, poiché il tempo, essendo misura del moto, può venire all’esistenza solo con la creazione stessa. E aggiunge ulteriori osservazioni molto interessanti sulla concezione che di conseguenza bisogna avere della volontà di Dio…

    Appena ho tempo, magari posto qualche testo di San Tommaso.

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a a-theòs=a-éthos

      Grazie, a-theòs=a-éthos, ti aspetto con le tue sottili integrazioni/correzioni, come ci si deve aspettare da un metafisico!

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    • Bichara ha detto in risposta a a-theòs=a-éthos

      IL TEMPO ALTRO NON E’ CHE UNO STRATAGEMMA INVENTATA DA DIO PERCHE’ NON TUTTO SUCCEDA SUBITO
      A proposito dei pensatori arabi; Tutti sono stati osteggiati dall’Islam e la maggior parte finita male.
      Intorno all’anno 1000 incominciarono i musulmani (perlopiù convertiti sotto il fardello della dimmitudine) ad essere la maggiranza della popolazione nel frastagliato impero islamico.Da allora iniziò il declino..primavera araba atto ultimo.

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      • Bichara ha detto in risposta a Bichara

        Primavera islamica ,atto ultimo e spero sia il preludio allo scenario finale, il colpo di coda del mostro morente.

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  14. Luigi Pavone ha detto

    Non c’è misura del moto se non c’è il moto. Ma non c’è neanche misura del moto se non c’è un soggetto misurante. Ne dovremmo concludere che il tempo sarebbe inesistente se non ci fossero più soggetti misuranti? Mi pare che questo discorso conduca ad una epistemicizzazione del tempo, onde non solo non avrebbe più senso parlare di un prima rispetto alla creazione, ma anche di un prima rispetto all’esistenza di un ente misurante. La mia opinione è si sbaglia a monte. La mia opinione è che la misurazione del moto è la misurazione del moto, la misurazione del tempo è la misurazione del tempo, il tempo è il tempo. Il tempo cioè non coincide che le condizioni che rendono possibile il calcolarlo.

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    • Luigi Pavone ha detto in risposta a Luigi Pavone

      Il tempo non coincide con le condizioni che rendono possibile il calcolarlo*

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    • gemini ha detto in risposta a Luigi Pavone

      Ciao, scrivi: “il tempo sarebbe inesistente se non ci fossero più soggetti misuranti” “non solo non avrebbe più senso parlare di un prima rispetto alla creazione, ma anche di un prima rispetto all’esistenza di un ente misurante”.
      Però c’è una bella differenza, noi siamo soggetti che concorrono nel tempo, l’ente creatore è al di sopra del prima e del dopo ed è appunto l’origine.

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Luigi Pavone

      Hai sollevato un bel problema, Luigi, per i positivisti e i non realisti, e che però sono anche scientisti. Io, come sai, ho la mia bella soluzione, fondata sul realismo, l’esistenza di Dio e l’unicità della logica e della matematica (della quale non ti voglio tediare).
      Una sola osservazione, da fisico: non c’è differenza tra misurazione del moto e misurazione del tempo. Il tempo è definito “assumendo” il moto più semplice. Così, in prima approssimazione, chiamo tempo di un giorno quello impiegato da un giro del Sole, “assumendo” che il moto di rotazione della Terra sia circolare uniforme. Altrimenti si entra in un circolo vizioso: chi mi assicura che la veloctà angolare della Terra sia la stessa ogni giorno?!

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    • a-theòs=a-éthos ha detto in risposta a Luigi Pavone

      A mio avviso hai parzialmente ragione e solo per accidens: è vero, probabilmente, che se non esistessero enti razionali come l’uomo, il tempo non sarebbe misurato, perché gli animali vivono nel tempo, ma certo non lo concettualizzano.

      Ma questo non significa né che senza coscienze razionali il tempo non vi sarebbe, poiché, a parte la questione dell’unità di misura (a questo si riferisce il conteggio del tempo come se fosse ente a sé = tempo assoluto di Newton), il misurare implica l’esistenza di un estensione misurabile e dunque se gli enti non divenissero, nemmeno sarebbe misurabile in alcun modo il loro moto (e non il contrario); né che il tempo “in re” sia qualcosa d’altro rispetto ai tipi diversi di moto appartenenti ai vari enti.

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  15. credino ha detto

    ma guarda che l’energia in MQ _non_ è una grandezza fisica di natura discreta, così come non lo sono le coordinate spaziali o i momenti.
    io non ho alcuna concezione assoluta: dire che la MQ non supporta la quantizzazione del tempo è come dire, per esempio, che la meccanica newtoniana non supporta la contrazione delle lunghezze: si tratta di circostanze fattuali, mica di opinioni (cioè, che tu le condivida o meno è irrilevante). quanto alla natura del tempo, personalmente non ho preferenze ma, se devo scegliere, scelgo un tempo discreto (così, tanto per compromettere il paradigma corrente).

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  16. Leo ha detto

    Bell’articolo. Davvero meritoria l’opera dell’UCCR. Bravi. Non sapevo di queste vette del pensiero orientale in epoca medievale. Impressionante come quelle intuizioni abbiano in un certo qual modo precorso le più evolute teorie fisiche a distanza di così tanto tempo. Si può arrivare ad una ragionevole concezione della realtà anche con un pensiero ed un metodo non necessariamente “positivistico”. Non trovo espressione migliore per definire la contemporanea convinzione che solo le scienze “positive” sono in grado di cogliere la realtà. Questo bell’articolo è per me la prova provata che il “logos” creatore è fatto per essere non solo “misurato” dalle scienze positive, ma anche “contemplato” (e quindi scoperto attraverso la contemplazione) dalla metafisica. Siamo fatti per Dio, e Dio, nella bellezza della Sua opera Creatrice, ci invita a scoprirLo anche attraverso la contemplazione. Con Amicizia!!

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Leo

      Grazie, Leo.

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    • Wil ha detto in risposta a Leo

      Temo, Leo, che oggi molti scienziati (anche valentissimi) non siano più nemmeno “in grado di cogliere la realtà”. Che cosa contemplano, infatti, se – in base alla loro filosofia positivistica – nemmeno credono all’esistenza di una realtà conoscibile, ma solo ai loro “modelli”?

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  17. Dario ha detto

    Interessante. Molto.
    Ma allora perché queste cesure culturali?

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