Il filosofo Esposito: «i razionalisti? Sbagliano ad usare la ragione»

Segnaliamo un bellissimo articolo su Il Sussidiario in cui il noto filosofo Costantino Esposito, professore ordinario di Storia della filosofia e Filosofia all’Università di Bari, direttore della rivista internazionale Quaestio, spiega quali siano gli errori di chi, con buon rimasuglio illuminista, pretenda definirsi “razionalista”: atei razionalisti, agnostici razionalisti, scienziati razionalisti ecc…
Un nostro amministratore, studente di filosofia, ha tentato di rendere i concetti più alla portata di tutti:

Ecco l’errore dei razionalisti:: «il soggetto che detiene e usa la ragione come una sua facoltà o un suo “potere”, le darà anche l’orientamento che egli ha già in anticipo deciso di adottare. È la volontà di chi la usa, a decidere della natura della ragione, ribaltando così tutta una lunga e gloriosa storia, secondo cui è invece la natura “oggettiva” della ragione a decidere della volontà del soggetto, aprendo di fronte ad esso tutto l’orizzonte della sua domanda di significato e tracciando la traiettoria tendenzialmente infinita della sua attesa di una risposta adeguata». Quindi anche il filosofo sembra confermare che i cosiddetti atei razionalisti non credono in Dio solo perché si rifiutano pregiudizialmente di credervi. E non certo perché l’utilizzo della loro ragione (o razionalità) li porta a questa posizione. E’ un uso scorretto dal principio.

Due conseguenze: l’uso improprio e misuratore di tutto da parte della ragione porta a:
1) «se la ragione (come facoltà umana) o la razionalità (come caratteristica dei discorsi e delle azioni degli uomini) costituiscono il dominio della misurabilità e della produttività delle decisioni pregiudiziali, esse sono condannate a lasciare fuori di sé tutto ciò che chiamiamo il “sentimentale” o l’“emozionale”, il “vitale” o il semplicemente “naturale”, ritenuti “ovviamente” irrazionali o nel migliore dei casi a-razionali, nel duplice senso che eccedono le nostre capacità di controllo culturale e non hanno un’origine e un fine diversi dal mero accadimento naturalistico».
2) E l’altra conseguenza è questa: «Questa procedura strategica decisa dal soggetto si gioca tutta nella “delimitazione” del suo campo: convinzione che esiste veramente solo ciò che riesce ad entrare negli schemi a priori della nostra mente, mentre ciò che li supera, se anche c’è, non potrà mai essere oggetto di una conoscenza o di una scelta razionale».
Insomma si ritorna sempre al solito, morto e sepolto positivismo ottocentesco, che alcune frange della società vorrebbero riabilitare: esiste solo ciò che si tocca, ciò che si misura. L’amore è pura reazione fisiologica per la continuazione della specie, l’affetto verso i genitori è puro istinto di sopravvivenza dai predatori ecc..E via con l’odio verso la grandezza dell’uomo e la sua irriducibilità.

Ecco l’uso corretto della ragione. Si domanda il filosofo: «La ragione funziona solo quando misura e pre-determina il mondo, oppure essa è all’opera anche quando scopre l’esistenza del “Mistero”?». E risponde: la ragione è l’esperienza di un rapporto, uno spazio di apertura del soggetto umano (un’apertura che ha il nome di “io”) in cui la realtà emerge come un “dato”. Prima di ogni soggettivismo e prima di ogni oggettivismo, i “due” – l’io e la realtà – non solo entrano in rapporto tra loro, ma sono essi stessi un rapporto. Da questo punto di vista ogni nostro limite, l’inevitabile delimitazione nell’uso della nostra ragione [cioè il dire, ad esempio: la fede è oltre il limite della ragione], deve essere inteso come un confine, una soglia o un luogo di apertura ad una “ragione” più grande della nostra stessa facoltà [e non un limite]. La ragione è dunque una facoltà conoscitiva e valutativa, ma insieme – e indistricabilmente – è un principio di intelligibilità ossia un senso del mondo, quasi una dimensione costitutiva del reale. Cioè, la ragione è razionale se va oltre al limite, se si apre anche a ciò che non sa misurare [l’amore, Dio, l’amicizia ecc..], non se si ferma prima. La scienza (la fisiologia, la biologia, la chimica ecc..) non può ridurre l’uomo, anzi! Come dimostra il fisico Premio Nobel Erwin Schrödinger, essa mentre progressivamente “oggettivizza” il mondo, si rivela sempre più incapace di conoscere il “soggetto” di tale oggettivazione. «E così l’io resta come un punto di fuga, senza del quale tutta la scienza non sarebbe possibile, ma che la scienza stessa non potrà mai ridurre totalmente alle sue spiegazioni».

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