Il Belgio fa scuola: ecco i pericoli legati all’eutanasia e testamento biologico

Ad inizio marzo, il parlamento italiano dovrebbe votare la proposta di legge sulle cosiddette “dichiarazioni anticipate di trattamento” o DAT. Nonostante diverse critiche sicuramente condivisibili, resta il fatto che il ddl Calabrò ha buoni intenti come quello di chiudere la porta all’eutanasia passiva, al testamento biologico così com’è inteso dall’area laicista e all’intervento dei giudici. Se infatti andiamo a vedere la situazione di uno dei pochi Paesi europei dove l’eutanasia è stata legalizzata, il Belgio (dal 2002), scopriamo quanto sia reale il rischio di abusi o derive che conseguentemente ne derivano. La descrizione della situazione è ripresa dall’Agenzia Zenit.it

1) Flop dei testamenti biologici. Innanzitutto la formula delle “dichiarazioni anticipate di eutanasia” non sembra più suscitare molto entusiasmo. Come ha riferito sabato 19 febbraio il quotidiano Le Soir, a fine 2010 erano state registrate presso le autorità competenti 24.046 di queste dichiarazioni. Ma nel 2010 sono state registrate “solo” 8.000 nuove dichiarazioni, ossia una media settimanale di 170, una cifra ritenuta troppo bassa. Per il quotidiano di Bruxelles, a frenare la divulgazione della prassi sarebbe l’obbligo di recarsi presso i servizi pubblici accompagnato da due testimoni di età adulta e inoltre il fatto che il documento va rinnovato ogni cinque anni per essere valido.

2) Pericolo di pressione sui pazienti perché donino gli organi. Uno sviluppo ben più preoccupante è quello segnalato il 25 gennaio scorso da Wesley J. Smith, noto oppositore all’eutanasia e al suicidio assistito. Nel suo blog Secondhand Smoke, sul sito della rivista statunitense First Things, Smith ha richiamato infatti l’attenzione su un progetto presentato nel dicembre 2010 da tre trapiantologi belgi – i professori Dirk Ysebaert, dell’Università di Anversa (UA), Dirk Van Raemdonck, dell’Università Cattolica di Lovanio (KUL) , e Michel Meurisse, dell’Università di Liegi (ULg) – durante un simposio sulla donazione e il trapianto di organi nel paese, organizzato dall’Accademia Reale di Medicina del Belgio. I tre medici hanno proposto una serie di linee guida per inquadrare il prelievo di organi per trapianti da persone morte per eutanasia. Si tratta di pazienti con organi di una qualità relativamente “alta” e rappresentano dunque una categoria di potenziali donatori. Esistono almeno quattro casi di pazienti morti per eutanasia in Belgio a cui sono stati prelevati organi per trapianti. Un caso è quello trovato da Wesley Smith sulla rivista Transplantation di una donna non terminale ma caduta in uno stato detto “locked-in”, una condizione nella quale la persona è perfettamente cosciente e sveglia ma si trova nell’incapacità di comunicare perché completamente paralizzata. «E’ un terreno molto pericoloso, reso ancora più infido da medici, coniugi e da una rispettata rivista medica, quello di avvalorare le idee secondo cui è meglio essere morti che handicappati e che dei pazienti viventi possono, in sostanza, essere considerati una risorsa naturale da uccidere e da sfruttare», osserva Smith sempre sul suo blog Secondhand Smoke (First Things, 8 maggio 2010). L’organizzazione Eurotransplant – la rete europea che unisce i centri trapianti del Benelux (Belgio, Lussemburgo e Olanda) e di Austria, Croazia, Germania e Slovenia – e l’eurodeputato e portavoce della CDU (il partito democristiano della cancelliera tedesca Angela Merkel) hanno reagito con preoccupazione alla notizia, mettendo in guardia contro il pericolo che venga esercitata una “pressione sottile” sui pazienti affinché donino i loro organi (Die Tagespost, 12 febbraio).

3) Eutanasia avviene senza consenso del paziente. Che il “modello belga” si sta incamminando sul cosiddetto “piano scivoloso” lo dimostrano d’altronde altri due studi pubblicati il primo a maggio sul Canadian Medical Association Journal (CMAJ) e il secondo ad ottobre sul British Medical Journal (BMJ). Il primo studio rivela che quasi un terzo (il 32%) dei casi di “morte medicalmente assistita” nella regione delle Fiandre avviene senza richiesta o consenso del paziente. In più della metà di questi casi – il 52,7% – la persona cui è stata applicata l’eutanasia, senza la sua esplicita richiesta, aveva 80 anni o più. Dalla seconda inchiesta emerge inoltre che appena la metà (il 52,8%) di tutti i decessi per eutanasia nelle Fiandre è stata comunicata all’organismo competente, la Commissione Federale di Controllo e di Valutazione, anche se la legge richiede di farlo. Colpisce inoltre il fatto che in quasi la metà dei casi non segnalati (il 41,3%) la procedura dell’eutanasia è stata eseguita da un infermiere in assenza di un medico.

4) La legge non basta mai: esensione anche ai minori. Per i sostenitori belgi dell’eutanasia, come il professor Wim Distelmans della Vrije Universiteit Brussel (VUB), si vorrebbe creare in Belgio una vera e propria “clinica dell’eutanasia” (De Morgen, 22 gennaio), ma aumentano le richieste di estendere l’eutanasia anche ai minori, legalizzando in questo modo una prassi già ben radicata. Lo ha rivelato uno studio reso pubblico nel marzo del 2009 sull’American Journal of Critical Care (AJCC): in cinque delle sette unità di cure intensive pediatriche del Belgio i casi sono stati almeno 76 nel biennio 2007-2008.

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