Perfino Malthus smentì la bomba demografica

Bomba demograficaEsiste una vastissima parte della letteratura accademica che si è auto-alimentata negli anni di catastrofismo. Badate bene, non sto affatto parlando di qualche discutibile articolo giornalistico, ma mi riferisco a vere e proprie branche della scienza nate ex-novo. Non esiste materia scientifica o umanistica che sia rimasta immune da questo fenomeno.

Si rilevano due caratteristiche ricorrenti sempre (sottolineo sempre) nelle tesi catastrofiste la prima è l’assenza quasi totale di certezza scientifica e la seconda consiste nella sistematica disillusione delle previsioni, ovvero risultano sempre sbagliate. Se si prendesse un foglio e da un lato si mettessero le previsioni proclamate negli ultimi cinquant’anni e dall’altro lato si segnasse con una X quelle poi avveratesi, ebbene il secondo lato del foglio risulterebbe completamente bianco. Nessuna previsione si è verificata. Nessuna. L’appellativo corretto per i catastrofisti sarebbe quello di Cassandre “sfigate” visto che almeno Cassandra aveva ragione.

La metodologia comune di seduzione del catastrofismo sfrutta almeno tre strumenti che si presentano quasi sempre contemporaneamente: 1- Proclamare un pericolo imminente ed inevitabile che è stato trascurato 2- Per risolvere il problema occorre prendere provvedimenti costosi e molto spesso non definitivi 3- In qualsiasi caso bisogna attribuire maggiori poteri al governo o allo stato oppure istituire un nuovo organo di controllo per monitorare il problema. La branca soggetta, a mio avviso, alle maggiori strumentalizzazioni, soprattutto in ambito accademico è stata l’economa in quanto è una scienza sociale utilizzando come strumento di indagine il principio aprioristico-logico-deduttivo, e l’oggetto del campo di studio è l’azione umana suscettibile di mille sfaccettature non sempre identiche. Tra tutti l’esempio più lampante ha radici profonde e nonostante l’evidenza empirica sotto gli occhi di tutti ancora oggi fa ancora proseliti. Sto parlando del mostro demografico.

Il primo ad avere espresso un possibile problema sulla crescita della popolazione e della scarsità delle risorse è Giovanni Botero. Ne faceva una questione di riduzione nel livello di sussistenza in quanto una crescita esponenziale della popolazione avrebbe necessariamente frazionato le risorse disponibili riducendo quindi il livello di sussistenza di tutti. Tuttavia questa argomentazione nella sua epoca non ebbe molto seguito in quanto la esplicitò proprio all’inizio di un periodo storico di grande crescita demografica e contestualmente di prosperità. I mercantilisti suoi contemporanei non avevano sviluppato chissà quali grandi teorie economiche, il problema per loro era a dir poco banale, più figli voleva dire più braccia per lavorare quindi più prodotti e di conseguenza più prosperità per tutti. It’s easy. In effetti questo semplice concetto di più braccia quindi più beni era molto radicato anche tra la gente comune fino a non molto tempo fa. Il secolo successivo ed il XVII proseguirono con studi e sviluppi che riportavano una positività tra crescita della popolazione e prosperità. Anche economisti molto noti come Smith nel suo “Wealth of Nations” esplicita un concetto economico al tempo stesso semplice e rivoluzionario, la prosperità viene generata anche dalla suddivisione del lavoro. Questo concetto fu una vera e propria rivoluzione in ambito economico. In effetti fa un certo effetto scoprire che il filosofo-economista che ebbe maggior successo sul mostro demografico fu un discepolo di Smith, Malthus.

Sì, andò proprio così, Malthus crebbe a livello accademico sotto l’egida del suo maestro A.Smith. Si rileva tra i suoi testi una forte influenza del pensiero Malthusiano tanto che il povero maestro fu costretto a fare discutibili voli pindarici a volte poco logici per far convivere le due teorie. Malthus ebbe successo per una circostanza storica insolita. Lui assieme al suo padre furono grandi estimatori di Godwin, il primo anarco- marxista della storia, il quale tuttavia a differenza della teoria della lotta tra classi di Marx auspicava un comunismo su base volontaria che avrebbe generato prosperità, questo perché non accettava un sistema coercitivo, ma credeva fermamente nella rinuncia volontaria della proprietà privata. Un suo concetto molto interessante fu “c’è un principio nella natura della società umana, grazie al quale ogni cosa tende al suo equilibrio, e procedere sotto il migliore auspicio, nel momento in cui viene interrotta attraverso la regolamentazione”. Non fu un teorico del mostro demografico, ma era spaventato dalla pressione generata da una popolazione sempre crescente e da risorse scarse che avrebbero reso il livello di sussistenza della popolazione sempre più basso. Il “diretto” oppositore di Godwin fu Condorcet. Personaggio completamente diverso. Era un liberale convinto, figlio putativo della scuola fisiocratica francese. Tra i suoi scritti è rinvenibile una disquisizione sulla popolazione assolutamente geniale e “preveggente”. Non era spaventato dalla crescita demografica in quanto la tecnologia, la scienza ed il libero mercato da una parte avrebbero accresciuto i miglioramenti degli standard di vita a livello generale, mentre dall’altra l’uso della ragione avrebbe persuaso la gente a limitare al numero di persone correttamente sostenibile per la comunità.

Questo concetto era stato già espresso dal primo vero economista d’Europa l’Abate Antonio Genovesi (titolare presso l’Università di Napoli) nel suo Lezione di Economia Civile in cui riprese il concetto di livello “ottimo” di popolazione. Attorno alla diatriba accademica che nacque tra Condorcet e Godwin, Malthus affascinato dal mondo utopico immaginato da quest’ultimo scrisse il libro “Essay on the principle of population a sit affects the future improvement of society” (1798). Un libro che fu un autentico successo per due ragioni: la prima fu che ebbe la brillante idea di abbracciare parte del pessimismo di Godwin sulla crescita della popolazione senza accettare la sua visione comunista-volontarista; inoltre lo scritto si mise in aperta contrapposizione agli ideali liberali francesi, in quel contesto storico nell’ambiente accademico britannico fu una scelta corretta. Il secondo elemento fu l’aurea di scientificità sulla crescita della popolazione. Infatti il passo più famoso fu quello in cui disse che “la specie umana avrebbe avuto un tasso di crescita di 1,2,4,8,16,32,64,128,256,512 etc. mentre la sussistenza avrebbe registrato un tasso di crescita di 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10 etc.” Molti avranno sentito questo stralcio, in termini più semplici esprime che mentre la popolazione segue una crescita geometrica il livello di sussistenza segue una crescita aritmetica.

Tuttavia questa legge matematica non si comprende proprio come Malthus avesse potuta tirarla fuori. Sembra avere più i connotati di una percezione piuttosto che di una ricerca scientifica meticolosa dei dati. Oramai la frittata era fatta, il testo poi non si distanziava molto dal lavoro di Giovanni Botero del XVI secolo, eccetto che questa parte “matematica” tirata fuori dal cilindro senza evidenze empiriche. Il successo di questo lavoro ha generato tutta una serie di ricerche in questo ambito che hanno prodotto una vera e propria filosofia della demografia, il malthusianismo. Tuttavia Malthus era un uomo di Chiesa, molto rigido su alcuni aspetti, soprattutto ciò che concerne la sessualità. Non poteva tollerale quanto fu espresso dal neo-malthusianesimo moderno che proponeva un controllo diretto della popolazione attraverso aborto, pratiche contraccettive o sterilizzazioni di massa. In effetti già nella prima edizione del suo libro e poi anche nelle successive (ce ne furono ben cinque) emerse la consapevolezza di averla detta un po’ grossa. Usando le parole di Rothbard, sostanzialmente “il secondo lavoro di Malthus (che si era finalmente deciso a studiare il fenomeno demografico direttamente per l’Europa) contraddice quasi completamente il primo“.

Oramai la branca del mostro demografico era nata con tutte le caratteristiche catastrofiste che abbiamo già descritto: pericolo imminente ed inevitabile, provvedimenti costosi e controproducenti, maggior potere allo stato. L’economista Jacqueline Kasun scrive “La letteratura del giorno del giudizio sui limiti è attraversata dalla presunzione di capacità assoluta, che è aliena all’economia […] Sulla scialuppa di salvataggio gli esseri umani sono semplici fardelli, che compromettono la capacità del gommone”. Al riguardo non mi sembra in questa sede opportuno rievocare tutti quei terribili personaggi che hanno alimentato questa branca fallimentare. Gli eventi e la storia testimoniano che dal XVI secolo ad oggi è andata esattamente come avevano previsto Condorcet e Genovesi. Le teorie catastrofiste hanno la pretesa di giudicare l’uomo come l’unica causa di tutti i mali, solo limitando l’azione umana e controllandola è possibile evitare i problemi. Niente di più sbagliato.

L’uomo forse potrebbe anche essere la causa dei suoi mali, ma è anche al tempo stesso la soluzione. Immaginate questa situazione dopo giorni di intense piogge in un piccolo villaggio, un fiume ha allagato una parte del paese fortunatamente poco abitata. Solo un allevatore è rimasto coinvolto nel disastro subendo un bel po’ di danni a causa dell’allagamento. Tuttavia l’allevatore è molto fortunato perché nel villaggio la gente si prodiga moltissimo per aiutare gli altri della comunità. Allora si riversarono un sacco di persone nella proprietà dell’allevatore che comunque forniva un supporto molto importante. Una divisione del lavoro quasi impeccabile, il falegname risistemava il pollaio e l’ovile, gli ingegneri si occupavano della solidità dell’edificio, poi la gente meno competente si limitava a pulire la casa del fattore togliendo il fango o dipingendo le pareti. Insomma ognuno svolgeva egregiamente il proprio lavoro. Cosa sarebbe successo se il fattore si fosse stabilito in una zona completamente disabitata?

Marco Marinozzi

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