La Chiesa e il Mpv aiutano le donne vittime dei traumi post aborto

Il 22 maggio 1978 è stata introdotta in Italia la legge 194 con la quale è stato legalizzato l’aborto. Una grave sconfitta per la vita, per i pro-life e per tutti coloro che –in linea con l’evidenza scientifica– ritengono immorale e sbagliato sopprimere un essere umano, indesiderato, nella prima fase della sua esistenza.

La Chiesa cattolica e molti cattolici, tuttavia, hanno preso atto di questa sentenza continuando comunque ad esprimere la loro posizione contraria. Senza interessarsi troppo delle accuse (infondate) di discriminazione delle donne, la Chiesa non solo ha proseguito il suo lavoro a livello culturale ma ha anche avviato progetti per aiutare ed accogliere le donne che hanno abortito, molte delle quali diventate vittime della sindrome post-aborto.

Proprio in questi giorni sono stati aperti a Roma due spazi di consulenza totalmente gratuiti. Si chiamano “Da donna a donna” e sono stati attivati dal Movimento per la Vita. Nelle due sedi, che si trovano presso il Cav Palatino (piazza Sant’Anastasia) e nel centro Caritas di via delle Zoccolette, psicoterapeute, sessuologhe, sociologhe e operatrici del Cav aiuteranno le donne a superare i propri disagi. L’iniziativa, che è stata presentata recentemente a Roma nel corso del convegno “Le conseguenze psichiche dell’interruzione volontaria di gravidanza“, rientra nell’ambito del progetto “Futuro alla vita” realizzato con il contributo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

Come riportato da Avvenire, il presidente del Mpv Carlo Casini ha spiegato: «Dobbiamo recuperare queste madri alla fiducia e alla speranza della vita, occorre studiare il problema, ancora poco conosciuto, e formare i nostri operatori». Sopratutto bisogna superare le forze abortiste che si oppongono all’informazione scientifica circa la gravità di questa sindrome: «Molte ricerche in tutto il mondo, tranne che in Italia», – ha spiegato lo psichiatra Tonino Cantelmi, «hanno dimostrato che l’interruzione volontaria di gravidanza nelle sue varie forme, chirurgica e anche chimica, costituisce un fattore di rischio per la salute mentale. Questa è un’informazione che dovrebbe essere data a qualunque donna si avvicini a un percorso abortivo». Un elenco di questi studi si può trovare nella nostra pagina creata apposta sull’argomento.

Il movimento “pro-choice” (in America chiamato anche “pro-death”) purtroppo contrasta violentemente la presenza di queste informazioni all’interno dei consultori, preferendo che le donne abortiscano nell’ignoranza di quello che stanno facendo e delle sue conseguenze. Secondo vari studi, ha poi spiegato la psicoterapeuta Cristina Cacace, «il 44 per cento delle donne dopo l’aborto ha disturbi mentali, il 36 per cento disturbi del sonno e l’11 per cento deve assumere psicofarmaci». Il cosiddetto «disturbo post traumatico da stress – ha aggiunto Cacace – può condizionare la regolazione dei sentimenti. Il 20 per cento delle donne che abortisce prova grande stress abortivo, i sensi di colpa complicano la situazione e impediscono l’elaborazione del lutto».

 

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