L’uguaglianza di genere? E’ indottrinamento

Nils Pickert con figlioNon esistono e non sono mai esistiti maschi e femmine, queste sono solo categorie mentali e non naturali. Ecco in sintesi la nuova (si fa per dire, è nata negli anni ’80) paranoia dei vecchi sessantottini, chiamata “teoria del gender”, e i tentativi per indottrinare le popolazioni fin dalla tenera età sono attive da anni mascherate dietro a nobili intenti come la promozione della parità dei sessi e la lotta all’omofobia.

Il sesso biologico – secondo questa teoria – scompare per far spazio ai generi. Ma quanti sono i generi? Infiniti, dipende dalla fantasia del soggetto, dal cosa ci si sente essere oggi. L’Australian human rights commission (Ahrc) ha cercato di mettere dei paletti elencando 23 generi nei quali un soggetto ha la facoltà di riconoscersi (ma mettere dei limiti dovrebbe essere ritenuta una forma di discriminazione secondo questa mentalità!): uomini, donne, omosessuali, bisessuali, transgender, trans, transessuali, intersex, androgini, agender, crossdresser, drag king, drag queen, genderfluid, genderqueer, intergender, neutrois, pansessuali, pan gender, third gender, third sex, sistergirl e brotherboy.

Piegandosi a questa assurdità, ovviamente priva di alcun fondamento scientifico, ma cercando di salvaguardare anche la faccia dal ridicolo, la Corte d’Appello di Sydney ha recentemente conferito riconoscimento legale a coloro che per varie problematiche personali non si identificano né come uomo, né come donna vogliono appartenere ad un “sesso non precisato”. Evviva il relativismo più sfrenato…sai che soddisfazione, sai che conquista, si commenta ironicamente. All’università di Lipsia, invece, di apparire ridicoli non sembra preoccupare molto. Josef A. Käs, docente di Fisica, stufo delle interminabili discussioni sulla necessità di applicare l’”uguaglianza di genere” da parte dei suoi colleghi, per prenderli in giro ha proposto che anche i professori maschi avrebbero dovuto chiamarsi “professoresse”. Incredibilmente la proposta è passata e “buongiorno professoressa” dovrà essere detto a tutti i docenti, maschi compresi.

La prestigiosa filosofa Sylviane Agacinski, docente presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, ha spiegato che «la differenza sessuale è oggi rimessa in discussione e sottoposta a un tentativo di neutralizzazione», teoria che «tende a imporre l’idea che l’essere umano sia integralmente il prodotto della propria costruzione (sociale, culturale e tecnica): gli umani, sessualmente indeterminati o fluidi, sarebbero costretti a piegarsi a norme sociali di genere e a svolgere un ruolo sessuato». Eppure, ha continuato, «la diversità degli orientamenti sessuali non sopprime la dualità dei sessi: la conferma. Che si desideri l’altro sesso, o che al contrario non lo si possa desiderare, significa che i due sessi non sono equivalenti». Inoltre, «l’antropologa Françoise Héritier sottolinea giustamente che è la fecondità a fondare la distinzione maschile/ femminile. Dirò, nello stesso senso e in modo appena diverso, che la distinzione maschio/ femmina si basa sullo schema della generazione».

Il biologo evolutivo Michel Raymond dell’Institut des sciences de l’évolution di Montpellier e il saggista Nancy Huston in un articolo su “Le Monde” hanno scritto: «Nel mondo vivente (anche animale), maschi e femmine differiscono sempre biologicamente, anche in alcuni dei loro comportamenti. Quale forza misteriosa avrebbe cancellato le differenze nella nostra specie? Già al momento della nascita – e quindi prima di qualsiasi influenza sociale – maschi e femmine non hanno lo stesso comportamento. E come non riconoscere che il picco di ormoni della pubertà, che gli adolescenti umani condividono con i piccoli scimpanzé, ha una origine biologica e un marcato effetto sul comportamento?». Ed infine: «se continuiamo a ignorare ed abusare del mondo, rischiamo di compromettere le nostre possibilità di sopravvivenza. L’antagonismo tra natura e cultura è insostenibile».

L’estate scorsa ha fatto scalpore la scelta di un padre, Nils Pickert, di indossare la gonna per solidarietà al figlio di 5 anni che si troverebbe meglio vestendo abiti femminili. Lo ha fatto perché «voglio insegnare a mio figlio l’uguaglianza di genere». E’ semplicemente incapacità ad educare, optando per una più comoda neutralità educativa. Esattamente come il cantante Robbie Williams che ha recentemente dichiarato che se sua figlia, che oggi ha 9 mesi, cominciasse a drogarsi la aiuterebbe a prendere le migliori droghe e le assumerebbe assieme a lei.

Eppure Marcello Tempesta, docente di Pedagogia generale presso l’Università del Salento ha chiaramente spiegato: «nel processo di crescita armonica della persona un rilievo decisivo ha quella componente del nostro essere in cui si rivela il suo strutturale essere in relazione: l’identità-differenza sessuale. Si tratta di una realtà oggi “terremotata”, messa pesantemente in discussione da un mainstream sempre più diffuso, che sta facendo artatamente diventare sensibilità corrente e senso comune ufficiale (come dimostrano fiction e canzoni, dichiarazioni di star hollywoodiane e di celebrati maîtres à penser) la filosofia del Gender». Imporre queste ideologie nei luoghi educativi porta ad una inquietudine: «Davvero al centro di certe pubbliche prese di posizione c’è la preoccupazione per i bambini, o non piuttosto i desideri degli adulti di voler (ad ogni costo) vedere legittimati dalla forza della legge i propri desideri ed i propri stili di vita?»  si è chiesto il pedagogista. La scuola non può essere «neutra rispetto alla verità dell’umano», ma deve continuare ad insegnare «la fecondità della differenza sessuale, paradigma di una relazione capace di produrre novità reale».

Dale O’Leary, scrittrice e grande esperta di femminismo definisce la teoria del gender come «la rivoluzione sessuale come lotta di classe», le cui origini sono nel marxismo. Giuseppe Bonvegna, ricercatore in Storia della filosofia presso l’Università Cattolica di Milano, commentando l’ultimo libro di Mario Binasco, psicoanalista, afferma: «Checché ne dica il bigottismo fintamente moderno dei cantori dell’ideologia del gender, i quali non possono non finire per considerare l’attività sessuale come un qualcosa di non umano, paradossalmente proprio per un eccesso di arbitrio “umano”: sostenere, infatti, (come fa la “gender theory”) una non dipendenza dell’elaborazione dell’identità sessuale dal possesso reale di determinati organi sessuali significa sostenere che il corpo non è più un riferimento e una “pietra d’inciampo” reale da cui dipende la complessa “sessuazione” (termine lacaniano usato dall’autore) degli individui, e si può pensare di trattarlo in modo del tutto arbitrario come un mero oggetto di consumo». Si tratta, ha continuato Bonvegna, «di un materialismo finto e contraddittorio, portato avanti con le armi mediatiche di una posizione culturale (il relativismo) che si propone come tollerante, ma la cui origine è tutt’altro che “di larghe vedute”, in quanto, come quella dello stesso materialismo, risiede nella pretesa di certa ragione moderna di stabilire cosa è reale e cosa non lo è».

L’origine di questa teoria antirealista nasce da «un’idea di libertà ridotta ad arbitrio assoluto, materialismo ed idealismo hanno rappresentato il presupposto affinché quel riduzionismo potesse dar vita all’ideologia del gender, la quale, non a caso, condivide con materialismo e idealismo l’incapacità di tenere conto della vera natura del corpo umano vivente. Una libertà assoluta non farebbe problema, se non fosse che l’uomo scopre se stesso solo nel tu, cioè nell’altro da sé, in un rapporto che non significa annullamento della propria personalità nell’altro, proprio nella misura in cui l’altro mi costituisce restando altro da me. L’uomo di oggi, invece, confligge con la realtà materializzando i rapporti (non solo sessuali) perché ha paura dell’altro». Il vero problema della teoria omosessuale o quella del gender, infatti, è proprio la paura della diversità. Si promuove «l’indifferenza, alludendo ad un umano androgino. Mentre si esalta la differenza, in fondo la si teme e la si nega», ha spiegato ancora il pedagogista Tempesta.

Dopo la guerra alla gravidanza tramite l’aborto e al matrimonio tramite il divorzio e la sua equiparazione ad altre relazioni diverse di tipo romantico, stiamo per passare alla fase finale: la guerra contro l’identità sessuale. La Dottrina Sociale della Chiesa, come spiega Claudio Gentili, direttore de “La Società”, è l’unica voce autorevole rimasta coerente con un’antropologia rispettosa della verità dell’uomo e del valore sociale del tema della vita che riguarda, non solo chi sarà chiamato a vivere, ma anche chi la vita la sta vivendo.

La redazione

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