In morte di un fratello, risposta a Carlo Troilo

 

di Maurizio Pucciarelli*
*avvocato

 

E’ da poco uscito un libro di Carlo Troilo, membro della Associazione Luca Coscioni, “Liberi di morire. Una fine dignitosa nel paese dei diritti negati”. Uno dei temi trattati e da cui prende lo spunto emozionale il testo, è l’eutanasia attiva, ovvero il diritto di un paziente, cui sia stato accertato lo stadio terminale ed irreversibile della malattia, di chiedere che il medico lo conduca, attraverso la somministrazione di farmaci, alla morte. Dunque non si tratta di eutanasia passiva, come nel drammatico caso di Piergiorgio Welby, quando il medico, per provocare la morte del paziente non presta più le sue cure, interrompe un trattamento o stacca il macchinario di ventilazione forzata. Qui ci troviamo invece di fronte ad un condotta attiva, giustificata dalla grave patologia del paziente, che rappresenta un primo passo, importante, verso il più generale diritto di morire ad nutum, ovvero sia senza alcuna giustificazione, se non la propria coscienza e volontà di farla finita una volta per tutte.

Come dicevo l’autore nella prima parte del libro ci racconta un fatto che ha scosso la sua vita. Il fratello, malato di una forma particolarmente grave di leucemia, dopo un primo ciclo di chemioterapia in cui sembrava essersi ripreso, è stato colpito nuovamente dal male, e si è suicidato gettandosi dal quarto piano della sua abitazione. So cosa significa la perdita di un famigliare e non posso che esprimere il mio senso di vicinanza con quanto Troilo e la sua famiglia abbiano passato. Qualcuno potrebbe obiettare che le vicende private devono rimanere tali, e che non devono essere strumentalizzate per fini personali o politici, che molti di quelli che subiscono una perdita poi fondano associazioni, fanno stalking presso parlamentari e istituzioni, sono sempre presenti in dibattiti televisivi a ricordarci la loro storia personale: ossessivi, compulsivi, monomaniacali. Li guida una promessa fatto sulla tomba al loro congiunto: “Giuro che mi batterò affinchè nessun altro patisca quello che tu hai patito.” Qualcuno può dire che sono eccesivi, non political correct, anche antipatici. Io invece sto con loro, perché odio l’indifferenza. Siamo uomini, fatti di carne e sangue, tutti con una nostra storia unica e personale che più passano gli anni e più diventa presente.

Ma sento il bisogno di dire anche la mia. L’autore ci racconta che il fratello Michele aveva molto tempo prima della malattia chiesto ad un medico, che si era rifiutato, di procurargli un veleno da utilizzare in caso di bisogno. La cosa mi ha colpito. Perché un uomo può fare una richiesta simile? L’unica spiegazione è che abbia paura di soffrire. E molta. Ci sono persone che hanno una soglia di dolore molto bassa, cui basta l’ago di una siringa o un dolore posturale per mandarli nel panico e nell’apprensione. Se a questo aggiungiamo che i dolori per la fase terminale della leucemia possono essere atroci possiamo immaginare cosa deve aver provato Michele, il fratello dell’autore, un uomo di 74 anni, onesto e gentile che in vita sua non aveva mai fatto male ad una mosca. No, questo Troilo non lo dice nel libro, ma io credo che fosse una persona così, come era mio zio, che pochi anni fa si ammalò anche lui di leucemia. Viveva in Germania da molti anni, e per noi era difficile andarlo a trovare nel lungo periodo della malattia. Allora ci mettemmo d’accordo fra noi famigliari, io lo sentivo i giorni dispari, dopo le sei. Erano lunghe telefonate. Mio zio era un tipo simpatico, da giovane, al tempo dei Beatles, era andato in Inghilterra a lavorare nei grandi ristoranti italiani e non era più tornato in Italia. Gli piaceva la libertà, gli piaceva girare. Nella sua malattia è stato fortunato. Certo, è morto. Ma ha trovato dei medici che gli hanno voluto bene. Forse perché non aveva perso la sua italianità, non si era finto inglese o tedesco, aveva conservato il sorriso e l’ironia che ci contraddistingue. Era il cocco delle infermiere e al suo funerale la chiesa era gremita. Era così strano vedere tutta quella gente, neanche fosse il sindaco. Chi erano tutte quelle persone? Mi dissero che erano i clienti del suo ristorante. Non è buffo che una piccola cittadina tedesca vada al funerale di un cameriere italiano?

Al telefono parlavamo molto, e raramente era giù: era coraggioso, prendeva tutto come una sfida, la chemio, il trapianto. Fino al giorno prima di quella dannata febbre che se l’è portato via in poche ore pensava che ce l’avrebbe fatta. Perché credeva in Gesù. Pensava che le sue preghiere sarebbero state esaudite. Faceva un po’ lo spaccone. Lassù qualcuno mi ama. Lui mi ha insegnato che la vita è un dono e che non dobbiamo sprecarla. Ogni istante è importante, soprattutto se ci si avvicina alla morte. Pensate a Steven Jobs, il signor Apple, la sua agenda di incontri era così fitta negli ultimi mesi di malattia che molti stazionavano vicino alla sua casa solo per poterlo incontrare un’ultima volta. Ha vissuto fino all’ultimo respiro. Con quei suoi tre whooo, whooo, whooo di meraviglia all’entrata del mondo nuovo. Certo, non siamo tutti uguali, e io non voglio fare come i bambini quando litigano perché “mio padre è meglio del tuo.” Ma soprattutto non voglio negare quanto possa essere profondo il dolore e la disperazione umana.

Ma l’eutanasia non è la soluzione, anzi è un rimedio peggiore della cura. Al tempo della morte di Michele Troilo, nel 2004, la sensibilità della medicina verso questo tipo di problematiche era molto scarsa, oggi le cure palliative per il sostegno nelle fasi terminali sono diventate legge e lo sforzo comune deve essere quello di incentivarle e diffonderle in tutta Italia. Ed anche la ricerca sta facendo passi da gigante. Si pensi alla radioterapia con effetti antalgici. E i medici… Quanto è importante avere un buon medico accanto? Alcuni professori che sono sempre accanto ai malati terminali dicono che il suicidio di un paziente è innanzitutto una sconfitta per il medico. A chi non viene il sospetto che quel paziente sia stato abbandonato? E quanti cattivi medici, se ci fosse la possibilità di dare la morte invece di stare accanto al proprio paziente, opterebbero per quella facile soluzione. Quanti risponderebbero con un’alzata di spalle: “E’ lui che l’ha voluto!” No, non esiste un diritto di morire. Esiste invece il diritto alla serenità del trapasso. E dovremmo impegnarci tutti, cattolici e laici, perché venga universalmente riconosciuto.

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22 commenti a In morte di un fratello, risposta a Carlo Troilo