Troppi antidepressivi, all’uomo secolarizzato manca il senso del vivere

Il 18 dicembre scorso facevamo notare come sempre più frequentemente il termine “secolarizzazione” faccia rima con “depressione”, nel senso che nei Paesi più secolarizzati si verifica puntualmente un aumento di cure antidepressive, psicofarmaci, abuso di stupefacenti ecc… Secondo il filosofo laico Pietro Barcellona il motivo è proprio quello esistenziale, ovvero l’incapacità di trovare un significato unitario e adeguato nello stare al mondo. Senza un orizzonte di Senso ultimo l’uomo perde la bussola, innanzitutto di sé stesso.

Recentemente ne ha parlato anche il dott. Maurizio Soldini, medico, filosofo, esperto di bioetica, il quale svolge l’attività di clinico medico presso la “Sapienza” Università di Roma. Prendendo spunto dal rapporto sullo stato sanitario italiano presentato pochi giorni fa dal ministero della Salute, si è domandato se il vertiginoso aumento dell’uso di antidepressivi nell’ultimo decennio corrisponda più a un disadattamento spirituale, piuttosto che psico-fisico.

Ne ha così approfittato per introdurre una figura troppo poco considerata, ovvero Viktor Emil Frankl, neurologo e psichiatra austriaco, fondatore della logoterapia. La logoterapia è «un approccio psicoterapeutico che si basa sull’analisi esistenziale e che cerca di ricoprire il senso (logos) di ogni esistenza umana». Il punto fondamentale è l’unicità e irripetibilità dell’uomo, questione molto a cuore di Frankl. La vita di un uomo non è infatti riducibile alla vita fisica e biologica, ovvero a quello che viene determinato dal suo Dna. Il suo essere è un esser-ci che non può fermarsi alle contingenze spesso negative e alle prospettive naturalistiche. Frankl, continua Soldini, «era convinto che la sofferenza, il male, la morte non siano annichilimenti, ma all’opposto possano dare l’input per mettere in moto l’uomo alla ricerca di senso. Egli stesso aveva sperimentato nei campi di concentramento nazisti come la sopravvivenza fosse direttamente proporzionale alla capacità di dare un senso attraverso la fede anche a una delle esperienze più atroci a cui potesse andare incontro un essere umano, avendo così avuto lo spunto delle sue teorie».

Oggi, conclude, «per sconfiggere la depressione, che forse in alcune circostanze è piuttosto angoscia esistenziale, abbiamo sì bisogno di un trattamento farmacologico, ma in casi più che controllati. In genere, sia da parte dei terapeuti sia da parte dei “pazienti”, il problema è da considerare anche con un atteggiamento basato su dinamiche antropologiche ed esistenziali. Il fine è quello di ri-trovare e dare un senso all’esistenza per quanto delimitata nella natura, proprio per cercare di trascendere, per quanto possibile, questa stessa natura». Dare un vero senso al vivere, questa è la grande sfida dell’uomo emancipatosi da Dio.

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65 commenti a Troppi antidepressivi, all’uomo secolarizzato manca il senso del vivere

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  1. Alessandro M. ha detto

    Queste cose erano tranquillamente riconosciute dai grandi laici del passato, penso a Bobbio o a Leopardi. Oggi purtroppo va di moda l’orgoglio laicista per cui nessuno è interessato a riconoscerlo, anzi sui cartelli in America scrivono “Gli atei sono tanti e sono felici”, questi gli slogan. Devono scriverlo per auto-convincersi e convincere gli altri. A me pare assurdo. Come si fa ad essere davvero felici (non intendo contenti o briosi, ma felici) di qualcosa di cui non si capisce il senso, il significato ultimo? Pensate ad un oggetto…lo guardate, lo studiate, lo girate tra le mani, provate a morderlo, lo tirate contro il muro ecc.., ma non sarete mai felici di averlo con voi senza sapere a cosa serve, quale scopo ha. Ora mettete la vita, l’esistenza al posto dell’oggetto. Quale senso può avere tutta l’esistenza, tutto quello che ci accade senza Dio? Nessuna, si può sopravvivere di piaceri momentanei, come può essere piacevole tirare l’oggetto misterioso contro un muro. Ma non si può essere davvero felici della vita. Sbaglio?

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  2. Luis ha detto

    Non sbagli affatto. Il “non sense” è alienante, specie se posto come assunto universale.

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  3. Tiziana ha detto

    e pensare che qualcuno vorrebbe parlare di ateofobia per queste riflessioni…

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  4. beciu ha detto

    La morte fa paura, la vita che finisce non è un pensiero che rende certo felici.
    La vita eterna sarebbe una prospettiva migliore.
    Ma da ateo-agnostico posso dire di essere contento sia della mia posizione (dubitativa) rispetto ai “grandi temi” sia di essere vivo, di vivere la vita per quanto breve essa sia.
    Contento per i credenti che hanno una prospettiva per il dopomorte migliore della mia, ma personalmente la mia mi calza a pennello e mi sta bene anche così.

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    • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

      Sono contento anch’io se è così. Posso soltanto cercare di capire se ti stai contraddicendo oppure sono io che non riesco a capire?

      Dici: “La morte fa paura, la vita che finisce non è un pensiero che rende certo felici”. E poi: “Ma da ateo-agnostico posso dire di essere contento sia della mia posizione”. Io concluderei che tu non sei felice ma sei contento, ma questa mi sembra una contraddizione. Oppure riconosci che la felicità non equivale a contentezza? In quel caso io sono assolutamente d’accordo, credo infatti che senza un senso ultimo l’uomo possa essere a tratti contento, ma mai felice.

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      • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

        Dammi la tua definizione di “contento” e “felice”, così ragiono meglio sulle tue parole… non sto sfottendo, prob è ignoranza mia che non sto cogliendo ora la differenza semantica

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        • beciu ha detto in risposta a beciu

          Aspetta, ho fatto casino….
          Allora: per me felice = contento (magari sbaglio !).
          Intendo dire che se credessi nella vita eterna prob sarei + felice nei momenti in cui mi viene da pensare alla morte, ma non per questo un ateo/agnostico è infelice.
          Anzi, sono felice della mia posizione in quanto si sposa bene con la mia personalità, sono felice di vivere questa vita nonostante la prospettiva che finisca nel nulla così come è cominciata

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          • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

            Quindi non ti rivedi nell’esempio che ho fatto sopra dell’uomo che si rigira tra le mani un oggetto di cui ignora il significato ed è triste finché non lo percepisce?

            Cioè tu mi stai dicendo che si può essere felici di possedere un oggetto (metafora della vita, dell’esistenza), anche senza sapere a cosa serve (da dove arriva, perché, come, quando ecc..). Giusto?

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            • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

              Capisco il concetto.
              Però a me piace la posizione dubitativa: non so perchè sono qui, non so neanche se c’è un perchè.
              Ma sono nato ignorante, vivo nell’ignoranza e finirò così… è una condizione permanente, a mio avviso, quella dell’essere umano.. mi piace l’idea di lottare contro la mia ignoranza ma di saperla anche accettare

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              • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

                Non credi che sia un accontentarsi rispetto alla potenza di esigenza di risposta che è presente in te (le grandi domande dell’uomo, per intenderci), che invece non ha nessuna intenzione di accontentarsi? Noi siamo messi nel mondo con queste esigenze di significato e di risposta, di tutto vogliamo sapere “perché” fin da quando siamo piccoli, di tutto quello che ci circonda pretendiamo le ragioni e il senso. Eppure sulla cosa più importante, ovvero il senso unitario di tutto e il significato stesso dell’essere al mondo, ci accontentiamo di “essere felici di non sapere”. E’ davvero possibile?

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                • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                  Beh, nessun uomo sulla Terra ha mai saputo TUTTO (e non mi riferisco alla religione), quindi l’ignoranza accompagna l’Uomo da sempre così come siamo accompagnati dalla sete di conoscenza.
                  Mi rendo conto però che certe domande non hanno, a mio avviso, risposte per niente convincenti, quindi sospendo il giudizio pur essendomi formata una mia idea.
                  E mi va bene così, ammetto l’ignoranza anche perchè non avrei modo di avere una risposta definitiva.

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                  • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

                    Questo l’ho capito. Però l’ignoranza circa il funzionamento delle stelle o l’ignoranza circa il significato di vivere la vita (che non è poi tutta rose e fiori, anzi!) sono due tipi di ignoranze diverse…si può vivere tranquillamente pensando che il sole giri attorno alla terra, ma non si può vivere con letizia -secondo me- senza rispondere adeguatamente alle grandi esigenze di significato con cui l’uomo nasce (e muore, dato che non riesce a sopprimerle).

                    Mi ha colpito questa tua frase: “E mi va bene così, ammetto l’ignoranza anche perchè non avrei modo di avere una risposta definitiva”. Essere sicuri di non riuscire ad avere una risposta non può co-esistere con il non sapere. Perché ti ritieni ignorante ma sicuro di non poter avere mai una risposta definitiva (o che essa non esista). Secondo me sei fin troppo poco ignorante, nel senso che pensi già di sapere…sbaglio?

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                    • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                      E’ la stessa cosa: non so qualcosa, mi piacerebbe scoprirla, cmq cerco e faccio in modo che l’assenza di risposta non mi renda infelice.
                      Non posso dire di “essere felice dell’assenza di risposta”.
                      Posso dire di “essere felice di pensare che non c’è una risposta”.
                      Posso dire che “vivo felice nonostante manchi una risposta”.
                      Che posso dirti ? Non mi pesa… mi pesa di + il pensiero dell’ineluttabile.

                      Sì, o meglio sono abbastanza convinto che non avrò mai una risposta sicura. Ma anche su questo si può dubitare.
                      Il dubbio mi preseguita ! 🙂

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a Alessandro M.

                      Posso chiederti cosa fai di preciso perché “l’assenza di risposta non mi renda infelice”?

                      Un’altra domanda: dici “Posso dire di “essere felice di pensare che non c’è una risposta”. In che modo questo ti rende felice? Non riesco proprio a capire, scusami.

                      Ultima domanda (prometto): in che modo può rendere felice il dubbio? Su tutto pretendiamo una risposta e finché non l’abbiamo non siamo contenti. Eppure, come dicevo, sulla cosa più importante che possa esistere, il senso della vita, siamo contenti di dubitare. Posso sapere come?

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                    • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                      L’unico scopo della vita che conosco e dò per certo è “vivere al meglio e + a lungo”, qualunque cosa questo significhi.
                      Non so se c’è un senso + profondo, e se ci fosse non potrei (per come la vedo) neanche essere sicuro di saperlo: quindi mi va bene quello che conosco, è già sufficiente.
                      Io dico che “manca la risposta”: in realtà ad essere + precisi manca un qualcosa che, come scopo, vada oltre il mero vivere.

                      Come posso essere felice di pensare che non c’è una risposta ?
                      Sono felice del fatto che ho abbandonato prima la fede, quindi l’ateismo per abbracciare quella che, nel profondo della mia psiche, ho sempre ritenuto la risposta più plausibile: non lo so.
                      Mi compiaccio di aver fatto un processo di maturazione che mi ha portato ad un pensiero che mi si addice come persona.
                      Sono felice di riuscire finalmente a pensare, e fare mio, il fatto che prob non raggiungerò mai tale risposta

                      Tutti pretendiamo una risposta, ma non sempre c’è o siamo in grado di scoprirla: e questo è proprio un esempio classico, se non il più significativo, di risposta mancante.
                      Accettare il dubbio, accettarsi limitati per me è un passo significativo: è, nel mio caso, un atto d’onestà che mi permette anche di liberarmi (anche se sinceramente non sempre) dall’angoscia di dover sapere.
                      Non è il dubbio a rendere felice, ma l’accettazione del dubbio aiuta ad esserlo.

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                    • Andrea ha detto in risposta a Alessandro M.

                      “Non è il dubbio a rendere felice, ma l’accettazione del dubbio aiuta ad esserlo”

                      Sono d’accordo, forse un credente si sente più felice di uno che dubita questo è possibilissimo, il dubbio tuttavia fornisce al non credente la prospettiva secondo cui la scelta del credente appaia come un compromesso, e il compromesso per chi dubita è una maledizione. Chi dubita entra quindi in uno stato mentale in cui la coerenza del credente gli appare incoerente e in cui la felicità non può essere ritenuta bene di scambio pagato al prezzo dell’incoerenza (o almeno di come essa è percepita dal dubitante)

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                    • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                      A mio avviso vero in parte.
                      Cercando invece di pormi nell’ottica del credente, lui sa o quantomeno è fermamente convinto.
                      Avendo la Verità, per quanto possa criticare la sua posizione e non ritenerla adatta alla mia persona, il credente può trovarsi (almeno credo) nella posizione di sapere qualcosa che io non so, qualcosa in cui riporre fiducia che io non ho.
                      A quel punto la sua coerenza non è incoerente, anzi prob sarebbe meno coerente avere fede e dubitare (per quanto possa simpatizzare con questa posizione, ma io sono un dubitante !).
                      Queste conversazioni stanno diventando intricate.

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a Alessandro M.

                      @Beciu

                      Tu dici: “L’unico scopo della vita che conosco e dò per certo è “vivere al meglio e + a lungo”, qualunque cosa questo significhi”. Purtroppo vivere al meglio non risponde molto…cosa significa per te “il meglio”? Guadagnare più soldi possibili? Quindi chi ha tanti soldi è automaticamente più felice di chi non ne ha? Avere più salute? Quindi chi è sano è automaticamente più felice di chi è malato? Insomma non la vedo come risposta…

                      Poi dici che quello che ti rende felice è “che ho abbandonato prima la fede, quindi l’ateismo” per abbracciare il dubbio. Qui starebbe la tua felicità? Cioè tu ti alzi al mattino e dici: “Che bello! Sono contento perché ho abbandonato la fede e l’ateismo e sono agnostico!”. Nei momenti bui tu pensi all’agnosticismo e diventi felice? E’ così? Quindi possiamo dire che la risposta alla felicità dell’uomo è l’essere agnostici? Oppure tu sei diverso da tutti noi?

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a Alessandro M.

                      @Andrea.
                      Ma perché tutto è in funzione del credente? Non riesco a capire. Il dubbio è assenza di risposta quando invece dentro di noi c’è la pretesa di risposta. Come può il dubbio rendere felici? Penso anche nella vita quotidiana: è il dubbio se lei mi ama che mi rende felice oppure è la certezza che lei mi ama a rendermi felice?

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a Alessandro M.

                      @Beciu
                      Mi sembra un commento molto realista. Secondo te non vale la pena verificare se quella Verità che il credente afferma di possedere può essere reale oppure no?

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a Alessandro M.

                      1° risposta
                      Vivere al meglio è secondo te essere felici. Ed essere felici significa avere salute? Quindi non averla significa non essere felici? Non credo sinceramente… Perché secondo te ci prefiggiamo sempre nuovi obiettivi? Forse è perché nessuno ci rende mai davvero felici? Abbiamo sempre bisogno di altro per vivere al meglio…sbaglio? Superare i momenti bui è vivere al meglio? Ma poi i momenti bui ritornano…quindi come si può essere contenti di continuare a superare momenti bui? I momenti migliori hanno il grande limite di finire. Si può essere contenti di qualcosa che è destinato a finire? Oppure l’uomo aspira sempre al “per sempre”? Perché dici “mi basta”? Non credi che sia un accontentarsi, come ti ho già fatto notare? Sei sicuro che ti basta davvero? Cosa rispondi a te stesso, alle domande che hai dentro di te che ti dicono che in realtà non ti può mai bastare (altrimenti non ti alzeresti dal letto se fossi soddisfatto, no?)

                      Non ho capito? Sei contento oppure riesci ad accettarlo senza logorarti?

                      2° risposta
                      Dici che quella verità è inverificabile anche senza averlo verificato. Da dove nasce tutta questa sicurezza? Sopratutto come può coesistere in un agnostico? Come puoi pensare che sia difficile qualcosa che non conosci o con cui non ti sei mai confrontato. Non credi sia un pregiudizio? Perché tanti ci riescono e tu non dovresti riuscirci? Cos’hai in meno di me?

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                    • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                      Ho elencato alcune “cose” che aiutano ad essere felici, ve ne sono anche altre.
                      D’altronde più di una vita “felice” (secondo i criteri da me elencati ma anche altri) è il massimo che penso di poter ottenere.
                      Perchè penso che al di là non ci sia nulla o quantomeno non penso di poterlo sapere.
                      Quindi mi va bene raggiungere gli obiettivi sicuri, finora questo modus operandi mi sta rendendo felice.

                      Come può coesistere tale sicurezza in un agnostico ?
                      Altrimenti non sarei agnostico.
                      Se non fossi sicuro che la risposta migliore è “potrei pensare di saperlo (come ho pensato in passato) ma onestamente non posso saperlo” non avrebbe senso essere agnostico.
                      Risposta migliore non significa ovviamente la verità, eprchè “non so” non descrive la verità: descrive solo il fatto che ogni sicurezza di avere la verità la ritengo irraggiungibile… a mio avviso si può credere, ma non essere sicuri.
                      Ed ovviamente mi limito a dirlo ora e non dirlo +, visto che potrebbe parere quasi offensivo sia agli occhi di un credente che di un ateo.

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

                      Io faccio fatica a capire come si possa essere felici dovendo sempre rincorrere la felicità.

                      Perché l’agnostico dubita su tutte le verità tranne che sulla verità della sua posizione? Non mi è ancora chiaro purtroppo.

                      Noto una contraddizione: prima dici: “Se non fossi sicuro che la risposta migliore è “potrei pensare di saperlo (come ho pensato in passato) ma onestamente non posso saperlo” non avrebbe senso essere agnostico”. E poi dici che: “ogni sicurezza di avere la verità la ritengo irraggiungibile”. Eppure poco prima hai detto di essere sicuro (verità) di essere nella risposta migliore.

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                    • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                      Non è un rincorrere la felicità, forse è tutt’altro, significa fermarsi e essere felici di quello che si ha (conosce).

                      Contraddizione: prob ho espresso male ilconcetto nel secondo punto.
                      Non è possibile, per me, essere sicuri che la verità nella quale si crede (qualunque essa sia) sia quella giusta, quindi ritengo la risposta migliore proprio non avere una risposta.

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

                      Mi fermo e sono felice di non sapere? Sono felice del dubbio. Scusa ma non mi convince per nulla. Ti rifaccio l’esempio: è il dubbio che lei mi ama a rendermi felice o la certezza che lei mi ama?

                      Scusa se sono pignolo: come fai ad essere sicuro che la tua sia la posizione migliore, se non è possibile essere sicuri che la verità in cui si crede? In fondo tu hai una posizione ben precisa: la mia risposta è che la posizione giusta è non avere una risposta. E’ un po’ come il relativista che afferma come verità che la verità non esiste.

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                    • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                      Se non avessi accettato il dubbio, sarei infelice… invece lo’ho accettato, quindi mi godo quella felicitàche la vita terrena riesce ad offrirmi.

                      E’ la posizione migliore per me (cioè che meglio si adatta a me), evidentemente non lo è x altri.

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

                      Secondo te dunque il dubbio rende felici. Il dubbio è la risposta dell’uomo, anche se tutto dentro di lui grida ad una risposta di senso.

                      Non mi convince per nulla perché questa regola non vale per nessuna cosa nel quotidiano (amore, amicizia, progetti, viaggi, acquisti, soldi ecc.), ma dovrebbe valere per la cosa più importante: il senso della vita.

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                    • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                      No, il dubbio non rende felici.
                      L’accettazione dell’inevitabile (secondo il mio pensiero) dubbio mi permette di non vivere tragicamente questa mancanza, ma di accettarla e quindi di potermi godere la felicità “rimanente”.
                      Personalmente essere agnostico mi rende felice perchè, avendo sempre dentro questo dubbio, “credendo” o “non credendo” definitivamente avrei mentito a me stesso.
                      Sono felice di non farlo (cioè mentire a me stesso).

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                    • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

                      Posso dirti cosa mi sembra? La volpe che dopo mille salti non è riuscita a prendere l’uva e che torna dai suoi amici e dice: “ragazzi, sono felice così io, quell’uva era sicuramente acerba”

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                    • beciu ha detto in risposta a Alessandro M.

                      Comprendo la tua opinione in merito

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                  • beciu ha detto in risposta a beciu

                    1° risposta
                    Vivere al meglio, qualunque cosa esso significhi… cosa significa per me ? Avere salute, ottenere gli obiettivi prefissati, amare e essere amati, riuscire a superare i momenti bui e godersi quelli migliori, bla bla bla…
                    Mi basta… non so a te, a me basta così.
                    Agnosticismo: sono contento del fatto che ho un dubbio che non credo di poter risolvere, ma la cosa riesco ad accettarla, non mi logora.

                    2° risposta
                    Beh, quella Verità (come qualunque altra) è inverificabile e, a mio avviso, meno probabile rispetto al “nulla” (in fondo sono un po’ ateo).
                    E poi è difficile poter provare una cosa del genere, non è un abito: o ci si crede o non ci si crede.

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        • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

          E’ solo una definizione personale, al di là dei veri significati dei due termini. Faccio fatica a spiegare la differenza….un uomo può essere contento o triste a seconda di quanto gli accade durante la giornata. Contento è dunque un’emozione momentanea (può durare un’ora, un mese o un anno), altalenante e dipendente dal contesto. Felice è una condizione permanente, è la condizione di chi ha incontrato la risposta alla sua umanità e per il cristiano è l’incontro con Dio. Si può essere felici anche nel pianto e nel dolore, si può perdere la propria moglie ed essere straziati ma felici nel cuore (sembra assurdo ovviamente). La felicità non dipende dal contesto ma è orientata continuamente a Lui, si è felici perché Lui c’è, perché la vita c’è, perché la Risposta c’è, indipendentemente da quel che accade. Un paragone banale è quando ti fidanzi (sono fidanzato da due mesi quindi parlo per esperienza personale) e i primi giorni torni a casa e sei felice perché lei c’è, anche se magari la realtà davanti a te va a rotoli. Poi ovviamente tutto si normalizza, proprio perché la vera risposta all’uomo non è la donna, ma qualcosa che trascende la donna, che trascende tutta la realtà. Cmq senza dilungarmi…questo è quanto, spero di essermi fatto capire.

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        • Alessandro M. ha detto in risposta a beciu

          Mi è venuto in mente Platone che parlando ai suoi allievi diceva: “ma non vi rendete conto che quando parliamo della Verità dimentichiamo perfino le donne?”.

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  5. Riccardo ha detto

    intanto “un orizonte” si scrive senza apostrofo…l’Università di Roma si chiama “La Sapienza”…e Ministero della Salute si scrive con la “M” maiuscola…ciò premesso…
    …concordo appieno con Frankl quando afferma che “lo smarrimento dell’uomo è riconducibile alla necessità di dare significato esistenziale alla sua vita”…quello che proprio non comprendo è per quale incredeibile sillogismo la risposta a questa ricerca esistenziale debba essere necessariamente la fede…

    …personalmente conosco compiutamente il senso della felicità…la vivo profondamente attraverso gli occhi…le espressioni e le manifestazioni di vita delle mie figlie…della mia famiglia…e delle persone che amo…so percepire il bello in ogni sfumatura intorno a me…e cerco di vivere nei valori dell’altruismo…della solidarietà…della tolleranza e del rispetto…

    …ciononostante non avverto alcun bisogno di una presenza ultaterrena nella mia vita per fornirle un significato…che al contrario mi appare già piena…non banale e sinceramente vissuta…non mi definisco ateo…piuttosto agnostico, benchè confermi di essere assolutamente in pace con il mio mondo…di vivere serenamente e senza disturbi dissociativi o derive relativistiche, senza che per questo abbia bisogno di trovare una mia divinità di riferimento…

    …in parole semplici…oggi affermo con modestia di non aver bisogno di dio per essere felice e provare a contribuire alla felicità di chi amo e mi ama…tutto qui!

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    • Alessandro M. ha detto in risposta a Riccardo

      Innanzitutto orizzonte si scrive con due zeta, non si cominciano le frasi con i punti di sospensione, “benché” si scrive con un altro accento rispetto al tuo.

      Ciò premesso, vorrei capire cosa intendi per “significato esistenziale” della vita, se non arrivare a dare un senso ad essa. Come può essere che il senso ad essa sia interno alla vita stessa, se nessuno riesce ad accontentarsi davvero di quello che ha ma è in continuo movimento/ricerca, come dice Frankl?

      In cosa consiste la felicità della tua vita?

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    • Alèudin ha detto in risposta a Riccardo

      “…in parole semplici…oggi affermo con modestia di non aver bisogno di dio per essere felice e provare a contribuire alla felicità di chi amo e mi ama…tutto qui!”

      forse ti sfugge che Dio è Amore, proprio quella cosa che c’è tra te e le tue figlie, etc. …

      Padre, Figlio, e Spirito Santo

      due amanti di un amore talmente perfetto, donato e accolto che è anche lui una persona.

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      • Riccardo ha detto in risposta a Alèudin

        dio è amore per chi crede in lui ed è permeato dal suo spirito…l’immensità dell’amore che provo per le mie figlie non nasce che dal mio cuore…

        …rispetto il tuo punto di vista…ma sarebbe bello che tu facessi altrettanto…per quanto mi riguarda mi sfuggirà sempre che dio è amore…perchè fatico anche ad accettare la sua stessa esistenza…

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    • Alèudin ha detto in risposta a Riccardo

      …dimenticavo, come già detto ad altri, per quanto mi riguarda, da come ti sei descritto sei un credente contemplativo, scommetto che ti piacerebbero i libri di Thomas Merton.

      ti do un assaggio:

      “Tutto ciò che esiste, esiste per l’amore, e se l’amore non si rivela in tutte le cose, è soltanto perché noi non vogliamo vedercelo. L’amore, è l’unica possibilità.”

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      • Riccardo ha detto in risposta a Alèudin

        mi duole doverti deludere…ma sono la persona più lontana in assoluto dal poter essere definita credente…personalmente ritengo che ogni fede…per sua stessa definizione sia sinonimo di violenza che si tratti di un credo religioso…politico…sportivo…o esistenziale (cause integraliste quali quella vegana o quella naturalista per intenderci)…

        …e se devo essere sincero fino in fondo…ho studiato tutte le principali professioni spirituali dell’uomo…per quanto ne condivida il messaggio d’amore alla base…fatico davvero a riconoscerne la natura divina…che anzi appare drammaticamente di matrice umana (per come scada spesso nelle peggiori espressioni dell’uomo)… e dopo averle conosciute…posso assicurarti di essere lontanissimo…sideralmente lontano dal cattolicesimo…che tra tutti trovo in assoluto quello di minore ispirazione divina…

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        • Alessandro M. ha detto in risposta a Riccardo

          Attenzione però a non confondere una propria personale adesione all’integralismo. Anche tu, non essendo religioso, fai un atto di fede al negativo: “Dio non esiste”. Può anche diventare una fede integralista, la vediamo all’opera in persone come Odifreddi, l’Uaar o Stalin, per fare degli esempi. Quindi una fede non è necessariamente violenza.

          Mi piacerebbe sapere le motivazioni delle tue posizioni, bisogna anche capire cosa intendi per “aver conosciuto” o “aver studiato”. Dipende anche su cosa hai studiato e chi siano stati i tuoi maestri. Insomma dovresti approfondire secondo me.

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        • Alèudin ha detto in risposta a Riccardo

          non conoscendo la tua storia non posso sapere perchè tu abbia simili ferite, rimane il fatto che vivi per l’Amore e questo è sufficiente.

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  6. Alèudin ha detto

    sarebbe da smontare una volta per tutte che chi crede lo fa solo per avere qualcosa dopo la morte, la mia gioia è di essere qui, l’eternità è già adesso, Cristo ci dice “sono venuto perchè la vostra gioia sia piena”, la fede è un modo di vivere l’istante non di aspettare la morte (chiaro che poi la morte prende tutta un’altra prospettiva).

    E’ il sapere che faccio parte di un progetto, Dio mi chiede se voglio collaborare.

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  7. Riccardo ha detto

    le tue premesse lasciano intravedere un assioma dogmatico e questo mi dispiace…sinceramente non capisco se sono io a leggere tra le righe o se effettivamente quello che lasci intendere è che senza dio e senza la prospettiva offerta dal suo verbo, la felicità sia impossibile…

    …la mia felicità è in così tanti particolari piccoli (soprattutto) e grandi che sarebbe perfino tedioso e presuntuoso provare ad enumerarli tutti…ma provando a riassumerne i cardini principali…sono felice perchè ho la certezza di amare e di essere amato…ho la consapevolezza di fare la mia parte…nel sociale…nel quotidiano…nella vita civica…in quella pratica…ho la forza delle mie idee ed il piacere di rimetterle in gioco nel confronto (avendo il totale rispetto delle idee altrui)…affronto le mie resposabilità (di genitore…compagno…figlio…amico…imprenditore…uomo) senza cercare scorciatoie veloci…capri espiatori o semplicemente di sfuggirvi…mi pongo continui obiettivi (lascio i sogni alla dimensione onirica) ed ho la serenità di sapere che faccio tutto quello che è nelle mie capacità per raggiungerli, avendo avuto (oltretutto) la fortuna o l’abilità di averne realizzati tanti (a cominciare da quelli che mi rendono ogni giorno un uomo migliore e che riconosco attraverso gli occhi delle mie bambine)…

    …non ho bisogno di riempiere di “cose” (da fare o materiali che siano) per dare significato alla mia esistenza ed allo stesso modo non ho la necessità del miraggio di una “miglior vita” per giustificare le difficoltà di questa…non ho alcun disagio nel non avere alcune risposte (non per questo ho la tentazione di ricorrere a dio come risposta unica per quello che non sono in grado di spiegarmi)…non ho bisogno di riferirmi al creazionismo per giustificare la mia presenza sulla terra…ma al tempo stesso non ho alcuna velleità di rifiutare in blocco il messaggio cristiano (che per inciso mi appare di una chiarezza estrema nella sua semplicità “vogliatevi bene che si campa meglio”)…e non assurgo a verità assolute quelle della scienza (che per definizione evolve con il pensiero umano e spesso si smentisce da sola a distanza di anni)…

    …sono felice si…e profondamente…forse ancora più che felice…mi sento realizzato…sento sinceramente che quello che vivo sia significativo e gratificante…a volte la mia felicità…il mio ottimismo…il mio essere positivo è perfino oggetto di dileggio o gelosie…questo non mi rende meno felice…e comprendo appieno la dicotomia che sottolinei (benché semanticamente un po’ forzata) tra l’effimera condizione temporanea della contentezza…ed il permanente stato d’animo di chi come me viva la felicità (anche nei momenti duri)…

    …piuttosto sono sinceramente dispiaciuto…per quanto rispettoso dei tuoi sentimenti…se per te la felicità si riduce alla sola presenza della fede nella tua vita…come se tutto il resto prendesse forma solo se verificata questa condicio sine qua non…ti auguro di non smarrire mai la tua fede…ma di imparare anche a trovare la felicità oltre di essa…

    …rivendico la mia felicità senza dio…è davvero così difficila da accettare?

    P.S.
    l’accento di benché si chiama acuto ed indica che la e va letta chiusa 🙂

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    • lorenzo ha detto in risposta a Riccardo

      E quando sarai vecchio e bavoso e le tue figlie ti chiuderanno in un ospizio, le amerai ancora?

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    • Alessandro M. ha detto in risposta a Riccardo

      Grazie. I motivi della tua felicità però sono senz’altro di grande valore, ma non sono elementi che possano rispondere alla sete d’infinito dell’uomo. Sono sicuramente fonte di gratificazione e contentezza, ma sono tutti elementi con una data di scadenza. Sei felice perché sei un bravo genitore…, è una cosa bella. Ma quando le tue figlie saranno grandi e non avranno più bisogno? Non sarai più felice? Quello che voglio dire è che la tua felicità dipende da quello che ti accade, è “schiava” delle circostanze che ti accadono. Questa dipendenza dalla realtà non può, secondo me, rendere l’uomo davvero felice perché egli aspira a ben altro.

      Un piccolo appunto: non sono ovviamente creazionista e non capisco cosa c’entri, ma non è la presenza della fede a rendermi felice. Ma la presenza di Dio, ovvero di Colui che tiene assieme la realtà e le da un senso ultimo trascendente ad essa. L’uomo ama con molta più affezione ciò che percepisce avere un senso ultimo, rispetto a quel che considera come casuale. Un oggetto regalato da un tuo amico, che ha pensato proprio a te, ti è affettivamente molto più caro rispetto allo stesso oggetto che hai trovato casualmente buttato in un angolo. Ora sostituisci l’oggetto con la vita e tutto quello che ti accade: senza Dio essa diventa pura polvere alzata dal vento casualmente (le tue figlie come tutto quel che hai).

      L’uomo stesso si ribella a questo: perché non prendere seriamente questa ribellione?

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    • Michele Silvi ha detto in risposta a Riccardo

      Il fatto secondo me é che parliamo di “felicità” diverse.
      Penso di parlare anche a nome di molti altri se dico che, dopo le prime esperienze di fede, questa felicità non ci basta piú, sentiamo di dover puntare ben più in alto della realizzazione o del successo, di dover infrangere il limite che ci blocca in noi stessi, di dover raggiungere un infinito molto piú grande, un amore puro e che prescinde da ogni altra cosa.
      Se non hai mai provato la fortissima emozione di sentirsi investiti dallo spirito divino, difficilmente riusciremo a comunicare parlando di “felicità”
      Poi, per carità, probabilmente ci prenderai (mi prenderai) per pazzi, chi puó dire che non lo siamo davvero? 😀

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      • dome ha detto in risposta a Michele Silvi

        La purezza infinita come ti capisco…
        Le debolezze però cercano di trascinarti, è qualcosa di unico ma comporta una grossa responsabilità verso se stessi.
        http://www.youtube.com/watch?v=5C-OTvJ4jyQ Vi invito ad ascoltare questa canzone parla della relazione che ogni persona (titolo) ha verso un qualcosa di infrangibile, ma che comunque ci inonda in questo continuum eterno

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      • Antonio72 ha detto in risposta a Michele Silvi

        Io credo che è impossibile che Riccardo non abbia mai provato la fortissima emozione di sentirsi almeno in parte investito dallo spirito divino, almeno quando afferma “sono felice perchè ho la certezza di amare e di essere amato”. Se infatti l’amore è sincero (il che non è detto, visto lo sfascio in cui finiscono molte famiglie oggi) Dio non ne può essere estraneo.
        E mi dispiace sinceramente quando Riccardo riduce il messaggio cristiano al “vogliatevi bene e si campa meglio”, anzi credo che nemmeno lo pensi, visto che dal suo commento dimostra in pieno la validità dello stesso messaggio.
        Ora Riccardo, quando imparerai ad amare anche il tuo prossimo che non rientri nella ristretta cerchia dei tuoi parenti e conoscenti, e quindi anche le persone da cui hai subito dei torti, allora potrai constatare da te l’efficacia del messaggio cristiano. E’ questa la verità del messaggio cristiano: ama gratuitamente ed incondizionamente il tuo prossimo come te stesso. Ti sembra impossibile? Secondo Dostoevskij solo Gesù poteva farlo, in quanto perfetto, mentre per l’uomo la personalità rappresenta sempre un impaccio. Secondo me non è proprio così, o almeno non del tutto.
        La mia interpretazione del messaggio cristiano è infatti: ama il prossimo tuo in quanto ami te stesso; cioè colui che non ama del tutto il prossimo non potrà amare mai del tutto se stesso, secondo una legge direi quasi proporzionale. E quando avrai imparato ad amare tutto il tuo prossimo come te stesso, allora significa che avrai imparato ad amare totalmente te stesso e quindi anche Dio, in quanto avrai raggiunto la pace e la serenità interiori indispensabili per essere investisti dallo spirito divino.
        Non affermo che Riccardo o qualunque uomo possa sempre, durante il corso della propria esistenza, ambire a tanto, tuttavia può esprimere la sua vita indirizzandosi verso quella meta, come la nave si orienta nella nebbia grazie al faro che segnala il promontorio. Allora in quei momenti in cui Riccardo potrà sentirsi in pace con il prossimo e quindi anche con se stesso, è probabile che venga investito dallo spirito divino….è Dio che chiama. Allora si deve dire che l’altissimo dei Cieli di Dio non è da intendersi a mille anni luce dall’uomo, semmai è quest’ultimo che spesso si pone a mille anni luce da Dio.

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    • Alèudin ha detto in risposta a Riccardo

      non ho capito se era una risposta a me,

      quello che voglio dire è che quello che provi è Vero e reale e aderisce perfettamente al messaggio del Vangelo che dice proprio: “Sì, sono io!”

      insomma ad un certo punto si scopre che senza saperlo si partecipa al suo progetto e da quanto dici lo fai molto bene, è un accorgersi, dire stupiti: “…ma allora eri tu!”

      è un completo rovesciamento.

      rivendica un po’ quello che ti pare, non c’è problema e non ti dispiacere per me.

      notte.

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  8. Ugo La Serra ha detto

    Ciò che mi sembra evidente è che i credenti non riescano a rendersi conto di come ci si possa sentire a non essere credente.
    La differenza con i non credenti è la presunzione di volerci riuscire, e/o di credere che i non credenti possano sentirsi come un credente a cui è stato strappato via il proprio credo.

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    • Alèudin ha detto in risposta a Ugo La Serra

      forse ti sfugge che prima di essere credenti occorre essere non credenti.

      io ero fieramente ateo/anticlericale, esattamente come voi, e non ho nessuna presunzione, vorrei solo essere capace di trasmettervi quello che ho scoperto perchè è bello ma è come per il cibo, posso descrivervi il sapore di una buona pizza quanto volete ma se non siete voi ad assaggiare non c’è nulla da fare.

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      • Sophie ha detto in risposta a Alèudin

        Idem, anch’io non credevo anche se non ero la classica anticlericale. Non è per sentirsi superiori a chi non crede, è che semplicemente vivere con la fede è tutta un’altra cosa.:) Scusa Alèudin, posso chiederti cosa ti ha fatto convertire? 🙂

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        • Alèudin ha detto in risposta a Sophie

          sinteticamente: ero simpatizzante buddhista-zen/induista ma sostanzialmente menefreghista, un giorno mi sono reso conto che del Cristianesimo ne sapevo ben poco, ho lasciato il catechismo volontariamente a 8 anni perchè “Se Dio non conosce già adesso il mio futuro non è onnisciente, quindi non è perfetto e allora non esiste”, poi verso i 30anni mi sono chiesto come fosse possibile che gente che io reputo intelligente e intellettualmente onesta potesse essere contemporaneamente cattolica :), ho ripreso in mano il Vangelo e ho scoperto che tutto cio che cercavo era lì.

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          • Sophie ha detto in risposta a Alèudin

            La Bibbia non l’ho letta tutta e non mi esprimo ma leggendo il Vangelo… bè Gesù aveva una marcia in più rispetto a tutti, troppo in più per essere un semplice uomo! Il Vangelo è quanto di più attuale ci possa essere nonostante abbia la sua età 🙂 W il nostro Re Gesù! <3

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          • Andrea ha detto in risposta a Alèudin

            ..volontariamente a 8 anni perchè “Se Dio non conosce già adesso il mio futuro non è onnisciente, quindi non è perfetto e allora non esiste”…

            Ammazza, ti invidio per aver potuto fare un ragionamento simile a 8 anni…

            “come fosse possibile che gente che io reputo intelligente e intellettualmente onesta potesse essere contemporaneamente cattolica”, è pieno di persone così su questo forum, fortunatamente.

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          • Ottavio ha detto in risposta a Alèudin

            Poi è arrivato Einstein e ci ha spiegato che il futuro non esiste, esiste solo il presente. Una bellissima spiegazione, secondo me, di come possa esistere un Essere supremo onnisciente.

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    • Panthom ha detto in risposta a Ugo La Serra

      ” i credenti non riescano a rendersi conto di come ci si possa sentire a non essere credente”, ero non credente fino a 3 anni fa.

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  9. Sophie ha detto

    C’è bisogno di ritrovare la propria dimensione spirituale. Vedo eccessiva cura del corpo e poca dello spirito.

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    • Antonio72 ha detto in risposta a Sophie

      Giusto Sophie, hai detto una cosa che condivido del tutto: l’uomo deve ristabilire l’equilibrio tra il corpo e lo spirito, che non significa affatto non avere cura del proprio corpo o addirittura costringerlo a privazioni e patimenti vari, come credono alcuni fondamentalisti religiosi, i quali per es. portano il cilicio. Ricordiamoci che per arrivare allo spirito si deve passare necessariamente attraverso il corpo; ma come si può conoscere il bene che lo spirito rappresenta quando ci si infligge volontariamente (forse anche con una certa voluttà peccaminosa) il male sul proprio corpo?
      Cmq non tutti i credenti prima erano non-credenti, soprattutto in Italia. Semmai purtroppo spesso è vero il contrario: si crede da ragazzi, ma poi una volta adulti non si crede più in nulla! Il giovane è quindi molto più vicino allo spirito dell’adulto, in quanto non ancora contaminato dal cinismo del mondo. Per questo uno dei più grandi peccati è corrompere la gioventù.

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