Le neuroscienze decretano la fine del libero arbitrio?

 
 
di Michele Forastiere*
*professore di matematica e fisica
 

Prenderò spunto da un recente articolo di Eddy Nahmias, intitolato “Is Neuroscience the Death of Free Will?” (“Le neuroscienze sono la morte per il libero arbitrio?”), per affrontare la questione del libero arbitrio – un’impresa, per la verità, in cui da tempo mi ero ripromesso di imbarcarmi. Nahmias, professore associato presso il Dipartimento di Filosofia e l’Istituto di Neuroscienze della Georgia State University, inizia col constatare la crescente diffusione dell’idea che le ricerche neuroscientifiche dimostrerebbero, in maniera ormai inequivocabile, l’illusorietà del libero arbitrio. C’è addirittura chi è sicuro che ogni comportamento dell’Uomo possa essere spiegato mediante il funzionamento meccanicistico di uno o più circuiti neuronali. Niente di nuovo sotto il sole: si ricorderà che questa posizione è sostenuta anche dal “nostro” Edoardo Boncinelli (cfr. Ultimissima 14/9/11).

Intanto è bene sottolineare che un’idea del genere – se fosse realmente confermata – non sarebbe priva di importanti conseguenze pratiche. In particolare, se il libero arbitrio fosse morto, allora anche la responsabilità morale e legale sarebbe moribonda. Lo sostiene l’analista legale del New York Times, Jeffrey Rosen, che dice: “Dal momento che il comportamento è causato dal nostro cervello, ciò non significherebbe che ogni azione potrebbe essere potenzialmente scusata?”. Torna alla mente la notizia, riportata qualche mese fa dal Corriere della Sera, del riconoscimento di una peculiare attenuante in un delitto: la presenza di “alterazioni in un’area del cervello che ha la funzione di regolare le azioni aggressive”. Come dire che l’azione criminale sarebbe stata determinata (almeno in parte) da un inesorabile meccanismo biochimico, e non direttamente dalla volontà dell’imputata. Detto in altri termini, se la capacità di discriminazione è solo l’effetto di una serie di scariche elettrochimiche nei neuroni… ebbene, nessuna azione, nessun pensiero, nessuna decisione si possono definire “liberi” e “volontari”: facciamo quel che facciamo perché non possiamo fare altrimenti.

A questo punto sarebbe necessario aprire un discorso più generale sul determinismo causale, secondo cui ogni cosa che accade è inevitabile, non importa ciò che pensiamo o proviamo a fare. Limitandoci per il momento alla sua applicazione al funzionamento della mente umana, è facile capire che esso costituisce la negazione del libero arbitrio: se le nostre decisioni non sono altro che reazioni chimiche, allora il nostro pensiero conscio viene costantemente scavalcato da ciò che il cervello meccanicamente fa – così che ogni nostra azione si può ritenere di fatto involontaria. Nahmias, però, pensa che, anche nel caso in cui le neuroscienze e la psicologia fossero in grado di stabilire la verità del determinismo – cosa che ritiene improbabile – ciò non implicherebbe che il pensiero conscio venga effettivamente scavalcato. Tutto sta nel definire correttamente l’esercizio del libero arbitrio come uso efficace delle capacità di decisione consapevole e di autocontrollo. È chiaro che questa è una definizione pragmatica, che non dice nulla sul presunto determinismo di fondo della realtà (su questo torneremo più avanti); però è in grado di stabilire un punto importante, e cioè che la responsabilità personale di ogni atto che implichi decisioni moralmente rilevanti non può essere in nessun caso annullata.

Vediamo brevemente su quali basi Nahmias poggia la sua convinzione. È vero – dice – che alcuni esperimenti sembrano suggerire che le capacità di decisione consapevole siano escluse dalle catene causali che producono le nostre decisioni e azioni; in particolare, è vero che le neuroscienze mostrano che il nostro cervello prende certe decisioni prima che ne siamo consapevoli. In effetti, però, gli esperimenti riguardano tutti decisioni rapide e ripetitive, per le quali era stato detto ai soggetti di non pianificare l’azione, ma di aspettare l’insorgere di un forte stimolo a compierla. L’attività neurale precoce misurata, dunque, corrispondeva molto semplicemente a stimoli elementari che precedevano la consapevolezza conscia. D’altra parte, questo è ciò che dobbiamo ragionevolmente aspettarci in corrispondenza di decisioni semplici e ripetitive! Se, infatti, fossimo costretti a riflettere consapevolmente su ogni nostra azione, saremmo degli inetti a vita: saremmo perenni principianti alla guida, incapaci di parlare, scrivere, ballare, suonare uno strumento. È chiaro che l’attenzione conscia, relativamente lenta e laboriosa, è richiesta quando si apprende una qualsiasi attività; dopo è sostituita da processi neurali inconsci, molto più rapidi, in cui la consapevolezza gioca esclusivamente un ruolo di controllo a posteriori. È altrettanto chiaro, però, che essa è indispensabile nelle questioni importanti, quando per esempio è necessario giudicare o pianificare. Ebbene – ribadisce Nahmias – le neuroscienze e la psicologia non forniscono alcuna prova del fatto che la consapevolezza cosciente non intervenga in quel genere di decisioni: anzi, esistono prove concrete che indicano esattamente il contrario.

Secondo Nahmias, dunque, le indagini neuroscientifiche dovrebbero partire dall’assunto che le attività di decisione consapevole e di pensiero razionale siano svolte da complicati processi cerebrali, dopodiché potrebbero procedere a valutare se quei processi abbiano o non abbiano un ruolo causale nell’azione. In realtà, egli ritiene assai improbabile che i futuri sviluppi delle neuroscienze riusciranno a dimostrare la seconda possibilità: vorrebbe dire che quei processi cerebrali non sono di nessuna utilità pratica – anzi, sono sostanzialmente dannosi, considerata la notevole quantità di energia necessaria al loro funzionamento. Detto in altri termini, in quel caso l’autocoscienza si rivelerebbe essere poco più di un inutile accessorio, evolutosi per puro caso con l’unica funzione di permetterci di osservare ciò che facciamo dopo il fatto, piuttosto che per affinare le nostre procedure decisionali e migliorare il comportamento. In conclusione, Nahmias osserva che non c’è dubbio che i nostri processi cerebrali consci siano troppo lenti per intervenire ogni volta che si flette un dito per battere al computer; ma fin tanto che essi fanno la loro parte nel decidere quali idee scrivere, possiamo affermare che non sono un’appendice superflua, e che il libero arbitrio non è scavalcato da ciò che il cervello fa.

A questo punto, direi che si possa tranquillamente rispondere alla domanda iniziale con un “no”: le neuroscienze non decretano la fine del libero arbitrio – quanto meno nell’accezione pragmatica qui proposta. Questo, però, non risolve il problema generale del determinismo causale cui accennavo prima. Insomma, se anche il complesso delle funzioni cerebrali che presiedono alla decisione consapevole dipende, in ultima analisi, da meccanismi elettrochimici neuronali, si può continuare a parlare di libero arbitrio in senso proprio? In altre parole, posso dire di decidere davvero liberamente, se la mia stessa autocoscienza non è altro che il risultato di una concatenazione di reazioni chimiche, la cui consequenzialità è tanto inevitabile quanto la caduta di un sasso lungo un pendio?
Credo proprio che questo argomento meriti una trattazione ampia e approfondita… che proveremo ad affrontare in un prossimo articolo.

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