Franco Baresi: la fede, l’oratorio e “quel don che mi ha cambiato la vita”

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La morte di Franco Baresi e le parole sulla sua vita di fede, dove ha trovato la forza per essere un esempio di lealtà e rettitudine.


 

La fine di un’epoca del calcio italiano.

La scomparsa di Franco Baresi, storico capitano del Milan e campione del mondo con la Nazionale nel 1982, è un lutto italiano.

E’ stato uno dei più grandi difensori della storia, simbolo di lealtà e appartenenza avendo vestito un’unica maglia per tutta la carriera.

La notizia della sua morte, all’età di 66 anni, ha suscitato commozione anche al di fuori dello sport. E’ ricordato da tutti non solo per i successi sul campo ma anche per il suo stile sobrio e la sua integrità umana.

 


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Franco Baresi e la fede

Meno conosciuto al grande pubblico era invece il suo rapporto con la fede, un aspetto che Franco ha tenuto sempre riservato. Come era abituato a fare con la sua vita privata.

Eppure in alcune occasioni, Baresi ha accennato al suo essere cattolico già da calciatore: «Quando posso vado in chiesa, prego. Credo che la fede possa aiutare, nei momenti bui, critici e nei momenti di riflessione», confidò nel lontano 2004.

Vent’anni dopo, nel 2024, ha raccontato di essere cresciuto «in una famiglia cristiana» e di aver ricevuto proprio dai genitori i valori che hanno guidato la sua esistenza.

 


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L’oratorio e “quel sacerdote…”

Un aspetto, quello religioso, che è diventato ancora più presente in lui dopo la perdita prematura dei genitori, mamma Regina e papà Terzo.

Ne ha parlato in un’intervista soltanto un anno fa, ricordando come la fede sia stata «un porto sicuro nei momenti difficili dell’esistenza. Sul mio comodino tenevo spesso una Bibbia cercando in quelle parole il giusto modo di vivere per essere di esempio e di aiuto agli altri».

In quell’occasione ha anche ricordato l’infanzia e l’adolescenza vissuta nei campi di Travagliato, nel bresciano, in totale povertà.

E anche l’arrivo nel 1968 di «un sacerdote che ci ha cambiato l’esistenza: padre Piero Gabella», ribattezzato don Celentano «per la modernità nel modo di interpretare il messaggio di Cristo».

E’ proprio all’oratorio San Michele che Franco Baresi iniziò a giocare a calcio, presso la società Uso Travagliato, dov’erano obbligatori due allenamenti la settimana e la presenza alla Messa la domenica.

E poi l’insegnamento di sani valori che Franco ha imparato e che «ho seguito nelle mie 23 stagioni in rossonero».

Nelle ultime ore padre Gabella, intervistato dal “Corriere”, ha rivelato che «la fede è stata una compagna di vita per Franco, in questi mesi non ho dovuto confrontarmi con lui su cosa ci sarà dopo la morte, perché lui crede in Dio da sempre».

 


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L’incontro con tre Papi: “l’emozione più grande”

La più grande emozione «fuori dal rettangolo verde», ha poi concluso, è stato l’incontro con tre papi: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco.

Il suo grande desiderio era poter incontrare «il nuovo pontefice Leone XIV, che dovrà guidare la chiesa e i fedeli in un periodo storico estremamente difficile per l’umanità dove l’odio e le guerre paiono avere il sopravvento».

Non sappiamo se il suo desiderio si sia realizzato. Certamente sono parole che oggi assumono un significato particolare.

Dietro il campione che ha scritto pagine indimenticabili del calcio italiano c’era un uomo che, lontano dai riflettori, trovava nella preghiera, nella famiglia e nella fede la forza per essere un raro esempio di rettitudine e lealtà.

Autore

La Redazione

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