Le condanne di Galileo e Bruno? Più politica che scienza
- Ultimissime
- 21 Mag 2026

Nei processi a Giordano Bruno e Galileo Galilei quanto contò la scienza? La storica Ada Palmer spiega che furono questioni politiche.
Abbiamo già parlato di una emergente studiosa statunitense: Ada Palmer.
E’ docente di Storia dell’Europa moderna presso l’Università di Chicago e una specialista sempre più riconosciuta del Rinascimento italiano, autrice di “Inventing the Renaissance: Myths of a Golden Age“ (University of Chicago Press 2025).
Non è credente e non si occupa di temi legati all’Inquisizione e alla storia della Chiesa per qualche ambizione morale, ma esclusivamente per interesse storico.
In una sua intervista recente ha parlato del mito del Rinascimento come una presunta età dell’oro e di rinascita della ragione in contrasto con l’oscurità medievale.
Tutto falso, sono interpretazioni illuministe che abbiamo assunto per vere perché è piaciuta l’idea di condannare epoche prettamente cristiane come buie e valorizzare altre come laiche, solari e razionali.
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L’Inquisizione romana e gli scienziati
E’ l’inganno più riuscito della proiezione nel passato degli ideali illuministici.
Oltre a questo, Palmer si è dedicata ad approfondire i due casi più utilizzati negli ambienti anticlericali -come si è visto nella diatriba che UCCR ha avuto con Gilberto Corbellini de Il Foglio– per condannare l’operato dell’Inquisizione: il processo a Galileo e il rogo a Giordano Bruno.
Si tratta, ha spiegato Palmer, della voluta estrapolazione di due casi su migliaia, che non vanno assunti a modello del comportamento inquisitorio.
«E’ come prendere due vignette da un fumetto», spiega, «ingrandirle e appenderle al muro come ritratti, senza conoscere il resto della narrazione che le circonda, cioè il contesto più ampio in cui quei fatti avvennero».
Infatti nei registri dell’Inquisizione romana, su centinaia di migliaia di casi vi sono solo 12 processi rivolti agli “scienziati”. Tra l’altro, aggiunge, «tutti assolti o con semplici multe» e «tutti risalenti allo stesso decennio».
«Se scopri che tutti i processi agli scienziati sono nello stesso decennio», riflette la studiosa, «non hai scoperto cosa faceva l’Inquisizione. Hai scoperto cosa faceva l’Inquisizione tra il 1590 e il 1600 perché c’era qualcosa che in quel momento la spingeva ad agire così».

Perché la condanna di Bruno
Oltretutto, se si approfondisce il caso di Giordano Bruno si scopre che la scienza non c’entrò nulla.
«Se quasi tutti i processi dell’Inquisizione si fermarono alla fase del “sei stato cattivo, non farlo più, ora vai e ascolta questo sermone” -l’equivalente del patteggiamento-», spiega Palmer, «il motivo per cui le autorità permisero che il processo di Bruno arrivasse fino alla fase finale è perché fu un insieme di fattori».
Il processo iniziò perché Bruno aveva irritato il suo patrono o protettore e si avviarono dei giochi di potere tra reti di patronato. Si trattava di quei meccanismi sociali attraverso cui artisti, scienziati, filosofi, scrittori potevano esprimersi e lavorare grazie al finanziamento e alla protezione di un potente (nobili, principi, cardinali, mercanti, ecc.).
E poi, secondo motivo spiegato da Palmer, c’era in gioco l’astio di Roma verso Venezia: era la prima volta che Venezia consegnava un presunto eretico in 500 anni e i romani vollero dimostrare di prendere seriamente il caso. «Quando Giordano Bruno arrivò a Roma», commenta la studiosa, «la sua vicenda risaliva a cose vecchie, rancori risalenti addirittura alla quarta crociata che ricaddero sulla sua testa».
Bruno era già stato interrogato due volte dall’Inquisizione «e in entrambi i casi gli era stato detto “fa il bravo e vai a casa”». Poi però fu denunciato dal suo stesso patrono, l’aristocratico veneziano Giovanni Mocenigo, perché convinto che l’avesse truffato e che fosse un ciarlatano. Fu allora che le cose si fecero serie perché all’epoca, spiega Palmer, «il sistema giudiziario stesso e quello del patronato erano profondamente intrecciati».
Casi esemplari sono quelli dei “reati per omosessualità“.
«Nel 99% dei casi», scrive Palmer, «quando si veniva denunciati per sodomia, si parlava con il proprio patrono, lui parlava con chi di dovere, si chiedeva scusa, si pagava una piccola multa e si veniva lasciati andare. Solo se avevi fatto arrabbiare il tuo patrono il caso arrivava fino in fondo e venivi davvero punito».
Nelle lettere di Macchiavelli ad alcuni amici, ad esempio, ci si riferisce a un cardinale romano molto ostile agli omosessuali attivi. Il corrispondente di Macchiavelli scrisse che «tutti quelli che conosco e che non lavorano per un cardinale sono davvero spaventati e stanno cercando di farsi assumere da un cardinale».
Questo perché, commenta la studiosa, «se lavoravi alle dipendenze di un cardinale potevi essere gay quanto volevi e fare qualsiasi cosa».
La condanna di Galileo per la scienza?
Anche il processo a Galileo, continua Palmer nell’intervista, iniziò e si concluse per motivi riguardanti la politica, non tanto la scienza.
«Se si leggono i documenti reali del processo a Galileo», spiega, «la scienza quasi non viene menzionata, era marginale. Piuttosto si parla di più della sua presa in giro del Papa e «sarebbe stato condannato comunque, perché il Papa aveva detto in pratica: “Trovate un modo.” Quindi la scienza non c’entrava quasi niente».
Giovanni Paolo II nel 1992 si dice abbia chiesto scusa per il processo a Galileo ma, commenta Palmer, «quella non fu la prima volta in cui la Chiesa ammise di aver sbagliato».
Tra l’altro, aggiunge la storica, «è interessante che Giovanni Paolo II disse che i teologi avevano sbagliato la teologia, mentre Galileo l’aveva capita meglio, e che, in effetti, Galileo aveva commesso qualche errore scientifico, mentre i teologi si attenevano alla scienza del tempo. Una bella inversione delle cose».
E qual era il miglior centro di ricerca scientifica del primo Cinquecento? Proprio il Collegium Romanum, l’università dei gesuiti e dell’Inquisizione!
Percependo il «dovere di verificare tutto ciò che veniva pubblicato», dice Palmer, «avevano un grande laboratorio sperimentale per riprodurre i risultati. L’esperimento di Galileo continuò così grazie a persone che erano inquisitori di professione e facevano esperimenti».
Di questo ne ha parlato anche lo storico della scienza italiano Daniele Macuglia, si vedano i suoi lavori dedicati al periodo post-Galileo.


















1 commenti a Le condanne di Galileo e Bruno? Più politica che scienza
A differenza di Galileo, Giordano Bruno non può essere definito in nessun modo uno scienziato. Non sapeva la matematica, non fece mai esperimenti, né osservazioni astronomiche, né alcun altro tipo di ricerca. Si professava copernicano perché era di moda, ma non era in grado di calcolare orbite. La sua visione del mondo non aveva nulla di scientifico ma era un misto di magia ed esoterismo, una specie di New Age ante litteram. L’unica idea buona che ha avuto è stata quella dell’infinità dei mondi, ma l’ha indovinata per caso, non basandosi su osservazioni che non era capace di fare. La sua credibilità come scienziato è la stessa di Vanna Marchi, faccio questo paragone non a caso perché anche Bruno era un imbroglione, il Mocenigo che lo denunciò all’Inquisizione lo fece perché lui gli aveva spillato dei soldi promettendogli di insegnargli conoscenze segrete che non esistevano. Il processo a suo carico non riguardò la sua opera scientifica, che come detto non esisteva, ma i suoi insegnamenti che erano in diretto contrasto coi fondamenti del cristianesimo: negava la verginità della Madonna, sosteneva che i miracoli di Gesù erano opera di magia, e via discorrendo. Il copernicanesimo non c’entrava niente.