Amnesty International, la lobby pro-aborto ha perso metà dei volontari in 4 anni

E’ indiscutibilmente una ONG contraddittoria. Amnesty International aveva promesso che non avrebbe svolto «campagne generali in favore dell’aborto o di una sua generale legalizzazione». Si è però smentita sostenendo l’interruzione di gravidanza in Nicaragua, Perù, Messico, Polonia ed El Salvador. In quest’ultimo Paese, come abbiamo riportato, la sua campagna è stata fallimentare e pare che anche la Polonia stia ben resistendo alle sue pressioni.

Amnesty sta scontando le conseguenze di tale contraddittorietà avendo perso, in appena quattro anni, più della metà dei suoi volontari, oltre che, ormai da anni, il sostegno della Chiesa (già nel 2007, il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace aveva ritirato il sostegno economico). Probabilmente oggi anche il suo fondatore ne rinnegherebbe l’operato: è stata infatti fondata da un ebreo convertito al Cattolicesimo, Peter James Henry Solomon (alias Peter Benenson), la cui prima azione di solidarietà fu adottare a distanza un bambino orfano della Guerra Civile spagnola. Il fondatore salvava vite, «oggi l’opera che ha fondato è un affare di morte».

Ciò detto, non sembra solo questa la ragione per cui Amnesty ha perduto 4800 dei 7700 volontari che aveva nel 2011: da un lato si presenta come politicamente e religiosamente neutrale, ma, dall’altro, è arrivata a sostenere le manifestazioni anticattoliche del Gay Pride di Belfast; da un lato, difende (giustamente) la vita dei migranti e promuove lo spirito di accoglienza, ma, dall’altro, combatte contro l’accoglienza della vita nascente. Senza contare i licenziamenti discriminatori operati verso i propri collaboratori.

Amnesty nacque con un nobile intento, difendere i diritti inviolabili enunciati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ciò nonostante, oggi pare avere perso il contatto con la sua missione originaria, arrivando a propugnare, in nome dei diritti umani, persino la legalizzazione della prostituzione e della droga. In ciò, lo spirito della ONG sembra essersi allontanato da quello dei redattori della Dichiarazione del 1948, unendosi, invece, alla «moda dei tempi» ed appoggiando «la cultura dello scarto», oltre che «potenziandola nei paesi ispanici ed africani».

L’augurio è che Amnesty, anche a fronte degli abbandoni che ha subito, possa riscoprire e ritornare alla sua vocazione originaria, così da servire l’uomo in ogni sua condizione, dall’inizio alla fine della vita.

Marco Visalli

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