Nei testi del pagano Apuleio tracce nascoste dei Vangeli
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- 11 Nov 2025

Davvero l’autore latino e pagano Apuleio attinse dai Vangeli? E’ la tesi del prof. Giorgio Maselli, esposta in esclusiva su UCCR.
di Giorgio Maselli*
*già docente di Letteratura latina all’Università di Bari
Prima di parlare della presenza di elementi neotestamentari nelle opere di Apuleio, autore latino attivo nella II metà del II secolo, va premesso che il Cristianesimo si diffuse rapidamente dalla zona di origine, la Palestina, in molte altre regioni dell’Impero Romano, compresa Roma.
Svetonio, nella Vita di Claudio (25,11), ci informa che questo imperatore – regnante dal 41 al 54 – espulse da Roma gli Ebrei perché creavano continui disordini “sotto la spinta di Cresto”, senza distinguere tra Ebrei e Cristiani e ritenendo il Messia ancora vivo ai tempi di Claudio.
Invece Tacito1Ann. 15,44 è più preciso, perché usa il termine “Cristiani” e riferisce che Cristo fu messo a morte sotto Ponzio Pilato.
I pagani ignoravano le opere cristiane
Tuttavia, malgrado la veloce diffusione del Cristianesimo, la Sacra Scrittura e le prime composizioni apologetiche non venivano prese in considerazione dagli intellettuali “pagani”, che giudicavano con una certa supponenza i seguaci della nuova religione (più diffusi nei ceti umili) e le loro opere.
Tertulliano scrive2Test. an. 1,3-4 che venivano disprezzati anche coloro che esprimevano idee vicine al Cristianesimo e che gli stessi testi cristiani erano consultati solo da cristiani e non da pagani.
Ovviamente diversi imperatori li perseguitavano per l’adesione ad un culto “vietato” e solo nei primi decenni del III secolo apprendiamo di isolati esponenti di classi dirigenti propensi al Cristianesimo, come Iulia Mamaea, madre di Alessandro Severo, il quale aveva nel suo larario statue di Apollonio (di Tiana), Cristo, Abramo, Orfeo3Hist.Aug. 29,2.
Apuleio riflette contenuti dei Vangeli
Apuleio nelle sue numerose opere non cita mai i Cristiani.
Va segnalato che nella sua Apologia (90,6) menziona Mosè (Moses) con altri maghi più o meno noti. Sebbene gli studiosi abbiano talvolta collegato al Cristianesimo sia episodi della sua opera maggiore, Le Metamorfosi, sia un personaggio dell’Apològia, tali collegamenti non sono stati pienamente persuasivi.
Tuttavia l’impiego da parte di Apuleio di testi cristiani si deduce dall’analisi linguistica di alcune sue locuzioni e dall’analisi comparativa di alcuni suoi passi.
Il dàimon copiato dal Vangelo
L’Apològia (o De magia liber) è un’orazione da lui pubblicata – dopo il processo conclusosi con la sua assoluzione – come “autodifesa” dall’accusa che egli avesse circuito con arti magiche e poi sposato la vedova Pudentilla molto ricca.
Fra altri reati a lui attribuiti, c’era quello di aver costruito una orribile statuina di legno; egli rigetta l’accusa, sostenendo che si tratti della figura di Mercurio, e aggiunge ironicamente questa domanda retorica: “Questo è lo scheletro (sceletus), questo è lo spettro (larva), questo è ciò che chiamavate demonio (daemonium)?”4Apol. 63,6.
L’ultimo termine era un grecismo, propriamente il diminutivo di dàimon, che designava un dio o un essere intermedio fra gli dei e gli uomini. Apuleio aveva impiegato lo stesso termine in riferimento al “demone” di Socrate, nella stessa opera5Apol. 27, ma con un senso completamente diverso.
Per contro, nel Nuovo Testamento in greco, daimÒnion (daimónion), col valore di “spirito malvagio” (spesso in relazione con Satana), è molto frequente e nella letteratura cristiana latina è altrettanto frequente, a partire da Tertulliano di poco posteriore ad Apuleio.
A mio avviso non v’è dubbio che quest’ultimo autore abbia attinto tale accezione dagli scritti cristiani (o dal loro vocabolario), giacché nel contesto il sostantivo ha una connotazione fortemente negativa se non di esecrazione, anche perché è posto come terzo dopo due termini che denotano referenti spaventevoli (“scheletro” e “spettro”)6Apol. 63,6.
“Dilector”: tipico linguaggio cristiano
In una situazione linguistica simile, cioè l’assunzione di un termine dal linguaggio cristiano, si colloca l’uso del sostantivo dilector, nel senso di “favorevole”, “benevolmente disposto verso”7Apul. Flor. 9,32.
I Florida sono una raccolta di estratti dalle sue conferenze e il luogo citato è tratto dal suo commiato elogiativo verso un proconsole: “Io mi dichiaro tuo fautore (dilectorem tuum), perché sono stato a te vincolato… da una completa riconoscenza pubblica”.
Non solo dilector viene usato qui per la prima volta, ma nel Thesaurus linguae Latinae risulta l’unico impiego di uno scrittore pagano, mentre le altre attestazioni registrate sono in testi cristiani (a partire da Tertulliano).
La preferenza degli autori cristiani per questo termine, al posto del sinonimo amator, va spiegata col fatto che il primo non lasciava dubbi sul tipo di affetto (non erotico) implicito nel sostantivo.
A proposito di diligo e del suo participio passato passivo (dilectus), va aggiunto che nei testi cristiani diligo è spesso preferito ad amo, per evitare la sfumatura erotica che quest’ultimo verbo potrebbe avere, e quindi dilectus è (quasi) sempre preferito ad amatus.
Da ciò l’uso frequente di diligo/dilectus/“diletto”, che incontriamo frequentemente, anche in tempi moderni, nei discorsi papali, spesso nella formula “dilettissimi figli” (o “fratelli”), mentre il perfetto di diligo è stato scelto nei titoli dell’ultima enciclica di Papa Francesco (Dilexit nos) e della recentissima allocuzione pontificia (Dilexi te) di Papa Leone XIV.
Il particolare atteggiamento di Apuleio che usa termini cristiani senza mai nominare questa religione sarà completato in un prossimo articolo.
Bibliografia e riferimenti testuali sono reperibili in:
G. Maselli, “Riflessi cristiani in Apuleio: un possibile antecedente della laus paupertatis (Apol. 18,2-6)”8in “Invigilata lucernis” 31, 2009, pp. 119-129
G. Maselli, “Riflessi cristiani in Apuleio (II): daemonium (Apol. 63,6) et alia (Flor. 9,32 e 33)”9in “Invigilata Lucernis” 33, 2011, pp. 181-186.













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